Carlo Zamparelli: IL vero ed unico significato del “Tornane”



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24.03.2019
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Carlo Zamparelli: Il vero ed unico significato del “Tornane”

PREFAZIONE

Spesso riguardo alle più importanti opere di pensiero, scientifiche o meno, che hanno inciso in modo fondamentale su tutto lo sviluppo gnoseologico seguente del genere umano, si narrano divertenti e semplici aneddoti di contorno, quasi a voler sottolineare il fatto che il "genio" è uno di noi; che come noi fa il bagno nella vasca da bagno sentendosi galleggiare; che come noi spesso d'estate riposa sotto un melo col rischio che un frutto maturo gli cada addosso, che come noi quasi vorrebbe farsi legare al tavolo di lavoro per svolgere compiti noiosi.


La presente modesta opera non fa certo eccezione.

La calda estate siracusana del lontano 1985 ci aveva spinto, me e la mia famiglia, fin in Trentino, dove fra fresche vallate passammo un paio di settimane. Era con noi, anch'egli in vacanza, il noto avvocato siracusano Giorgio Boccadifusca che, spirito ardito ed avventuroso, spesso ci era compagno, con la consorte, in interminabili gite attraverso le più varie plaghe dolomitiche.


Fu al rientro da una di esse che ci imbattemmo, in macchina, in una serie di decine e decine di tornanti particolarmente tortuosi e degni in tutto e per tutto del loro nome, dei vari avvisi in lingua italiana e tedesca (Kehre), della loro progressiva numerazione, delle abbondanti segnalazioni con vernice bianca sui bordi, e chiaramente delle facce allibite e naufraghe dei pochi che incrociavamo.
Forse inebriati dalla strada, o stimolati dalla sottile e pungente aria montana, l'avvocato Boccadifusca ed io finimmo a parlare, fra un vomito e l'altro delle consorti boccheggianti, dei classici "massimi sistemi" passando con estrema disinvoltura dalla morale alla gnoseologia, dalla semiotica all'epistemologia, finendo per approdare al classico e ritrito tema della differenza fra cultura scientifica e cultura umanistica con lo sfuggente significato dell'entropia a far da spartiacque fra di esse.

Presi subito la palla al balzo affermando che la cultura scientifica non è necessariamente qualcosa di lontano dalla "letteratura" od avulso da tutte quelle manifestazioni del pensiero tradizionalmente umanistiche. La linguistica, per esempio, scienza prettamente umanistica, si presta bene a quanto asserito, specie nelle sue ricerche semiologiche e semantiche.


Un tornante particolarmente imponente mi fece sobbalzare, notandone per la prima volta le intime caratteristiche che lo differenziavano da una normale curva.
Provai a chiedere all'avvocato come lui definisse "il tornante", ne diedi a mia volta la mia definizione, trovando conferma della improrogabile necessità di tale opera di chiarimento; necessità riconfermatasi urgente quando, tornato a Siracusa, ho potuto sull'argomento consultare varie decine di dizionari od enciclopedie anche in varie lingue.
Chiarimento immediato in senso linguistico, senza dubbio, ma principalmente chiarimento di "cultura", senz'altro aggettivo, di metodo e di mentalità.
E' questa un'opera di interesse generale: sarà utilissima a chi vorrà consultarla come integrazione a qualunque dizionario della lingua italiana (almeno per la voce "tornante" qui trattata), e sarà parimenti utile allo studioso di epistemologia che trarrà utili spunti per una nuova alleanza fra le antiche culture.

E' essa infine un'esempio di come si possa centrare un argomento, delimitandolo con sicuri contorni, onde discutere in maniera inequivocabile di qualcosa avendola in continua relazione logica coll'indagine svolta; è un discorso semplice, finito, che risponde a precise domande, e non già uno dei tanti monologhi o dotte disquisizioni alla fine delle quali ci si è dimenticato sia di chi ci stava ascoltando, sia di cosa si stava discutendo.

E' un'opera questa in cui si affronterà il tema della polarizzazione culturale avvenuta in seguito al problema che veniva posto dalla stessa esistenza della scienza classica e del suo stupefacente successo. Questo successo deve essere accettato come tale, tutt'al più limitando le sue implicazioni, o è il metodo scientifico stesso che deve essere rifiutato, in quanto parziale ed illusorio?

Entrambe le scelte portano allo stesso risultato: la collisione tra le "due culture", come spesso vengono chiamate; tra l'umanità e la scienza.


Queste questioni hanno giocato un ruolo basilare nell'intero pensiero occidentale, fin da quando è avvenuta la formulazione della scienza classica. Ogni volta si riproponeva lo stesso interrogativo. Come scegliere?
Isaiah Berlin (Against the current - New York 1980) ha esattamente visto in questo problema il vero e proprio inizio dello scisma tra la cultura scientifica e quella umanistica: "lo specifico e l'unico contro il ripetitivo e l'universale, il concreto contro l'astratto, il moto perpetuo contro il riposo, l'interno contro l'esterno, la qualità contro la quantità, principi delimitati culturalmente contro principi eterni, conflitti mentali ed autotrasformazione come permanente condizione dell'uomo contro la possibilità (e la desiderabilità) della pace, dell'ordine, dell'armonia finale e della soddisfazione di tutti i desideri umani ragionevoli. Questi sono alcuni degli aspetti del contrasto".
Al di là di ogni implicazione epistemologicamente più vasta, si pone qui un esempio concreto di questo "conflitto" fra lo specifico e l'universale, fra la univoca definizione delle cose, delle loro funzioni e le idee delle cose medesime.
Il sole dell'intellegibile, per usare una bella espressione di Platone, illuminerà soltanto l'eterno mondo delle idee, od anche l'effimero mondo delle apparenze?

Il significato della parola "tornante" sarà raggiungibile dall'una o dall'altra delle due culture? E a che prezzo?


Sono passati tre secoli dai Principia di Newton (presentati il 28 aprile 1686 alla Royal Society di Londra); la scienza si è sviluppata con un'incredibile velocità ed ha permeato la vita di noi tutti. Essa ha avuto una incredibile crescita quantitativa e parallelamente ha portato a profonde evoluzioni qualitative le cui ripercussioni oltrepassano di molto la scienza propriamente detta e vanno a toccare la stessa immagine della natura.

I grandi fondatori della scienza formularono schemi generali che avrebbero dovuto coincidere con la definizione stessa di razionalità; essi cercavano schemi onnicomprensivi, una struttura universale unificante, in cui non ci fossero spazi lasciati aperti per sviluppi spontanei od inattesi, in cui tutto ciò che accade fosse, almeno in linea di principio, interamente spiegabile in termini di leggi generali ed immutabili.


E' una storia drammatica.
Questi vasti sogni sono oggi andati in pezzi; ovunque guardiamo troviamo evoluzioni, diversificazioni, instabilità, in una parola "l'ansietà dell'uomo moderno" presente nelle alienazioni di Pascal od in eminenti scienziati dei nostri giorni, come Monod:
"Eppure occorre che l'uomo si svegli dal suo millenario sogno per scoprire la sua solitudine completa, la sua estraneità radicale. Egli ora sa che come uno zingaro è ai margini dell'universo in cui deve vivere. Un universo sordo alla sua musica, indifferente alle sue speranze, alle sue sofferenze ai suoi crimini."
La frantumazione di tali sogni ben giustifica la rinascita di una cultura delle idee, del determinismo, dell'immobilismo, dell'immanentismo, di una trasformazione del metodo scientifico che è sempre più attratto dai modi allettanti e socialmente gratificanti di quanti parlano di parole che parlano di parole che parlano .....

Come antitesi rimane ancora oggi il metodo sperimentale che definisce l'insieme dei dialoghi con la natura intrattenuti dalla scienza moderna. Certamente la natura interrogata dall'esperimento è una natura semplificata, preparata appositamente e occasionalmente mutilata in funzione dell'ipotesi preesistente. Tutto ciò però non la priva della capacità di smentire la maggior parte delle ipotesi.


La natura risponderà sempre nel quadro del linguaggio teorico che le si stà parlando. Ma questo linguaggio si evolve seguendo un processo storico complesso in cui intervengono contemporaneamente il bilancio delle risposte ottenute dalla natura nel passato e le sue relazioni con gli altri linguaggi teorici, nonchè l'esigenza, che rispunta continuamente sotto nuove forme, di comprendere la natura secondo i canoni che ciascuna epoca definisce come pertinenti.

Ciò costituisce una complessa relazione fra le regole specifiche del gioco scientifico - e in particolare il metodo sperimentale di dialogo con la natura che costituisce la grossa restrizione di questo gioco - e una cultura a cui, anche a sua insaputa, lo scienziato appartiene: cultura che influenza le sue domande e a sua volta segnata dalle risposte che lo scienziato trascrive.


Il protocollo del dialogo sperimentale è a nostro avviso un'acquisizione irreversibile della cultura umana. Esso garantisce veramente che la natura interrogata dall'uomo sarà trattata come un essere indipendente. Certamente essa viene costretta ad esprimersi in un linguaggio forse inadeguato. Ma le procedure del metodo vietano di metterle in bocca le parole che si vorrebbero ascoltare.

Il dialogo sperimentale forma anche la base del carattere comunicabile e riproducibile dei risultati scientifici. Anche se costringiamo la natura ad esprimersi in maniera parziale, una volta che essa ha parlato in condizioni riproducibili, tutti si inchinano: infatti essa non mente mai, la natura non ci inganna.


Le implicazioni dualistiche della scienza moderna sopravvivranno allo stesso modo delle sue pretese.
Per la scienza di Laplace, che per molti aspetti è ancora la nostra scienza, una descrizione è tanto più obiettiva quanto più si elimina l'osservatore, quanto più tale descrizione viene fatta da un punto di vista esterno al mondo; vale a dire dal punto di vista divino al quale l'anima umana, creata ad immagine e somiglianza di Dio, aveva accesso al cominciamento.
La scienza classica punta ancora a scoprire l'unica verità del mondo, l'unico linguaggio con cui si può decifrare la totalità della natura. Noi oggi parleremmo di "livello fondamentale di descrizione", a partire dal quale tutto ciò che esiste può, in linea di principio, essere dedotto. La scienza classica postula ancora oggi la monotona stupidità del mondo che essa interroga.
Ogni grande era della scienza ha avuto un modello della natura. Per la scienza classica fu l'orologio; per la scienza del XIX secolo, l'era della rivoluzione industriale, fu un meccanismo in via di esaurimento.

Che simbolo potrebbe andar bene per noi? Forse l'immagine che usava Platone: la natura come un'opera d'arte.


Conoscere un'opera d'arte vuol dire al tempo stesso possederla intimamente a livello gerarchico superiore della semplice coscienza, e possederla socialmente e razionalmente mediante attenta analisi.

La lingua che noi usiamo è una immagine della natura; non possederemo mai la lingua-natura se non saremo in grado di svolgere la simbiosi intimo-razionale di cui sopra.


Un solo vocabolo della nostra lingua - tornante - valga ad esempio di tutto ciò.

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