Capitolo I



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UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI PALERMO

FACOLTÀ DI LETTERE E FILOSOFIA

Dipartimento di filosofia, storia e critica dei saperi

Dottorato di Ricerca in Filosofia del Linguaggio e della Mente - XXI Ciclo

Settore discipinare: M-Fil/05



pensiero simmetrico

e operazioni enunciative

una lettura linguistica

della teoria psicoanalitica di matte blanco

Tesi: Dario Furnari

Tutor: Prof. Paolo Virno




Coordinatore: Prof. Franco Lo Piparo

Anno Accademico 2010/2011



indice


introduzione p. 4
capitolo I

Processi inconsci e operazioni della coscienza p. 10

1.1 La stratificazione dello psichico p. 11

1.2 Sulla nozione di Bild p. 26

1.3 La deformazione onirica p. 40


capitolo II

Lo psichico a più dimensioni p. 68

2.1 L’alterità stratigrafica dell’Inconscio p. 69

2.2 Dall’inconscio non rimosso al principio di simmetria p. 82

2.3 Emozioni e processi di infinitizzazione p. 93

2.4 Lo psichico come struttura polistratificata p. 105

2.5 Spazio e mente p. 110


capitolo III

Lo psichico è strutturato come un linguaggio? p. 126

3.1 Linguistica e psicoanalisi: linguaggio e inconscio p. 127

3.2 L’attività di linguaggio: operazioni e rappresentazioni p. 147

3.3 Il senso e l’intenzione enunciativa

come principi organizzatori del discorso p. 156

3.4 La verbalizzazione:

quando la multidimensionalità psichica si dispiega p. 164

3.5 La costruzione del senso enunciativo p. 173

3.6 A guisa di conclusione p. 197
riferimenti bibliografici p. 205

Introduzione

Se si volesse restringere il campo visuale del presente lavoro a un unico nucleo tematico, questo potrebbe essere rintracciato nel problema della deformazione onirica analizzato da Freud nella Traumdeutung. Lo psicoanalista descrive la dinamica psichica umana come un incessante lavoro di trasformazione e deformazione, che risulta necessario nella misura in cui il desiderio umano non può per principio esprimersi direttamente nella sua nuda e cruda essenza: per venire alla luce nel territorio della coscienza, il contenuto latente dello psichico va incontro a una continua operazione di deformazione. Come le immagini riflesse nell’acqua, scrive Freud, le immagini oniriche sono deformate dal movimento.

Nella nostra ricerca ci proponiamo anzitutto di seguire la proposta teorica indicata dallo psicoanalista cileno Ignacio Matte Blanco (Santiago del Cile, 3 ottobre 1908 – Roma, 11 gennaio 1995). La natura del lavoro onirico – chiave d’accesso privilegiata per studiare il sistema inconscio – non dipenderebbe tanto dal meccanismo della censura, indicato da Freud quale istanza fondamentale della strutturazione dello psichico, quanto da una serie di operazioni che possono essere pensate come uno scarto dimensionale tra l’inconscio e la coscienza. L’inconscio freudiano è una forma di pensiero che letteralmente si oppone all’ordine logico che regola il pensiero cosciente, violandone i principî fondamentali. Esso è caratterizzato dalla struttura di quell’esperienza desiderante che, per principio, non può accedere e manifestarsi interamente e, per così dire, senza compromessi alla coscienza, nella misura in cui corrisponde a una dimensione della mente umana non riducibile interamente a quella della coscienza. Con l’espressione «pensiero simmetrico», Matte Blanco indica la legge che sta a fondamento dello psichico, nella sua stratificazione dinamica. Si tratta di una legge alquanto singolare, visto che, come vedremo, sembra corrodere i contorni logici della natura umana, conducendo a una forma di essere, l’inconscio, assolutamente indifferenziato e indistinto.

Le folgoranti intuizioni di Freud e la ricerca di Matte Blanco, a cui dedichiamo la prima parte del lavoro, ci fanno intraprendere una sorta di discesa negli inferi della psiche. Beninteso: l’attenzione non va rivolta tanto al cosiddetto «inconscio rimosso», vale a dire alla qualità di essere inconscio propria di determinate rappresentazioni psichiche, quanto all’«inconscio strutturale», o «inconscio non rimosso». D’altronde, è questa realtà o modo d’essere la più grande scoperta freudiana. Il proposito sia di Freud, sia di Matte Blanco è scoprire la logica del sommerso e comprendere il comportamento per così dire abnorme delle strutture che esistono “oltre” la coscienza nel loro dispiegamento conscio.

I temi psicoanalitici affrontati nella prima parte della ricerca costituiscono il punto d’avvio della nostra riflessione, la base problematica a partire dalla quale porre l’interrogativo di fondo che anima il nostro lavoro e che suona pressappoco così: quale funzione svolgono le operazioni logico-cognitive e le risorse proprie del nostro linguaggio naturale nella complessa topologia dello psichico descritta da Freud e da Matte Blanco?

Prendere la parola per raccontare un vissuto, è un evento per così dire addizionale che semplicemente si giustappone sul vissuto raccontato, fornendogli l’abito materiale, il mezzo d’espressione, oppure rappresenta un’operazione decisiva per la sua stessa costituzione? E se accettiamo la seconda opzione, in che senso è da intendere? Per cercare una risposta, il nostro lavoro si propone di sposare una precisa epistemologia linguistica, relativa soprattutto ai lavori di Antoine Culioli, Stéphane Robert e Bernard Victorri, che modellizza l’attività di linguaggio come un’incessante lavoro di costruzione, integrazione e deformazione di una realtà strutturalmente non isomorfa alle configurazioni specifiche della linguisticità umana.

Prima di addentrarci nel vivo nell’argomentazione, sono opportune alcune precisazioni al fine di sgomberare il campo da possibili equivoci relativi ai problemi che ci proponiamo di studiare. Va innanzitutto chiarito come il nostro proposito non sia individuare una semplice analogia tra il modo in cui le coppie inconscio-coscienza e pensiero-linguaggio per così dire funzionano. La posta in gioco del presente lavoro, semmai, è quella di leggere con il filtro epistemologico della teoria delle operazioni enunciative i problemi psicoanalitici affrontati nella prima parte della ricerca. Se è vero che è attraverso l’attività di parola che il paziente, nella dimensione dialogica che costruisce insieme all’analista, diventa cosciente dei propri vissuti; e se, di più, è la stessa attività di parola a plasmare e sostanziare quegli stessi vissuti rendendoli, dialetticamente, altri dal sé che li ha esperiti, allora l’interrogativo che non può essere evaso è: di che tipo di teoria del linguaggio abbiamo bisogno per rappresentare la singolare natura dello psichico descritta da Freud e Matte Blanco? Che tipo di relazione c’è tra l’atto di linguaggio e il vissuto psichico al quale il primo dona una forma verbale? Quali conseguenze implica il processo di verbalizzazione per la strutturazione dello psichico?

Tanto nei lavori di Matte Blanco, che impegnano la parte centrale della tesi, quanto nel lavoro scientifico della linguista Stéphane Robert, preso in considerazione nella parte finale, occorre la nozione di multidimensionalità. Ci sembra utile, già in questa sede, escludere una possibile argomentazione che può costruirsi a partire da questa stessa nozione. Uno degli obiettivi del presente lavoro è mostrare come l’attività di linguaggio sia generata, animata e, al limite, perturbata da una realtà soggiacente che costituisce uno spazio multidimensionale. Tuttavia, va precisato come non sia nostra intenzione descrivere tout court il rapporto pensiero-linguaggio nei termini di una relazione tra uno spazio multidimensionale (lo spazio del pensiero) e uno spazio lineare (lo spazio del linguaggio). Al contrario, riteniamo che tanto l’attività di pensiero, quanto l’attività di linguaggio possano essere descritte da modelli teorici che chiamino in causa la nozione di multidimensionalità. L’attività di parola traveste, per così dire, una multidimensionalità mai sopita. La “linearità” è solo un fenomeno di superficie o, meglio ancora, un “artefatto” della linguistica. Essa è il risultato di un’analisi che mette a fuoco solo una fase o un livello stratigrafico di un’attività che, al contrario, si caratterizza per un grado di complessità ben maggiore.

Dal vissuto alla parola c’è una relazione che, per così dire, va dal complesso al semplice? La verbalizzazione annulla l’intricata trama disegnata dai vissuti psichici? Tutto al contrario. A nostro avviso, ed è questo il nostro obiettivo primario, prendendo spunto dalle riflessioni freudiane e matteblanchiane, e indirizzando l’attenzione sul paradigma della teoria delle operazioni enunciative, è possibile costruire un modello epistemologicamente più adeguato a cogliere il fenomeno della deformazione psichica nella sua specificità e singolarità.

capitolo I


Processi inconsci

e operazioni della coscienza

1.1 La stratificazione dello psichico
Cosa dobbiamo intendere quando impieghiamo il termine stratificazione per riferirci alla realtà dello psichico e alla natura umana? La storia della stratigrafia è guidata dalla crescente volontà di esplorare e analizzare livelli sempre più profondi dell’esistenza umana. Con le parole di Andrea Carandini1, la stratigrafia è un metodo tanto giovane quanto essenziale per chi voglia inoltrarsi con ordine nel mondo del sommerso per affrontarne senza esitazioni l’alterità. Gli archeologi lo hanno ereditato dai geologi e gli psicoanalisti, a loro volta, dagli archeologi: la conoscenza della terra è stata in tal senso madre di quella della psiche. Tuttavia, i rapporti tra archeologia e psicoanalisi restano oscuri, per cui vale la pena di continuare a riflettere su questo strano argomento.

Su cosa si fonda l’analogia tra il lavoro dell’archeologo e quello dello psicoanalista? Essa consiste nel fatto che in entrambi i casi si opera attraverso un insieme di processi basati sull’erogazione di un’energia contraria a quella che ha prodotto il seppellimento e finalizzati al ripristino di uno stato di cose preesistente che gode di uno statuto autonomo rispetto ai processi che lo ricostituiscono? È corretto porre la questione del rapporto tra archeologia e psicoanalisi in questi termini? Se così fosse, il lavoro dell’archeologo consisterebbe semplicemente nel riportare in luce quanto era sepolto nel sottosuolo, mentre quello dello psicoanalista nel sollevare la barriera della rimozione, resuscitando nei territori della coscienza rappresentazioni ed esperienze dai contorni ben definiti che vivono relegate nell’inconscio. Mentre il primo restaura monumenti, il secondo ravviva esperienze vissute. A ben guardare, però, tanto per lo psicoanalista, quanto per l’archeologo, le cose sono un po’ più complicate e la validità di questa affermazione va colta tanto rispetto all’archeologia e alla psicoanalisi intese come attività, quanto rispetto alle realtà che esse esplorano.

In Costruzioni nell’analisi2, Freud indica quale compito dell’analista quello di scoprire o, meglio ancora, costruire il materiale dimenticato dal paziente a partire dalle tracce che di esso sono rimaste. Questo lavoro di ricostruzione, afferma Freud, rileva un’ampia concordanza con quello dell’archeologo che dissotterra una città sepolta e distrutta o un antico edificio. Proprio come l’archeologo ricostruisce un edificio dai suoi resti, così procede l’analista quando trae le sue conclusioni dai frammenti di ricordi, dalle associazioni e dalle attive manifestazioni dell’analizzato. Come è noto, in psicoanalisi il termine «inconscio» assume almeno due sensi distinti. Freud indica nella città di Pompei il perfetto corrispettivo del cosiddetto «inconscio rimosso». La scelta di Pompei non è casuale. La città vesuviana non ha infatti subito una trasformazione stratigrafica, non è stata cioè compiutamente digerita dal tempo in direzione del disordine, come accade invece per gran parte degli insediamenti antichi, ma è stata solamente radiata dal paesaggio vesuviano in seguito all’eruzione che vi ha steso sopra una spessa coltre di lapilli. Pare che nulla o quasi si sia perso della città originale: le relazioni spaziali sono quasi intatte e noi possiamo girare per le sue vie quasi fuori dal tempo, proprio come accade fantasticando sulla vita trascorsa che emerge nel ricordo.

Nel caso di Pompei, l’ordine formale del sepolto è rimasto sostanzialmente inalterato rispetto a quello antecedente il suo temporaneo seppellimento. Tuttavia, finché si rimane in questa prospettiva dell’archeologia come attività di ripristino di una realtà autonoma a questa stessa attività, i conti con l’alterità del sommerso, e quindi con quel processo di stratificazione che tanto interessa il discorso psicoanalitico, non vengono affatto regolati. Le folgoranti intuizioni di Freud e la ricerca dello psicoanalista cileno Ignacio Matte Blanco permettono di intraprendere un percorso che rappresenta una sorta di discesa negli inferi della psiche. L’attenzione non va rivolta tanto al cosiddetto «inconscio rimosso», vale a dire alla qualità di essere inconscio propria di determinate rappresentazioni psichiche, quanto all’«inconscio strutturale», o «inconscio non rimosso». D’altronde, è questa realtà o modo d’essere la più grande scoperta freudiana. Il proposito sia di Freud, sia di Matte Blanco è scoprire la logica del sommerso e comprendere il comportamento abnorme delle strutture che esistono “oltre” la coscienza nel loro dispiegamento conscio.

Come verrà approfondito e chiarito meglio più avanti, Matte Blanco descrive l’inconscio come un insieme di «borse di indifferenziazione» avviluppate da «pellicole di differenziazione». Questa immagine, come fa notare il professore Carandini, richiama alla mente quella della stratificazione archeologica, dove gli strati, che sono per certi aspetti borse di omogeneità, si combinano con superfici, che sono pellicole di più intensa eterogeneità. Il paragone è suggestivo, ma potrebbe indurre in errore qualora subito non si mettesse in rilievo una differenza sostanziale, vale a dire che mentre nelle borse dell’inconscio regna una omogeneità assoluta, priva cioè di spazio-tempo come noi lo intendiamo, per cui le diverse parti sono al loro interno identiche fra loro e all’insieme che le contiene, nelle borse della stratificazione archeologica regna solo una omogeneità relativa, intrisa cioè ancora di spazio-tempo, per cui i reperti all’interno di uno strato sono per certi aspetti equivalenti ma mai identici fra loro: «il capitello e i rocchi di colonna che compongono uno strato di distruzione sono infatti equivalenti solo rispetto alla “funzione proposizionale” della stratigrafia e non rispetto a tutte le funzioni proposizionali possibili, quale ad esempio quella del restauro, ecc».3 Ma allora entro quali limiti l’analogia fra archeologia e psicoanalisi può considerarsi valida?

Per descrivere la natura dello psichico, non basta la distinzione radicale tra spazio-tempo e assenza di spazio-tempo. Al contrario, è richiesto un modello che possa dar conto della gradualità di condizioni tra questi due estremi, vale a dire del livello in cui un fenomeno psichico si attesta nello spettro che intercorre tra la forma e la non-forma, tra l’ordine e il caos assoluto.

Prendiamo un altro esempio e confrontiamolo con quello di Pompei. Immaginiamo che una biblioteca, a causa di un incendio, si trasformi in uno strato di cenere. Si tratterebbe di un’evenienza stratigrafica radicalmente diversa da quella costituita dalla città vesuviana. L’incendio ha trasformato l’identità discontinua della parola in un silenzio quasi ininterrotto. Nella trasformazione in cenere, un’enorme quantità di spazio segmentato e di tempo raccontato è andata perduta per lo sfumarsi irreversibile dei libri e del loro ordinamento. Tuttavia qualcosa è rimasto, uno strato di cenere che ha almeno una sua data e un suo limite. È rimasta una «borsa di indifferenziazione», un infinito intensivo che ci fa compiere una discesa nello spettro della morfogenesi, facendoci avvicinare al confine oltre il quale l’omogeneità da relativa tende a farsi assoluta. Lo strato di cenere può essere pensato come una reductio ad unum, vale a dire una contrazione e condensazione di una molteplicità ricchissima di funzioni proposizionali in una sola funzione. Lo scavatore ha il compito di scoprire anche la minima differenza, la più modesta traccia di spazio-tempo. Egli deve tradurre, con un processo contrario a quello dell’incendio, la cenere in scaffali e libri, ricostruendone l’organizzazione.
I poveri strati in cui si riduce l’illimitata varietà della vita vengono dunque considerati dall’archeologo non come impedimenti alla conoscenza, che bisogna rimuovere, ma come veicoli di comunicazione fra ciò che è stato e ciò che è ancora. La stratificazione, figlia della negazione della storia, appare così, almeno in potenza, come generatrice di storia sotto la forma della memoria4.

Tra il modo in cui lo psichico umano si struttura e i modi costitutivi dell’ambiente materiale antropizzato è senza dubbio possibile instaurare un’analogia. Tuttavia, in entrambi i casi corre l’obbligo di cogliere l’essenza peculiare del sommerso. Gli storici, precisa sempre Carandini, si sono invece occupati sinora piuttosto dell’emergente e del sommerso rimosso (come nel raro caso di Pompei) che del sommerso strutturale (come nel caso abituale della biblioteca di Alessandria). Analogamente, gli psicoanalisti si sono occupati più della coscienza e dell’inconscio rimosso che dell’inconscio non-rimosso. «La plurispazialità e atemporalità di alcune funzioni della psiche è stata così ridotta all’immagine tridimensionale della terra antropizzata: sopra la storia che si costruisce e sotto la storia che va disfandosi o è già destrutturata»5.



A tal proposito, Matte Blanco parla di una sorta di rimozione, nel pensiero psicoanalitico, della scoperta dell’inconscio. Questa è stata «rimpiazzata da razionalizzazioni elegantemente costruite, che possono essere descritte in termini di spazio materiale e di energia ma che coprono la sottostante realtà dell’inconscio, “la vera realtà psichica”»6. Allora, se Freud7 esprimeva la perplessità provata dagli psicoanalisti quando si muovevano negli strati più superficiali dello psichico, abituati all’atmosfera dei bassifondi, adesso, denuncia Matte Blanco, la situazione si è capovolta:
Non solo quelli che coltivano la cosiddetta psicologia dell’Io sembrano sentirsi molto più a loro agio negli “strati più elevati”, ma anche quelli che trattano con “materiale profondo” come le prime relazioni del bambino con la madre, usualmente trattano questo materiale come se fosse regolato dalle leggi del preconscio […].8
È una riflessione dello stesso Freud che permette di circoscrivere e precisare il senso dell’analogia tra il lavoro dell’archeologo e quello dello psicoanalista oltre che il valore e la pregnanza della nozione di stratificazione quale modello per descrivere lo psichico. Ne Il disagio della civiltà9, il padre della psicoanalisi pone l’attenzione sul «problema della conservazione entro lo psichico» ed enuncia l’ipotesi che nella vita psichica nulla possa perire una volta formatosi: tutto in qualche modo si conserva e, in circostanze opportune, può essere riportato alla luce. Per chiarire il contenuto dell’ipotesi, Freud ricorre a un paragone che vale la pena di leggere nella sua interezza.
Prendiamo come esempio l’evoluzione della Città Eterna. Gli storici ci insegnano che la Roma più antica fu la Roma quadrata, un insediamento cintato sul Palatino. Seguì la fase del Septimontium, una federazione degli insediamenti sui diversi colli, poi la città delimitata dalle mura serviane e, più tardi ancora, dopo tutte le trasformazioni del periodo repubblicano e del primo periodo imperiale, la città che l’imperatore Aureliano recinse con le mura. Non vogliamo considerare ulteriormente le trasformazioni dell’Urbe; domandiamoci che cosa possa ancora trovare nella Roma odierna, di tali stadi precedenti, un visitatore che supponiamo dotato di vastissime conoscenze storiche e topografiche. Salvo poche interruzioni, vedrà quasi immutate le mura aureliane. In alcuni luoghi potrà trovare tratti delle mura serviane portate alla luce dagli scavi. Se ne saprà abbastanza – più che l’archeologia contemporanea – potrà forse tracciare sulla pianta della città l’intero percorso di tali mura e il perimetro della Roma quadrata. Degli edifici inclusi un tempo in questa antica cornice non troverà nulla, o soltanto scarsi resti; non esistono più, infatti. Il massimo che un’ottima conoscenza della Roma repubblicana potrebbe consentirgli sarebbe di sapere indicare i luoghi dove sorgevano i templi e gli edifici pubblici di quel periodo. Ciò che oggi occupa questi luoghi sono rovine; non si tratta tuttavia delle rovine di tali edifici medesimi, bensì di quelle di loro rifacimenti posteriori dopo incendi e distruzioni. Non c’è bisogno di ricordare che tutti questi resti dell’antica Roma sono disseminati nell’intrico di una grande città sorta negli ultimi secoli, dal Rinascimento in poi. Qualcosa di antico è senza dubbio tuttora sepolto nel suolo della città o sotto i suoi fabbricati moderni. Questo è il modo in cui la conoscenza del passato ci si presenta in luoghi storici come Roma10.
A partire da questo problema, Freud avanza una «ipotesi fantastica» e immagina che Roma non sia un abitato umano, ma una sorta di realtà psichica dal passato altrettanto lungo e ricco, una realtà in cui nulla di ciò che un tempo ha acquistato esistenza è scomparso, in cui accanto alla più recente fase di sviluppo continuano a sussistere tutte le fasi precedenti:
nel posto occupato dal Palazzo Caffarelli sorgerebbe di nuovo, senza che tale edificio dovesse essere demolito, il tempio di Giove Capitolino, e non soltanto nel suo aspetto più recente, quale lo videro i romani dell’epoca imperiale, ma anche in quello originario, quando ancora presentava forme etrusche ed era ornato di antefisse fittili. Dove ora sorge il Colosseo potremmo del pari ammirare la scomparsa Domus aurea di Nerone; sulla piazza del Pantheon troveremmo non solo il Pantheon odierno, quale ci viene lasciato da Adriano, ma, sul medesimo suolo, anche l’edificio originario di Marco Agrippa; sí, lo stesso terreno risulterebbe occupato dalla chiesa di Santa Maria sopra Minerva e dall’antico tempio su cui fu costruita. E, a evocare l’una o l’altra veduta, basterebbe forse soltanto un cambiamento della direzione dello sguardo o del punto di vista da parte dell’osservatore11.
Si tratterebbe di una realtà eterna, nel senso letterale di questa espressione; una realtà che, per dirla con M. Foucault, scombussolerebbe tutte le familiarità del nostro pensiero, sconvolgendo tutte le superfici ordinate e tutti i piani che ci rassicurano nei confronti del rigoglio degli esseri, «facendo vacillare e rendendo a lungo inquieta la nostra pratica millenaria del Medesimo e dell’Altro»12. È l’alterità del sommerso di cui sopra a creare questo effetto di straniamento. Continua Freud:
Il nostro tentativo […] ci mostra quanto siamo lontani dal padroneggiare le peculiarità della vita psichica attraverso una raffigurazione intuitiva. […] Ci può venir domandato perché abbiamo scelto il passato di una città per paragonarlo a quello psichico. […] Rinunciando a un vivace effetto di contrasto, volgiamoci a un oggetto di confronto più consono, com’è il corpo di un animale o di un essere umano. Ma anche qui troviamo la stessa cosa. Le fasi anteriori dello sviluppo non sono più conservate in nessun senso […]. Resta quindi assodato che soltanto nello psichico è possibile una tale conservazione di tutti gli stadi anteriori accanto alla strutturazione finale, e che non siamo in grado di raffigurare questo fenomeno in termini visivi. Forse portiamo questa ipotesi troppo innanzi. Forse dovremmo accontentarci di asserire che nella vita psichica il passato può essere conservato e non necessariamente va distrutto. È pur possibile che – di norma o eccezionalmente – anche nell’ambito psichico qualcosa di ciò che è antico venga cancellato o assorbito al punto da non poter più con alcun mezzo essere restaurato o richiamato in vita, o che, in generale, la conservazione dipenda da certe condizioni favorevoli. È possibile, ma non ne sappiamo nulla. Possiamo soltanto ribadire che nella vita psichica la conservazione del passato è la regola più che sorprendente eccezione.13
Mentre il passato delle realtà naturali e dei luoghi in cui si edificano le società umane tende a scomparire, nella psiche ciò che è primitivo si conserva e coesiste a fianco o, meglio ancora, insieme a quanto, frutto di una continua attività di trasformazione, ha radicalmente mutato aspetto. Qualcosa di analogo a quanto avviene nella psiche, osserva Carandini14, può osservarsi forse in talune istituzioni religiose e sociali, dove nuove forme si sovrappongono sulle precedenti modificandole solo in maniera lentissima. Tuttavia, non è stato ancora stabilito con precisione quale somiglianza possa esistere tra lo psichico e gli strati di un insediamento umano.

Nello stesso luogo di una città, osserva Freud, possiamo avere più rifacimenti dello stesso edificio, sovrapposizioni e sostituzioni di edifici anche completamente diversi. Questo avviene in un complicato intrico di resti che necessariamente devono sovrapporsi in uno stesso luogo: il medesimo spazio non può accogliere due o più edifici diversi. Nell’evoluzione di una città, la distruzione di sue parti più o meno vaste è inevitabile. La città divora se stessa: costretti entro le tre dimensioni spaziali, gli abitanti di una città sono costretti a distruggere in un punto, salvare in un altro, riusare in una altro ancora e costruire ex novo in determinate circostanze. Lo psichico è invece dotato di proprietà atemporali e iperspaziali15 che permettono un’ampia conservazione degli stadi anteriori che continuano a vivere insieme alla strutturazione finale. D’altra parte, anche l’organizzazione materiale di una città conosce straordinarie permanenze.


Nelle permanenze dell’impianto urbanistico, nei riusi mai interrotti […] si ha l’impressione che il tempo e lo spazio, pur nei compromessi dovuti alla inevitabile tridimensionalità della realtà spaziale esterna, si siano conservati meglio che altrove, dove diverse successive realtà sono state quasi del tutto obliterate. In questo riuso continuo, in questa capacità di uno strato di trasmettere a quello che gli si sovrappone il messaggio: «muta il meno che puoi e imita me stesso», siamo in grado di cogliere, a un livello povero, ciò che con ricchezza infinitamente maggiore riesce a compiere la psiche16.
Ma anche lo psichico è costretto a scendere a compromessi, per così dire, tridimensionali. I processi che formano la natura umana, infatti, non giacciono inerti, intrappolati all’interno di un unico dominio, ma subiscono continue trasformazioni basate su qualcosa che, seguendo l’idea di Matte Blanco, verrà indicato più avanti come uno «scarto dimensionale». Tra le attività che costituiscono la natura umana identificandola nella sua specie-specificità, è il sognare, via regia per accedere all’inconscio, che mostra con più forza la specifica logica dello psichico e i compromessi cui necessariamente deve piegarsi.

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