Case della carita’ e servizio alla persona



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01.06.2018
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CASE DELLA CARITÀ E SERVIZIO ALLA PERSONA
Convegno nel Centenario della nascita di Don MARIO PRANDI

Mi ha colpito, leggendo e ascoltando diverse voci sulla enciclica sociale di Benedetto XVI, Caritas in veritate (29 giugno 2009), il puntuale e quasi costante riferimento a Paolo VI e alla sua enciclica del 1967, Populorum progressio, il frutto maturo di papa Montini, che ha amato intensamente l’uomo contemporaneo, sofferto per il dramma di tanti popoli, non sempre capito e riamato nel suo tempo, ma che ritorna oggi quanto mai attuale, come appunto vediamo nell’enciclica pubblicata lo scorso anno. Su di un punto colpisce la continuità di magistero tra Paolo VI e Benedetto XVI: la necessità di “pensare” il modello di sviluppo umano di una civiltà. “Già Paolo VI notava che il mondo soffre per mancanza di pensiero” (cfr. Caritas in veritate 19.53).

Mi sembra questa la prospettiva più opportuna anche per affrontare il tema che mi è stato proposto — “Casa della Carità e servizio alla persona” — davanti ad un uditorio aperto agli amministratori pubblici e agli assistenti sociali. Occorre “pensare” la carità, non solo “fare” la carità. Dividerò perciò il mio intervento attorno a questi punti:


  • il problema del fare la carità, oggi

  • la qualità cristiana del fare la carità

  • Casa della carità e servizio alla persona



Il problema del fare la carità, oggi
L’esperienza quotidiana mette in luce che, nonostante le apparenze e la conclamata attenzione agli altri, non è facile fare la carità. La difficoltà del fare carità nasce dall’emergenza di nuove situazioni di bisogno e di difficoltà (drogati, handicappati, anziani, fidanzati senza casa, giovani senza lavoro, immigrati…).

Di fronte a queste situazioni nuove di difficoltà (i “nuovi poveri”), le forme tradizionali del fare carità sembrano venire meno e cedere il passo ad altri tipi di intervento, quali: la giustizia che modifica le strutture emarginanti, tentando di colpire le cause del male prima di curarne gli effetti; il ricorso alla scienza medica che tenta una riabilitazione dei soggetti e alla psicologia che persegue una loro completa integrazione sociale; il ricorso ai servizi sociali obbligatoriamente erogati dallo Stato e dalla società civile.

Insomma, si profilerebbe un modo di fare carità “laico”, alla “buon Samaritano”. Che cosa devono fare allora i cristiani come singoli e come Chiesa? Devono rinunciare a fare carità tirando avanti diritto per la propria strada come il sacerdote e il levita della parabola (Luca 10,25-37), affidando il malcapitato al buon samaritano dello Stato? Oppure devono reagire, in maniera polemica e risentita, affermando con forza il proprio diritto di fare carità, competendo con le istituzioni civili, ma senza ritrovare la originalità di contenuti e la genialità di forme che traducono il fare carità dei cristiani?
Prima, però, di arrivare a discutere che cosa devono fare i cristiani, e che cosa devono pensare, è bene approfondire ancora i termini del problema della carità e riflettere bene sulle condizioni storiche del suo esercizio e del suo mutamento. In particolare, sono da richiamare due aspetti del problema della carità oggi:

- il primo è offerto dalla rilevanza e dalla incidenza che ha il “fattore massa” in tutte le questioni relative agli uomini nella nostra epoca; si tratta della rilevanza e della incidenza che acquista sempre più la legge del numero in tutte le questioni importanti della esistenza, in particolare del bisogno umano. Il numero di coloro che hanno bisogno di soccorso cresce continuamente; e la stessa famiglia, un tempo protagonista di una sua auto-cura, oggi è in difficoltà;

- il secondo è dato dalla rilevanza e incidenza del fattore culturale rappresentato dalla evoluzione dei diritti della persona. Non solo cresce complessivamente la popolazione mondiale, ma più ancora cresce la coscienza dei propri diritti vitali e, con la crescita del senso democratico, più diffuso si fa il diritto al soccorso. Molti stati o casi di necessità, che in tempi passati sarebbero stati considerati solamente fatalità o calamità naturali (terremoti, carestie...) e, come tali, sopportati semplicemente, oggi non lo sono più.
Provo a misurare le conseguenze di questo scenario mutato del fare la carità.
A - È cresciuta la coscienza del diritto al soccorso. Perciò le istituzioni di soccorso si trovano di fronte ad una richiesta continuamente crescente. Evidentemente, con il crescere del numero degli aventi diritto al soccorso, diminuisce la misura del tempo disponibile per ciascuno e diventa sempre più piccola anche la capacità dei singoli a soddisfare il bisogno dell’altro.

Anche il soccorso prende il carattere di massa e con ciò diminuisce, se non addirittura sparisce, il rapporto da persona a persona. Perciò l’azione di soccorso non può più avere quel carattere di partecipazione personale, possibile solo nei piccoli numeri. La situazione che si presenta alla carità non è solo quella del singolo malcapitato della parabola del buon Samaritano, ma anche quella della folla che non ha da mangiare (o da lavorare). Trascurare già in partenza questo aspetto del problema, e cioè il suo carattere di massa, è pericoloso. La difficoltà del fare carità oggi sta appunto in questo: che non si valuta rettamente questo carattere di massa.


B - Il sentimento di un diritto al soccorso non è sbagliato ma può racchiudere anche qualcosa di errato. Il soccorso non può essere fondato alla stessa maniera di un regolamento economico. Deve esserci operante qualcosa d’altro: un appello alla libertà, un’apertura del cuore. C’è il pericolo invece che, al contrario, tutto possa diventare una pretesa meccanica, e che l’arte di rintracciare e sfruttare le diverse possibilità di soccorso statale, possa svilupparsi fino a divenire un elemento costitutivo della tecnica della vita.

Ora poi, a lungo andare, alla maniera con cui il soccorso viene richiesto, corrisponde la maniera con cui viene prestato. Anche al soccorso incombe il pericolo di tramutarsi in un funzionalismo generale: in un affare di uffici, di organizzazioni, di determinate prestazioni, di burocrazia. Non appena il soccorso viene richiesto in una maniera così pretenziosa e abitudinaria, ecco trasformarsi il soccorso stesso in una pura prassi abitudinaria. “Lascia da parte la tua sensibilità e procura che la terapia sia giusta”; oppure: “i compiti sono così grandi che solo una organizzazione corrispondente può essere all’altezza del bisogno”: sono tutte espressioni del modo di intendere il soccorso, che certo rileva aspetti veri (esattezza del servizio, metodo scientifico...).


È vero, tuttavia, anche qualcosa d’altro: ciò di cui si tratta non può essere fatto solo con esperienza oggettiva, metodo scientifico, esattezza di servizio, ma alla fine solo in virtù di una apertura di cuore, di una magnanimità di sentimenti, di un disinteresse e prontezza di sacrificio, che devono venire da un’altra parte, cioè da una visione di sé e dell’altro. Se questa visione va perduta, allora va perduta l’essenza di ciò che si chiama “soccorso”, poiché questo riposa sul rapporto da persona a persona, nella libertà di chiamata e risposta.
C - Il corso degli avvenimenti di questi anni ci ha aperto gli occhi per qualcosa che si sta avverando dappertutto — certo non violentemente, bensì senza rumore — ma perciò stesso in modo tanto più inquietante: e cioè è in corso il fenomeno di erosione dei veri motivi, atteggiamenti e sentimenti, che soli possono sostenere il soccorso al prossimo e il servizio alla persona. Lo spirito del calcolo si fa avanti. Che cosa posso esigere, quando ho pagato? Come posso sfruttare nel migliore del modo gli apparati sociali di soccorso? Come posso restringere le mie prestazioni ed elevare la mia ricompensa? E così via…
Non intendo sottovalutare né pregiudicare motivazioni, modalità e scelte che presiedono alle istituzioni civili a servizio della persona. Ho incontrato nella recente Visita pastorale alle diverse Case per anziani della città — ben accolto sia dagli ospiti sia dal personale e dai responsabili — aspetti di qualità e di professionalità nei servizi alla persona: distribuzione territoriale ai fini di favorire una maggiore vicinanza degli ospiti al contesto familiare e integrazione sociale; promozione di figure e forme di volontariato per l’animazione culturale, spirituale e relazionale degli ospiti…

Interessante la compresenza, accanto alla casa di riposo, se non proprio di una scuola dell’infanzia, una sorta di doposcuola attrezzato per l’incontro tra anziani e ragazzi. E questo portato avanti anche in regime di crisi economica che, impoverendo il trasferimento di risorse dai redditi familiari e di impresa ai servizi sociali e di previdenza, mette a nudo in modo drammatico uno stato di difficoltà (cfr. “Il futuro del sociale in terra reggiana” nel nostro documento “Ridisegnare il volto della città dell’uomo: verso quale speranza?).


Riassumendo i termini del problema del fare carità oggi: il carattere di massa e, congiuntamente, l’evoluzione e l’incremento del diritto al soccorso hanno notevolmente esteso il fronte del “fare carità”, congiungendolo direttamente con i valori della giustizia, gli apporti delle scienze e gli interventi della organizzazione e istituzione civile.

Nello stesso tempo, però, tale processo di estensione quantitativa del fronte del fare carità non è mai senza pericoli e rischi per la qualità stessa del “fare la carità” e il suo modo di intendere il servizio alla persona.



La qualità cristiana del fare carità oggi
Trovo molto stimolanti alcune riflessioni che Don Pierangelo Sequeri ha dedicato al dibattito sulla carità, dal titolo “Sull’intelligenza cristiana della dedizione” (Rivista del Clero 12, 1985, 818-824). È indubbio che il credente abbia il dovere di partecipare oggi — tanto in modo individuale che organizzato — alla edificazione del rapporto sociale secondo giustizia. Ma, appunto, ciò va da sé.

Ciò che invece non va da sé e qualificherebbe il fare carità dei credenti — secondo la riflessione di Don Sequeri — è un duplice atteggiamento, insito nel “fare carità”, che si identificherebbe nella “cura gelosa della differenza” e “nello stile evangelico della dedizione”.


A - La cura gelosa della differenza. È l’atteggiamento per cui il credente, proprio perché ispirato dalla fede evangelica, e non da altro, nel suo fare carità si rende estremamente vigilante circa il significato dello stesso esercizio della carità. Nella tradizione dottrinale e catechistica della Chiesa Cattolica, ‘carità’ è il nome di una virtù teologale, quella, “di tutte, la più grande” (cfr. Prima Corinzi 13,13).

Nel diffuso linguaggio di oggi, invece, il termine pare passato a designare soprattutto un servizio sul modello del buon Samaritano, del servizio dunque che si rivolge all’uomo del bisogno, che assume la forma delle opere di misericordia (visitare gli infermi, vestire gli ignudi…).

Ora la figura cristiana della carità non può essere ridotta alla figura dell’amore per il bisognoso. Pensiamo alle altre due figure dell’amore del prossimo secondo il Vangelo di Gesù: l’amore del nemico e, dunque, il perdono, e l’amore per l’amico, e dunque il servizio. Bisogna dunque riscoprire tutta l’ampiezza della virtù teologale della carità.

La carità intesa nell’accezione più ristretta di cura per il bisognoso, e dunque quale opera di misericordia, trova certo realizzazioni rilevanti in iniziative ecclesiali di carattere collettivo, più o meno formalizzate e istituzionalizzate, le quali possono quindi assumere la figura di un ministero della Chiesa tutta (cfr. Caritas diocesana, parrocchiale, vicariale…).


Perché si qualifichino le iniziative in vario modo organizzate, nelle quali si realizza l’attenzione pratica della Chiesa, come singoli e come comunità, nei confronti dell’uomo in condizione di bisogno, occorre che si distinguano le iniziative ecclesiali dai cosiddetti servizi sociali. È il problema della differenza qualitativa tra il fare carità della Chiesa e il fare assistenza dei servizi sociali.

Di fatto, i bisogni che stanno all’origine di tali iniziative sono spesso bisogni di carattere sociale, riconosciuti e quindi raccomandati all’attenzione della Chiesa stessa dall’opinione pubblica (oggi in questo campo la carità della Chiesa è più riconosciuta a livello civile, anche da quelli che non la frequentano).

Questo riconoscimento esercita di fatto una pressione, nel senso di inclinare ad una sorta di “secolarizzazione” delle stesse iniziative caritative della Chiesa, specie quando siano riconosciute e anche finanziate dagli organi della amministrazione pubblica, dando alla carità della Chiesa più il carattere di “volontariato sociale” che non di “ministero ecclesiale”.
B - L’altro atteggiamento, capace di offrire un criterio di qualificazione del “fare la carità” dei credenti oggi, è quello dello “stile evangelico della dedizione”. Viene ricordato a questo proposito la suggestiva formula avanzata nella Chiesa Italiana: “ripartire dagli ultimi” o, meglio, “rimanere con gli ultimi”.

È l’invito fatto ai credenti a superare la retorica generica della urgenza e doverosità alla disponibilità e all’impegno, per “accordare” specifica e strategica attenzione ai luoghi in cui molte persone in difficoltà scontano i limiti inevitabili della nostra umana incapacità di restituire loro alla speranza e dignità del vivere… a partire dalla famiglia stessa.

Nella Visita pastorale, ho visitato una famiglia dove il papà giace infermo da diversi anni, incapace di provvedere a se stesso in ogni cosa. Viene curato, nutrito, pulito, assistito dalla figlia e dai familiari come un bambino appena nato.

Quando alcuni anni fa la figlia aveva preso coscienza della gravità del male e del suo progressivo sviluppo, parlandone con papà ancora lucido di mente, essa si era sentita dire da lui: “Mi aiuti?”. Quel “mi aiuti” è diventato per lei come un “sì” che ha cambiato le giornate di vita: orari di lavoro e di riposo, relazioni con le amiche e la cosiddetta società attiva, la corresponsabilità dell’anziana madre, del marito e dei figli.

Non nascondeva l’esperienza alle volte di sentirsi sola a lottare con se stessa, a calcolare il prezzo di quella dedizione alla vita, ma alla fine aveva imparato a dirsi, non rassegnata, anzi con una punta di orgoglio filiale: “È mio padre… ci tengo alla sua dignità!”. Sì, anche se disabile in tutto, il papà conserva ancora oggi dopo diversi anni la sua dignità agli occhi della figlia, la dignità che va oltre la qualità di una vita sana, attiva, autonoma.

Questa donna, figlia e madre coraggio da anni accanto al padre incapace di esprimersi e di comunicare, è solo una delle tante persone che, nel silenzio della casa, stanno vicine ai propri cari e ci interpella, al di là delle ideologie sulla libertà e delle utopie sulla qualità della vita.

Amare la vita e averne pietà anche in condizioni tragiche è dire all’altro: “È bene che tu esista; è prezioso che tu viva, anche se la tua condizione è gravosa, per stare accanto a te senza chiedere nulla in cambio, se non il silenzio e la libertà di amare e donarmi a chi è debole, fragile e povero”.
Diversamente si arriva a liberalizzare il principio della indisponibilità della vita umana, che è il presupposto stesso della sua dimensione sociale e la ragione stessa di quanti — familiari, medici, operatori sanitari, istituzioni pubbliche, credenti e non credenti — sono chiamati a prendersi cura dell’uomo, di ogni uomo e della sua dignità.

Due segni e manifestazioni più vistose possono essere qui ricordati come espressione di questa liberalizzazione: l’accanimento terapeutico e l’ottimismo tecnologico. C’è il rischio, dietro a certi modi di intendere il soccorso al prossimo, di affidarsi ad una immagine inadeguata, incompleta, astratta di uomo. Si tratta del soccorso al prossimo inteso solo come “eliminazione del bisogno”.

L’esperienza di questi ultimi decenni ci fa avvertiti con quanta facilità la volontà di eliminazione del bisogno si trasformi in quella di eliminare gli uomini stessi, la cui sofferenza non può più essere superata con interventi tecnici, ma solo con sincero disinteresse.
Il tentativo di chiarimento — peraltro appena abbozzato — sulla qualità cristiana del “fare la carità” comporta oggi il deciso superamento di ogni impostazione dilettantistica della formazione alla carità.

La formazione alla carità è piuttosto da guardare come irriducibile tensione tra “edificazione del rapporto sociale secondo giustizia” da una parte, cui anche i cristiani sono chiamati a partecipare, e — dall’altra — testimonianza dell’amore disinteressato di Dio presso gli ultimi.

Sul modo di vivere in concreto questa tensione, sulle difficoltà e sui problemi, si possono suscitare le domande e gli inviti alla testimonianza riguardanti il rapporto “Casa della Carità e servizio alla persona”, e dunque il chiarimento degli obiettivi che presiede a questo nostro incontro.

Case della carità e servizio alla persona
Conosciamo tutti le varie forme in cui si esprime la carità della Chiesa nella nostra città e territorio: Mensa del povero presso il Vescovo, centri Caritas, guardaroba del povero, gruppo per le visite al carcere, case della cooperativa Madre Teresa per ragazze madri, famiglie dell’emergenza, accoglienza al femminile, CeIS, Hospice “Madonna dell’uliveto” a Montericco…

Ebbene, scrive Benedetto XVI nella sua prima enciclica Deus caritas est, che l’organizzazione ecclesiale della carità non è una forma di assistenza sociale, ma fa parte della natura stessa della Chiesa: “La società giusta non può essere opera della Chiesa — dice il Papa — ma deve essere realizzata dalla politica… Tuttavia l’amore, la caritas sarà sempre necessaria, anche nella società più giusta. Non c’è nessun ordinamento statale giusto che possa rendere superfluo il servizio dell’amore”.

Sì, anche di fronte ai problemi delle nostre città — il problema dell’ordine, della sicurezza, della legalità —, la giustizia da sola non salva la città. La rende forse più sicura, ma tende anche a renderla rigida e dura. Con la giustizia ci vuole anche l’amicizia, l’accoglienza dell’altro, la cura sollecita e intelligente soprattutto dei più deboli. Quello che il Papa afferma per la Chiesa universale, io come Vescovo vorrei declinarlo in rapporto alla nostra Chiesa particolare attorno a questi inviti alla testimonianza.

A - Anzitutto, l’invito a vedere nella cultura della persona, della sua corporeità uno dei frutti maturi che nascono dall’albero della carità della nostra Chiesa. Sappiamo quanto, nella crisi dei valori tradizionali, il corpo rappresenti per l’attuale cultura il valore superstite, il bene ultimo, la ragione esclusiva del proprio rapporto con la vita. Ma sappiamo quanto il corpo sia un bene fragile, fonte di piacere e insieme dispensatore di sofferenza.

Ebbene, nella speranza cristiana c’è una salvezza anche per il corpo, che trova già ora i suoi segni prefigurativi: l’accoglienza alla vita nascente, la cura del malato, l’assistenza al morente. Carità e cultura rappresentano due efficaci canali di comunicazione per il rilancio della evangelizzazione delle nuove generazioni, tentate dal benessere, ma anche fragili.

Come diceva alcuni anni fa il vescovo Luciano a Marola nell’incontro con i Vescovi della nostra Regione che hanno la fortuna delle Case della Carità in diocesi: “Credo che uno dei nodi in cui si gioca l’evangelizzazione oggi è quello del rispetto dell’uomo e della corporeità dell’uomo in tutte le sue espressioni. La Casa della carità mi dice che non esiste una carne umana che non sia la carne di Gesù Cristo. E che quindi di fronte alla carne umana sono chiamato ad assumermi la responsabilità dell’accoglienza, del dono, della gioia della condivisione…”.

L’atteggiamento rilevante che segna la differenza resta quello del cristiano che, con gli occhi della fede, vede non solo il bisogno del povero, ma nel povero bisognoso il volto del Signore (secondo Matteo 25). Così accogliere il povero nella propria vita entra a far parte dei ritmi della propria esistenza, diventa anche una voce importante della propria gestione economica.
B - Inoltre, l’invito è a vedere nella persona malata una possibile via per aprirsi alla sofferenza altrui. Ossia, se ho una malattia che mi schiaccia, posso coltivare questi due atteggiamenti: il primo, rifiutare la malattia, me stesso e il mondo intero; l’altro possibile atteggiamento, che di fatto avviene, è quello di aprirmi alla altrui sofferenza, più di quanto ero io in buona salute.

Quando questo avviene, è una delle cose che lascia più sbalorditi. Ricordo nella mia visita alla Casa della Carità a Uttan a Nord di Bombay, nell’India, di aver incontrato una giovane disabile violenta e ribelle in casa sua, poi accolta in Casa della Carità; incaricata di occuparsi di un bambino di 2 anni era riuscita a creare nella sua sofferenza un atteggiamento di comunione, di solidarietà e di vicinanza quasi materna.

Di Pascal si racconta che, impedito per la malattia di andare in chiesa e potersi accostare alla Eucaristia, un giorno disse: “Poiché non mi si vuole accordare questa grazia, almeno mi sia concesso di supplire con un’opera buona; non potendo comunicare nel Capo, vorrei comunicare nei suoi membri: ho pensato che si faccia venire qui un malato al quale si prestino le stesse cure che a me” (Blaise Pascal, Il buon uso delle malattie, Locusta, Vicenza 1986, p. 42).

C - Infine, l’invito a interpretare sempre più il servizio della carità in prospettiva educativa, per non dire vocazionale. Nella prospettiva educativa avverto sempre più l’esigenza di una approfondita riflessione sulle diverse forme e figure del servizio di carità.

La sfida oggi che investe le stesse esperienze di servizio, di volontariato, di missione è proprio quella di accompagnarle non solo come parentesi generosa da fare nella vita, ma come pagina fruttuosa di storia della propria vocazione definitiva: nella vita consacrata, nel celibato sacerdotale, nella vocazione coniugale e familiare e nelle stesse forme di professione e di esercizio di servizi alla persona.

La Casa della Carità diventa così segno di costruzione di legami, di nuove relazioni sul territorio, laboratorio di spiritualità, di vita comunitaria e di formazione per tutti: vescovo, clero, religiosi, laici, giovani e meno giovani.


Concludo con un dialogo provocatorio, quello tra Charlie Brown e Lucy in un fumetto. Dice Charlie Brown: “Siamo al mondo per amare il prossimo!”. E Lucy: “Ma il prossimo cosa è al mondo a fare?”. È ancora la domanda del dottore della legge a Gesù: “E chi è il mio prossimo?”. Ma Gesù rovescia la domanda, raccontando la parabola del buon Samaritano: “Chi di questi tre ti sembra sia stato il prossimo di colui che è stato trovato mezzo morto sulla strada?”.

Che in altre parole vuol dire: il vero problema non è sapere chi è il mio prossimo, ma come posso io farmi prossimo delle persone che incontro, e in particolare della persona fragile o debole o bisognosa.


+ Adriano VESCOVO
Reggio Emilia - Chiostro della Basilica B. V. della Ghiara”, 12 maggio 2010

Intervento al convegno su “Casa della Carità e servizio alla persona” nel centenario della nascita di Don MARIO PRANDI, fondatore e padre del carisma.


Bibliografia
R. GUARDINI, Il servizio al prossimo in pericolo, in: Id., Ansia per l’uomo II, Morcelliana, Brescia 1969, pp. 73-102.
G. BARONI, Chiesa in stato di servizio, Costituzione della Caritas reggiana, Reggio Emilia 1977.
P. A. SEQUERI, Caritas quaerens intellectum, ossia l’intelligenza della carità, in Rivista del Clero 12 (1985), 818-824.
L. MONARI, L’amore, la guerra e altre cose degli uomini che importano a Dio, Paoline, Milano 2010.





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