Capitolo I lo svolgimento del processo



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E' da rilevare che il VANNI CALVELLO è proprietario dell'immobile in cui è installato il complesso in argomento.

Allo stato delle indagini non sono emersi elementi tali da far ritenere una corresponsabilità del VANNI CALVELLO sulla attività delittuosa del gruppo di cui fa parte il DI CARLO Francesco, sia a livello di partecipazione attiva che di favoreggiamento.

I fatti sono stati riferiti alla Autorità Giudiziaria con i rapporti giudiziali del 25/10/1979 della Squadra Mobile e del 6/2/1980 della Compagnia CC. Di Monreale.

Ciò stante, questo Ufficio esprime parere favorevole al rinnovo della licenza di porto di pistola>>.

Il Tribunale (pagine 1389-1390 della sentenza appellata) ha osservato che l’imputato sarebbe entrato in contraddizione con se stesso:



  1. affermando, nel corso del suo esame, all’udienza del 4 novembre 1994, che il rinnovo del porto di pistola era sottoposto a rigide disposizioni ministeriali per le quali era necessario provare “ l’assoluta necessità di circolare armati” (cfr. ff. 144 e 145 della trascrizione), e però determinandosi in senso contrario con il parere favorevole;

  2. formulando tale parere in contrasto con il comportamento che aveva adottato nel 1974, quando egli era ancora un funzionario fedele, richiamando l’attenzione degli uffici di Polizia Amministrativa sulle dichiarazioni rese dal pentito Leonardo Vitale sul conto di Alessandro Vanni Calvello perché assumessero le determinazioni di loro competenza sui titoli di Polizia in possesso dello stesso Vanni Calvello.

In realtà, le disposizioni ministeriali di Polizia Amministrativa erano suscettibili di cedere il passo a valutazioni di opportunità investigativa, se è vero, come è vero, che, a fronte della nota del 22 marzo 1980, di segno certamente non favorevole al Vanni Calvello, il Questore Immordino aveva ritenuto opportuno non adottare immediatamente un provvedimento di revoca del porto di pistola.

Analogamente, la omessa menzione delle rivelazioni fatte dal mafioso Leonardo Vitale nel 1973 - notoriamente, peraltro, rivalutate soltanto nei primi anni ottanta del novecento - è un dato comune alla nota del 22 marzo 1980, non imposta a Contrada e non favorevole al Vanni Calvello, ed al parere favorevole del successivo 18 ottobre. Senza dire che la segnalazione di esse, fatta dall’imputato il 15 febbraio 1974 alla Divisione di Polizia Amministrativa per le eventuali determinazioni sul porto d’armi, era comunque agli atti del fascicolo 6 G (armi corte), a disposizione del funzionario chiamato ad esaminare la pratica, qualora la si fosse davvero voluta esaminare.

I margini di incertezza sulla effettiva valenza indiziante della vicenda si delineano, infine, anche alla stregua delle risposte date in sede di esame dall’ex Questore Giuseppe Nicolicchia, la cui deposizione è stata ricostruita dal Tribunale nei termini che seguono: (pagine 1385-1386 della sentenza appellata): << Escusso all’udienza del 17/3/1995 il questore dell’epoca Giuseppe Nicolicchia, ha dichiarato che la nota del 18/10/1980, a firma del dott. Contrada, gli era stata, con certezza, consegnata personalmente dal dott. Contrada (ed infatti la nota di ricevimento in data 21/10 era stata personalmente apposta dallo stesso Questore quando Contrada gliela aveva consegnata - cfr. f. 165 ud. 17/3/1995); ha ricordato che il dott. Contrada aveva proposto il rinnovo ma, poichè egli aveva avuto delle perplessità, “ si trattava di un caso un pò dubbio”, aveva deciso di sottoporlo anche all’attenzione del Prefetto dell’epoca, dott. Di Giovanni (da qui l’annotazione apposta al provvedimento di rinnovo relativa al colloquio avuto con S.E. il Prefetto); questi aveva convenuto che, sulla base della nota redatta il 18/10/1980 dalla Criminalpol, si poteva senz’altro concedere il rinnovo e che un rifiuto, secondo la prospettata esigenza di polizia, avrebbe potuto intralciare le ulteriori indagini sul conto del Calvello; il teste ha dichiarato, altresì, che era al corrente del fatto che all’epoca vi erano indagini in corso sul predetto Calvello e che per prassi l’esame delle pratiche relative a rilasci o rinnovi di porti d’arma era demandato all’ufficio di Questura della III° Divisione; solo se si trattava di pratiche di un certo rilievo il predetto ufficio non si assumeva la responsabilità di adottare un provvedimento ma lasciava che fosse il vice-questore o direttamente il Questore ad assumere la decisione (“ è evidente che trattandosi di una figura un po' losca, visto e considerato le informazioni che c’erano, il dirigente la III° Divisione, che mi ha sottoposto all’esame questa pratica, non ha voluto siglarla ” cfr. f. 141 ud. cit.); alla specifica domanda, posta reiteratamente dalla difesa, tendente ad accertare se il dott. Contrada gli avesse segnalato Vanni Calvello ha risposto: “ Non me lo ricordo...Domanda: “ non se lo ricorda o lo esclude? Risposta: “ non ricordo questo particolare in sostanza” (cfr. ff. 131 e ss. ud. 17/3/1995)>>.

Giova precisare che le risposte appena menzionate sono scaturite dalle domande rivolte dal presidente del collegio a conclusione dell’esame, quando al teste è stato sottoposto in visione il parere del 18 ottobre 1980 a firma dell’imputato. Il dott. Nicolicchia, riconoscendo la sigla personalmente apposta in calce ad esso, ha plausibilmente dedotto che il documento gli fosse stato personalmente portato da Contrada.

Il teste, tuttavia, in più occasioni (pagine 137, 138 e 165 trascrizione udienza 17 marzo 1995) ha ribadito di non ricordare se l’imputato avesse detto più di quanto scritto nel parere del 18 ottobre 1980, cioè se avesse caldeggiato l’opportunità di non negare il rinnovo del porto di pistola al Vanni Calvello.

Né è certo che l’imputato fosse stato, come si assume a pag. 1398 della sentenza appellata, l’evidente ispiratore dello schema, poi trasfuso nel provvedimento di rinnovo a firma del Questore, che lo stesso Nicolicchia ha riferito essere stato predisposto dal dirigente la Divisione di Polizia Amministrativa, il dottor Rino Amato.

Non si può escludere, cioè, che il parere favorevole di Contrada fosse dipeso dall’idea che la licenza dovesse essere comunque rinnovata per il rango sociale e la benevolenza di cui godeva il suo titolare, pur sussistendo fondati elementi di sospetto della sua qualità di associato mafioso.

Ed infatti, la circostanza che il Questore Nicolicchia ritenne di annotare la positiva indicazione del Prefetto (nel provvedimento acquisito al fascicolo della Prefettura, sopra la decisione di rinnovo, apposta con scrittura autografa del questore risulta anche l’annotazione“ Conferito con S.E) può spiegarsi con il gradimento del Prefetto, che Contrada ha dichiarato di avere percepito. È sintomatica, del resto, l’estrema celerità con cui il Questore dispose il rinnovo della licenza, recante la data il 22 ottobre 1980, e cioè appena il giorno successivo data di ricevimento del parere positivo del 18 ottobre 1980.

Tale ipotesi ha anche trovato un pur tenue riscontro nelle dichiarazioni rese nel primo dibattimento di appello, all’udienza del 6 febbraio 1999, dal collaboratore di giustizia Francesco Di Carlo, il quale ha riferito (pagine 76-77 della trascrizione) che i Principi di San Vincenzo avevano “amicizie in prefettura” e che, in particolare, un viceprefetto era solito frequentare l’abitazione di Vincenzo Vanni Calvello, padre di Alessandro.

Tenuto conto, dunque, della circostanza che la scelta di non ostacolare le indagini in corso su Alessandro Vanni Calvello non appariva pretestuosa; del riscontro di un preciso interessamento “dall’alto” ad un esito favorevole della pratica, tale da influenzare le determinazioni di Contrada; del fatto che il parere del 18 ottobre 1980, nelle sue premesse, enuncia circostanze per sé idonee a giustificare il diniego di rinnovo del porto di pistola; della natura del dolo richiesto ad integrare l’elemento soggettivo del concorso esterno in associazione mafiosa, dolo necessariamente diretto (nella specie, cioè, occorreva la prova che Contrada sapesse più di quanto non avesse scritto nelle note del marzo e dell’ottobre 1980 circa la posizione di Alessandro Vanni Calvello), non è dato ravvisare una sufficiente prossimità logica e nitidezza di contorni necessari ad attribuire alla vicenda in esame i caratteri della gravità e della precisione indiziaria.

CAPITOLO XXII




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