Caratteri della poesia italiana del primo novecento


TACI, ANIMA STANCA DI GODERE



Scaricare 128.05 Kb.
Pagina4/5
14.11.2018
Dimensione del file128.05 Kb.
1   2   3   4   5

TACI, ANIMA STANCA DI GODERE

Taci, anima stanca di godere


e di soffrire (all’uno e all’altro vai

rassegnata).

Nessuna voce tua odo se ascolto:

non di rimpianto per la miserabile

giovinezza, non d’ira o di speranza,

e neppure di tedio.

Giaci come

il corpo, ammutolita, tutta piena

d’una rassegnazione disperata.
Non ci stupiremmo,

non è vero, mia anima, se il cuore

si fermasse, sospeso se ci fosse

il fiato...

Invece camminiamo,

camminiamo io e te come sonnambuli.

E gli alberi son alberi, le case

sono case, le donne

che passano son donne, e tutto è quello

che è, soltanto quel che è.

La vicenda di gioia e di dolore

non ci tocca. Perduto ha la voce

la sirena del mondo, e il mondo è un grande

deserto.

Nel deserto

io guardo con asciutti occhi me stesso.
“La fenomenologia della disperazione inizia già in quel rivolgersi del soggetto alla propria anima, dal momento che questo è indizio di una crisi dell’io, che si sente sdoppiato e quindi irrimediabilmente impedito ad intrattenere rapporti sicuri con la realtà: si tratta di una situazione drammatica di narcisismo ed il colloquio dell’io con la propria anima indica che ogni altro colloquio è interrotto, non può addirittura instaurarsi. L’invito a ‘tacere’ poi è indizio del processo di pietrificazione così ossessivamente ritornante nelle figure poetiche di Sbarbaro: in questo senso l’inerzia pesante del corpo è indicata come modello per l’anima, che deve raggiungere la stasi silenziosa della “divina Indifferenza”. stupisce, in questa disposizione all’inerzia disperata, il movimento quasi automatico dell’io, che non per nulla avverte questo movimento come quello di un sonnambulo; e del sonnambulo è il distacco dalla realtà, che rimane in una sua trascendenza inattingibile, uguale sempre a se stessa nella mancanza di rapporti modificatori con il soggetto (gli alberi sono alberi, le case / sono case...; una stupenda immagine dell’impotenza disperata dell’io). E la pietrificazione dell’io ha come conseguenza la desertificazione del mondo, secondo un processo che è esattamente l’opposto di quello condotto da Saba, in cui alla crisi dell’io corrisponde una valorizzazione estrema delle cose. La poesia esemplarmente si chiude con un’altra immagine narcisistica di specularità, negli occhi senza lacrime che si guardano con intontita fissità. [...]”15

PADRE, SE ANCHE TU NON FOSSI IL MIO

Padre, se anche tu non fossi il mio


padre, se anche fossi a me un estraneo,

per te stesso egualmente t’amerei.

Ché mi ricordo d’un mattin d’inverno

che la prima viola sull’opposto

muro scopristi dalla tua finestra

e ce ne desti la novella allegro.

Poi la scala di legno tolta in spalla

di casa uscisti e l’appoggiasti al muro.

Noi piccoli stavamo alla finestra.
E di quell’altra volta mi ricordo

che la sorella mia piccola ancora

per la casa inseguivi minacciando

(la caparbia avea fatto non so che).

Ma raggiuntala che strillava forte

dalla paura ti mancava il cuore:

ché avevi visto te inseguir la tua

piccola figlia, e tutta spaventata

tu vacillante l’attiravi al petto,

e con carezze dentro le tue braccia

l’avviluppavi come per difenderla

da quel cattivo ch’era il tu di prima.
Padre, se anche tu non fossi il mio

padre, se anche fossi a me un estraneo,

fra tutti quanti gli uomini già tanto

pel tuo cuore fanciullo t’amerei.
“Proprio questa poesia di una tenerezza ritrovata (l’impossibilità del pianto è un motivo ricorrente, l’immagine della sua aridità) è quella che mette ancora più a nudo, fornendoci anche una motivazione, la solitudine di Sbarbaro. Non si tratta, cioè, di una semplice rievocazione del padre, di un nostalgico ricordo dell’infanzia o dell’adolescenza. Si tratta invece della confessione più importante dell’intero libro: la figura del padre non solo è al centro (...) dell’analisi tenace del poeta: essa è individuata all’origine dello stato d’animo da cui sorge Pianissimo. [...] All’origine (...) è proprio il rapporto non risolto nei confronti del padre (...), che si traduce nel fatto estremamente significativo di avere patito in anticipo per la sua morte. Tutto ciò, in modo esplicito, costituisce, col rimorso del figlio, il tema della lirica” (L. Polato).16
C’è poi Dino Campana, che oscilla fra soluzioni ispirate al simbolismo decadente e altre più nuove e avanguardiste, e c’è Arturo Onofri, che dal crepuscolarismo delle prime raccolte approda, dopo l’esperienza classicistica della Ronda, all’esoterismo della poesia ermetica. Di Campana si consiglia di leggere almeno La Chimera e Viaggio a Montevidèo dai Canti orfici; di Onofri suggeriamo il confronto tra Marzo della raccolta Arioso (1922), d’ispirazione classica, e Marzo, che mette nuvole a soqquadro da Vincere il drago! (1928),una delle ultime opere, appartenente alla fase ermetica.
La stagione letteraria dei Vociani è assai breve e rappresenta la prima vera avanguardia del ‘900. Il primo Ungaretti ha molti punti in comune con questi poeti e nella prima fase della sua produzione può bene essere definito un espressionista.



Caratteri della poesia italiana del primo novecento



1   2   3   4   5


©astratto.info 2017
invia messaggio

    Pagina principale