Capitolo I lo svolgimento del processo


Le dichiarazioni rese dal collaboratore di giustizia Giovanni Brusca



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Le dichiarazioni rese dal collaboratore di giustizia Giovanni Brusca
Giovanni Brusca, uomo d’onore della “famiglia” di san Giuseppe Jato, con i ruoli di “soldato” e, successivamente di reggente e di capo dell’omonimo mandamento, premettendo di avere riportato svariate condanne definitive per partecipazione ad associazione mafiosa ed omicidi, ha sommariamente descritto le ragioni della sua collaborazione, individuate in “problemi personali”, in una condizione di “nausea” ed in un conseguente un percorso di riflessione iniziato con il suo arresto, eseguito il 20 maggio 1996; collaborazione formalmente intrapresa con le dichiarazioni rese all’Autorità Giudiziaria il 9 agosto 1996 (pagine 1-4 trascrizione udienza 16 dicembre 1998).

Il suo profilo ed il contenuto delle sue dichiarazioni, rese all’udienza del 16 dicembre 1998, sono stati così delineati nella sentenza della Corte di Appello di Palermo, sezione II penale, in data del 4 maggio 2001, annullata in sede di legittimità (pagine 94-95):



<Il collaborante ha soggiunto che tale collaborazione rappresentava la ragione del contrasto fra i personaggi sopra menzionati ed il Riina; costui l’aveva tollerata per un certo tempo, sperando di sfruttarla anche lui per ottenere informazioni idonee per rintracciare i c.d. “scappati” (cioè gli ex appartenenti alla organizzazione divenuti oggetto di ostracismo, n.d.r.); ha chiarito che gli uomini d’onore che mantenevano tale tipo di rapporto con gli uomini delle istituzioni se ne avvantaggiavano per sottrarsi al confino, ottenere la patente di guida o la licenza di caccia.

Il Brusca ha escluso di essere stato informato di accadimenti specifici che giustificassero l’opinione del Riina.

La genericità dell’assunto di Giovanni Brusca rende evidente la impossibilità di considerarlo idoneo a sostenere l’accusa di collusione mafiosa nei confronti del giudicabile; inoltre, il relativo costrutto si fonda esclusivamente su confidenze di Salvatore Riina, sicuramente inquinate dall’astio che notoriamente costui manteneva nei confronti di Rosario Riccobono e di tutti gli appartenenti al gruppo associativo opposto al suo.

In una parte del suo racconto il Brusca ha tuttavia riferito di un episodio del quale egli stesso fu protagonista, narrando del suo intervento nel trasferimento di Salvatore Riina e dei suoi familiari dalla residenza di Borgo Molara (Palermo) in una casa di campagna ubicata in contrada Dammusi di San Giuseppe Jato; la iniziativa sarebbe stata attuata nel 1981 per sottrarre il capo-famiglia a paventate aggressioni da parte degli “scappati”. Il collaborante ha affermato di ignorare se l’anzidetta fuga del Riina avesse avuto un seguito o un antecedente, ma è da credere che tale eventualità possa escludersi in quanto, stante l’asserita ordinaria frequentazione del Brusca con il Riina, l’accadimento non avrebbe potuto sfuggirgli.

Conseguentemente, il fatto asserito dal Brusca accresce le perplessità sulla autenticità dei riferimenti di Giuseppe Marchese in ordine al presunto trasferimento del Riina dal Borgo Molara, avvenuto a seguito di soffiata dell’imputato trasmessa dallo stesso Marchese>>.

Osserva questa Corte che la parte più significativa delle propalazioni di Giovanni Brusca, concerne il definitivo allontanamento di Totò Riina dalla villa di Borgo Molara.

Essa è stata vagliata nell’ambito del giudizio sulla attendibilità intrinseca ed estrinseca e sul contributo del collaboratore di giustizia Giuseppe Marchese.

Rinviando, dunque, alla trattazione dell’episodio, verificatosi agli inizi del 1981, mette conto unicamente ricordare che, sull’implicito presupposto della loro attendibilità - quella generale del Brusca ha trovato un pur sintetico riconoscimento nella sentenza resa dal Tribunale di Palermo il 9 luglio 1997 nei confronti di Mandalari Giuseppe, irrevocabile il 7 aprile 1999 e prodotta all’udienza del 24 marzo 2000 - la Difesa ha ritenuto di individuare nelle dichiarazioni del Brusca una smentita alle accuse del Marchese.

Quest’ultimo, in particolare, nel corso del suo esame, aveva collocato il fatto all’<<inizio '81>> (trascrizione udienza, pagg. 29 e 54 trascrizione udienza 22 aprile 1994), con assoluta costanza di riferimenti temporali rispetto alle indicazioni date nel corso dell’interrogatorio reso al Pubblico Ministero il 4 novembre 1992.

Si era, cioè, riferito ad un allontanamento provvisorio, intervenuto agli inizi del 1981 a seguito della segnalazione fatta dall’odierno imputato a Michele Greco, trasmessa a Filippo Marchese e girata, suo tramite, al Riina.

Nell’ambito, tuttavia, di un precedente interrogatorio, reso il 2 ottobre 1992, il Marchese aveva narrato dell’allontanamento definitivo di Totò Riina poco prima degli inizi della cd. seconda guerra di mafia, e cioè nell’imminenza dell’uccisione di Stefano Bontate (soppresso il 23 aprile 1981); allontanamento motivato dal timore del capomafia di essere rintracciato dai suoi oppositori.

Orbene, sul presupposto che gli <<inizi del 1981, cioè primi mesi del 1981>> coincidessero <<col “poco prima dell’inizio della guerra di mafia>> (pag. 135 vol. II dell’Atto di impugnazione), la Difesa aveva sostenuto che il Marchese avrebbe cambiato la versione dei fatti dal 2 ottobre 1992 al successivo 4 novembre, essendo stato indotto a farlo perché, nel corso dell’interrogatorio del 23 ottobre 1992, il pentito Gaspare Mutolo aveva enunciato accuse a carico di Contrada, che occorreva che qualcuno precisasse e presidiasse.

La deposizione del Brusca avrebbe, dunque, avvalorato la tesi difensiva che uno, ed uno soltanto, era stato l’allontanamento del Riina da Borgo Molara, determinato da ragioni del tutto estranee a qualsiasi intervento dell’imputato.

Si è già osservato, a confutazione del costrutto difensivo ed in dissenso dalle conclusioni cui è pervenuta la Corte di Appello di Palermo nella sentenza del 4 maggio 2001:


  • che Giovanni Brusca ha riferito di essere andato a prendere personalmente a casa il Riina per accompagnarlo a San Giuseppe Jato, ed ha collocato questo episodio a ridosso della esplosione della seconda guerra di mafia: <<Quando sta per scoppiare la guerra di mafia con l’uccisione di Stefano Bontade e lui smette di abitare in contrada Molara...>>.
  • che gli allontanamenti rispettivamente descritti dai due collaboranti si differenziano non solo la per la loro differente cronologia, ma anche per altri elementi, come le diverse autovetture utilizzate dal Riina, e la diversa composizione del gruppo familiare che, nelle due circostanze, aveva accompagnato il capo mafia (soltanto il Marchese, infatti, ha menzionato, oltre alla moglie ed ai figli del Riina, la di lui cognata Manuela, che il Brusca ha escluso essere stata presente in occasione del definitivo allontanamento, quello da lui curato).

Assodato, dunque, che il Brusca ha fornito un contributo di segno ben diverso da quello postulato dalla Difesa a proposito del ruolo avuto dall’imputato nel favorire l’allontanamento di Salvatore Riina, la residua parte delle sue dichiarazioni, rese all’udienza del 16 dicembre 1998, corrisponde alla sintesi operata nella sentenza assolutoria della Corte di Appello di Palermo del 4 maggio 2001.

Questo collegio, peraltro, dissente dalla conclusione secondo cui <>.

Il Brusca, invero, ha lumeggiato il contesto e le ragioni della soppressione di Rosario Riccobono in termini coerenti con quelli descritti da Tommaso Buscetta, il quale ha narrato che i “corleonesi” avevano fatto credere allo stesso Riccobono di considerarlo un loro alleato, uccidendolo dopo avere << eliminato quelli che potevano darci più disturbi>> (pagina 71 trascrizione udienza 25 maggio 1994).

Fuorviante, poi, ad avviso di questa Corte, è l’affermazione - espressa nella citata sentenza del 4 maggio 2001 - che le confidenze di Salvatore Riina vennero <>.

Il Brusca, infatti, ha illustrato le ragioni che avevano indotto Totò Riina a nutrire sospetti sulla affidabilità di Rosario Riccobono.

Ha spiegato che, alla fine degli anni settanta del novecento, lo stesso Riina aveva chiesto a suo padre, Bernardo Brusca, di contattare il Riccobono - nel cui territorio di egemonia mafiosa ricadeva il carcere dell’Ucciardone - per averne il benestare al progetto di fare evadere il mafioso Luciano Liggio, ivi ristretto.

Nel giro di un paio di giorni, tuttavia, la struttura carceraria era stata presidiata dai Carabinieri e Luciano Liggio era stato trasferito altrove, sicchè il progetto era sfumato (pagine 7-10 della trascrizione).

La convinzione del Riina che vi fosse una “cordata” di delatori (Badalamenti, Bontate, Inzerillo, Di Cristina, il Riccobono) che intrattenevano rapporti privilegiati con esponenti delle Forze dell’ordine, si era, poi, rafforzata nel frangente in cui egli era sfuggito all’arresto, rinunciando - all’ultimo momento - ad un appuntamento presso lo studio del commercialista Mandalari, perquisito quello stesso giorno dai Carabinieri (ibidem, pagine 12-13).

Ciò che più rileva, comunque, non sono le spinte psicologiche sottese ai giudizi di Salvatore Riina, ma il fatto che questi avesse esternato al Brusca la sua personale convinzione che il rapporto tra Riccobono e Contrada fosse una relazione da confidente a poliziotto;esternazione della cui genuinità non è dato dubitare, atteso lo stretto legame di Giovanni Brusca con Salvatore Riina.

Ancora una volta, cioè, l’istruzione dibattimentale ha dato contezza della diffidenza che, in vasti settori dell’organizzazione mafiosa, circondava il personale rapporto tra Contrada e Rosario Riccobono. Tale diffidenza presuppone e manifesta la sussistenza di quel rapporto, che lo stesso Riccobono non avrebbe avuto ragione di millantare, rischiando, come ben chiarito dal Buscetta, la sua stessa vita nel caso in cui le sue assicurazioni fossero state smentite da operazioni di Polizia condotte a buon fine nel suo territorio.

Nell’ambito della disamina delle censure riguardanti le dichiarazioni di Gaspare Mutolo è stata citata, a questo riguardo, la testimonianza del Prefetto Vincenzo Parisi, già capo della Polizia e Direttore del S.I.S.D.E., (pagine 544-545 della sentenza appellata), secondo cui il rapporto che si instaurava tra operatori della Polizia giudiziaria e confidenti era “talvolta equivoco”, giacchè l’operatore di Polizia affermava di avere acquisito una sua fonte in ambiente criminale e la stessa fonte, dal canto suo, sosteneva di avere “contattato” in termini negativi l’operatore di Polizia.

E’ stato osservato che, proprio perché l’imputato ha costantemente negato in radice un qualsivoglia rapporto con Rosario Riccobono, precisando che non avrebbe avuto ragione di nasconderlo ove vi fosse stato, non è possibile applicare il paradigma descritto dal teste Parisi; apparendo, dunque, legittimo inferire che il nascondimento di una tale frequentazione fosse scaturito, sin dal 1984 - epoca dell’inchiesta giudiziaria derivata dalle prime dichiarazioni di Tommaso Buscetta - proprio dalla sua non confessabilità.

CAPITOLO XXIV




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