Capua antica Storia



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Capua antica - Storia

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Alberto Perconte Licatese

CAPUA ANTICA




Edizioni Spartaco



Santa Maria Capua Vetere - 1997

Me ne andavo solo

tra le rovine dell’anfiteatro campano,

dove rimanevo molte ore,

pensando all’antica grandezza di Capua,

ad Annibale, a tutta la storia di Livio...
Luigi Settembrini, 1830
* * *
In copertina: Afrodite o Venere di Capua, particolare. La dea è rappresentata nell’atto di rimirarsi nello scudo di Ares come in uno specchio. Copia di età adrianea, da un originale greco della cerchia scopadea o prassitelica, ritrovata nel Settecento nell’anfiteatro campano, da allora nel Museo Nazionale di Napoli.
Fotografia artistica: Luigi Spina.

Grafica della copertina: Mario Meola


Titolo dell’opera: Capua antica. Prima edizione: giugno 1997
Autore: Alberto Perconte Licatese

Edizioni Spartaco s.a.s. di De Paolis Pasquale & C.

Corso Ugo De Carolis 18 - 81055 S.Maria C.V. (CE)


Proprietà letteraria riservata

...lepidum unde unguentum nisi quod ex Seplasia est ?...

Santa Maria Capua Vetere è un luogo irritante: mentre tutto grida per il dolore che nasce dalla irriguardosità brutale nei confronti della storia e della bellezza, chi è lì non può dimenticare di essere nel­l’antica Capua, fastosa, opulenta, invitante al punto che Cicerone po­teva pro­porla per un confronto con Roma stessa.

Chi è a Santa Maria Capua Vetere non può, ma soprattutto non deve dimenticare di essere in uno dei grandi centri che hanno fatto la storia della Magna Grecia, la storia d’Italia, la storia dell’Occidente, an­che se è difficile perché nulla sollecita la memoria rispettosa. Il caso più eclatante sembrerebbe quello dell’Arco di Adriano con le sue file di matton­cini re­golari destinati, condannati esclusivamente a sgretolarsi, ad es­sere cor­rosi dal tempo o ad essere travolti da qualche autocarro impaz­zito: pietra in più, pietra in meno...

Ma non si fa in tempo ad in­dignarsi, ad intri­stirsi, a pensare ad un qualsivoglia gesto di rivolta con­tro l’incu­ria figlia della barbarie perché proprio lì, a pochi passi ci si scontra con il grande dimenticato, lo scan­dalo vero della storia dell’ar­cheologia ve­terocapuana: l’Anfiteatro e poi ancora lo stupefacente qu­anto fatiscente Mitreo per il quale sarebbe bene chiedere l’intervento dell’Unesco.

Se non si hanno bene in mente questi fastidiosi e colpevolissimi silenzi della cultura non si comprende il valore di un libro come questo di cui non è necessario condividere le linee di interpretazione (che io, peraltro, non discuto affatto) per sottolinearne l’importanza, la forza d’impatto in una città che al contempo ospita un importante corso di lau­rea in Conservazione dei beni culturali e condanna all’oblio la sua sto­ria, cioè se stessa giacché la cultura, il turismo culturale, che ormai de­termina la fortuna di un sito, la ignorano.

Alberto Perconte Licatese fa opera meritoria, molto meritoria per­ché non dimentica, non trascura nulla, neppure, com’è ovvio, i mau­so­lei sull’Appia che continuano a resistere con la loro stupefacente bel­lezza all’invasione di mobili in similegno, divani in similpelle e terraglie varie che di certo ricadranno come una maledizione biblica sui respon­sabili dell’abbandono. Le poche righe che l’autore dedica all’elegante Conocchia sono una lezione in molti sensi, non solo di storia, ma anche di raffinatezza culturale: l’autore, infatti, come se non volesse proprio ‘vedere’ gli orrori dell’oggi, si preoccupa degli errori dei restauri bor­bonici (parva res al confronto...): la perdita degli ovoli della cornice del corpo terraneo, il rifacimento delle piattabande che reggono il mo-noptero e la cupola. Si turba del fatto che Piranesi abbia dedicato una acquaforte alla Conocchia, a suo dire resa ec­cessivamente dramma­tica dall’alterazione dei rapporti fra le masse, così come si turba del fatto che Giuliano da Sangallo ci abbia lasciato un ac­querello ecces­si­vamente personalizzato dell’altro sepolcro, splendido, posto quasi di fronte alla Conocchia: egli dice che è visibile dall’Appia, anche se posto ad un metro al di sotto del piano stradale: è visibile a lui ed a chi come lui sa già, ma è ‘invisibile’ ai più che passano veloci per questa strada ormai così volgare da cancellare qualunque visione, qua­lunque memo­ria.

Piranesi, Giuliano da Sangallo, il Bramantino: per secoli grandi ar­tisti sono venuti qui a studiare i percorsi della bellezza mentre gli ar­cheologi trovavano ancora qui ragione di felicità a fronte della grande ricchezza di reperti ormai sparpagliati in tutto il mondo, da Capua a Berlino a Londra a Parigi a Napoli, sito quest’ultimo che non ha alcun titolo per ospitarli giacché non riesce ad ospitare degnamente neppure i suoi reperti.

Che sia di buon augurio questo libro alla Capua Vetere perché ri­torni ad essere non già luogo paradigmatico di dimenticanza, ma spazio di memoria rispettosa con le sue storie millenarie di unguenti e pro­fumi ricavati dalle rose che coprivano (allora!) i terreni ad Occidente.


Jolanda Capriglione

(Università degli Studi di Napoli)



SEDICI ANNI DOPO
Sono pochi o molti sedici anni nella vita di un uomo, di una na­zione, del mondo? È questa la domanda che mi sono posto all’atto di conge­dare alle stampe il presente volume, frutto di almeno un lustro di ri­cerche e di riflessioni. Seneca, visitando il suo podere dopo parecchi anni, si rese drammaticamente conto del tempo che era passato. Una cosa del genere è capitata anche a me, nello sfogliare il mio primo la­voro su Capua an­tica. Giuro che non mi sfiora neppure l’idea di tediare il lettore discet­tando sul mo­tivo, vecchio quanto l’uomo, del fluire inesorabile del tempo. Mi limito ad osser­vare che, quando pubblicai quel lavoro, nel­l’anno di grazia 1981, prospe­rava nella nostra città, come in tutta l’Ita­lia, un mo­nolitico e ten­tacolare si­stema di potere, fondato sul clientelismo e sulla corru­zione; nel cuore dell’Europa il famigerato muro della ver­gogna di­videva in due non solo un’antica e gloriosa capitale ed una na­zione fiera e di­gnitosa anche nella sconfitta, ma idealmente un intero continente, dila­niato nel corpo ed umiliato nell’orgoglio d’esser stato culla di civiltà plurimillenaria: da una parte il mondo cosiddetto libero, dal­l’altra l’ultimo impero della terra, al quale guardavano come ad un mo­dello pa­radi­siaco di stato milioni di uomini, che solo dopo mezzo se­colo si sono resi conto su quali e quante nefandezze e miserie si fondasse quel gigante dai piedi d’argilla, che terrorizzava l’umanità con periodi­che brutali repres­sioni e tracotanti minacce di guerra nucleare. Ebbene, quei regimi sono caduti uno dopo l’altro, come in un inar­re­stabile pro­cesso di reazione a catena innescata da qualche misterioso Gordon o, con più probabilità, per un fenomeno di autofagia, per cui i mo­stri alla fine, non avendo più vittime, divorano se stessi. Chi davvero avrebbe pensato al­lora a tanti e tali cambiamenti in Italia, in Europa e nel mondo?

E chi avrebbe immaginato che per Capua antica si sarebbe ri­sve­gliato l’interesse degli studiosi italiani e stranieri e che nella conoscenza della sua storia si sarebbero conseguiti così con­siderevoli progressi? Gli studi condotti negli ultimi anni, le re­centi sco­perte archeologiche, l’aper­tura di un museo nella nostra città, la voglia di conoscere le lontane ra­dici storiche e culturali costituiscono elementi che meritano considera­zione e fanno ben sperare per il futuro. Da qui l’esigenza di una seconda edizione di quel lavoro, che fu solo un modesto tentativo di illustrare la storia e l’archeologia di Capua antica in una forma chiara e sintetica, senza eccessive pretese. Molti l’apprezzarono, e non smetto di ringra­ziarli; alcuni lo criti­carono, e ringrazio anche costoro, perché (forse) in­volontariamente mi hanno dato modo di rivedere, ampliare, correggere quel che nella prima stesura risultava troppo generico e, non ho ritegno a dirlo (errando discitur!), ine­satto.

L’opera che segue vuole essere un contributo, un tantino più com­pleto, approfondito ed articolato del precedente, allo studio della storia politica, economica e so­ciale di una grande città del passato, nella con­sapevolezza delle difficoltà, dei dubbi, delle controversie che ancora per­si­stono nella conoscenza di essa. Cimentarsi su Capua antica, che mi piace rassomigliare ad una bella donna ancora vestita, comporta dei ri­schi, non sempre calcolabili, e forse proprio per questo riesce più esal­tante. L’impianto è, nelle grandi li­nee, lo stesso sperimentato nella prima edizione (storia, monumenti, note) ma, essendo per natura e per forma­zione culturale più umanista che archeo­logo, ho finito per dare ancora maggiore im­portanza ai dati storico-lette­rari rispetto a quelli tecnico-specialistici. Il testo, ovviamente, si giova delle più recenti acquisizioni delle varie discipline antiquarie sull’argo­mento e contiene, presumo per la prima volta in una pubblica­zione di ca­rat­tere locale, curata da uno studioso non più dilet­tante ma privo di veste accademica, un’ampia ras­segna delle problema­tiche ed una disamina filologica dell'onomastica, delle fonti e dei documenti, in­quadrate, l’una e l’altra, in un contesto alquanto ampio ed esauriente a li­vello critico, analitico e descrittivo.

Ho cercato, per quanto possibile in una materia a dir poco com­plessa, nell’esposizione, nella metodolo­gia e nell’organizzazione gene­rale del lavoro (e spero di averla trovata) una dignitosa via di mezzo tra quel che ri­chiede l’opera di divulgazione e quanto, da parte sua, esige il rigore scientifico, affinché il prodotto possa essere fruito da ampie fasce di utenti in varia misura interessati all’argomento. Ciò in ossequio ad una personale, forse errata, ma salda convin­zione (maturata peraltro in un quarto di secolo di insegnamento) che la cultura (letteraria, storica o ar­cheologica che sia), risulti sterile ed astratta se ri­mane chiusa in un ambito ristretto, monopolizzata e segretata dagli addetti ai la­vori, spesso pueril­mente gelosi della loro scienza.

Col presente lavoro, infatti, ho inteso perseguire lo scopo precipuo di illustrare le fasi più antiche ed affascinanti della storia della mia città.
S.Maria C.V., marzo 1997 Alberto Perconte Licatese

Capua antica. Misteri e paradossi


Interrogandomi sul futuro delle città del passato (non è un gioco di parole), mi è venuto in mente il titolo dell’ormai classico testo di ar­cheo­logia di Kurt W.Marek, più noto con lo pseudonimo C.W.Ceram, Civiltà sepolte. Non è del contenuto che intendo parlare, bensì del titolo, affa­sci­nante di per sé, pieno di attrattiva, tale da far so­gnare ad occhi aperti. In tutto il mondo, sotto i piedi di sei miliardi di uomini, in tutti i continenti, ci sono migliaia di anni di storia, di civiltà, di città distrutte e ricostruite e poi di nuovo sepolte da guerre, incendi, terremoti, allu­vioni...Una strati­grafia della crosta terrestre, per ora solo fantascienti­fica, metterebbe in evidenza cose incredibili e stupe­facenti, come l’abilità degli uomini che noi, con stupido orgoglio di presunti evo­luti, ci ostiniamo a chiamare primitivi, nel procurarsi le risorse per vivere, nel lottare per la sopravvivenza, nel co­struire og­getti, utensili e dimore ingegnose. Sono convinto che per una città, come anche per un casato o un’istituzione, l’antichità sia non soltanto un bel blasone da mettere in mostra a pro­posito o a sproposito, ma anche una respon­sa­bilità. Onore ed onere, come si diceva una volta, prima che il linguaggio di oggi, quanto mai massificato ed imbar­barito, prendesse il posto del bell’italico idioma dei letterati e degli ora­tori di un tempo.

Se tutte le città antiche avessero avuto la fortunata sfortuna che ebbe Pompei, oggi non saremmo qui ad indagare e di­sputare su di un’e­poca che ci sembra lontanissima (tremila anni!), in realtà poco più di un attimo nella vita del mondo...E, diciamolo francamente, sarebbe una noia senza pari. Conosceremmo tutto, o quasi, dell’antichità e sa­rebbe difficile conte­stare l’evidenza. Così la sorte, con i suoi capricci inspie­gabili come quelli di un infante, ha voluto che una sola città al mondo possa mo­strarsi al visitatore così com’era duemila anni fa, facendo spetta­colo delle sue rovine e producendo compiacimento estetico per una cata­strofe naturale im­mane, una tragedia umana spaventosa. Le pittoresche comitive che il turismo di massa riversa quotidianamente agli scavi di Pompei, spesso inconsapevoli, più spesso chiassose, irriverenti ed inquinanti, infatti, ri­man­gono nella migliore delle ipotesi indif­ferenti, se non addirittura in­fasti­dite; solo pochi, mossi da interesse vero, sono colpiti dalla meraviglia, dallo stupore, dal fa­scino irresistibile di entrare in una città del passato; pochissimi sono colti dalla pena e dalla tristezza di scrutare il tragico re­pentino passaggio dalla vita alla morte di uomini, animali, cose. I casi di Pompei, Ercolano e Stabia bastano e supe­rano, per quanto di sconcertante essi dovrebbero provocare nel visitatore un poco più propenso a riflettere sulla mutevolezza delle vicende umane e sul coesi­stere diabolico di pia­cere e dolore nella storia e nella vita.

La maggior parte delle città antiche, per fortuna, ha avuto de­stino diverso da queste tre. Roma ha conservato molti monumenti quasi intatti in loco e oggetti numerosissimi nei musei, e questo grazie ad un’accorta politica di tutela, di conservazione e di recupero, attuata da chi, traendone ovvia­mente prestigio e vantaggio economico e culturale, sin dai secoli bui del medioevo, ha apprez­zato il valore sommo di quell’antichità e l’ha salvaguardata, intendo dire il papato, che in quella città, già centro dell’impero più grande del mondo, aveva sta­bilito la sede di una civiltà che si poneva in antitesi, ma anche in diretta con­tinuità con il mondo classico. Le altre città non hanno avuto la stessa buona sorte, o almeno non l’hanno avuta nella stessa misura. Per quel che riguarda Capua, le vestigia del passato ci sono, e maestose, ma saccheggiate dagli uomini e consunte dal tempo; il vec­chio e il nuovo si sono raramente affiancati e integrati, il più delle volte sovrapposti. Ne consegue che i due terzi della grande e ricca città si tro­vino ancora sotto terra, sotto quello strato di depositi allu­vionali che, nel corso dei secoli, ha fatto sollevare di circa quattro metri il livello di quota di gran parte della piana del Volturno.

Alla domanda se ciò sia un bene o un male non so rispondere, anzi preferisco non rispondere. Ma l’esperienza ci insegna che tutto ciò che emerge è destinato a perire, vuoi per legge di natura, vuoi per incuria, vuoi per dolo. Il grande mito di Capua antica è ancora nel suo alone di mistero, che alimenta la mente e la fantasia degli studiosi, degli appassio­nati, dei cu­riosi. E, come ogni mito, si porta dietro stupide favole e apo­dittiche certezze, fastidiose le une quanto le altre, ma tutto sommato, inno­cue o, comunque, meno dannose di tante fandonie che in altri campi, senza dubbio di mag­giore momento, si rivelano amare verità, e di tante certezze, che qualche mese dopo risultano mi­serevoli fandonie.

"Ma dov’è la Capua Vetere, la città emula di Roma, che Annibale aveva preconizzato capitale d’Italia, che i Romani stessi ritenevano con Cartagine e Corinto capace di reggere un impero, che Cicerone contrap­poneva a Roma per la bellezza, per la razionale disposizione del suo im­pianto, per la rego­larità delle sue piazze e delle sue strade, di cui anda­vano fieri i Capuani?...Oggi, all’infuori di due fornici, spogli d’ogni mar­morea venustà, che segnano l’ingresso dell’Appia, arrotati e scalzati dalle ruote dei carri, e di due monumentali sepolcri, s’entra nella vecchia Capua attra­verso i borghi, i suoi pagi di un tempo, senza un segno della cerchia an­tica. Rase le mura, scomparse le porte, si entra nella città senza bar­riere...Ma a girare per le vie, con le case distese nel piano e i palazzi bassi con gran portali, immensi cortili e frondosi giardini, senza un clivo o un’altura, si ritrova ancor oggi il carattere urbanistico della vecchia Capua, planissimo in loco explicata, come diceva Cicerone, al confronto di Roma, con l’erta dei suoi colli da mozzare il respiro, le viuzze e gli angi­porti oscuri dei vecchi quartieri...Esclusa la piazza Albana, così detta dalla Aedes Alba che fin dal IV sec. aC era la sede del magistrato su­premo dello stato federale capuano, la Seplasia è quasi certa­mente da ri­conoscere nella piazza che, al centro dell’abitato, mutato oggi il nome in piazza Mazzini, è da tempo immemorabile il vero mercato della città. Non ho mai visto un mercato meglio ordinato...pieno di compra­tori da non rigi­rarsi...la merce fa più confidenza al sole, si palpa, si osserva, si recita l’o­nesto gioco dell’adescamento e della ritrosia fra venditore e com­pra­tore, si ritorna insomma al vecchio costume del Foro italico...Invece, il gran campo erboso davanti all’anfiteatro era ed è tornato ad essere il foro boa­rio della città. A settembre, ogni settimana, vi si tengono le grosse fiere del bestiame e Capua riprende la funzione a cui Roma l’aveva desti­nata, di mercato della Campania, nundinae rusticorum. Troppi dolori aveva avuto Capua dal suo folle sogno di potenza: risparmiata dalla ven­detta di Roma in grazia di quella sua feracissima terra, non le restava che attaccarsi a quell’a­gro campano da cui era nata. Quello era ormai il suo destino."

Un doveroso grazie ad Amedeo Maiuri, a nome di tutti i cittadini di S.Maria Capua Vetere che fino ad oggi non gli hanno mo­strato ricono­scenza per questa pagina meravigliosa, che su­scita viva emozione nei cuori di chi in quelle strade e piazze, quando egli così le descriveva, gio­cava fanciullo e le ha im­presse indelebili nella memoria, così come erano, prima che la speculazione edilizia selvaggia, il cattivo gusto e l’inarrestabile de­grado le deturpassero. Nessuno meglio di lui, eminente archeologo dotato di quella partico­lare sensibilità umanistica che gli con­sen­tiva di scrutare nelle pietre del passato il fluire incessante della vita e del la­voro degli uomini, poteva vedere così compe­netrate la città nuova e la vec­chia, creando quella potente suggestione del rapporto tra presente e passato, filtrata attraverso l’osservazione dell’umanità mite ed operosa che caratte­rizzò nelle nostre con­trade i primi anni del dopoguerra.



È lecito, a questo punto, domandarsi quanta parte di Capua antica si trovi al di fuori del suo territorio? Non sarebbe pretesa ragionevole che tutti i materiali reperiti in situ o nelle vicinanze stessero qui a S.Maria in un grande bel museo; ma neanche è facile rassegnarsi al fatto che tanti pezzi dell’an­tica città stiano fuori Capua. È più che comprensibile, e non è il caso di far­sene un cruccio, che la maggior parte di essi, compreso il nome e lo stemma civico, si trovi nella vicina Capua nuova. Tra le due città ci sono state una com­penetrazione ed una simbiosi nella storia antica, medievale, moderna e risorgimentale, nell’amministrazione pubblica, nell’ordinamento ecclesiastico, nella cultura, negli studi stessi, tali che i due centri si pos­sono con­siderare una sola città. Il glorioso Museo Campano, fondato da Gabriele Jannelli, sin dal 1870 (fu inaugurato uffi­cial­mente nel 1874) ha raccolto, custodito e valorizzato un patrimonio prezio­sissimo, dalle straordinarie ed ancora misteriose matres, alle epi­grafi, alle stele, al vasel­lame, ai resti arti­stici dell’anfiteatro, tra cui le pro­tomi. A Capua la città di S.Maria deve gratitudine immensa non solo per aver fatto quello che essa, per una serie di motivi più o meno giustifi­cabili, non ha pensato di fare, ma anche perché, con i testi e i documenti rarissimi custoditi nell’an­nessa biblioteca, qui assolutamente introvabili, ha consentito lo studio della sto­ria dell’an­tica città. Fatto già un po’ di­verso mi sembra, per esser sincero, se non al­tro per la maggiore distanza, il dirottamento di oggetti nel Museo Archeologico di Napoli, dove sono stupende statue di Capua, ce­ramiche, bronzi, monete e tantissimo mate­riale scoperto tra il Settecento e l’Otto­cento ed acquisito all’epoca nelle collezioni del celebre museo. Ma è ad­dirittura sconcertante che tanti altri oggetti, per le circostanze più svariate, siano finiti a Berlino (come la te­gola etrusca), a Londra (come il lebete Barone e i vasi della tomba di Brygos) e che in vari musei d’Italia, d’Eu­ropa e del mondo facciano bella mostra di sé materiali di Capua an­tica. Ma forse neanche di questo bisogna affliggersi troppo: lì certamente sono ben custoditi e studiati e testimoniano nei continenti più lontani la gran­dezza della città campana. Almeno, però, sarebbe auspicabile che qualche istituzione pubblica cu­rasse un catalogo illustrato dei pezzi più impor­tanti esposti nei vari musei d’Europa e d’America. Solo così gli studi su Capua antica potrebbero fare grossi passi avanti.

Capua trina ed una è lo strano titolo di una memoria redatta dall’avv. Andrea Mariano nei decenni che seguirono la disputa sulla sigla SPQC (Senatus PopulusQue Campanus) che la città di S.Maria riteneva usurpata da Capua. Come tutti sanno, la cultura ufficiale diede ragione alla città sul Volturno e S.Maria dovette accontentarsi del poco esaltante surrogato OPQC (Ordo PopulusQue Campanus), ma sorvoliamo pro bono pacis. Sulle prime quel titolo può sembrare paradossale; eppure, a rifletterci, non lo è poi tanto come potrebbe apparire. Quante sono effettivamente le Capue? C’è la Capua antica, la città emula di Roma, la cui storia si snoda per più di mille e cinquecento anni, dagli Opici ai Saraceni, dal leggenda­rio Capys troiano allo spietato sa­raceno Halfun; c’è la Capua nuova, fon­data nel IX sec. dC sull’antico porto fluviale di Casilinum; c’è la Capua Vetere, risorta dalle rovine a nuova vita col nome della Vergine, sua santa patrona.

A tutti è noto, infatti, che la città di Santa Maria Capua Vetere sorge laddove un tempo sorgeva l’antica Capua, di cui conserva maestose vesti­gia, molte delle quali - e non è un gran male - ancora sepolte. A nes­suno sfugge che se una città cambia nome, il fatto sia segno di un evento sto­rico rilevante, essendo, in genere, i toponimi piuttosto resistenti. Ricordiamo il caso di Maleventum che diventò Beneventum, per una svista etimologica, dopo la vittoria romana su Pirro (275 aC); quello di Bisanzio, che si chiamò Costantinopoli dopo che Costantino vi trasferì la capitale dell’impero romano (330 dC); e, in tempi più vicini a noi, quello di Littoria, ribattezzata Latina dopo la caduta del regime (1945) che ne aveva promosso la fondazione. Risulterà a molti, infine, che talora gruppi anche considerevoli di abitanti, abbandonate le loro città, siano andati a fondarne altre, alle quali hanno dato nomi nuovi. È famoso l’esempio degli abitanti del litorale veneto che, incal­zati dai Longobardi, si rifugia­rono sugli isolotti della laguna, dove fonda­rono Venezia (VII sec. dC). Ma di città che, con parte degli abitanti, col nome e con le insegne, si siano spostate, ritengo che gli esempi siano più unici che rari. Tanto in realtà avvenne all’antica Capua. E non è poi agevole, per il turista o il fo­restiero, rendersi conto di un dato di fatto che non è molto dissimile da un paradosso: Capua moderna non sorge dove era l’antica e l’an­tica non ha più il suo nome. “A poche città in Italia è capitato, come a Capua, di con­servare in altra sede il nome antico”, scrive il soprintendente Stefano De Caro, il quale a ragione vede nelle due città elementi significativi di com­plementarità:“Se S.Maria conserva nel suo sottosuolo la maggior parte delle vestigia del passato, Capua è un museo nelle strade, nei cortili, nei pa­lazzi”, dove è possibile ammirare una gran quantità di pezzi di spoglio della città antica.

Non è il caso, o piuttosto non è questa la sede, di ripro­porre la vexata quaestio della continuità storica, già dottamente dibat­tuta nel se­colo scorso; allo stesso modo voglio augurarmi che a nessuno, per qual­che smania di antichese, salti in mente di modificare l’attuale sia pur lungo e pastic­ciato nome della città, a meno che non si voglia correre il rischio di inevita­bili storpiature e sfregi alla stratificazione storica e cultu­rale e finanche alla linguistica. Eppure, non escludo che possa sem­brar strano che a tre chilome­tri dall’antica città ci sia la nuova che porta il nome dell’antica. Estrema beffa della storia? Può darsi. Resta comunque il fatto che sul suolo calpestato da Opici, Etruschi, Sanniti, Romani, bar­bari, Angioini, Spagnoli, Francesi e Piemontesi, da Annibale, Cicerone, Orazio, Tiberio, S.Prisco, Costantino, S.Simmaco, Carlo Magno, oggi sorge una città che, non soltanto nel nome, non scevro da forzature e giustapposi­zioni criticabili eppure bellissime, ma anche e soprattutto per le superbe rovine che né il tempo, né gli uomini, sono an­cora riusciti a cancellare del tutto, racconta ai posteri la sua storia trimillena­ria, la sua sfortunata gran­dezza, la laboriosità, l’ingegno e il valore della sua gente. Davvero vorrei dire ciò senza cadere nella facile retorica campanili­stica, rischio troppo concreto per chi, da circa un ventennio, studia e scrive sulla città nella quale è nato ed ha trascorso ormai più di mezzo secolo, con­travvenendo tra l’altro all’elementare regola del nemo propheta in patria. Alle volte bi­sogna pur trasgredire certe regole, altrimenti si toglie a qual­cuno il gusto di andare a caccia di pagliuzze negli occhi degli altri. E questa sì sarebbe una vera cattiveria 1.
Fonti storiche e studi su Capua



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