Capitolo I lo svolgimento del processo


PRESIDENTE : Sì, ma la domanda è chiara a questo punto: quale contributo ha dato, se contributo vi è stato, Contrada… SIINO



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PRESIDENTE : Sì, ma la domanda è chiara a questo punto: quale contributo ha dato, se contributo vi è stato, Contrada…

SIINO – Ah, questo non lo so.

PRESIDENTE - …a fare evitare l'omicidio Randazzo?

SIINO – Ma avrà parlato con Bontade, gli avrà detto…

PRESIDENTE – No, i processi non è che si fanno con le ipotesi. Dico, “se le consta” noi le chiediamo, se no le sa dice “non lo so”.

SIINO - Signor Presidente, che cosa abbia fatto precisamente non lo so>>(ibidem, pag. 26).

Le contestazioni in esame, riguardanti temi centrali nel narrato di Siino, pesano in punto di attendibilità intrinseca.

A questa stregua, ad avvalorare le ulteriori propalazioni del collaborante non basta il richiamo al principio di frazionabilità della chiamata in correità, secondo cui l'attendibilità delle dichiarazioni accusatorie di un collaborante <<anche se denegata per una parte del racconto, non coinvolge necessariamente tutte le altre che reggano alla verifica giudiziale del riscontro; così come, per altro verso, la credibilità di una parte dell'accusa non può significare l'automatica attribuzione di attendibilità dell'intera narrazione, giacchè, accertata l’attendibilità di talune circostanze non può automaticamente comunicarsi a quelle non riscontrate, non essendo ipotizzabili reciproche inferenze totalizzanti>> (in termini, Cass. pen. sez. I sentenza n. 4495 del 1997, sez. VI 17248 del 2004; sez. I sentenza 468/2000).

Occorre, piuttosto, sceverare i riscontri alle dichiarazioni del Siino, valorizzando unicamente quelli di estrema pregnanza, in ossequio al principio secondo cui la verifica intrinseca ed estrinseca della chiamata rappresentano due temi di indagine strettamente interdipendenti, nel senso che un giudizio fortemente positivo di attendibilità intrinseca può bilanciare la minore valenza dei riscontri esterni, che devono essere comunque sussistenti; per converso, un minor grado di intrinseca attendibilità delle accuse impone una verifica rigorosa circa la concorrenza di riscontri esterni di più accentuato spessore, restando, comunque, rimessa al prudente apprezzamento del giudice di merito la valutazione della consistenza e della pregnanza dei riscontri (cfr. Cass. pen. sez. I, sentenza n. 4547 del 1995).

*****

In tale cornice, a fronte delle ondivaghe dichiarazioni sulla contemporanea presenza di Contrada e Scaglione in una, in nessuna o in centomila occasioni, non può dirsi raggiunta la prova della comune partecipazione dell’imputato e di esponenti mafiosi a banchetti o “mangiate” pre-elettorali.



Né una considerazione diversa può essere riservata all’episodio dell’incontro tra Bruno Contrada e Rosario Riccobono nel fondo Scalea, del quale si fa cenno nella sentenza di appello annullata.

Segnatamente, il collaborante ha dichiarato che, intorno alla seconda metà degli anni settanta, mentre si trovava con Blasco Lanza di Scalea - figlio del principe Francesco Lanza di Scalea, proprietario del fondo - nei pressi di una torre piezometrica per la distribuzione dell’acqua nelle saie, aveva notato sul posto Bruno Contrada ed il medico Camillo Albeggiani.

In questo frangente, insieme ad uno dei due fratelli Micalizzi (non ricordava se Michele o Salvatore), era sopraggiunto Rosario Riccobono; il Micalizzi si era allontanato ed era iniziata una conversazione a tre tra lo stesso Riccobono, Albeggiani e Contrada (pagine 60-70 trascrizione udienza 4 dicembre 1999).

La teste Giovannella De Lorenzo, seconda moglie del principe Lanza di Scalea, escussa all’udienza del 17 marzo 2000, ha riferito di avere abitato a Roma, venendo solo saltuariamente a Palermo, dove si era stabilita soltanto dagli anni ottanta del novecento in poi (pagine 6 e 7 della trascrizione); ha soggiunto che il marito aveva rapporti assai scarsi con i suoi figli (ibidem, pag. 14); ha confermato l’esistenza, nel fondo Scalea, di una torre piezometrica per la distribuzione dell’acqua (ibidem, pagina 27). Ha, parimenti, confermato il rapporto di conoscenza tra il marito e l’odierno imputato, da lei conosciuto in occasione di una rapina nella villa, allorquando Contrada era venuto a prenderla a casa per la denuncia (ibidem, pagine 14, 27 e 37), ed il rapporto di amicizia tra lo stesso Principe ed il dottor Albeggiani, suo medico curante per decenni.

Quest’ultimo, a sua volta, parimenti escusso all’udienza del 17 marzo 2000, ha dichiarato di non avere mai conosciuto Angelo Siino, e di non avere mai incontrato, nel fondo Scalea, Rosario Riccobono o l’odierno imputato, né Michele o Salvatore Micalizzi.

Infine, il teste Blasco Lanza di Scalea, escusso all’udienza del 2 marzo 2000, ha riferito di avere conosciuto Angelo Siino in un periodo in cui aveva vissuto a bordo della propria barca, ormeggiata in porto. Il Siino, lo aveva invitato, in due occasioni, sulla propria imbarcazione, con le rispettive mogli (nella seconda occasione era anche presente tale Fauci, amico del collaborante).

Successivamente, egli aveva chiesto al collaborante di procurargli un escavatore per l’espianto di alcune palme nella sua villa, ma all’appuntamento fissato a questo scopo non si era presentato nessuno, e quindi si era rivolto ad altri (pagine 1-15 della trascrizione).

Il teste Lanza di Scalea ha escluso, quantomeno sino a quando aveva abitato stabilmente nella villa, cioè intorno al 1970, che vi fossero presenze mafiose nel fondo (ibidem, pag. 25).

Osserva questa Corte, in ordine alle dichiarazioni della De Lorenzo, che il carattere sporadico della presenza della teste a Palermo sino agli anni ottanta del novecento e la scarsa frequentazione del marito con il di lui figlio Blasco possono spiegare l’affermazione di non conoscere il Siino, il quale aveva collocato l’episodio della torre piezometrica nella seconda metà degli anni settanta. La stessa De Lorenzo, ha riferito che alla proprietà, allora estesa circa trenta ettari, si accedeva senza che vi fossero cancelli (pagina 37 della trascrizione) e quindi senza necessariamente passare dalla villa ed essere notati da chi vi abitava.

Quanto alle smentite del dottor Albeggiani, deve considerarsi che questi, nel corso del giudizio di primo grado, aveva addirittura negato di essere massone (cfr. pagina 20 trascrizione udienza 24/7/1995), venendo smentito, prima ancora che dal Siino, dal capitano Luigi Bruno della D.I.A., che ne aveva accertato l’iscrizione alla Loggia “Orion” della Camea, al pari di quella dello stesso Siino, di Giacomo Vitale, cognato del Bontate e di Francesco Foderà (cfr. la deposizione resa dal cap. Bruno all’udienza del 12/10/1995).

Il medesimo teste, inoltre, come puntualmente evidenziato dal Tribunale, non soltanto aveva falsamente negato di essere stato il medico di Rosario Riccobono, ma aveva, altrettanto falsamente, negato l’unica circostanza nella quale Bruno Contrada aveva ammesso di avere avuto da lui notizie dirette delle stesso Riccobono (pagine 548-544 della sentenza appellata).

Segnatamente, l’imputato aveva dichiarato di avere ricevuto tempestiva comunicazione dal dott. Albeggiani del fatto che, nella notte tra l’1 ed il 2 Dicembre del 1982, questi era stato chiamato dalla moglie e dalle figlie del Riccobono, che si erano fatte trovare vestite a lutto, avendo ricevuto la notizia certa della uccisione, seguita alla contestuale scomparsa, del loro congiunto e del genero Salvatore Lauricella. Tale circostanza è documentata in un appunto del 3 dicembre 1982, acquisito in atti, con cui Contrada riferiva la notizia della scomparsa per “lupara bianca” del Riccobono e dei suoi uomini piu’ fidati, sulla base di fondati indizi in suo possesso.

La negazione dell’Albeggiani - ritenuta dal Tribunale non spiegabile se non con l'intenzione del teste di nascondere la vera natura dei rapporti esistenti tra lui, l’imputato ed il Riccobono - indurrebbe a considerare non decisiva la sua smentita alle dichiarazioni del Siino circa l’incontro nel fondo Scalea.

L’episodio, tuttavia, è stato escluso, in sede di esame, da Blasco Lanza di Scalea - la cui testimonianza non presenta brecce tali da porne in dubbio la credibilità - non apparendo sufficiente evocare un ipotetico interesse del teste a nascondere un più duraturo, intenso e compromettente rapporto con il Siino, che, in concreto, non è emerso.

Ad avviso di questa Corte, comunque, gli elementi che potrebbero confermare l’attendibilità delle dichiarazioni del Siino circa l’episodio in parola - e cioè i rapporti di amicizia tra Contrada ed Albeggiani e tra Albeggiani ed il principe Lanza di Scalea, i rapporti di conoscenza tra quest’ultimo e Contrada e tra Blasco Lanza di Scalea e Siino, la comprovata esistenza della torre piezometrica nel fondo Scalea, l’inaffidabilità del teste Albeggiani sulle circostanze comunque tali da evocare il suo rapporto con Riccobono, la frequentazione (provata aliunde) tra Contrada e Riccobono - non assumono quella elevata pregnanza imposta dalla non piena attendibilità intrinseca del collaborante.

****


Di non agevole decifrazione è apparso, nel narrato del Siino, l’unico specifico episodio riguardante un favore fatto dall’imputato ad un mafioso, e cioè il suo presunto interessamento per il rinnovo (pagina 133 trascrizione udienza 4 dicembre 1999) del porto di fucile in favore di tale Lo Verde detto il monocolo.

Su sollecitazione del Procuratore Generale, il Siino ha ricordato, con il beneficio del dubbio, che il prenome del Lo Verde era Giovanni, ed ha riferito che, per quanto a sua conoscenza, questi era <


>> .

Ha specificato che il Lo Verde era <<un personaggio di Villagrazia, gran cacciatore>> (ibidem, pag. 125) e di averlo visto spesso perché frequentava il Tiro al volo. Ha ricordato che, a cagione del suo deficit visivo (l’essere guercio) e di qualche precedente penale, egli aveva avuto dei problemi per l’ottenimento del titolo di polizia.

L’incertezza nella identificazione del Lo Verde preclude, inevitabilmente, una compiuta valutazione della condotta attribuita all’odierno imputato dal collaborante.

E’ presumibile che si tratti del medesimo Giovanni Lo Verde che fu arrestato a seguito dell’operazione di Polizia del 19 ottobre 1981, nota come il “blitz di Villagrazia”, al pari di numerosi uomini d’onore della famiglia di Santa Maria di Gesu’, tra cui i reggenti Pietro Lo Iacono e Giovan Battista Pullarà (cfr. ff. 1316 e ss. tomo n° 9 della sentenza resa all’esito del primo Maxi processo, prodotta in atti).

Il Siino, tuttavia, ha collocato la vicenda in un periodo immediatamente precedente all’apertura primaverile della caccia alla quaglia, << che allora era un fatto di rilevanza nazionale e siciliana, perché praticamente morivano se non facevano questa apertura della caccia>>.

Ha precisato che, per questa ragione, era stato <<interessato il ministro dell’interno, e ci fu una riunione fatta alla presenza del ministro degli interni, allora Franco Restivo>> (pag. 120-121 trascrizione udienza 4 dicembre 1998) .

Orbene, è notorio che l’On. Restivo, famoso politico cittadino, ricoprì, per l’ultima volta, la carica di ministro nel 1972, e cioè in un periodo in cui Contrada era considerato un avversario dalle cosche mafiose e non poteva, dunque, consapevolmente dispensare favori a Stefano Bontate o suo tramite.

In effetti, non si evince in modo univoco e costante, dal narrato del Siino, l’affermazione che Stefano Bontate avrebbe interloquito con l’odierno imputato. Né è certo che, all’epoca in cui è stata collocata la vicenda, la caratura mafiosa di Giovanni Lo Verde (ammesso che il “monocolo” fosse proprio lui) fosse nota agli organi investigativi.

Resta il fatto, però, che le dichiarazioni dello stesso Siino, sul punto, difettano della necessaria chiarezza.

Il collaborante, infatti, ha riferito dapprima che Stefano Bontate si era adoperato per il rinnovo del porto di fucile al “monocolo”, raccomandandolo a Contrada (ibidem, pagine 126-127); quindi che, nel dare la notizia del buon esito del suo interessamento, lo stesso Bontate aveva << fatto riferimento al dott. Contrada>> (pagina 128) o aveva detto che << che era stato parlato con Contrada>> (pagina 129). Con l’ulteriore conseguenza che la sua attendibilità intrinseca non ne trae, comunque, giovamento.

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Sufficienti, invece, appaiono i riscontri dell’episodio, narrato dal collaborante, della visita di Bruno Contrada a Stefano Bontate nel periodo delle indagini relative al sequestro di persona dell’esattore Luigi Corleo, risalente al luglio 1975.



Nel caso di specie, è fuor di dubbio che il collaborante non avrebbe mai avuto titolo per accompagnare il colonnello Giuseppe Russo da Stefano Bontate - per di più ad un incontro riservato - se non avesse avuto un rapporto di conoscenza personale con l’uno e con l’altro.

Ora, assodata la frequentazione con il Bontate, significativi elementi di giudizio militano anche nel senso il Siino avesse intrattenuto rapporti diretti anche con il colonnello Russo.

Segnatamente, il collaborante ha riferito di essere stato invitato alla prima comunione della figlia dell’Ufficiale, di nome Benedetta. In tale circostanza nella quale aveva visto Bruno Contrada, da lui conosciuto nel 1971, in occasione della morte di un suo amico, tale Maurizio Messineo, ucciso in sua presenza da un colpo partito accidentalmente da una pistola che stava maneggiando (pagine 30 e 31. 31 trascrizione udienza 4 dicembre 1999).

Ha dichiarato, inoltre, di avere accompagnato lo stesso colonnello Russo - presente anche un collaboratore di questi, che il Siino ha ritenuto di ricordare chiamarsi Provenzano - presso un centro di demolizione di automobili sito di fronte << a villa Diana>> 89, vicino al quartiere “Zen” di Palermo, nell’ambito delle indagini da questi condotte sul sequestro di persona della signora Graziella Mandalà in Quartuccio.

Lì, secondo un’informazione che l’Ufficiale avrebbe avuto tramite il capo mafia Gaetano Badalamenti, avevano trovato la donna sequestrata.

Lo sfasciacarrozze, ha riferito il Siino, qualche giorno dopo era stato trovato “morto incaprettato” (ibidem, pagine 27-29).

Orbene, escusso all’udienza del 24 marzo 2000, il maresciallo Giovanni Provenzano, collaboratore del colonnello Russo dal 1971 al 1977, ha confermato che questi aveva una figlia di nome Benedetta, alla cui prima comunione non era stato invitato (pagine 6, 23 e 24 della trascrizione).

Ha dichiarato di non conoscere Angelo Siino e che non gli risultava che fosse amico del colonnello Russo (<< rapporti di amicizia non credo>>), pur non escludendo che i due si conoscessero (<< di conoscenza forse, si, perché dal nostro ufficio passava un centinaio di persone di tutti i tipi>>, ibidem pagine 8 e 9).

Ha affermato che il colonnello Russo aveva avuto rapporti “ottimi” e di intensa collaborazione con Bruno Contrada (pagine 14- 15) ed ha escluso che conoscesse Stefano Bontate ( <<Né il colonnello Russo ha mai visto questo Bontate, né ho mai sentito parlare Russo di questo Bontate>> , ibidem pag. 12).

La palese inverosimiglianza di quest’ultima proposizione si correla alla reticenza mostrata dal teste in ordine alla vicenda del sequestro Mandalà.

Il maresciallo Provenzano, infatti, dopo avere riferito di avere preso parte alle indagini unitamente al colonnello Russo, alla domanda del Procuratore Generale : << Si ricorda chi liberò la Graziella Mandalà?>> ha risposto << Non lo dico>>.

Il successivo sviluppo dell’esame ha rivelato l’atteggiamento elusivo dello stesso maresciallo Provenzano:



<< PRESIDENTE : Cioè a dire chi materialmente si recò sul posto dove era sequestrata la Mandalà e la rimise libertà>>.




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