Capitolo I lo svolgimento del processo


Le dichiarazioni rese dal collaboratore di giustizia Francesco Di Carlo



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Le dichiarazioni rese dal collaboratore di giustizia Francesco Di Carlo
Francesco Di Carlo, premettendo di avere fatto parte della famiglia mafiosa di Altofonte a partire dagli anni ’60 del novecento (dapprima come soldato, quindi come consigliere, poi in veste sottocapo ed infine quale rappresentante), di essere stato estromesso da “Cosa Nostra” nell’autunno del 1982 e di non essere più venuto in Sicilia dal 1983, ha dichiarato di avere beneficiato del trasferimento, in Italia, dell’esecuzione della pena di venticinque anni di reclusione, comminatagli in Gran Bretagna per delitti in materia di stupefacenti; pena prossima alla completa espiazione e scontata, alla data dell’esame, in stato di detenzione domiciliare (pagine 9-11-40 trascrizione udienza 6 febbraio 1999) 92.

Ha riferito di essere stato latitante dal 2 febbraio 1980 al 21 giugno 1985, giorno del suo arresto in Inghilterra; di avere iniziato a collaborare con la giustizia nel giugno 1996; di non riconoscersi più nell’attuale modello di Cosa Nostra, profondamente diverso da quello da lui conosciuto trent’anni prima; di non avere condiviso, infatti, la scelta stragista del 1992 e di essere stato colpito dalla soppressione del piccolo Giuseppe Di Matteo, figlio del mafioso Santino Di Matteo, che egli si era vanamente adoperato per fare liberare; di avere deciso, per queste ragioni, di cambiare vita (ibidem, pagine 12-13).

Ha soggiunto di avere impiantato e gestito in società di fatto con il principe Alessandro Vanni Calvello Mantegna di San Vincenzo, sin dal 1975, la discoteca-pizzeria “Al Castello”, allocata nel castello di San Nicola L’Arena di proprietà di questi; attività formalmente intestata, per ridurre il rischio di ostacoli nei rinnovi delle licenze, ad un barman incensurato, tale Giuseppe Cusimano (pagine 14-17).

Ha dichiarato che nel 1979, dopo l’omicidio del vice-questore Giuliano, il Vanni Calvello lo aveva avvertito di un imminente controllo di polizia nel locale “Al Castello”, ove, quindi, egli aveva ritenuto opportuno non farsi trovare, sebbene, a quell’epoca, non fosse ancora ricercato.

Successivamente, egli aveva appreso dal Vanni Calvello che la notizia era pervenuta da Michele Greco, ed in prosieguo di tempo aveva saputo che quest’ultimo era stato informato da Rosario Riccobono, alla “Favarella (cioè la tenuta del Greco, cfr. pagine 17-18-44-45).

Il collaborante, inoltre, ha riferito di avere interessato Contrada, intorno al 1976 - tramite un certo Tusa, titolare di un centro estetica e benessere (<<dove si facevano saune, e docce, e cose, piscine>>), contattandone il cognato, cioè il mafioso Giuseppe Buffa, della “famiglia” di Resuttana - per agevolare il rinnovo della licenza del locale “Al Castello” in favore del suo apparente titolare, il prestanome Giuseppe Cusimano, operazione che era andata a buon fine (pag. 21)93.

Ha soggiunto di avere visto l’imputato, nella seconda metà o intorno alla fine del 1980, in una delle residenze di Rosario Riccobono, e cioè una villa ubicata prima di Partanna Mondello, <<scendendo da Fondo Patti>>; di avere preso, alcuni giorni prima, un appuntamento con il Riccobono tramite Salvatore Micalizzi perché avevano << qualche traffico in comune>>; di avere notato, arrivando, parecchi giovani della “famiglia”; di essere stato fatto entrare in una stanza nella quale si trovavano, da soli, lo stesso Riccobono e Contrada, da lui riconosciuto; di essersi trattenuto per un minuto e poi di essere andato via, e dunque di non sapere di cosa stessero parlando.

Il collaborante ha, altresì, spiegato <<certo, io ero latitante, un po’ ho guardato cosi però sapevo dell’amicizia che aveva Saro Riccobono con Contrada>>, amicizia non nascosta dal capo mafia, che anzi la metteva a disposizione per eventuali problemi degli associati (pagine 20-21).

Aveva visto l’imputato, comunque, mentre egli stesso era latitante <<in un altro bar che frequentava Saro Riccobono proprio alle spalle di Via Don Orione>>, in una strada di cui inizialmente ha riferito di non ricordare la denominazione e nella quale avevano costruito i Graziano, che successivamente ha ricordato essere <<via Jung… una cosa così>> (pagine 22-23).

Più esattamente egli stesso si era recato in quel bar ed aveva intravisto l’imputato mentre si allontanava con lo stesso Riccobono (pag. 59). Aveva, comunque, in precedenza sentito parlare di lui, così come del magistrato Domenico Signorino (<<A volte si parlava di una casa che avevano là’, di un appartamento perchè si vedevano ogni tanto>>) , dai fratelli Graziano, perché gli era sovente capitato di trovarsi nella zona di Via Ammiraglio Rizzo, essendo socio in una impresa di autotrasporti con Antonino Pipitone, abitante nella via Don Orione e, per un periodo, rappresentante della “famiglia” dell’Acquasanta.

Il Di Carlo, infine, ha escluso di avere mai sentito tacciare Riccobono, negli ambienti di mafia, di essere un confidente della Polizia o dei Carabinieri; ha ribadito che, al contrario, erano le forze dell’Ordine a garantire la sua impunità (segnatamente, il maresciallo dei Carabinieri della Stazione di Partanna Mondello, che faceva finta di non vederlo, oltre che, per quanto riferitogli dal Riccobono stesso, Contrada con le sue informazioni, cfr. pagine 69 ed 86).

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La credibilità di Francesco Di Carlo è già stata positivamente valutata con la sentenza resa dal Tribunale di Palermo il 9 luglio 1997 nei confronti di Mandalari Giuseppe, imputato del delitto di concorso esterno in associazione mafiosa; sentenza confermata in grado di appello, divenuta irrevocabile a seguito del rigetto del ricorso per Cassazione in data 7 aprile 1999, prodotta nel primo dibattimento di appello all’udienza del 24 marzo 2000.

In essa, invero (pagine 59-60 ) si afferma che <

L'esposizione dei fatti relativi alla latitanza del Riina ed alle attività illecite dei componenti della famigli Badalamenti sono apparse talmente circostanziate che nessun dubbio può sussistere in ordine alla diretta partecipazione del Di Carlo ai cennati episodi criminosi sicché, sotto tale aspetto, la collaborazione fornita dallo stesso può ritenersi di elevata attendibilità.

Tale giudizio trova conferma anche in relazione alle specifiche accuse mosse dallo stesso nei confronti dell'imputato del quale il Di Carlo ha indicato le molteplici frequentazioni tutte, come si vedrà, integralmente confermate dall'esito delle deposizioni testimoniali oltre che in parte ammesse da parte del Mandalari medesimo (…) .

Le predette considerazioni, pertanto, fanno propendere per un giudizio di piena attendibilità intrinseca del collaboratore di giustizia Di Carlo Francesco>>.

L’intraneità del collaborante al sodalizio mafioso (e dunque la possibilità di svelarne i segreti e le dinamiche), ed in particolare i suoi legami con il principe Alessandro Vanni Calvello Mantegna di San Vincenzo, già condannato con sentenza irrevocabile per il reato di associazione per delinquere di tipo mafioso nell’ambito del procedimento penale denominato maxi-bis, sono stati evocati dallo stesso imputato che, all’udienza del 6 febbraio 1999 ha spontaneamente dichiarato di avere denunciato con rapporto del 7 febbraio 1981 per l’omicidio del capo della Squadra Mobile Boris Giuliano trentasei persone, tra cui il collaborante ed i suoi due fratelli Andrea e Giulio (pagine 34-35 della trascrizione).

Risulta per tabulas, inoltre, che nel luglio del 1979 il capitano Basile, comandante della Compagnia dei Carabinieri di Monreale, nel quadro delle indagini relative alla scomparsa dei fratelli Sorrentino di Altofonte, richiese alla Procura della Repubblica di Palermo l’emissione di provvedimenti tendenti ad accertare la consistenza patrimoniale e le disponibilità bancarie dei fratelli Di Carlo, dei fratelli Gioè, di Marchese Antonino e di Vanni Calvello Mantegna Alessandro, motivando la sua richiesta con il fondato convincimento che tali individui fossero coinvolti in traffici illeciti ed in particolare in quello della droga. Lo stesso capitano Basile riferì alla Procura che a San Nicola L’Arena esisteva un’infrastruttura alberghiera denominata “Al Castello” dove fondatamente si riteneva che avvenisse lo spaccio di droga e che apparteneva alla società di fatto costituita da Vanni Calvello Mantegna Alessandro ed i fratelli Di Carlo (cfr. ff. 38 e ss.- 54 e ss. rapporto del 7/2/1981 acquisito all’udienza del 6/5/1994).

Sono rimasti accertati, inoltre, i molteplici rapporti d’affari intrattenuti da Michele Greco detto il “papa” - concordemente indicato da più collaboratori di giustizia, nell’ambito del primo maxi processo, come “capo” della “commissione”, organismo posto al vertice dell’organizzazione criminale - con altri coimputati, tra cui i fratelli Di Carlo (cfr. tomo 28 - ff. 5300 e ss. sent. I° grado maxi processo).

Ed ancora, con sentenza resa il 15 dicembre 1992 dalla Corte di Appello di Palermo, sezione prima penale, passata in giudicato il 15 novembre 1993 e prodotta dal Procuratore Generale all’udienza del 13 giugno 2000, è stato pronunziato il riconoscimento della sentenza irrevocabile di condanna a venticinque anni di reclusione emessa l’undici marzo 1987 dalla Central Criminal Court di Londra nei confronti di Francesco Di Carlo, dichiarato colpevole di “Conspiracy” (cioè di un accordo criminoso esplicitato in atti concreti) in importazione illegale, nel Regno Unito, di partite di hashish e di eroina94.

Il positivo giudizio sulla credibilità del Di Carlo è rafforzato dalla considerazione che, nei suoi riguardi, non è ipotizzabile la calunnia per vendetta in ragione del rapporto di denuncia a firma dell’imputato in data 7 febbraio 1981, riguardante l’omicidio del capo della Squadra Mobile Boris Giuliano.

Lo stesso Di Carlo, invero, ha affermato di avere appreso soltanto nel corso del proprio esame, interrotto dalle citate dichiarazioni spontanee dell’imputato, che quest’ultimo era stato artefice del rapporto di denuncia a suo carico:

<< Di Carlo: Io che sono stato denunciato del dott. Contrada l’ho saputo qua, mentre l’ha detto poco fa il dott. Contrada, perché’ non so, io ero latitante, io mi ricordo solo che ero latitante per l’associazione che aveva fatto il capitano Basile, poi sono stato assolto, mentre per il rapporto che dice il dott. Contrada che e’ stato dopo la morte di Boris giuliano, infatti sono stato prosciolto.




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