Capitolo I lo svolgimento del processo


Le dichiarazioni rese dal collaboratore di giustizia Salvatore Cucuzza



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Le dichiarazioni rese dal collaboratore di giustizia Salvatore Cucuzza.
Nella sentenza assolutoria della Corte di Appello di Palermo del 4 maggio 2001 il profilo del collaboratore di giustizia Salvatore Cucuzza, il contenuto delle sue dichiarazioni e la valutazione della loro attendibilità sono stati così illustrati:

<< “Uomo d’onore” della famiglia di Borgo Vecchio già appartenente al mandamento di Partanna-Mondello, ne ha conosciuto il capo, Rosario Riccobono, ed ha riferito che lo stesso era accusato di avere rapporti con alcuni funzionari dello Stato; in particolare col dott. Contrada, specificando che era questi ad averlo in mano. Il Riccobono ammetteva la circostanza, ma assumeva che serviva e che molte volte aveva qualche soffiata, metteva a disposizione le sue conoscenze (f. 102 trascrizione).

Il collaborante ha tuttavia escluso di essere a conoscenza di fatti specifici (f. 104 trascrizione).

Appare evidente che anche questo enunciato non fornisce alcun contributo alla impostazione accusatoria per la genericità dei riferimenti, assolutamente scevri di fatti concreti circa comportamenti giudicati come espressione di attività diretta a sostenere l’organizzazione criminosa>> (pag. 96 sent. cit).

Ad integrazione di tali, stringate, notazioni, giova rilevare che il Cucuzza, escusso all’udienza del 16 dicembre 1998, premesso di avere iniziato il suo percorso di collaborazione con la giustizia nell’ottobre 1996, di essersi accusato di parecchi delitti e di avere riportato condanne anche definitive per associazione a delinquere ed estorsione, ha riferito di essere stato “combinato” nel 1975 alla presenza di Angelo Graziano, Giuseppe Giacomo Gambino e tale Di Vincenzo, quest’ultimo della famiglia del Borgo Vecchio.

Di tale famiglia, originariamente ricadente nel mandamento di Partanna Mondello, egli aveva fatto parte dapprima come soldato, diventandone reggente all’inizio degli anni ottanta del novecento. Dopo il 1984 egli era divenuto reggente del mandamento di Porta Nuova, che a quell’epoca, l’aveva attratta nel suo territorio (pagine 93 - 95 della trascrizione)

Ha dichiarato di avere ben conosciuto Rosario Riccobono; di essere stato con lui nel 1976, da latitante, nella medesima abitazione, dopo essere evaso dagli arresti ospedalieri e di averlo rivisto alcune volte, poco prima della sua morte <<perché si doveva tirare in un tranello una persona di Stefano Bontade>> (ibidem, pagg. 97 e 114).

Ha descritto la progressiva riduzione del territorio del mandamento di Partanna Mondello, coincisa con il mutamento degli equilibri determinato dalla guerra di mafia dei primi anni ottanta del novecento ( pagine 97 - 100).

Ha riferito di avere appreso da Giuseppe Giacomo Gambino - da lui costantemente indicato quale proprio referente - che Rosario Riccobono intratteneva rapporti con alcuni funzionari dello Stato, tra cui Contrada; rapporto, quest’ultimo, assai controverso, giacchè lo stesso Gambino sosteneva che avesse natura confidenziale, mentre, secondo il Riccobono, serviva per avere notizie riservate su operazioni di polizia: <<(..) Si parlava anche del dott. Contrada, però non che il dott. Contrada diciamo, fosse dalla parte di Rosario Riccobono ma noi lo accusavamo che era il dott. Contrada ad averlo in mano (…) . Lui si difendeva dicendo invece, ammettendo sì, la conoscenza, ma che serviva e che molte volte aveva qualche soffiata (…) >>.

Lo stesso Riccobono non gli aveva mai parlato di tali rapporti perché “molto personali”, e però, per quanto a conoscenza di esso collaborante, <<li ammetteva come tali, però l’accusa che faceva Toto‘ Riina sia in commissione sia con Badalamenti era quello era che Rosario Riccobono era “sbirro” per questo motivo>>.

Il Riccobono, cioè si giustificava dicendo che << ..questo rapporto favoriva Cosa Nostra perchè poteva avere in tempo alcune notizie, o di mandati di cattura o qualche altra cosa che certe volte effettivamente lui mandava a dire che c’era una retata, una cosa e magari il Gambino mi diceva che veniva da Rosario Riccobono perchè aveva questo rapporto, infatti mi diceva qualche …(..) Pensavamo noi da questo lato diciamo dalla fazione opposta, che ogni tanto il dott. Contrada gli dava qualche contentino, ma per avere in cambio qualcosa. Queste erano accuse da una parte e giustificazioni dall'altra>> (pagine 102-104).

Il collaborante, peraltro, ha puntualizzato che Giuseppe Giacomo Gambino <<era molto interessato a quel mandamento e quindi era diciamo, in guerra con Rosario Riccobono, dico una guerra fredda naturalmente>> (pag.105).

Lo stesso, doveroso atteggiamento di ossequio al Riccobono era tenuto da Angelo Graziano : <<Angelo Graziano e Riccobono erano vicini anche perché il suo ruolo glielo imponeva, faceva parte di quel mandamento e quindi era molto vicino Rosario Riccobono anche se non lo condivideva perché faceva parte di un'altra linea di schieramento, diciamo>> (pagine 106 – 107).

Ha soggiunto di essere stato avvisato in diverse occasioni e da fonti diverse dell’imminenza di possibili operazioni di Polizia <<.. Ma comunque alcune venivano da Rosario Riccobono, adesso non ricordo specificamente quale notizia>> .

Ha precisato, tuttavia, che, da quando si era dato alla latitanza, la cosa non lo aveva toccato più di tanto perché eravamo sempre fuori>> (pagine 104-105), e di non essere in grado ricordare in quale periodo ciò fosse successo, pur essendo certo che Contrada non era indicato come l’unica fonte di tali notizie (pagine 109-110).

Il collaborante ha riferito che Rosario Riccobono si era avvalso di varie abitazioni, ubicate nelle località di Ficarazzi, di Villagrazia, di Sferracavallo, e, a Palermo, aveva utilizzato un appartamento in un “piano alto del palazzo del bar Bignè” (esercizio ubicato nel corpo edilizio costituito dai palazzi con ingresso ai civici 1 e 7 della via Jung) ed una casa nella zona di Villa Scalea (pagine 116-119).

Ha ricordato che, nel 1977 o nel 1979, comunque in un periodo in cui era libero, vi era stata una irruzione della Polizia in via Jung, nel palazzo del bar Bignè, con l’ausilio del Vigili del Fuoco, della quale il Riccobono, poco tempo dopo il fatto, gli aveva riferito di essere stato preavvisato (pagine 119-120):



<: Ci fu in un periodo adesso non ricordo di inquadrarlo, che infatti mi raccontava lui stesso che, la polizia entrò in questa casa con tanto di scuse naturalmente avvertendolo prima di andarsene, e con la moglie sono stati molto gentili non hanno toccato niente, insomma lui raccontava così questa cosa (…) Lui sapeva che dovevano fare una perquisizione a casa sua, una irruzione per cercarlo, e non dormì a casa, comunque salirono dalla finestra con delle scale non so tipo dei pompieri, entrarono a casa sono stati molto gentili, se ne sono andati non l'hanno visto più>>.

In sede di controesame, il Cucuzza ha ribadito di avere avuto da Giuseppe Giacomo Gambino, dopo il 1975, i primi cenni sulla veste di informatore che Riccobono attribuiva a Contrada (pag. 128), e che l’esatta natura del rapporto tra il mafioso ed il funzionario di Polizia era controversa (pag. 131-132):






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