Capitolo I lo svolgimento del processo



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CUCUZZA: Io vicinanza non credo di averlo detto, io ho detto che c’erano dei rapporti che per noi erano rapporti in un senso, Saro Riccobono riteneva che quei rapporti erano diversamente. Quindi per noi, non era il dott. Contrada che faceva il doppio gioco, ma era Saro Riccobono a fare il dilatore. Saro Riccobono diceva che ogni tanto gli serviva per qualche cosa, c’era qualche notizia, qualche cosa.

AVVOCATO MILIO:Qualche cosa sarebbe solo qualche notizia ?

CUCUZZA: Io nello specifico non ci sono mai entrato sin dall’inizio, e non posso perché’ i rapporti erano personali, e io ogni tanto sentivo che c’era qualche notizia che arrivava da Saro Riccobono e quindi non sapevo chi a Riccobono glieli riferiva, perché’ non si parlava solo del dott. Contrada>>.

Ha precisato, tuttavia, di non avere mai concretamente fatto parte della “Commissione” provinciale di Cosa Nostra, ribadendo di avere saputo dal Gambino delle diffidenze verso Riccobono e delle giustificazioni di questi, e di averne anche parlato, certe volte, con Totò Riina.

Ha confermato che il Riccobono, comunque, non gli aveva mai direttamente detto nulla dei suoi rapporti con uomini delle istituzioni (<<No, no, personalmente no>>, pag. 149-150).

Infine, ha fatto cenno, sempre de relato di Giuseppe Giacomo Gambino, ad un rapporto collusivo tra Riccobono ed un maresciallo dei Carabinieri di Partanna Mondello (pag. 152).

*****

La intraneità di Salvatore Cucuzza al sodalizio “Cosa Nostra” , presupposto della possibile conoscenza di fatti e voci riguardanti il capo del suo ex mandamento Rosario Riccobono, è stata riconosciuta anche dai difensori appellanti: a pagina 109 del volume I tomo I dei Motivi nuovi, infatti, viene ricordato che il Cucuzza era stato arrestato da Contrada unitamente ad “altri individui legati al Riccobono da stretti vincoli criminali”.



Lo stesso imputato, del resto, parlando della attività investigativa svolta nei confronti del costruttore mafioso Angelo Graziano, nel corso delle dichiarazioni spontanee rese all’udienza del 20 maggio 1999 ha ricordato di avere arrestato il Graziano il 23 luglio del 1975 per una serie di estorsioni,e di averlo denunciato <<il mese successivo, ad agosto l’ho denunciato per altre estorsioni a lui insieme con il Cucuzza>>.

Peraltro, all’udienza del 13 giugno 2000 il Procuratore Generale ha depositato la sentenza della Corte di Appello di Palermo del 27 maggio 1998, resa nei confronti di Cucuzza Salvatore + 21, irrevocabile il 2 dicembre 1999, con la quale è stata confermata la condanna del predetto alla pena di anni quattro di reclusione per il delitto di partecipazione aggravata ad associazione mafiosa, inflitta in aumento rispetto alla pena di anni quattordici e mesi sei di reclusione, comminata con la sentenza della Corte di Assise di Appello del 10 dicembre 1990, irrevocabile il 30 gennaio 1992, emessa all’esito del primo maxi processo.

Per quanto qui rileva, a pag. 189 della sentenza prodotta dal Procuratore Generale si afferma : <<.. Le acquisite risultanze processuali hanno evidenziato la posizione di assoluto rilievo del Cucuzza, il quale ha assunto, dapprima, la carica di reggente della”famiglia” di borgo vecchio e nel 1994, come riferito da Di Filippo Pasquale, quella di capo della " famiglia " di Porta Nuova, a seguito dell'arresto di Mangano Vittorio>>.

Tanto premesso, rileva questa Corte che non constano né una specifica illustrazione delle ragioni sottese alla determinazione del Cucuzza a collaborare, né una verifica giudiziale, in altri processi, della fondatezza, della originalità e della concreta utilità delle sue indicazioni accusatorie.

Al di là di questo, tuttavia, pur dovendosi dare atto del distacco che caratterizza le dichiarazioni del collaborante (tale da fare escludere un movente vendicativo nei confronti dell’odierno imputato) e della costante tendenza dello stesso Cucuzza a precisare i limiti delle sue conoscenze - mai direttamente attinte dal Riccobono - deve rilevarsi che manca, pur in presenza di una evidente assonanza con le propalazioni del pentito Salvatore Cancemi, una indicazione di particolari originali, che è legittimo esigere a fronte della notorietà del processo Contrada e della condanna dell’imputato in primo grado.

L’unico, specifico episodio del quale il collaborante ha riferito di essere stato messo a conoscenza dal Riccobono, quello, cioè, della irruzione nell’appartamento al sesto piano di via Jung n° 1 << dalla finestra con delle scale non so tipo dei pompieri>>, è stato riferito in maniera difforme rispetto a quanto emerso dalle risultanze processuali.

Ad onta, infatti, di quanto il collaborante ha dichiarato di avere appreso dal Riccobono, non è vero che la Polizia << entrò in questa casa con tanto di scuse naturalmente avvertendolo prima di andarsene, e con la moglie sono stati molto gentili non hanno toccato niente>>.

Nella sentenza appellata, infatti, è stata valorizzata la testimonianza, lucida, puntuale, ricca di dettagli, resa all’udienza del 7 luglio 1995 dell’Ispettore di Polizia Gianfranco Firinu (pagine 451-543) nuovamente escusso nel primo dibattimento di appello all’udienza del 14 aprile 2000.

Per quanto qui interessa, il Firinu partecipò all’operazione di Polizia, finalizzata alla cattura del Riccobono, svoltasi il 30 aprile 1980.

Nell’occasione, alle cinque del mattino, dopo un primo tentativo di suonare al campanello dell’appartamento al sesto piano con ingresso al centro del ballatoio, sito nello stabile di via Guido Jung n° 1, trascorsi circa venti minuti venne richiesto l’intervento dei vigili del fuoco. Dopo il loro arrivo, la porta di casa venne spontaneamente aperta e gli ufficiali operanti verificarono che all’interno dell’appartamento si trovavano, effettivamente, la moglie del Riccobono e la figlia Giuseppina, all’epoca fidanzata con Salvatore Lauricella.

Ora, nel corso dell’esame svoltosi nel primo dibattimento di appello, il teste Firinu ha ribadito essere salito unitamente al brigadiere Maggio con la scala volante dei Vigili del Fuoco, chiamati perché la porta (blindata) dell’appartamento non era stata aperta (pag. 38 trascrizione udienza 14 aprile 2000).

Ha precisato <<salimmo sulla scala dei vigili del fuoco fino al sesto piano, perchè la serranda era chiusa, entrando abbiamo preso 1 serranda da un lato e nell'altro abbiamo tentato di alzarla, abbiamo visto gente correre verso di noi e istintivamente abbiamo lasciato serranda e abbiamo preso l'arma di dotazione.



Abbiamo riaperto la serranda, frattempo dall'interno ci hanno ..anche la porta, ci hanno insultato a iosa fra i presenti che erano la moglie, la figlia del Riccobono, più credo che ci fosse la figlia del Lauricella il cui figlio praticamente era fidanzato con la figlia del Riccobono>> (ibidem, pag41).

Ha riferito, inoltre, di avere personalmente constatato che il letto della camera nuziale <<era stato palesemente rifatto>> (pag. 42). Più esattamente, da uno dei due lati il lenzuolo e le coperte erano sollevati; dall’altro lato, il letto, apparentemente chiuso e quindi non utilizzato, in realtà << era caldo>>, cosa che lo aveva indotto a dedurre che il Riccobono fosse riuscito a fuggire nelle more dell’intervento dei Vigili del fuoco (pagine 42-45).

La testimonianza dell’ispettore Firinu è logica e ben centrata: il letto matrimoniale, rifatto da una parte e “caldo” dall’altra, appare descritto come oggetto di una constatazione, non di un giudizio, perfettamente in sintonia con la circostanza che la porta di ingresso venne aperta alla Polizia soltanto dopo l’arrivo del Vigili del Fuoco.

Va ricordato, del resto, che gli accertamenti di Polizia Giudiziaria hanno confermato una confidenza che il collaboratore di giustizia Maurizio Pirrone ha riferito essergli stata fatta da Margherita Riccobono e dalla sorella Giuseppina, in presenza anche della loro madre, e cioè che nella abitazione del padre, sita in un attico di via Guido Jung in Palermo, vi era un particolare accorgimento che consentiva di fuggire dal retro senza essere scoperti, costituito da una doppia porta con scala posteriore.

Gli indugi dei familiari del Riccobono, le condizioni del talamo nuziale e le emergenze appena evidenziate, depongono, in conclusione, nel senso che Rosario Riccobono non venne preavvertito dell’irruzione, pur riuscendo, comunque, a dileguarsi.

Non può escludersi che il Cucuzza sia stato fuorviato dal mendacio del Riccobono, animato dall’intento di non vedere ridimensionato - all’esterno - il suo prestigio. In ogni caso, tuttavia, la distorta rappresentazione del fatto, già noto nel giudizio di primo grado, impedisce di escludere l’ipotesi che su di esso siano state costruite delle false accuse.

Ne resta, comunque, pregiudicata la concretezza ed affidabilità di un racconto che, per il resto non ha una specificità sufficiente da essere considerato una fonte di arricchimento del quadro probatorio a carico dell’imputato.

CAPITOLO XXVII





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