Caratteri della poesia italiana del primo novecento



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III. I Vociani




Sono ricordati con questa denominazione i poeti che collaborarono alla rivista La Voce (1908-1916), diretta da Giuseppe Prezzolini prima (fino al 1914), poi da Giuseppe De Robertis (dal ’14 al ’16). Si tratta di Piero Jahier, Giovanni Boine, Clemente Rebora, Camillo Sbarbaro, Dino Campana e Arturo Onofri.


I primi cinque appartengono all’area dell’espressionismo, i cui elementi peculiari sono la sperimentazione di nuove forme espressive, l’analisi dell’io e dei suoi rapporti col mondo (autobiografismo), la forte tensione etica e politica (moralismo)12. Più in particolare, sul piano formale questi autori adottano di preferenza il genere del poemetto in prosa, caratterizzato da un’oscillazione tra verso e prosa poetica.

Si ricercano nuove espressioni: per esempio l’accostamento di due epiteti tramite una lineetta, oppure l’adozione dello stile nominale, quella particolare sintassi in cui i nomi prevalgono sui verbi o questi si omettono del tutto, l’uso di moduli spesso violenti, aggressivi, l’impiego intensivo del verbo in uno stile icastico.

Sul piano contenutistico i Vociani svolgono il tema della contraddizione tra un’esigenza anarchica di rottura, di disordine e di affermazione individuale e un’altra, morale, di ordine, di sacrificio e di solidarietà.

Sotto l’aspetto stilistico e linguistico il più espressionista è Rebora, mentre Sbarbaro, che è più tradizionale nella forma poetica, cioè nella metrica e nel linguaggio, sviluppa i motivi più tipici dell’espressionismo, come, ad esempio, il tema della città mostruosa, della spersonalizzazione dell’individuo, del vagabondaggio.

Leggiamo qualche testo significativo. Tra le poesie più note di Rebora si ricordano Viatico e Dall’immagine tesa. Ne proponiamo la lettura con il breve ed incisivo commento di Elio Gioanola13.

VIATICO


O ferito laggiù nel valloncello,

tanto invocasti

se tre compagni interi

cadder per te che quasi più non eri,

tra melma e sangue

tronco senza gambe

e il tuo lamento ancora,

pietà di noi rimasti

a rantolarci e non ha fine l’ora,

affretta l’agonia,

tu puoi finire,

e conforto ti sia

nella demenza che non sa impazzire,

mentre sosta il momento

il sonno sul cervello,

lasciaci in silenzio –
Grazie, fratello.

(Da Poesie sparse)

“E’ una delle più straordinarie poesie nate dalla ‘Grande Guerra’, senza la minima traccia di retorica sentimentale nella sua verità lacerante di sofferenza nuda e cruda. Rebora fu congedato dal fronte per una forma di nevrosi contratta negli orrori della prima linea e questo testo mostra tutte le stigmate di questa sofferenza nervosa, che giunge all’incapacità di sopportare il grido del mutilato rimasto senza soccorsi in fondo a un vallone. Ma l’insofferenza dei nervi diventa capacità di intuire nel profondo la condizione non meno orribile, rispetto a quella del ferito, di coloro che sono ancora vivi e a cui non tocca la consolazione della morte, che venga a portre fine allo strazio. Tre compagni sono morti nel tentativo di soccorrere quel ferito senza speranza; perché dunque urla ancora? Tocca a lui, adesso, avere compassione dei vivi, affrettando la sua agonia e lasciando finalmente in pace i compagni, che non possono contare, come lui, nella “demenza che non sa impazzire”, su quel “sonno del cervello” che ormai ha preso il moribondo. L’ultimo verso, “Grazie, fratello”, ripristina, se mai fosse stata in dubbio, tutta l’umanità della scena; il silenzio finalmente sopravvenuto è calma della morte per lo sventurato e calma dei nervi per chi è rimasto a 'rantolare’”.


DALL’IMMAGINE TESA

Dall’immagine tesa


vigilo l’istante

con imminenza di attesa –

e non aspetto nessuno:

nell’ombra accesa

spio il campanello

che impercettibile spande

un polline di suono –

e non aspetto nessuno:

fra quattro mura

stupefatte di spazio

più che un deserto

non aspetto nessuno:

ma deve venire;

verrà, se resisto,

a sbocciare non visto,

verrà d’improvviso

quando meno l’avverto:

verrà quasi perdòno

di quanto fa morire,

verrà a farmi certo

del suo e mio tesoro,

verrà come ristoro

delle mie e sue pene,

verrà, forse già viene

il suo bisbiglio.

(Dai Canti anonimi)
“E’ forse la poesia più nota di Rebora, quella nella quale la tensione della sua ricerca di alternative alla deiezione esistenziale scopre la sua qualità profondamente religiosa. Il poeta è ancora lontano dalla conversione, ma la sua posizione è già quella di chi non ha da opporre allo scontento della vita, alle condizioni alienanti del lavoro e della cultura, soluzioni dialettiche e riscatti di ordine sociale e politico: la sua incapacità di vivere nelle condizioni date è di colui che non accetta in sé e per sé il limite umano e pensa quindi ad un ordine diverso, assolutamente alternativo. Dice Stefano Jacomuzzi: - E’ la poesia conclusiva dei Canti anonimi, e se il tempo materiale della definitiva chiamata della Grazia è ancora lontano (la composizione risale al 1920), essa è qui misteriosamente presente in un’intensità di tono che fa di questa poesia uno dei più alti canti religiosi dell’arte contemporanea. La ricerca appassionata del poeta, l’operosità ostinata e silenziosa, il suo spirito attivo di carità, lo hanno portato alle soglie di una soluzione decisiva e assoluta, in un bisogno di totale e appagante risposta. I primi tredici versi prendono vita da quella tensione dello spirito vigilante nell’attesa e da quella ripetuta protesta “non aspetto nessuno”. Perché chi “deve venire” (e si noti la forza di quel “deve” che è insieme una ferma richiesta, certezza interiore e già operante presenza) non è nessuno di questo mondo e la sua venuta non è una visita usuale, ma messaggera di perdono, di verità (“verrà a farmi certo”), di conforti divini. La Presenza è alle soglie e chiede un totale tremante silenzio perché possa essere udito il suo discreto bisbiglio -.”14
Di Camillo Sbàrbaro (1888-1967) proponiamo Taci, anima stanca di godere e Padre se anche tu non fossi il mio, entrambe appartenenti alla raccolta Pianissimo.



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