Caratteri della poesia italiana del primo novecento



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CARATTERI DELLA POESIA ITALIANA DEL PRIMO NOVECENTO


  1. IL PROBLEMA DELLE ORIGINI DELLA POESIA MODERNA

Si suole affermare, per quanto riguarda gli sviluppi della lirica, che la cerniera che salda in certo modo il nostro secolo al precedente è costituita dalla poesia di Pascoli e D’Annunzio. In realtà la questione è controversa e per orientarsi con un minimo di plausibilità occorre domandarsi quale sia il discrimine, ovvero la linea di demarcazione tra poesia tradizionale, o modo tradizionale di far poesia, e poesia moderna. Affermare,per comodità di semplificazione cronologica, che la prima si esaurisce con l’Ottocento e la seconda inaugura il Novecento significa falsare i termini della questione, anche se è vero che, almeno da noi, la poesia moderna può dirsi senz’altro novecentesca, poiché, come vedremo, si situa quasi per intero nel nostro secolo.

Mi pare che tutta la critica moderna sia d’accordo nell’individuare la vera, autentica novità della poesia moderna, la prima rottura consapevole col passato, nella poetica del Simbolismo. Al riguardo è bene precisare le coordinate spazio-temporali: Francia, seconda metà dell’Ottocento1.

Simbolismo significa Baudelaire, significa soprattutto Mallarmé e Rimbaud, significa poesia pura. Per capire questo concetto, che costituisce l’idea dominante del Simbolismo, mi rifaccio ad alcune illuminanti definizioni.

Innanzitutto quella del critico Hugo Friedrich, che recita: “La poesia moderna evita di riconoscere mediante versi descrittivi o narrativi il mondo oggettivo – e anche quello interiore – nella sua sussistenza oggettiva.2 Friedrich spiega dunque che cosa non è il simbolismo: esso non è più poesia di imitazione della realtà, di un mondo fuori di noi; non è poesia che descriva o racconti; non è neppure poesia che registri i moti di un mondo interiore. Che è dunque in positivo?

Dice Elio Gioanola: “Poesia pura è [la] parola [….] che interrompe ogni rapporto comunicativo con la realtà per porsi essa stessa come realtà totale, oggetto assoluto; “simbolo” […]non significa più rapporto tra un oggetto e la sua rappresentazione verbale, ma sostituzione del mondo con la parola e considerazione della parola poetica come mondo.”.

In altri termini: col simbolismo si rompe quel rapporto armonico, per lo più univoco che legava il segno (o significante) al significato; segno e significato entrano in disaccordo: il primo sussiste autonomamente dal secondo; la parola in sé crea il fondamento della nuova poetica. Mario Luzi:

Il simbolismo è inteso ad individuare l’elemento o il principio poetico nella sua essenza e a creare il linguaggio peculiare della poesia, indipendentemente da quello di qualsiasi altro ordine di attività individuale.”

E Ruggero Jacobbi:

La parola viene sacralizzata e investita di poteri che diremmo magici o, più semplicemente, sapienziali.”

E ancora Friedrich:

La poesia vuol essere un tutto autosufficiente.”

E Marcel Raymond:

La vita e la poesia sono altrove e bisogna conquistarle rischiosamente l’una mediante l’altra, per negare questo falso mondo, per attestare che il giuoco non è ancora fatto, che tutto può essere salvato.”

Salvato da che? Tutte queste definizioni rimandano al concetto di POESIA PURA, che rappresenta una specie di rivalsa della poesia contro un secolo dominato come nessun altro dalle ideologie, dal razionalismo e dallo storicismo. Non è un caso che la poesia pura del simbolismo si affermi nel periodo culminante del positivismo3 come reazione al medesimo, che confida nella scienza per risolvere i problemi individuali e sociali e pretende di scomporre ogni fenomeno del reale in dati analitici, ignorando le esigenze più pure dello spirito. Dice ancora LUZI:

Dovunque il mondo tende a presentarsi nella brutale presunzione dei dati analitici della scienza, lo spirito tenta la sua rivincita e cerca la via dell’unità e della sintesi.”





  1. GLI ESORDI DELLA POESIA MODERNA IN ITALIA

Se si assume la poetica del simbolismo come discrimine tra poesia tradizionale e poesia moderna, non è facile, anzi è questione molto controversa, stabilire chi debba essere considerato l’iniziatore in Italia della poesia contemporanea.

Nel totale disaccordo dei critici si possono individuare quattro posizioni dominanti, ciascuna delle quali si avvale di solide argomentazioni per tentare di imporsi. C’è chi scorge in Pascoli e D’Annunzio gli innovatori, i padri della poesia del Novecento; chi assegna invece questo ruolo ai Crepuscolari e ai Futuristi (alcuni, in particolare, alla linea Palazzeschi-Govoni); chi ai Vociani; chi infine fa partire senz’altro la poesia del Novecento dalla prima raccolta di Ungaretti.

Esaminiamo in dettaglio le quattro posizioni.


I. Pascoli e D’Annunzio
Pascoli e D’Annunzio sono considerati i principali esponenti di quel movimento letterario che si situa cronologicamente a cavallo tra ‘800 e ‘900 e che chiamiamo Decadentismo. La matrice di questa nuova tendenza poetica va ricercata (non sarà un caso) ancora in Francia: essa si sviluppa infatti all’inizio degli anni Ottanta, sulla scia della lezione di Verlaine e di Rimbaud, e presenta due notevoli innovazioni: sul piano tecnico-formale l’invenzione del verso libero (Adam, Kahn, Mallarmé), su quello tematico l’affermazione di una nobiltà spirituale dell’artista, che si salva dall’inquinamento delle coscienze procedendo à rebours, cioè a ritroso, controcorrente, per usare a scopo definitorio il titolo del più celebre romanzo di Joris-Karl Huysmans, pubblicato nel 1884. Va aggiunto tuttavia che a questo sentimento della nobiltà spirituale dell’artista si associa anche il presentimento della sua fine, un senso di corruzione, di disfacimento, che prelude al nichilismo di tanta poesia del Novecento.

Questi orientamenti della poetica vengono ben presto recepiti nel nostro Paese, dove conferiscono due nuove connotazioni alla composizione letteraria: l’estetismo e l’individualismo, di cui sono interpreti Pascoli e D’Annunzio nella lirica, Fogazzaro nella narrativa. L’area cronologica di maggior affermazione del decadentismo corrisponde al periodo che va dal “Piacere” di D’Annunzio (1889) ai “Poemi conviviali” di Pascoli (1904) al romanzo “Il Santo” di Fogazzaro (1905). Il punto culminante è forse rappresentato dalle “Laudi” di D’Annunzio, pubblicate nel 1903, dopo le quali la parabola decadente si avvia alla conclusione.

Come valutare la modernità di Pascoli e D’Annunzio? Un’indubbia carica di novità è presente nelle poetiche dei due autori, in quella che siamo soliti definire “poetica del fanciullino” di Pascoli e nella poetica del panismo e del superomismo dannunziani.

La prima si può sintetizzare in quattro punti fondamentali4:



  1. L’arte ha un carattere eminentemente irrazionale e intuitivo; essa sola può metterci in contatto con l’ignoto e il mistero universale; di qui il rifiuto della ragione e il riconosciuto fallimento del positivismo.

  2. La poesia non è trasfigurazione del reale, ma oggettiva ricerca dei valori eterni e primitivi della realtà (“Tu sei il fanciullo eterno, che vede tutto con meraviglia, tutto come per la prima volta”).

  3. La vera poesia sta nelle piccole cose, nella semplicità della quotidiana esperienza.

  4. Il linguaggio poetico deve essere preciso, esprimere con chiarezza e immediatezza, senza orpelli o sovrastrutture retoriche, le sensazioni; deve dare ad ogni cosa il suo giusto nome.

Analogamente in quattro punti si può compendiare la poetica dannunziana5:

  1. Un culto esasperato dell’energia e della forza, che porta all’amore della violenza e al disprezzo del pericolo.

  2. L’adesione al mondo, alla realtà, con tutti i sensi, nella loro piena vitalità ed esuberanza.

  3. Il culto della bellezza, il cui godimento e la cui fruizione sono privilegio di pochi eletti, che vengono così a distinguersi dalla plebaglia volgare.

  4. Una mescolanza di barbarie primitiva e di raffinatezza ricercata, quella propria dell’esteta.

Ma la vera novità dei due autori va ricercata, a mio avviso, nel linguaggio, nel quale essi operano una vera e propria rivoluzione: un linguaggio che assume chiaramente una connotazione simbolista.

Nel Pascoli esso si colloca a metà strada fra continuazione della tradizione e rottura con essa, o forse, più esattamente, è il risultato della loro combinazione. Il grande critico Gianfranco Contini ci ha lasciato un saggio perspicuo e puntuale sul linguaggio del Pascoli (è riportato su quasi tutte le antologie): secondo la sua tesi, nella poesia del Pascoli si intersecano il linguaggio propriamente grammaticale, quello consacrato dalla tradizione poetica, un linguaggio post-grammaticale, costituito dai vari gerghi, dalle “lingue speciali”, perfino dal latino, o da impasti linguistici come l’anglo-americano-toscano di Italy, e un linguaggio pre-grammaticale, costituito da onomatopee e fonosimbolismi, derivato dal mondo delle cose e degli animali, della natura in genere; in questa direzione Pascoli ricupera, riscopre e assimila quella poeticità tipicamente popolare e contadina, sempre rifiutata, in linea di massima, dalla letteratura ufficiale.

Vi risparmio la lettura di poesie, a mo’ di conferma e di documentazione, sia perché si tratta di un autore che rientra in tutti i programmi scolastici e di cui sicuramente vi occuperete, sia perché le sue liriche sono arcinote e non abbisognano di un’ennesima rilettura in questa sede. Mi limito a ricordarvene alcune, particolarmente esemplificative della nuova poetica: da Myricae Arano, Lavandare, Novembre, X Agosto, L’assiuolo, Il lampo, Il tuono; dai Canti di Castelvecchio Nebbia, La voce, Il gelsomino notturno, L’ora di Barga, La mia sera; dai Primi poemetti Digitale purpurea, Nella nebbia, Italy.

Quanto al linguaggio dannunziano, la citazione d’obbligo è per Alcyone, il terzo libro delle Laudi, il capolavoro, nel quale il poeta realizza una mirabile commistione tra parola e musica; penso alla Sera fiesolana o alla Pioggia nel pineto, dove le parole sopravanzano il significato o contano per se stesse, per il rapporto armonico che si stabilisce fra di esse, per la carica di suggestione che emanano, per la loro musicalità, per il gioco delle sinestesie e delle allitterazioni (Si legga l’inizio della Sera fiesolana: “Fresche le mie parole ne la sera / ti sien come il fruscìo che fan le foglie / del gelso ne la man di chi le coglie / silenzioso…”).

Orbene, Pascoli e D’Annunzio possono dirsi degli iniziatori, dei poeti di rottura? Possono ambire al titolo di padri della poesia del Novecento? Se guardiamo solo al linguaggio e alle tecniche della versificazione, possiamo azzardare una risposta positiva, ma il verso non è tutto (per citare, volgendola al negativo, la famosa affermazione del Piacere). La critica più recente (penso soprattutto a Elio Gioanola e a Franco Fortini, ma ricordo anche la posizione di Giovanni Getto) sostiene che i caratteri dell’assolutezza simbolistica del poetico (vale a dire i caratteri essenziali della poesia pura dei simbolisti) non sono facilmente riconoscibili nelle opere dei due poeti, per i quali si parla non di poesia pura, ma di poesia applicata, contrassegnata da un’eccessiva letterarietà. Il motivo è semplice: a monte di Pascoli e D’Annunzio in Italia non c’era stato Baudelaire, né Mallarmé, ma Carducci e questo spiega come da noi non sia potuto nascere un simbolismo consapevole, dal momento che la poesia, pur con la novità della costellazione simbolica pascoliana e del panismo dannunziano, rimaneva collegata a precise funzioni storico-sociali e, almeno in parte, ad una forma di conoscenza razionale. E anche a livello linguistico la rivoluzione di Pascoli e D’Annunzio è ben diversa da quella operata dai movimenti delle avanguardie novecentesche (futurismo, espressionismo, surrealismo, ecc.). Pascoli poi si esprime teoreticamente alla buona, in termini dimessi, non senza – come avverte il Luzi – qualche demagogia patetica e antintellettualistica6.




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