Capitolo I lo svolgimento del processo



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Di Carlo: Certo perché un omicidio del genere non lo può fare Cosa Nostra per conto proprio>> (pag. 81 della trascrizione)

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Per quanto, più direttamente, concerne il contributo del Di Carlo rispetto alla contestazione di concorso esterno in associazione mafiosa, vengono in considerazione i due episodi riguardanti gli incontri tra Contrada e Riccobono cui il collaborante ha affermato di avere assistito.

Il Di Carlo ha dichiarato di essersi recato in un bar frequentato da Rosario Riccobono, proprio alle spalle di Via Don Orione, sito in una strada di cui inizialmente ha riferito di non ricordare la denominazione e nella quale, però, ha riferito che avevano costruito i fratelli Graziano.

Successivamente ha ricordato che quella strada era denominata <<via Jung… una cosa così>> (pagine 22-23) ed ha precisato che, nel frangente in esame, aveva intravisto l’imputato mentre si allontanava con lo stesso Riccobono (pag. 59).

Osserva questa Corte che, ancora una volta, le coordinate delle indicazioni del Di Carlo hanno ricevuto significative conferme.

Il teste Luigi Bruno, infatti, all’udienza dell’undici marzo 1999 ha riferito di avere accertato che, che nella zona tra via Ammiraglio Rizzo, via Jung e via Don Orione, i fratelli Graziano avevano realizzato numerosi immobili, anche attraverso società comunque riconducibili ai loro nuclei familiari.

Ha precisato, inoltre, di avere accertato che i due palazzi al civico 1, e al civico 7 di via Jung (rispettivamente, un fabbricato composto di sei piani fuori terra e un piano rientrato, ed uno di dodici piani elevati e un piano attico) erano stati costruiti dalla impresa di Graziano Domenico (pagine 21 e 24 della trascrizione).

E’ processuale, infine, che, negli anni indicati dal collaborante, tra i civici 1 e 7 era ubicato il bar “Bignè”.

Deve osservarsi, tuttavia, che sul contesto e le modalità di questo specifico episodio è mancato, sia in sede di esame che di controesame, un approfondimento idoneo a supplire alla indicazione del collaborante di avere non visto, ma intravisto, Contrada e Riccobono; derivandone, quindi, l’impossibilità di trarne sicuri elementi di giudizio e verificare i relativi riscontri (ad esempio, al Di Carlo non è stato chiesto a che distanza i due si trovassero dal suo punto di osservazione, da che punto di osservazione egli li avesse scorti, se li avesse visti di profilo o di spalle, cosa gli avesse fatto ritenere che si trattasse di loro).

Assai più circostanziata, pur nella sua stringatezza, è stata, invece, la narrazione dell’episodio dell’incontro con - e tra - Contrada e Riccobono nella villa in prossimità di Partanna Mondello, <<scendendo da Fondo Patti>>, narrazione di cui si è già rilevata la intrinseca coerenza.

Ora, premesso che <<Un fatto può essere qualificato come notorio qualora, seppure non faccia parte delle cognizioni dell'intera collettività, rientri - come i particolari geografici o topografici di una città - nelle circostanze conosciute e comunemente note nel luogo in cui abitano il giudice e le parti in causa>> (Cassazione civile, sez. III, 21 dicembre 2001, n. 16165), deve ritenersi riscontrata la localizzazione dell’incontro, riferita dal collaborante.

Ed invero, il Fondo Patti è un area situata tra la Via Castelforte, la Via Lanza di Scalea - grande arteria, quest’ultima, che attraversa quello che era l’omonimo fondo - e Partanna Mondello.

Il collaborante Cucuzza, come si è visto, ha indicato tra le molteplici residenze utilizzate di volta in volta dal Riccobono una villa nella zona del Fondo Scalea, mentre il pentito Francesco Onorato ha fatto, addirittura, riferimento alla disponibilità di ben tre ville in quella zona, di cui una in costruzione ed una con piscina (pag. 19 trascrizione udienza 19 gennaio 1999).

All’udienza del 19 settembre 1995, inoltre, il teste Luigi Bruno ha riferito di avere individuato, nell’ambito degli accertamenti di polizia giudiziaria a lui demandati, una delle residenze del Riccobono in una villa, intestata al genero Salvatore Lauricella, sita ai civici 1 e 3 della via Panzini, traversa di Via dell’Olimpo, strada che collega la borgata di Mondello con via Lanza di Scalea ed attraversa il fondo Patti.

Deve, poi, considerarsi che la zona indicata dal Di Carlo ricadeva in quello che era il territorio del mandamento mafioso già capeggiato dal Riccobono, da lui frequentato anche da latitante (pag. 932 della sentenza), nel quale egli aveva agio di predisporre tutte le necessarie coperture (lo stesso Di Carlo ha riferito di avere visto, nella villa, molti elementi, che conosceva, della sua “famiglia”) e farsi segnalare eventuali presenze indesiderate.

Sebbene, poi, sul punto il teste Bruno non abbia ricevuto una specifica delega di indagine (pag. 31 trascrizione udienza 18 marzo 1999), non ci si può esimere - a riprova della intensità del controllo esercitato sul proprio territorio dal Riccobono - dal rilevare che l’indicazione, operata dal Di Carlo, del maresciallo dei Carabinieri di Partanna Mondello come uno dei tutori della latitanza del Riccobono ha trovato riscontro nelle concordi dichiarazioni dei pentiti Cucuzza, Onorato e Ferrante.

Infine, a fare ritenere provato l’episodio dell’incontro nella villa indicata dal Di Carlo convergono, oltre ai riscontri rassegnati su questa specifica indicazione accusatoria, tutti i contributi riguardanti l’esistenza di una frequentazione diretta con il Riccobono, che Contrada ha sempre negato anche nella forma di una relazione tra confidente e poliziotto; rapporto che, come si è già avuto modo di rilevare, egli non avrebbe avuto ragione di nascondere ove si fosse davvero atteggiato in termini confidenziali piuttosto che collusivi.

Deve, dunque, concludersi che il contributo del Di Carlo, la cui attendibilità intrinseca è assai elevata, è stato di assoluto rilievo.

CAPITOLO XXV





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