Capitolo XI



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CAPITOLO XI Fenomeni intralinguistici in prosa

11.1. Problemi dello studio intralinguistico in prosa


Ci si può chiedere, giunti quasi alla fine del libro, se i fenomeni intralinguistici siano rintracciabili solo in poesia, o se anche in prosa essi possono avere una pari importanza. Il brano di Calvino, del capitolo precedente, già da solo potrebbe chiarire come non sia opportuno ritenere le funzioni intralinguistiche proprietà del segno solo poetiche, manifestandosi anzi nel piccolo racconto con grande evidenza. In prosa non vi è, però, un apparato formale, e questo appare il motivo per cui la componente generativa intralinguistica, anche quando dimostrabile, non può essere messa in luce con la specificità che caratterizza il testo poetico. Il testo in prosa, inoltre, non ha i limiti di lunghezza tipici di quello poetico, e ciò pone quasi ineliminabili difficoltà all’esplorazione della componente anagrammatica, che cresce assai rapidamente con la lunghezza dell’enunciato.

Molti fenomeni intralinguistici, però, si manifestano nel testo in prosa, ed è importante, dal punto di vista di questa teoria, indicarne almeno qualcuno particolarmente significativo. Per questo motivo, dopo i brevi esempi iniziali, presenterò l’analisi approfondita di due racconti, sufficientemente lunghi per segnalare come il limite della tensione intralinguistica non sia definibile a priori: e come, anzi, la complessità di alcune strutture, quando le si esplora dettagliatamente, appaia confrontabile con quella di alcuni testi poetici, di cui sottolineano i diversi aspetti strutturali e formali.

I due più ampi esempi di questo capitolo hanno perciò soprattutto lo scopo di chiarire come la cooperazione tra tensione intralinguistica e sintattica del testo non poetico abbia, in alcuni casi, una funzione generativa rilevante, che è opportuno tener presente per la comprensione di molti suoi processi metaforici o simbolici: queste funzioni poi possono divenire preponderanti nel testo poetico, assumendo le caratteristiche studiate nelle molte analisi viste.

Gli aspetti più importanti che la teoria intralinguistica può mettere in evidenza in un testo in prosa sono:

-L’organizzazione di nuclei generativi aventi funzione metaforica e tematica.

-La distribuzione tra componente intralessicale e anagrammatica in nuclei o sistemi complessi.

-Il sostegno anaforico allo sviluppo testuale e ai processi di trasformazione simbolica o metaforica.

11.2. Tre esempi di strutture intralinguistiche in prosa


Le funzioni intralinguistiche in prosa possono essere accertate, nel modello teorico qui proposto, quando assolvono a criteri simili a quelli definiti per il testo poetico: di economia testuale e strutturale, e di elevata coerenza tematica. Nel testo in prosa non vi è un limite, come detto, alla lunghezza da esplorare, ma in genere le caratteristiche di una struttura appaiono definite da un aspetto formale intrinseco, motivato semanticamente o tematicamente, che la isolano intuitivamente nella estensione tipicamente ampia dell’enunciato. I tre brevi esempi che seguono ne indicano tre tipi formali-strutturali, semplici, che il lettore potrà facilmente riportare a molti casi già studiati, e sono solo indicativi dell’ampiezza dei fenomeni isolabili in prosa.
1. Sono relazioni evidentemente significative quelle, intralessicali, che possono essere interpretate subito come nuclei generativi dell’esordio testuale, tipiche di molte poesie. Un esempio se ne ha nel capitolo 10 de Il barone rampante di Calvino1:
Gli olivi, per il loro andar torcendosi, sono a Cosimo vie comode e piane, piante pazienti e amiche, nella ruvida scorza, per passarci e per fermarcisi...
Un movimento ricurvo è inaugurato nel testo da «andar torcendosi», animando la percezione visiva di una presenza più animale che arborea. Ma questa tensione animistica ha anche, come referente intralessicale, la parola «VIPERI» inclusa in «oli-VI PER I-l», semanticamente congruente con il senso della frase, nella quale il movimento di torsione appare così tipico di rettili. Si tratta di un processo semplice, a confronto di altri studiati in poesia, ma dal punto di vista intralinguistico qualitativamente simile: nell’inizio del testo l’autore condensa una metafora percettiva, che ha il movimento delle vipere come nascosto connotatore dell’andamento sinuoso degli alberi. Il criterio è generativo, ma anche simbolico. Il libro «Il barone rampante» descrive la vita di Cosimo tra gli alberi: l’inclusione intralinguistica attesta della cooperazione, nel sistema generativo profondo, tra vita arborea e animale, che definisce lo spazio, in cui Cosimo si muove, come direttamente animato di presenze.

È spesso utile, per comprendere se nuclei di questo tipo hanno significati più ampi nel testo, verificarne le risonanze semantiche, che portano al criterio di coerenza strutturale. Le vipere, animali pericolosi e ostili, sono qui «viperi», ma a questa nascosta mascolinità segue una pacificazione femminilizzata, raffigurata nelle piante pazienti ed amiche, che accolgono Cosimo. Nell’esordio il sistema di opposizioni tra maschile e femminile, animale e vegetale, umano e non umano costituisce l’ambiguità identificatoria del luogo che Cosimo si accinge ad esplorare.


2. Appaiono significative le strutture che, poste anch’esse nell’esordio del testo, mostrano reti intralessicali e anagrammatiche tra loro interconnesse, e dal chiaro significato semantico o simbolico. Ne mostro un esempio in un altro brano del libro Il barone rampante, l’inizio del capitolo 13.
A frequentare il brigante, dunque, Cosimo aveva preso una smisurata passione per la lettura e per lo studio, che gli restò poi per la vita. L’atteggiamento abituale in cui lo s’incontrava adesso, era con un libro aperto in mano, seduto a cavalcioni d’un ramo comodo, oppure appoggiato ad una forcella come a un banco di scuola, un foglio posato su una tavoletta...
Nel brano una semplice rete intralinguistica è rintracciabile a partire dalla parola «vita»: ad essa segue «L’ATTE-ggiamento», che include la parola LATTE, subito associabile a vita per quei contenuti affettivi primari già discussi nella poesia di Montale «Mia vita». Un’altra parola, nel testo, affine semanticamente a vita e latte, è «nata» sovrainclusa in «u-NA TA-voletta». Ma su «tavo-LETTA» giunge la linea permutativa «ALETT-LATTE-LETTA» inugurata da «l-A LETT-ura», che si anagramma in «L’ATTE-ggiamento». L’atteggiamento di Cosimo è proprio di colui che legge, servendosi della tavoletta: la linea anagrammatica segnala contemporaneamente la metafora del testo, il nutrimento della lettura, con il significativo anagramma che include in «l’atteggiamento» l’alimento primario della nascita, il latte. Nella struttura un anagramma imperfetto trasforma l’intera relazione VITA-LATTE in TAVILETTA, come sostegno dell’anagramma LATTE-LETTA.

In questa rete il nucleo è semanticamente coerente, e a sua volta simbolico, poiché pone un’equivalenza tra lettura e cibo. La struttura appare significativa anche rispetto a un criterio di coerenza tematica tra più testi dello stesso autore: l’anagramma VITALATTE-TAVOLETTA evidenzia infatti la cooperazione tra seme umano e seme arboreo, già vista nell’altro brano.

Questo legame identificatorio è inoltre rilevabile anche in una seconda relazione strutturale, percettiva-iconica: Cosimo è «seduto a cavalcioni», e il suo corpo e le sue gambe delineano nello spazio la figura di una forcella, che anticipa nel testo, invertita, quella dell’albero cui Cosimo si appoggia (seduto a cavalcioni di un ramo comodo, oppure appoggiato ad una forcella...). Questo processo indica la cooperazione tra componente intralinguistica e sintattica del testo, che qui assume il particolare significato di un sistema generativo ridondante: l’autore pone un’identità tra la tavoletta di legno e la vita umana, e ugualmente pone un’equivalenza umano-vegetale tra la figura di Cosimo e la forcella. Anche l’inversione percettiva è interpretabile, in questo caso, come generativa, e come un esempio di binarismo latente nel campo strutturale-iconico.
3. Appaiono inoltre particolarmente significative quelle strutture anagrammatiche che, per le semplici caratteristiche del loro flusso, delimitano con chiarezza un nucleo semantico di evidente importanza generativa, pur non essendo possibile isolarle compiutamente nell’organizzazione del brano. Ne dò un esempio semplice nell’inizio di un testo di Ceronetti2:
Se si vuole stendere un commento sul vuoto, si può commentare il Cantico dei Cantici. Dalla Shin che lo apre alla Mem che lo chiude è una tomba pulita e deserta; la lanterna curiosa che la profana non trova né mummia né garze né ornamenti né lamine incise né vita di morti. Sta, tra gli Agiografi illuminati, come un’oscurità taciturna. Cerco di racimolare qualche massima: ce n’è, tra candele vacillanti, una sola, che definisce la forza dell’Amore nei confronti della Morte come forza uguale. È una massima vera, ma la si può conoscere senza testi sacri perché è scritta dappertutto. E se Amore e Morte si bilanciano, siamo delusi nel nostro bisogno che l’uno o l’altro prevalga e ci liberi dall’angoscia.
Il testo ha il suo più evidente centro metaforico ne «la lanterna curiosa», la personificazione dell’esplorazione del Cantico che l’autore si accinge a compiere. Da questo sintagma ha origine un flusso anagrammatico interpretabile subito come nucleo generatore del brano; osserviamo dapprima, nel sistema di R≥4, gli anagrammi del solo sintagma, poi del suo intorno:

I quattro anagrammi centrali confluiscono su «oscurità taciturna» e «ce n’è, tra candele vacillanti». Entrambi i rinvii sono semantici nel seme «luce», e il primo evidenzia il preciso sistema di due opposizioni, «lanterna VS oscurità, curiosa VS taciturna». Una relazione anagrammatica interna a «os-CURIT-à ta-CITUR-na» segnala la grande densità anagrammatica di questo secondo sintagma, che appare, secondo le osservazioni fatte in poesia, come una confluenza di tipo generativo. Se si riflette che su «lanterna» giunge il grande anagramma di «commentare», possiamo rintracciarvi il nucleo semantico dell’inizio del brano: il commento «fa luce» sul Cantico, e la lanterna è la metafora di questa luce.

Il forte binarismo che sostiene l’opposizione interna al nucleo appare determinare nel brano anche l’opposizione successiva tra amore e morte. Questa influenza nell’intero testo diviene chiara ampliando il flusso nell’intorno del sintagma: esso chiude il tema del rapporto amore-morte confluendo su «angoscia». La conclusione appare anch’essa metaforica rispetto alla sua origine da «lanterna curiosa»: la luce che rischiara, ma anche profana il Cantico, rinvia all’angoscia che il commento del Cantico sollecita nell’autore. La confluenza si manifesta in un aspetto formale di chiusura testuale, benché il brano prosegua lo sviluppo tematico qui descritto. L’intero processo ha importanti aspetti strutturali semantici: il criterio è tematico e metaforico, oltre che generativo.

11.3. L’inizio de «Il mar delle blatte» di Landolfi

Questi tre esempi sono solo indicativi del tipo di strutture intralinguistiche rintracciabili in prosa: nuclei solo intralessicali, o intralessicali-anagrammatici, o solo anagrammatici. La loro combinazione, ovviamente, produce reti più complesse, anche se non altrettanto facilmente isolabili. In genere, come ho spesso rilevato in altre parti del libro, solo un’accurata esplorazione dell’intero testo permette di accertare l’effettiva coerenza delle sue strutture, e questo problema diviene dunque particolarmente evidente in prosa, per la maggiore estensione dell’enunciato. Ciononostante alcune procedure d’analisi, desunte da quelle poetiche, permettono di affrontare alcuni fenomeni intralinguistici di maggiore ampiezza. Di questi darò due esempi, entrambi utilizzabili come possibili modelli della comprensione delle funzioni generative in testi lunghi in prosa, e dei problemi teorici che possono accompagnarvisi.

Il primo di questi riguarda l’analisi del brano iniziale del racconto di Landolfi «Il mar delle blatte»3: il suo nucleo generativo, molto ricco di relazioni intralessicali, può essere ritenuto infatti la fonte della principale organizzazione tematica del testo. La sua struttura, in particolare, permette di accedere ad alcune attività inconsce comprensibili solo secondo il criterio allucinatorio-onirico discusso nel capitolo VII: esso verte, in questo caso particolare, su aspetti di simulazione funzionale della mente di grande importanza teorica. Altri temi, connessi a questi, fanno riferimento alle organizzazioni semiche del segno e alla loro ricomponibilità nei processi generativi. Problemi attinenti a questi riguardano la funzione anaforica dei nuclei generativi profondi, e la possibilità di recuperarne le tracce nell’ideazione pre-linguistica e linguistica. Per tutti questi motivi cercherò di dare del brano un’analisi particolarmente accurata.

Consideriamo lo strano inizio del racconto «Il mar delle blatte».
L’avvocato Coracaglina rincasava, un pomeriggio di primavera, con un’aria svelta e vivace che suo figlio non gli avrebbe mai conosciuto. Aveva quasi sessant’anni, e per di più il figlio, alquanto perdigiorno e incapace di farsi una posizione, gli dava abitualmente serio pensiero; ma quella era una giornata di sole malato e assai tiepida. L’avvocato comminava franco e guardava con occhi sbigliati e penetranti (la presenza del figlio non li appassiva) le belle donne, quando si sentì chiamare.

Dalla soglia rilucente d’una bottega di barbiere gli corse incontro il figlio in persona, senza giacca e con una manica rimboccata al di sopra del gomito.

- Papà, papà, guarda che bel taglio!

E mostrava una ferita profonda all’avambraccio, una ferita di rasoio lunga e precisa; il sangue ne scorreva in abbondanza, ma il giovane sorrideva contento. L’avvocato fu colpito da orrore a quella vista, ma non ebbe il tempo di dir nulla perché il figlio, allargando con sicurezza le labbra della ferita e frugandovi dentro con l’altra mano, cominciò ad estrarne qualcosa. Ecco ecco un lungo pezzo di spago, poi un grano di pasta bucata; e porgeva questi oggetti al padre, il quale li prese e guardò dentro anche lui.

Dentro era più largo di quanto non si potesse credere; le pareti erano livide e in fondo si scorgeva una specie di melma sanguinolenta donde appunto affioravano i vari oggetti. Ecco ancora una bulletta da scarpe, alcuni pallini da caccia, dei chicchi di riso. Il giovane tirò fuori anche un moscone colle ali appiccicate e un vermiciattolo azzurro e diafano ...
Dopo lo strano esordio, padre e figlio, senza apparente rapporto di continuità con la scena iniziale (non si menzionerà più la ferita all’avambraccio) si imbarcano su una nave. Mutano anche i caratteri dei personaggi. Il figlio ora è il capitano (l’«Alto Variago») della nave. È durante il viaggio nel Mar delle blatte che il Variago cerca di conquistare Lucrezia, contendendola al vermiciattolo della prima scena. Alla fine della narrazione si ha un cambiamento altrettanto rapido di quello iniziale: quando la nave sta per essere invasa dalle blatte, improvvisamente il racconto presenta, come ultima scena, il padre il figlio e Lucrezia in un ambiente domestico, e il padre acconsente al matrimonio tra il figlio e Lucrezia.

Questo strano iter narrativo ha appunto come possibile spiegazione, come ora vedremo, la complessa struttura d’esordio. Essa appare mantenuta quasi solo dal piano intralessicale, però sufficiente a delinearne l’organizzazione, fatta di due strutture più semplici.

11.4. Quattro relazioni intralinguistiche del brano
Osserviamo dapprima quattro relazioni che delineano nel brano il primo sistema intralinguistico di questa struttura.

1. Il testo appare fortemente onirico, e converge sulla strana ferita all’avambraccio del figlio. All’inizio del primo periodo, in p-OMERI-ggio, è però rilevabile la parola inclusa OMERI. Come ho già fatto osservare nel primo capitolo (in cui ho presentato subito questo esempio di fenomeno intralinguistico), la parola OMERI può essere ritenuta, già da sola, generativa della parola AVAMBRACCIO, formando OMERO e AVAMBRACCIO l’articolazione completa del braccio, e costituendo quindi una coppia di parole legate da una forte associazione. Secondo questo rilievo intralinguistico l’influenza intralessicale della parola OMERI ha guidato Landolfi alla scelta della parola «avambraccio» come luogo del corpo in cui collocare la ferita del figlio. Il significato più profondo di questa associazione riguarda però altre relazioni che possono essere interpretate come generative.

2. L’anagramma SERIO-SIERO presente nella seconda frase, nel sintagma «SERIO pen-SIERO», risulta anch’esso riferibile alla ferita: l’opposizione SIERO vs SERIO appare aver influito, infatti, su due aspetti metaforici del brano. Dalla «non serietà» (vs SERIO) si può far derivare il «pensiero non serio», umoristico e surreale, del terzo e quarto periodo, in cui vengono descritti gli strani oggetti nella ferita. Dall’oppo-sizione a «SIERO» può derivare, soprattutto, la «concretezza materiale» degli oggetti che vi compaiono: questi sono però tratti da una melma «sanguinolenta», il cui riferimento al sangue rinvia appunto a uno dei denotati possibili di «siero»4.

3. Il sintagma «SERIO PEN-SIERO» appare importante anche per altri motivi. L’anagramma vi mette in rilievo PEN. Nel testo una desegmentazione simile (PENE) è rilevabile nella terza frase «...PENE-tranti (l-A PRE-senza del figlio non li appassiva) le belle donne ...», in cui essa evidenzia la possibile implicazione intralinguistica di «penetrare-PENE» in APRE, immediatamente contiguo nell’enunciato. Questa relazione pone un legame tra il penetrare attribuito al padre e un’apertura presente nel figlio e appare significativa nel brano, ove si rifletta che il figlio si presenta misteriosamente al padre proprio con un’ «apertura» nel corpo, la ferita all’avambraccio: il padre guarda dentro la ferita (guardò dentro anche lui) così come in questa frase i suoi occhi penetrano, intralinguisticamente, nell’apertura del figlio.

4. L’intreccio di questi processi può essere definito con una quarta relazione riferibile a questo sistema semantico. Essa è la sovrainclusione della parola BELTÀ in «BEL TA-glio»: BELTÀ, connotando nella bellezza femminile la ferita-apertura del figlio, pone infatti una relazione identificatoria tra le «belle donne» della frase appena vista (..penetranti.. le belle donne) e il «bel taglio» del figlio. Il sistema semantico intralessicale di queste due ultime relazioni (PENE-penetranti le belle donne-BELTÀ- bel taglio) diviene coerente, e interpretabile, se si assimila la ferita al «bel taglio femminile», la vagina.

Soprattutto quest’ultima relazione, rappresentata nello schema seguente, permette di trovare una prima chiarificazione di questi processi:



Nel livello interpretativo qui proposto la struttura rivela un accoppiamento pene-vagina, proiettato fantasmaticamente in una nascosta relazione tra il padre e un’identità femminile: questa è posta intralinguisticamente nella ferita-vagina dell’avambraccio del figlio. Propro questo nucleo, come vedremo poi, è in grado di spiegare rapidamente alcuni aspetti dello sviluppo tematico del racconto.

La cooperazione tra piano grammaticale e intralinguistico dovuta alla parola OMERI è assai più generale nel testo, come ora cercherò di dimostrare, e riguarda una seconda struttura di grande rilievo per questa teoria intralinguistica.

11.5. La struttura intralinguistica generativa del brano


Questa seconda struttura si manifesta con semplicità nel testo quando si rifletta che il figlio è definito un «perdigiorno», e «omeri» compare, invece, in «pomeriggio». Questa relazione non è casuale: «perdigiorno» e «pomeriggio» appartengono infatti ad un sistema semantico comune, che implica per entrambe le parole una «perdita del giorno». Mentre in «perdigiorno» essa è metaforica, in «pomeriggio» consegue alla sua definizione lessicale nel sistema «mattino, giorno, (meriggio), pomeriggio, sera».

Il legame tra perdigiorno e pomeriggio risulta importante nel testo quando se ne interpreta il contenuto in una nascosta contrapposizione padre-figlio. Il padre è vecchio rispetto al figlio, quindi nel «pomeriggio» della vita, mentre il figlio è giovane, ma è un «perdigiorno». Questa relazione compare all’inizio mascherata: la vecchiaia del padre è permeata di vitalità ed è raffigurata indirettamente nel «pomeriggio di primavera» con cui comincia la narrazione.

Se si esplora più in dettaglio il brano, si può osservare come gli elementi semantici che fondano questa contrapposizione simbolica siano trattati in modo assai concreto nel testo, e ne risultino l’aspetto più interessante, che riguarda le attività della mente più facilmente esplorabili con la teoria intralinguistica.

Questi elementi semantici «non metaforici» sono evidenziabili se si considera che il padre, preoccupato per il figlio, si rinfranca con una strana implicazione sul tempo atmosferico: «Aveva quasi sessant’anni, e per di più il figlio, alquanto perdigiorno e incapace di farsi una posizione, gli dava abitualmente serio pensiero; ma quella era una giornata di sole malato e assai tiepida. L’avvocato camminava franco ...». L’implicazione acquista un senso solo se si rileva che poco prima, nel testo, il padre ha «un’aria svelta e vivace che suo figlio non gli avrebbe mai conosciuto». Questo non-riconoscimento da parte del figlio della vitalità del padre dà origine a un simmetrico non-riconoscimento del padre, direttamente nel sistema semantico dell’«aria svelta e vivace»: la vitalità del figlio, assunta per contrasto come «solarità» e «calore», viene appunto negata nella frase «ma quella era una giornata di sole malato e assai tiepida». Questa contrapposizione giustifica, nell’improvviso mutare del racconto, la nuova identità del figlio, divenuto il «gran v-ARIA-go»: nel nome è incluso ARIA, il connotatore della vitalità prima riferita al padre.

Altri elementi corrispondenti a questa «concretezza semantica» sono rilevabili nel testo. La preoccupazione del padre per «il sole e calore» del figlio è all’origine dell’uso incongruo del verbo «appassire» nella frase «... guardava con occhi sbrigliati e penetranti (la presenza del figlio non li appassiva) le belle donne ...». Nel verbo confluisce la stessa attribuzione di una vitalità-calore, nociva per il padre, appena rintracciata nella precedente relazione. Il sistema semantico «calore, malattia» della «giornata di sole malato e assai tiepida» connota poi il figlio, ancora più direttamente, nella ferita e nel sangue.

Questa seconda struttura spiega, insieme alla prima, la natura del processo generativo. Esso appare rivelatore di un ampio vissuto di devitalizzazione, proiettato nel linguaggio in molteplici livelli: la perdita della vita viene metaforizzata come perdita del giorno, e rappresentata nella contrapposizione padre-figlio tramite una relazione semantica comune alla coppia pomeriggio-perdigiorno, parole entrambe comprensive della perdita di un contenuto vitale.

La metafora viene accolta però assai concretamente nella mente, e riespressa anche nei suoi elementi costitutivi primari (la luce, il calore, la vitalità), i quali sostengono nascostamente la contrapposizione padre-figlio. Per lo stesso motivo viene accolta in un concreto livello semantico la parola OMERI, inclusa nella parola pomeriggio, rappresentativa del padre: essa determina l’associazione con la parola avambraccio, che viene riferita al figlio.

L’intero sistema semantico associativo dà luogo alla seguente struttura unitaria, che raffigura il tipo di processo generativo che è possibile ipotizzare nel testo:



L’importante significato di questa struttura riguarda, come ora vedremo, sia l’interpretazione psicoanalitica della sua fantasia sessuale, sia la funzione generativa di questa fantasia nello sviluppo narrativo del racconto.

11.6. Interpretazione strutturale, psicoanalitica e narrativa
1. Il primo interesse di questa struttura è nel significato psicoanalitico che è possibile attribuire alla relazione OMERO-AVAMBRACCIO rispetto alla fantasia sessuale latente nel brano e alla grande concretezza con cui vi appaiono utilizzate le metafore. La teoria neurologica del segno consente un’interpretazione particolare di questa relazione associativa intralinguistica. Nel segno hanno potenzialmente grande rilievo, come ho precisato nel capitolo V, le strutture nervose, ai molteplici livelli, cui una parola può rinviare. Mentre le parole vengono coordinate dalla grammatica e dalla sintassi, le loro funzioni più elementari possono, invece, interagire direttamente.

Nel caso della parola inclusa OMERI si può supporre che la sua organizzazione neurologica venga, nel testo, ripristinata ad un livello cinestesico assai preciso, poiché essa richiama, a sua volta, la parola «avambraccio»: ciò comporta, in questo modello teorico, anche il ripristinarsi di tutto il dispositivo motorio-articolatorio del braccio. È questo particolare aspetto funzionale che permette di comprendere l’origine e il significato della fantasia sessuale rilevabile intralinguisticamente. Il movimento dell’articolazione è infatti un accoppiamento corporeo, che avvicina e allontana continuamente le due parti del braccio: ma poiché nell’ideazione l’omero e l’avambraccio rappresentano anche il padre e il figlio, il movimento può porre in una relazione simile anche padre e figlio nei sistemi funzionali che li rappresentano. Tramite l’accoppiamento articolatorio viene «simulato» un accoppiamento sessuale tra padre e figlio, ma solo in alcuni livelli della mente: il «bel taglio» è infatti femminile, come si è visto nel sistema intralinguistico dell’ideazione.

Questo processo è, dal punto di vista psicoanalitico, di grande interesse perché interpretabile, anche se con alcune cautele, come equivalente ad una struttura isterica operante inconsapevolmente durante l’ideazione: l’organizzazione stessa del corpo fa infatti da sostegno ad un sistema semantico pulsionale. La struttura isterica non si manifesta, però, in questo caso, con una sintomatologia corporea dell’autore: essa è semplicemente proiettata nel linguaggio, e messa a servizio di un’organizzazione narrativa.

Queste osservazioni appaiono assai importanti per comprendere il tipo di relazioni pulsionali che possono permanere implicite nel linguaggio, e la distanza, presumibilmente assai minima, tra strutture pulsionali corporee e loro riorganizzazioni più indipendenti, o fortemente anomale rispetto a quelle originarie. Tutti questi aspetti riguardano perciò i rapporti tra psicoanalisi e linguaggio, e l’organizzazione stessa del disturbo nevrotico, di cui accennerò nella conclusione del libro.

2. Si può inoltre osservare che la struttura è interpretabile anche come omosessuale. Ma questo significato può essere chiarito riflettendo all’organizzazione testuale del racconto, nel suo esordio e nella sua conclusione: essa mette in rilievo il secondo tema di interesse specifico di questa struttura, la sua importanza come nucleo metaorganizzante l’intera narrazione del testo.

Nel racconto il padre assume ben presto un ruolo secondario e il tema principale diventa la conquista sessuale, da parte del figlio, di un personaggio femminile, Lucrezia. Rispetto a questo sviluppo, la precedente struttura risulta interpretabile come proto-organizzazione delle funzioni narrative del testo: appare l’espressione, nel livello intralinguistico, di un nucleo triadico inizialmente pensato in modo compatto nella mente, e che unifica dapprima padre e figlio con una identità femminile. Solo successivamente esso si manifesta nel racconto, consentendo di differenziare la prima fantasia sessuale: il nucleo strutturale omosessuale risulta pertanto, dal punto di vista testuale, l’anticipazione dell’accoppiamento sessuale che in seguito, in una scena surreale, il figlio ha con il personaggio femminile.

Sotto questa ipotesi, anche la fine della narrazione risulta allora riferibile al nucleo triadico. Il racconto termina quando, misteriosamente, il padre acconsente, in un clima narrativo improvvisamente divenuto realistico, al matrimonio del figlio. Strutturalmente, nella conclusione, il nucleo triadico, fuso inizialmente, si differenzia sessualmente in modo definitivamente stabile, divenendo eterosessuale. Nel testo, perciò, la trasformazione di questo nucleo pulsionale può essere ritenuta la rete di maggior sovradeterminazione della narrazione5.

Questo tipo di sviluppo è assimilabile a quelli studiati nel testo poetico: il nucleo iniziale si proietta nella conclusione, e la bipartizione sostiene nella centralità del testo una tripartizione, che occupa in questo caso la parte preponderante dell’ampia organizzazione tematica e narrativa del racconto.

11.7. Lo stato semantico fluido iniziale
Nel brano, vorrei sottolineare, il nucleo triadico ricostruibile nell’esordio è un sistema di funzioni all’origine non linguistico: esso funge in questo caso da stato ideativo proiettabile dapprima solo in modo confuso nel linguaggio, in cui determina funzioni logiche o temporali assai discontinue e instabili. La possibilità di descriverne il processo diviene allora, per la sua importanza teorica, il centro della osservazione intralinguistica. Gli stati mentali non linguistici, ma produttivi di accesso al linguaggio, appaiono poter essere concettualizzati come già potenzialmente vincolati ai segni del linguaggio, che la mente è però in grado di trattare in forme combinatorie dapprima più libere. Essi, pur legati alle funzioni più rigide dei segni, sono interpretabili come stati semantici fluidi della mente, utilizzabili sia come potenziali reti oniriche, sia come sistemi generativi primari. Se si esplora l’organizzazione semantica profonda del brano si può, ad esempio, definire lo stato di fluidità iniziale che sovradetermina la relazione padre-figlio.

La coppia padre-figlio, come ho mostrato, è la proiezione di uno stato soggettivo dell’autore, concettualizzabile come perdita di vitalità: essa è rappresentata nel contrasto tra vitalità del padre e non vitalità del figlio. Questo processo comporta il sistema anomalo delle opposizioni semantiche «vecchio=vitale VS giovane=non vitale», invertite rispetto al sistema naturale «vecchio=non vitale VS giovane=vitale». Questo chiasma semantico è stato già trovato come nucleo primario nella poesia di Carducci, «Pianto Antico», dove svolge anch’esso una funzione onirica e generativa.

L’inversione chiasmatica appare perciò il più importante centro generativo del sistema, ed è possibile interpretarla, rispetto alle funzioni neurologiche dei segni, come una ricombinazione di stati primari cui i segni accedono durante l’ideazione; la loro fluidità coopera inizialmente nell’organizzare in profondità il nucleo generativo, investendo più sistemi sensoriali, ad esempo quello della forza=potenza=sessualità, capace di esprimere cinestesicamente i due vissuti interni di giovinezza e vecchiaia, e coinvolgendo anche le sensazioni vegetative di caldo e freddo6:

Dal punto di vista microtestuale e generativo questa struttura è la più profonda del testo: essa descrive, nel modello teorico di questo libro, l’accesso della mente linguistica alle strutture semiche potenzialmente libere, non linguistiche, che costituiscono la fonte semantica dei segni, e che si stabilizzano nella cooperazione dei segni in un testo. L’instabilità di questi stati fluidi spiega l’intreccio delle relazioni intralinguistiche trovate: l’intera organizzazione di questi stati interni del corpo può essere inizialmente unificata dal legame intralinguistico omeri-pomeriggio; vengono infatti attribuite ad una sola parola, «p-OMERI-ggio», funzionalità corporee cinestesiche e funzionalità corporee termiche. Dal punto di vista intralinguistico la mente dell’autore attinge a fonti semiche radicate negli stati neurologici con cui il corpo si rappresenta alla mente, e che la struttura semica della lingua semiotizza, astraendoli nel testo.

11.8. L’organizzazione neurologica di due segni linguistici
Può essere utile dare un rappresentazione dell’accesso della mente linguistica a queste fonti primarie. Osserviamo negli schemi seguenti, per le due parole più significative, «p-OMERI-ggio» e «perdigiorno», come in questa teoria se ne possano descrivere alcune semplici attività neurologiche, che permettono la complessa funzionaltà metaforica del brano:

Nella relazione POMERIGGIO-OMERI, «pomeriggio» rinvia al sistema sottocorticale delle funzioni termiche, che cooperano localmente con l’ampio sistema regolatore dell’organizzazione istintiva e autoconservativa (da essa dipende la sessualità); l’inclusione di «omeri» rinvia, contemporaneamente, a funzioni cinestesiche. Funzioni termiche, potenzialmente interessate alla vita di relazione sessuale, e funzioni motorie, articolate nel movimento di accoppiamento corporeo, possono pertanto rappresentare per la mente uno stato pulsionale motorio-sessuale funzionalmente completo. Ciò consente al significante «p-OMERI-ggio» di rappresentare, indirettamente, l’attività sessuale paterna.



Nella relazione POMERIGGIO-PERDIGIORNO, «pomeriggio» rinvia non solo a funzioni termiche, ma anche all’attenuarsi della luce, e al rallentarsi delle funzioni motorie e vitali. In «perdigiorno» l’organizzazione semantica del segno è, nel sistema connotativo della lingua, già espressivo di una perdita di vitalità: «perdi» vi opera come un operatore logico - un modificatore quantitativo - che attenua le funzioni termiche e vitali di «giorno» (PERDI-GIORNO). Nel processo ideativo «pomeriggio» e «perdigiorno» vengono perciò ad avere un’organizzazione comune che costituisce il loro legame nel brano.


In questo tipo di analisi e di descrizione, gli elementi primari del segno linguistico appaiono fonti concrete della organizzazione del sistema nervoso. Nella possibilità di individuarne stati funzionali anche minimi, vi è l’utilità della teoria intralinguistica per comprendere come i segni della lingua si radichino in reali attività neurologiche: la mente che elabora il linguaggio attinge, per quanto suggerito da questa struttura, a fonti non necessariamente linguistiche, di cui trasforma le funzioni in proprietà semiotiche dei segni.

Dal punto di vista strutturale-linguistico l’analisi del nucleo generativo mostra molti aspetti di continuità tematica del racconto altrimenti non rilevabili. Il brano iniziale, se esplorato solo nel suo contenuto grammaticale e sintattico, apparirebbe incongruente con il successivo sviluppo e la conclusione; similmente, non risulterebbe comprensibile il ribaltamento di vitalità nei ruoli di padre e figlio: l’inclusione di ARIA in «v-ARIA-go» è un esempio semplice di funzione anaforica intralinguistica tra le identità di padre e figlio, rilevabile con questo criterio di analisi. Il racconto è ricco di processi generativi di questo tipo cooperanti col piano grammaticale, ma soprattutto il nucleo analizzato testimonia del grande addensarsi di relazioni all’inizio del testo, così come si è visto in tante poesie. Il primo radicarsi della mente negli aspetti funzionali dei segni comporta, possiamo supporre, la massima instabilità del coordinamento tra pensiero e linguaggio, e questa traspare nella densità intralinguistica tante volte osservata nell’esordio di un testo.

11.9. Il racconto «Ragazze di provincia» di Landolfi
Gli aspetti funzionali anaforici appaiono, intuitivamente, i più persuasivi processi intralinguistici che questa teoria è in grado di rilevare nello sviluppo di un testo in prosa: essi sono interpretabili come evidenti effetti dell’organizzazione profonda del fascio semantico. Ne abbiamo osservato, in poesia, l’esempio più chiaro nel sonetto «Il Cigno, in cui i diversi soggetti grammaticali sono unificati intralinguisticamente: e in altre poesie si è visto come tali legami pongano relazioni d’identità semantiche e tematiche aventi come scopo la continuità dei processi generativi.

Può però risultare sorprendente che la lunghezza di un testo in prosa («Il mar delle blatte» è di circa trenta pagine) consenta ugualmente ampi e importanti coordinamenti tematici affidati alla componente intralinguistica: il rilievo inconscio che la mente attribuisce a questo tipo di relazioni è indicativo perciò di alcune proprietà delle funzioni generative che sono presumibilmente indipendenti dalla lunghezza reale del testo, e commisurate al suo principale sviluppo.

Di questi processi possiamo vedere altri esempi nel secondo testo lungo qui analizzato, che rivela anch’esso la grande complessità strutturale del piano intralinguistico rintracciabile in prosa: vi operano relazioni intralessicali che evidenziano facilmente la continuità nel fascio semantico; il loro formalismo strutturale permette inoltre importanti confronti con la funzione della rima in poesia; soprattutto, essi segnalano la cooperazione di altri processi, non più intralinguistici, ma grammaticali-sintattici, che senza le tracce intralinguistiche non sarebbero rilevabili.

Il racconto è «Ragazze di provincia», ancora di Landolfi7, qui suddiviso in periodi numerati, e nel cui strano inizio, come ora vedremo, si cela ancora il nucleo generativo più importante:


1. Il cortile era stato invaso dall’erba, e dalle aiuole erano venuti sì grossi gigli che, non si sa perché, si vedevano solo di notte. La prima sera, nel buio, essi se ne stavano perfettamente immobili e un pò selvatici, come se fossero stati presi sul fatto; ma le notti seguenti divennero più domestici e cominciarono perfino a brandire. Gigli di S. Antonio.

2. Da quando era tornato, ahimè per poche settimane, Carlino non faceva che aggirarsi senza meta per le vecchie stanze che sentivano di muffa, abbandonandosi tutto a ogni minuto incontro; s’aggirava, simile a un cieco e con un madore di gioia, per il mondo della sua infanzia. In casa non c’era più nessuno, oltre il cane, e la donnetta che veniva a sbrigare le faccende non si tratteneva più di due ore, ogni giorno.

3. La mattina, levandosi, Carlino cantava a squarciagola, e anche durante il giorno, intraversato sulla soglia di una porta, intonava - per uso soltanto del cane accucciato in un angolo - pezzi d’opera con relativa mimica. - Verranno a te sull’aure,- modulava ad esempio mentre s’infilava la camicia, alzando pateticamente le sopracciglia, mentre il cane dal suo angolo dimenava a buon conto la coda. E poi si stirava, faceva crocchiare le giunture, respirava l’aria arsiccia della campagna. Verso il crepuscolo, quando finalmente le cose assumono il volume e il contorno che loro compete (non più ingrassate e bagnate dalla luce diurna e tuttavia non ancora diffuse da quella notturna), rimaneva a lungo su un gradino della scala esterna, abbracciato alle proprie ginocchia, preso da quella mutezza.

4. A questa felicità non mancava che d’essere incosciente - vantaggio o svantaggio a seconda delle opinioni. Colpa degli anni di città, o soltanto degli anni passati? Qualche volta a Carlino pareva di gustare, in fondo a tutto ciò, un sapore amaro.

5. Fu così aggirandosi che una volta scoprì in una cassa i costumi da teatro. Erano abiti senza fodera, alla foggia del cinquecento e d’altri secoli passati, che nelle grosse impunture rivelavano, appena a voltarli, una confezione affrettata, e tramandavano un curioso odore di velluto, di raso, di filo lucente da ricamo e forse di naftalina.

6. Quegli abiti avevano una particolarità: si agganciavano tutti di dietro, con ciappe a maschio e femmina, sicché non si potevano vestire senza aiuto. Ecco le brache, ecco la giubba cinquecentesca di velluto viola che spesso toccavano a lui, Carlino, ai tempi in cui nella grande sala si recitava. I compagni di recitazione erano gli altri giovinetti di casa, maschi e femmine anche loro. O come sarà ora la cugina che sempre lo aiutava, all’ultimo momento, ad agganciarsi la giubba viola? Ecco qui anche il costume abituale di lei: una veste di raso bianco, con delicati sbalzi in oro, lunga fino ai talloni, anzi con un pò di strascico. Soltanto lei, del resto, riusciva ad infilarla; ci voleva un vitino di vespa per ciò - eppoi da quel vitino si gonfiava con improvvisa turgidezza il seno, in condizioni normali appena sensibile. Ella doveva avere quindici anni, allora; le sue mani erano esigue, e dal suo corpo sottile venivano zaffate di odori torbidi. Sorrideva talvolta con inopinata malizia. Aveva i capelli assai lunghi. Tremava come un giunco quando baciava Carlino sulle guance (il che doveva fare in una certa scena). Le sue labbra erano fredde e umide. Oppure arse e scottanti.

7. Codesta cugina Carlino poi la vide, quando, dopo qualche giorno di solitudine completa, si decise ad andare a salutare i parenti. Era una donna di quasi trent’anni, ora, e pareva molto più sicura di sè. Belloccia, invero, e nondimeno zitella. Forse quella sicurezza era solo la falsa e accanita libertà di contegno cui tanto valore attribuiscono le zitelle di provincia per le loro ricerche. Sembrava comandare alla propria madre. Certo promise a Carlino di rendergli la visita e si sentiva che l’avrebbe fatto da sola.

8. Infatti venne sola, una sera, e si trattenne a lungo, girando per le stanze e fiutando l’aria col naso un pò aguzzo. Senza dubbio non si illudeva affatto di trovare in Carlino un possibile marito, c’era, pure, in quel suo aggirarsi, una volontà precisa, una presa di possesso; ella fu simile a quelle donne che, estenuate, decidono freddamente la loro vergogna, e se la preparano più cocente ispezionando con minuziosa severità l’alcova. Da tutta la sua condotta apparve chiaro che era una facile preda, una preda volontaria e determinata.

9. - Ascolta, - disse a Carlino una volta, qualche giorno dopo. Aveva ormai perduto tutto della sua falsa aria imperiosa, della sua rigidità a fiato mozzo. - Ascolta, ti rammenti i vestiti da teatro? Io vorrei... non so come dirtelo e non so se vorrai. Mi piacerebbe insomma che noi due, qui dentro, quando siamo insieme, ci vestissimo come allora. Senti caro, mi contenterai? ...

10. I costumi però non si adattavano alle loro taglie di adulti. Carlino dové rinunziare ad agganciare il suo, anche se le mani della cugina, esperte come allora, lo aiutarono, e in quella casacca troppo corta si sentì subito ridicolo. Ma non rinunziò la cugina, ad agganciare la sua veste; ella strinse strinse, finché i fianchi non le scoppiarono di sotto, finché il seno non le si gonfiò smisuratamente di sopra, finché insomma non ebbe ritrovata la sua vita di una volta. Tutto il sangue le salì subito alla testa e per parecchi giorni, poi, ella girò per le camere cos’ rossa in volto, cogli occhi che le schizzavano dalle orbite, colla carne straripante dalla cintola, nella delicata veste di raso bianco corta ormai fino al ginocchio o poco più giù. Eppure non sembrava accorgersi di questo; era bruciata da un eterno ardore, tenera nei suoi abbandoni, e balbettava spesso come per febbre. La sua agitazione cresceva di giorno in giorno. - Ammazzerò quella vecchia, - diceva della madre, battendo i denti.

11. A Carlino, che cercava d’indurla a un più mite contegno e soprattutto ad abbandonare il travestimento, - Amor mio, - rispondeva - come non capisci che tutto questo finirà tra pochi giorni; perché tu te ne andrai, te ne andrai tra poco senza salutarmi!

12. Così fu, difatto. Già da qualche giorno, nell’assenza della cugina, Carlino borbottava, intraversato su una soglia di porta, al cane: - Ma se te l’ho sempre detto che questa vita non è per me! -; e una mattina partì insalutato ospite.

13. La cugina ridivenne imperiosa colla propria madre, e la condusse con sè a casa di Carlino. - Prima di chiudere bisogna mettere tutto in ordine, disse perentoriamente.

- E questi? - chiese la madre trovando su un’ottomana i due abiti cinquecenteschi.

- Questi no, in soffitta.

14. Dove i due abiti, su una lunga panca, rimasero a lungo; tutti se li dimenticarono sempre là. un primo topo li scoprì e fece la via; i topi vi menavano i loro piccoli. Poi fu la volta d’un nugolo di tarli. E così, a poco a poco, sbrindellati, sbocconcellati, essi persero ogni consistenza. Già erano ormai intessuti solo di polvere; eppure, giacenti di sbieco sulla panca, conservavano ancora quella compostezza rivelatrice d’una forma scomparsa, che hanno le marsine nelle bare, quando si riesumano i resti mortali d’un uomo. A toccarli, si capisce, si sarebbero definitivamente scomposti e sarebbero venuti via in un pugno.

15. Ma credere che uguale sia la sorte di tutti gli abiti cinquecenteschi sarebbe malvagia e stupida scienza. Se a quei due una tanto pietosa ne preparò un arido cuore, gli altri rimasero nella cassa. Donde certo nuove generazioni di donne li trassero per adornarsene e - fanciulle donne mature vecchine canute poco importa - così cammuffate pavoneggiarsi, facendoli rilucere di vita sempre nuova. E attorno a queste creature per cui l’infanzia non passa mai, attrono a queste immortali durante i loro liberi giochi, certo corsero festosamente, descrivendo festoni alla rovescia, non i cani degli uomini dallo sguardo grave e triste; qualcuni di quei cagnolini, invece, che abbaiano con tutto il corpo e intronano la casa; dalla voce stridula, sì, ma assolutamente sproprozionata alle loro piccole dimensioni.

11.10. Due relazioni intralinguistiche generative


Osserviamo dapprima due relazioni intralinguistiche, di diversa complessità, importanti per comprendere, oltre alle funzioni generali del fascio semantico, l’origine strutturale della rima in poesia.

La prima di esse si ha tra i periodi 5 e 14: si tratta dell’ampia desegmentazione e successiva risegmentazione della parola «voltarli» del periodo , in cui vengono descritti per la prima volta gli abiti (abiti... che ... rivelavano, appena a voltarli, una confezione affrettata). Le tre desegmentazioni VOLTA, e VOL-TARLI si ripresentano nella frase introduttiva del periodo , in cui gli abiti vengono distrutti (Poi fu la VOLTA d’un NUGOLO di TARLI. E così, a poco a poco, sbrindellati, sbocconcellati, essi persero ogni consistenza): VOLTA e TARLI sono lessicalizzazioni, mentre «nugolo» è sinonimo di VOL.

Questo processo appare chiaramente strutturale, riferendosi a due periodi, il 5 e il 14, tra loro uniti tematicamente, ed è interessante comprenderne l’origine. La risegmentazione appare indotta dal forte legame sintagmatico «voltarli, una confezione affrettata»: al verbo segue nell’enunciato un contenuto semantico riferito all’inconsistenza dei vestiti. La prossimità di questa relazione (un legame agrammaticale indotto dalla linearità) stabilisce un nesso causale improprio nel verbo: nel periodo questo effetto si associa alla naftalina, e quindi agli insetti, rendendo stabile la desegmentazione VOL-TARLI. Per questo motivo la struttura può operare come latente riorganizzazione del fascio semantico e come un legame anaforico, mantenendo una trasformazione tra i due periodi: alla «confezione affrettata» del periodo 5 si sostituisce, nel 14, una «lenta deconfezione». Il processo può essere ritenuto di tipo generativo locale, contribuendo ad una parte dello sviluppo tematico.

Più importante è la seconda relazione, simile a questa - un legame intralinguistico e una trasformazione semantica - che rivela un altro rinvio anaforico, tra il primo e secondo periodo, e introduce, per questo testo, alla comprensione del suo strano esordio narrativo. Carlino, nel secondo periodo, si aggira «simile a un CIECO e con un madore di GIOIA»: CIECO è però parola inclusa, nel primo periodo, nella frase «ma le notti seguenti divennero più do-MESTI-CI E CO-minciarono perfino a brandire». Nel rinvio dal primo al secondo periodo, perciò, la parola si lessicalizza, mentre si inverte il contenuto semantico di MESTI, contiguo a CIECO, nel suo opposto GIOIA.

La relazione appare strutturalmente simile alla precedente: può essere interpretata, al pari di quella, come una segnalazione di un sistema semantico latente nella mente, riproposto ancora in modo unitario, nel quale alcune relazioni identiche fanno da supporto ad un’inversione. La trasformazione opera però, ora, in due campi semantici diversi, un fiore e un personaggio umano: essa, in questo caso, evidenzia la possibile identità tra i gigli e Carlino, modificata con l’inversione MESTI → GIOIA, e segnala come il periodo d’esordio sia preparatorio della comparsa del primo personaggio. Il significato attribuibile a questa continuità anaforica permette di rintracciarvi, come vedremo tra poco, un più chiaro nucleo generatore.

Di queste due semplici relazioni preciso dapprima gli aspetti formali, relativi al significato della rima, e successivamente quelli di continuità semantica.

11.11. Relazioni intralinguistiche e rima
Le due relazioni intralinguistiche appaiono assimilabili alla struttura della rima se si riflette che in questa un segmento fonetico, comune a due parole, fa necessariamente da supporto alla loro diversità semantica. Nelle due relazioni (VOL-TARLI → nugolo di TARLI; MESTI-CIECO → CIECO-GIOIA) proprio un comune segmento intralessicale è, ugualmente, il supporto di una trasformazione semantica:

La presenza di simili relazioni intralessicali «naturali» in prosa, affidate inconsapevolmente a un segmento fonetico comune, e dotate di elevata coerenza strutturale, permette di comprendere meglio l’ampia disponibilità trasformativa che può essere affidata alla rima in poesia; meno avvertibile per il predominio percettivo dell’aspetto formale che la rima ha nel testo poetico, questa funzione trasformativa appare però inerente al legame di continuità articolatoria, che obbliga a differenziare il senso: in un testo in prosa, come possiamo constatare, può rivelarsi addirittura in trasformazioni logico-semantiche intralinguistiche sostenute da più processi, che la mente riorganizza in diversi modi nel piano grammaticale e sintattico.

Più complessi ancora sono, nelle due precedenti relazioni, gli aspetti semantico-generativi trattabili come anaforici, discussi nel paragrafo successivo.

11.12. Relazioni intralinguistiche e relazioni anaforiche


Come possiamo constatare nello sviluppo del racconto, le due funzioni anaforiche non sono dello stesso tipo; la prima appare intuitivamente semplice, riguardando il sostegno ad uno sviluppo tematico grammaticale. La seconda è interpretabile, invece, solo rispetto ad una nascosta continuità identificatoria tra i gigli e Carlino: la possibilità, in questo caso, di definirla anaforica dipende sia da un criterio economico testuale locale, che giustifica il rapido mutare tematico tra primo e secondo periodo, sia da un criterio interpretativo di coerenza testuale più ampio: quest’ultimo riguarda l’intellegibilità semantica del primo periodo - fortemente allusivo e non interamente comprensibile - e il suo rapporto con lo sviluppo principale del testo.

La lettura attenta del primo periodo non permette, ad esempio, di capire alcune sue frasi: i gigli selvatici sono immobili «come se fossero stati presi sul fatto»; divenuti domestici «cominciarono a brandire». Nel periodo alcuni nuclei semantici generativi, non tutti intralinguistici, possono però dare ragione di queste frasi. Uno di questi chiarisce subito l’identificazione tra i gigli e Carlino, e riguarda lo strano uso intransitivo di «brandire» (... divennero più domestici e cominciarono a brandire. Gigli di S. Antonio).

Nel significato del verbo (si brandiscono le armi) si nasconde una metafora, di natura cattolica, che spiega lo strano esordio del racconto, e che poi ha il suo culmine nell’incontro tra Carlino e la cugina. Tramite il verbo, S. Antonio viene contrapposto a S. Francesco, e alle sue buone azioni, i «fioretti»: i grossi gigli sono infatti i «grossi fiori» di S. Antonio, ed equivalgono, nel confronto con i «piccoli fioretti» di S. Francesco, a «grandi azioni virtuose». Ma nell’omofonia tra «fioretto=azione virtuosa» e «fioretto=arma sottile» si ha anche l’identificazione dei «grossi gigli» con le «grandi armi», che possono essere «brandite». Da questo processo ha origine l’attribuzione del verbo ai gigli (essi cominciarono a brandire). Nel testo la condensazione semantica rende il verbo intransitivo, privandolo dell’oggetto, che viene fuso riflessivamente nel soggetto: in questo modo il soggetto personifica direttamente nei gigli la virtù armata, autorepressiva, senza oggetto. Il tema del racconto è sessuale, e ciò permette di capire la grande autocensura che opera in questo nucleo.

Essa giustifica, anche, l’identificazione tra i gigli e Carlino. I gigli sono dapprima selvatici, e la colpa di questa sessualità è allusa nella frase «come se fossero stati presi sul fatto»; per questo motivo, divenendo domestici essi acquistano la virtù. Nelle parole «do-MESTI-CI E CO-minciarono» si situa, perciò, l’evento simbolico dell’inizio del racconto, che spiega perché la desegmentazione MESTI-CIECO si rilessicalizzi in CIECO-GIOIA: l’inversione MESTI-GIOIA consente la comparsa, come soggetto grammaticale, di Carlino, felice nella sua casa d’infanzia, ritrasformatosi dall’iniziale giglio selvatico.

Entrambe i processi visti (MESTI-CIECO, VOLTARLI), sono esemplificativi del significato che assumono le relazioni intralinguistiche in questo testo in prosa. Esse appaiono guidare la narrazione, conservando una continuità tematica, sia in tratti brevi che estesi dell’enunciato: la loro funzione generativa, proiettandosi gradualmente nei segni linguistici, può essere interpretata come la traccia anaforica mentale che sostiene lo sviluppo sintattico. Un altro fenomeno anaforico di questo tipo, più semplice, può essere rintracciato tra i paragrafi 13 e 14, nell’influenza generativa della parola TESCHI inclusa in «abiti cinquecen-TESCHI»: questa implicazione di morte viene riespressa nella successiva descrizione degli abiti «...intessuti solo di polvere...conservavano ancora quella compostezza rivelatrice di una forma scomparsa, che hanno le marsine nelle bare, quando si riesumano i resti mortali d’un uomo».

11.13. Un nucleo logico-semantico autotrasformativo


Questi fenomeni sono perciò indicativi di come le forme strutturali intralinguistiche e grammaticali-sintattiche possano cooperare in un testo in prosa in modi inaspettati, rivelando funzioni dell’anafora più ampie di quelle conosciute: esse sembrano dover riguardare, in questo tipo di approccio teorico, tutti i possibili legami testuali interpretabili come relazioni di continuità o trasformabilità. Nell’analisi di un testo lungo tali processi appaiono perciò un forte stimolo all’esplorazione delle forme strutturali che indichino una rispondenza tra piano sintattico e intralinguistico, utile allo studio dell’organizzazione generativa che sostiene l’espansione semantica e tematica di temi narrativi complessi: ciò permette, in un testo, di introdurre altri criteri, più duttili, di coerenza generativa o tematica. Di questo importante problema vorrei dare un ultimo esempio mostrando un secondo nucleo non intralinguistico dell’esordio testuale che, pur in una forma molto astratta, appare chiaramente riferibile ad aspetti generativi e anaforici dello sviluppo narrativo.

Nella scena culminante, carica di allusioni sessuali, la cugina indossa faticosamente un costume, ormai per lei troppo piccolo. Il significato di questa difficile vestizione può essere ricondotto all’inizio del testo per alcuni motivi strutturali. Carlino, come abbiamo visto, può essere ritenuto la personificazione di un giglio, che ritrova la purezza nella casa d’infanzia. Nella casa compare, come secondo personaggio, la cugina; anch’essa, però, può personificare il giglio dell’esordio, perché il costume ne evoca l’aspetto (una veste di raso bianco); del giglio ancora selvatico ha l’odore (...dal suo corpo sottile venivano zaffate di odori torbidi) e, soprattutto, la sessualità (sorrideva qualche volta con inopinata malizia..). Nella scena centrale, perciò, si può supporre che il nucleo generativo iniziale raggiunga il suo sviluppo, raffigurando la sessualità nella vestizione di Carlino e la cugina, e proprio nel simbolo di un costume che rappresenta, solo per lei, il giglio ancora selvatico. Il costume non contiene più, però, la cugina, e questo allusivo straripare della sessualità è appunto riferibile ad un nucleo strutturale posto proprio nell’esordio del racconto.

Osserviamo infatti, nello schema della pagina seguente, le due frasi iniziali «Il cortile era stato invaso dall’erba e dalle aiuole erano venuti sì grossi gigli..». Esse implicano una relazione contenitore-contenuto tra cortile ed erba, replicata tra aiuole e gigli: l’ampio sistema «maschile vs femminile, singolare vs plurale, grande vs piccolo» contrappone cortile e aiuole a erba e gigli; contemporaneamente il movimento muta da orizzontale in verticale e da passivo in attivo-intransitivo. Le due frasi risultano rappresentabili come la sintetica inversione di tre relazioni soggetto-verbo-oggetto, e come una trasformazione riflessiva. Nel primo esordio del testo, il sistema sintattico-morfologico opera dunque come un commutatore complesso, che organizza nel piano grammaticale una relazione volumetrica8:

Proprio perché la frase è posta nell’ingresso testuale possiamo supporre che la mente dell’autore vi assegni una importanza prioritaria: pur in una astratta forma grammaticale, essa rivela il nucleo di un contenimento invasivo, che possiamo ritrovare, in un aspetto diverso, nel culmine del racconto, in cui l’incontenibilità di un corpo diviene il simbolo di una sessualità debordante, impura e infelice. Questo processo di astrazione-concretizzazione del nucleo originario appare proiettarsi anche nella conclusione del racconto. L’ultima frase «dalla voce stridula, sì, ma assolutamente sproporzionata alle loro piccole dimensioni», risulta anch’essa una relazione incontenibile, ma trasposta in una modalità acustico-cinestesica; questa sproporzione dimensionale chiude il testo, così come un nucleo logico-spaziale dimensionale lo apre.

Si tratta, evidentemente, di forme strutturali astratte, che la mente semiotizza in campi metaforici e simbolici diversi, adeguandoli alla cooperazione di altri nuclei semantici o tematici: poterne rintracciare legami di continuità appare uno studio utile per comprendere come la concertazione di fonti generative di diverso livello di astrazione, o di diverso significato simbolico possa portare allo sviluppo testuale. Nel culmine del racconto la complessità di questo intreccio di più fonti generative ha dunque una convergenza: l’impurità sessuale prende il sopravvento. I vecchi vestiti ne sono una metafora, l’allusione ad un’educazione sorpassata e ad un costume di vita impossibile, restrittivo, trasposti negli antiquati costumi dell’infanzia.

11.14. La bipartizione generativa del racconto


Questo testo, dal punto di vista strutturale-anaforico, è perciò anch’esso un esempio di bipartizione generativa: il nucleo iniziale si proietta alla fine, e si espande centralmente, sostenuto da altri nuclei iniziali. L’intero processo non è solo intralinguistico, ma anche logico-semantico, ed è però rintracciabile secondo procedure affini a quelle studiate nei nuclei intralinguistici. Questo tipo di cooperazione tra piano grammaticale e intralinguistico è assai più ampia, nel racconto, di quanto qui mostrato, ma credo che il lettore possa comunque dedurne sia la specificità delle procedure generative intralinguistiche, sia la loro somiglianza con quelle sintattiche e logico-semantiche. Con questo confronto può concludersi l’esemplificazione dei fenomeni intralinguistici, che segnalano, per questo testo in prosa, l’ampio campo della possibile cooperazione tra diverse fonti espressive della lingua, di cui quelle intralinguistiche mostrano un aspetto formale e funzionale particolarmente vantaggioso per lo studio dei fenomeni generativi.

Le tracce intralinguistiche, per la loro natura potenzialmente anaforica, sollecitano dunque alla ricerca dei processi di continuità tematica o strutturale anche del piano grammaticale. Essi, talvolta meno appariscenti, appaiono però riferibili a forme trasformative analoghe, ed è utile, dal punto di vista di questa teoria, poter supporre che processi ideativi simili vengano portati a cooperazione sia in forme molto astratte, logico-semantiche, sia in forme affidate, più concretamente, alle funzioni del significante.



Per questo tipo di processi la teoria intralinguistica può solo indicare l’ampiezza potenziale delle loro funzioni, e la convenienza a ritenerle inquadrabili in un sistema generativo unitario, che ha come scopo sia la continuità dei processi, sia la loro ritrasformabilità: il fascio semantico di un testo appare la manifestazione, nel sistema ideativo semiotizzabile nella lingua, di una continua ritrasformazione di flussi semici, portati a cooperare in molteplici livelli, concreti e astratti. In poesia la cooperazione appare affidata in prevalenza alle forme strutturali del significante, in prosa essa si manifesta in tipi di organizzazione meno definita, ma che appaiono ugualmente suscettibili di studio. Le forme strutturali si situano, in questa prospettiva, in un’area necessariamente più ampia della teoria intralinguistica, riguardando soprattutto i fenomeni di generatività semantica o logico-astratta dell’organizzazione semiotica della lingua: l’ampiezza e somiglianza di questi processi può però portare a una loro chiarificazione reciproca migliore, supponendo una loro origine mentale comune.


1 I. CALVINO, Il barone rampante, Einaudi, Torino 1956.

2 G. CERONETTI, Le rose del Cantico, in ID. (a cura di), Il Cantico dei Cantici, Adelphi, Mila­no 1975.

3 T. LANDOLFI, Il Mar delle Blatte e altre storie, Rizzoli, Milano 1975.

4 L'altro denotato possibile di siero è il latte. Esso è incluso nel titolo stesso del racconto, «Il Mar delle B-latte»: latte vi mantiene il seme «liquidità» già presente in «Mar». Il titolo è per­tanto un sintagma unitario nel sistema generativo profondo: in esso opera anche l'opposizione nero-bianco tra blatte e latte, che vi sostiene 1'opposizione materialità-liquidità. In rapporto al­l'influenza semantica di siero, il processo generativo appare perciò aver sovradeterminato, contemporaneamente, sia il titolo che l'esordio del testo.

5 Questo sviluppo concerne alcuni problemi della linguistica testuale. Secondo l'analisi fun­zionalista (cfr. J. Vachek (a cura di), A Prague School Reader in Linguistic, Indiana University Press, Bloomington-London 1964), si tratterebbe di un processo di «topicalizzazione» non ester­nato nelle funzioni di predicazione, tramite cui il «tema» diventa l'oggetto del discorso, mentre il «rema» è un predicato psicologico implicito. Il nucleo triadico è perciò un «tema» privo di core­ferenza nell' esordio, e similmente il testo successivo, nella sua parte centrale, è un «rema» (depo­sitario d'informazioni nuove), privo di legame anaforico con l'inizio. Questa disfunzionalità scompare adottando coreferenze sui costituenti semantici profondi, intesi come pre-organizzatori delle «azioni» e dei «motivi» del testo. E interessante osservare come nel nucleo triadico siano inizialmente fusi la funzione agente, contro-agente e lo scopo (il padre, il figlio e 1'accoppiamento sessuale) che nel racconto si trasformano rispettivamente in co-agente, agente e oggetto (il padre, il Variago e Lucrezia); contro-agente diviene, inoltre, il vermiciattolo che seduce Lucrezia. Atte­nendosi all'organizzazione testuale dei costituenti semantici dei motivi della narrazione e delle figure attanziali, le procedure analitiche di Burke e Pike (K. BURKE, A Grammar of Motives, Uni­versity of California Press, Los Angeles 1969; K.L. PIKE, Language in Relation to a Unified Theo­ry of the Structure of the Human Behavior, Mouton, The Hague 1966) e quelle di Greimas (A.J. GREIMAS, Sémantique Structurale, cit.) appaiono poter si radicare in funzioni nucleari di diversa ricomponibilità profonda, che le funzioni intralinguistiche mostrano nella loro indeterminatezza iniziale. Cfr. M.E. Conte (a cura di), La linguistica testuale, Feltrinelli, Milano 1977.

6 In questa struttura i termini caldo-freddo e tiepido-fresco definiscono i contrari e i sub­contrari nel quadrato semiotico di Greimas (A. J. GREIMAS, Du sens, cit.), mentre le due relazio­ni caldo-fresco e freddo-tiepido definiscono i contraddittori. Poiché il padre è «fresco» e il figlio è «tiepido» si ha una riorganizzazione semantica profonda che esprime, a livello superficiale, una struttura implicazionale logica assai conosciuta e studiata in linguistica. Rispetto alla teoria di Blanchè, che estende il quadrato ai termini medi, il sintagma «aria svelta e vivace» rappresenta inoltre il termine «medio» tra i due subcontrari fresco-tiepido. Il nucleo semantico può pertanto essere interpretato come un esempio di funzioni «graduate» organizzate generativamente da più sistemi di opposizioni binarie.

7 Il racconto compare in Il Mar delle Blatte e altre storie, cit.

8 È quindi un esempio di grammatica generativa, in cui si può ben evidenziare la coopera­zione tra sistema morfologico e semantico, e direttamente nel campo trasformazionale. Cfr. N. CHOMSKY, Saggi linguistici, trad. it. cit.



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