Catechesi mistagogica della IV domenica di Quaresima /C



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23.05.2018
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Catechesi mistagogica della IV Domenica di Quaresima /C

La Domenica dell’abbraccio del Padre misericordioso che rallegra e illumina il nostro cuore

La IV Domenica di Quaresima è denominata Domenica della gioia o “Laetare” a motivo dell’imminente letizia pasquale, richiamata dall’antifona d’ingresso1, dal colore rosaceo delle vesti liturgiche e dalla presenza dei fiori che adornano la chiesa. Siamo invitati dalla liturgia ad esultare perché amati da sempre e per sempre da Dio, che si prende cura di noi con tenerezza.

In vista della Pasqua che si avvicina, Dio ci chiede di esprimere la gioia con “fede viva e generoso impegno2. La fede è aderire a Gesù Cristo, Figlio di Dio e Messia, dono del Padre per la nostra salvezza. E’ una grazia, un miracolo, un’opera dello Spirito Santo, un dono pasquale del Risorto che, quale Medico divino, ci guarisce dai morsi del maligno, dalle tenebre del peccato e dell’incredulità, dalla cecità spirituale. Il generoso impegno consiste nel tornare con il cuore contrito ed umiliato al Padre, che ci aspetta per abbracciarci nel sacramento della penitenza e della riconciliazione3, facendoci gustare l’esultanza dello Spirito nella partecipazione alla Cena pasquale dell’Agnello di Dio che toglie i peccati del mondo4. Gesù Eucarestia ci fa passare dalla tristezza alla gioia, dalla dispersione all’unità, dal pianto al canto, dalla desolazione alla consolazione.

L’autore sacro del libro di Giosuè5 ci ha presentato l’azione di Dio che ha liberato Israele, “suo figlio”, dalla schiavitù d’Egitto e dopo il lungo cammino nel deserto lo ha condotto nella terra di Canaan. Alle soglie della terra promessa il popolo di Dio celebra nella libertà la festa di Pasqua, memoria viva della liberazione dalla oppressione egiziana e rinnovazione dell’alleanza che Dio aveva stipulato sul monte santo. Gli israeliti nei riti pasquali gioiscono nel ricordare le meraviglie operate dal Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, il quale continua oggi a custodire il suo popolo. Infatti, cessata la manna, nutrimento provvidenziale nel deserto, ora gli israeliti mangiano i prodotti della terra. Il Dio della storia non cessa di soccorrere il suo popolo.

Con il salmista6 lodiamo, benediciamo e adoriamo il Padre che attraverso il suo Figlio Gesù Cristo opera mirabilmente la nostra redenzione7, liberandoci dal peccato, dalla paura e dall’angoscia, ascoltando le nostre suppliche, illuminandoci d’immenso.

E’ il Padre che ha riconciliato a sé il mondo -che da lui si era allontanato a causa del peccato- nella passione, morte e risurrezione del suo Figlio8. Innestati nel Crocifisso risorto in virtù del Battesimo, siamo nuove creature in Lui9. Ormai le cose vecchie sono passate- ovvero ci siamo spogliati dell’uomo vecchio- e possiamo camminare in novità di vita. L’apostolo Paolo presenta il ministero apostolico quale ministero di riconciliazione. Egli, ambasciatore in nome di Cristo, è ministro della riconciliazione e della salvezza. Accogliamo l’invito a lasciarci riconciliare con Dio per mezzo di Cristo nella potenza dello Spirito Santo attraverso il ministero della Chiesa.

La Chiesa è la Casa della misericordia, del perdono, della riconciliazione, perché è la Dimora di Dio, Padre buono e grande nel perdono, che accoglie nel suo abbraccio benedicente tutti i figli che tornano a lui con animo pentito, ricoprendoli delle splendide vesti della salvezza10 nel banchetto sacrificale che è l’Eucarestia.

In questo Giubileo straordinario della Misericordia riscopriamo il cuore compassionevole del Padre meditando il cap. 15 del Vangelo di Luca, che presenta le tre parabole della misericordia –la pecorella smarrita, la dramma perduta, il figlio prodigo- , narrate da Gesù in risposta ai farisei e agli scribi- rappresentati dal figlio maggiore della parabola- che mormoravano per il suo comportamento misericordioso verso i pubblicani e i peccatori – rappresentati dal figlio minore11. In questa Eucarestia domenicale, come i pubblicani e i peccatori, anche noi ci avviciniamo a Gesù misericordioso per ascoltarlo12 e lasciarci guarire dalla sua grazia sanante. Egli è il Medico divino che non è venuto per i sani, ma per i malati; non è venuto a chiamare i “giusti”, ma i peccatori a conversione. Quante volte nella nostra vita assomigliamo al figlio minore che si allontana dalla casa paterna13, ovvero dalla Parola. Lontani da Dio, si vive nella dissolutezza. Ma Dio non si stanca di cercarci. Poiché ci ha creati per Sé, il nostro cuore è inquieto finché non riposa in Lui, come afferma s. Agostino. Lontani dalla Casa paterna, ci manca il cibo, l’energia pasquale, la Vita. Coscienti del nostro peccato, alziamoci e torniamo al Padre misericordioso, confessandogli la nostra miseria. E’ Lui che con il suo Amore precede e suscita il nostro pentimento. E’ Sua grazia ritornare a Lui con il cuore contrito e umiliato. Se Lui non ci sostenesse continuamente con la sua misericordia, mai noi potremmo alzarci per incontrarlo! Riconosciamo il primato della grazia preveniente del Signore. Il Padre ha sempre le braccia spalancate, ci attende costantemente, fa il primo passo verso di noi poveri peccatori, ma sempre suoi figli amatissimi. Ancora oggi nel sacramento della Misericordia egli si getta al nostro collo e bacia noi, prendendo su di sé il nostro peccato. Piangiamo di gioia nel confessare il nome del Padre che perdona sempre, disposto a fare festa per ogni figlio che invoca la sua misericordia. Meravigliamoci per “il vestito più bello che ci ha fatto indossare” nel sacramento di guarigione spirituale che è la Confessione, ovvero la grazia che risana e guarisce dal peccato. Il Padre gioisce nel metterci l’anello al dito, cioè nel riconoscerci sempre suoi figli, e nel metterci i sandali ai piedi, ovvero nel farci camminare liberamente nella carità. Come non riconoscere nel vitello ammazzato una figura del sacrificio del Figlio, che il Padre fece peccato in nostro favore, perché noi potessimo diventare giustizia di Dio?

La celebrazione dell’Eucarestia domenicale, mistero della fede e festa permanente della Chiesa, è il luogo concreto dove la comunità cristiana fa l’esperienza della salvezza, riscoprendosi comunione dei peccatori accolti, amati, perdonati e santificati continuamente dal Signore. “Coloro che si lasciano salvare da Lui sono liberati dal peccato, dalla tristezza, dal vuoto interiore, dall’isolamento. Con Gesù Cristo sempre nasce e rinasce la gioia”14. Facciamo festa perché il Padre non vuole la morte, ma la vita- la conversione- di ciascuno di noi.

A volte, purtroppo, assomigliamo anche al figlio maggiore che- considerandosi giusto e irreprensibile perché non trasgrediva alcun comandamento della Legge- non sa gioire per l’abbraccio tenerissimo che il Padre riserva a chi non lo ha amato, ma gli ha voltato le spalle. Impariamo ad accoglierci gli uni gli altri come Cristo misericordioso ci ha accolti per la gloria di Dio. Non giudichiamo i fratelli che hanno sbagliato molto nella vita, consapevoli che nessuno di noi è senza peccato. Nella Casa di Dio siamo tutti figli dello stesso Padre e, quindi, fratelli fra di noi in Gesù Cristo, che ci ha donato il suo Spirito di Figlio e di Fratello. Non consideriamoci migliori degli altri solo perché non ci siamo mai allontanati formalmente dalla Casa. Con umiltà confessiamo che a volte può capitarci di essere lontani dal cuore di Dio, pur stando fisicamente nei suoi atri. Infatti,c’è il rischio di stare nella Chiesa con il corpo, ma non con il cuore! Ciò accade quando puntiamo il dito verso chi sbaglia, diventando giudici senza pietà che scagliano pietre pesanti sui fratelli che hanno deviato dalla retta via.

Il Padre buono ci supplica:”Diventate come me, misericordiosi, rispondendo al male con la misericordia!”.

Ricordiamoci che c’è più gioia in cielo per un peccatore pentito, che per novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione. E poiché siamo tutti peccatori- figli minori e figli maggiori-, lasciamoci baciare dal Padre tenerissimo nei suoi Sacramenti per diventare davvero comunità misericordiosa, accogliente, con le porte sempre aperte, col cuore disponibile ad accogliere ogni fratello con il suo peso. Solo così vivremo la beatitudine pronunciata da Gesù:”Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia”.

Domandiamo al Padre di aiutarci a celebrare con fede sincera il sacrificio eucaristico del Corpo e del Sangue del suo Figlio e a offrirlo degnamente per la salvezza del mondo15 .

Con l’orazione dopo la comunione chiediamo a Dio, che illumina ogni uomo che viene nel mondo16 attraverso il sacramento del Battesimo 17, di far risplendere su di noi la luce del suo volto18, perché i nostri pensieri siano conformi alla sua sapienza e possiamo amarlo con cuore sincero.

Viviamo intensamente questo tempo quaresimale, che per noi è la strada dell’esodo che ci porta nella terra promessa. Percorriamo la strada della conversione per fare l’esperienza gioiosa dei divini prodigi nell’ascolto orante e obbediente della Parola, come evidenzia il Prefazio V di Quaresima:

” E’ veramente giusto benedire il tuo nome, Padre santo, ricco di misericordia, nel nostro itinerario verso la luce pasquale sulle orme di Cristo, maestro e modello dell’umanità riconciliata nell’amore. Tu riapri alla Chiesa la strada dell’esodo attraverso il deserto quaresimale, perché ai piedi della santa montagna, con il cuore contrito e umiliato, prenda coscienza della sua vocazione di popolo dell’alleanza, convocato per la tua lode nell’ascolto della tua parola, e nell’esperienza gioiosa dei tuoi prodigi”.



O Maria, Madre di misericordia, ottienici dal tuo Figlio Gesù il dono di un cuore misericordioso!

1 Cf. Is 66,10-11

2 Colletta

3 Cf. Francesco, Misericordiae vultus, 17:” …L’iniziativa “24 ore per il Signore”, da celebrarsi nel venerdì e sabato che precedono la IV domenica di Quaresima, è da incrementare nelle Diocesi. Tante persone si stanno riavvicinando al sacramento della Riconciliazione e tra questi molti giovani, che in tale esperienza ritrovano spesso il cammino per ritornare al Signore, per vivere un momento di intensa preghiera e riscoprire il senso della propria vita. Poniamo di nuovo al centro con convinzione il sacramento della Riconciliazione, perché permette di toccare con mano la grandezza della misericordia. Sarà per ogni penitente fonte di vera pace interiore. Non mi stancherò mai di insistere perché i confessori siano un vero segno della misericordia del Padre. Non ci si improvvisa confessori. Lo si diventa quando, anzitutto, ci facciamo noi per primi penitenti in cerca di perdono. Non dimentichiamo mai che essere confessori significa partecipare della stessa missione di Gesù ed essere segno concreto della continuità di un amore divino che perdona e che salva. Ognuno di noi ha ricevuto il dono dello Spirito Santo per il perdono dei peccati, di questo siamo responsabili. Nessuno di noi è padrone del Sacramento, ma un fedele servitore del perdono di Dio. Ogni confessore dovrà accogliere i fedeli come il padre nella parabola del figlio prodigo: un padre che corre incontro al figlio nonostante avesse dissipato i suoi beni. I confessori sono chiamati a stringere a sé quel figlio pentito che ritorna a casa e ad esprimere la gioia per averlo ritrovato. Non si stancheranno di andare anche verso l’altro figlio rimasto fuori e incapace di gioire, per spiegargli che il suo giudizio severo è ingiusto, e non ha senso dinanzi alla misericordia del Padre che non ha confini. Non porranno domande impertinenti, ma come il padre della parabola interromperanno il discorso preparato dal figlio prodigo, perché sapranno cogliere nel cuore di ogni penitente l’invocazione di aiuto e la richiesta di perdono. Insomma, i confessori sono chiamati ad essere sempre, dovunque, in ogni situazione e nonostante tutto, il segno del primato della misericordia”.

4 Cf. Concilio Ecumenico Vaticano II, Gaudium et spes, 22 in EV 1/1387:” Agnello innocente, col suo sangue sparso liberamente ci ha meritato la vita; in lui Dio ci ha riconciliati con se stesso e tra noi e ci ha strappati dalla schiavitù del diavolo e del peccato; così che ognuno di noi può dire con l'Apostolo: il Figlio di Dio « mi ha amato e ha sacrificato se stesso per me» (Gal2,20). Soffrendo per noi non ci ha dato semplicemente l'esempio perché seguiamo le sue orme ma ci ha anche aperta la strada: se la seguiamo, la vita e la morte vengono santificate e acquistano nuovo significato”.

5 Prima Lettura (Gs 5,9a.10-12)

6 Salmo responsoriale (sal 33/34,2-7)

7 Colletta

8 Seconda Lettura (2 Cor 5,17-21)

9 Cf. Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, Compendio della dottrina sociale della Chiesa, 454:” L'ingresso di Gesù Cristo nella storia del mondo ha il suo culmine nella Pasqua, dove la natura stessa partecipa al dramma del Figlio di Dio rifiutato e alla vittoria della Risurrezione (cfr. Mt 27,45.51; 28,2). Attraversando la morte e innestandovi la novità splendente della Risurrezione, Gesù inaugura un mondo nuovo in cui tutto è sottomesso a Lui (cfr. 1 Cor 15,20-28) e ristabilisce quei rapporti di ordine ed armonia che il peccato aveva distrutto. La coscienza degli squilibri tra l'uomo e la natura deve accompagnarsi alla consapevolezza che in Gesù è avvenuta la riconciliazione dell'uomo e del mondo con Dio, così che ogni essere umano, consapevole dell'Amore divino, può ritrovare la pace perduta: « Quindi se uno è in Cristo, è una creatura nuova; le cose vecchie sono passate, ecco ne sono nate di nuove » (2 Cor 5,17). La natura, che nel Verbo era stata creata, per mezzo dello stesso Verbo, fattosi carne, viene riconciliata con Dio e rappacificata (cfr. Col 1,15-20)”.

10 Colletta anno C

11 Cf. Francesco, Misericordiae vultus, 9:” Nelle parabole dedicate alla misericordia, Gesù rivela la natura di Dio come quella di un Padre che non si dà mai per vinto fino a quando non ha dissolto il peccato e vinto il rifiuto, con la compassione e la misericordia. Conosciamo queste parabole, tre in particolare: quelle della pecora smarrita e della moneta perduta, e quella del padre e i due figli (cfr Lc 15,1-32). In queste parabole, Dio viene sempre presentato come colmo di gioia, soprattutto quando perdona. In esse troviamo il nucleo del Vangelo e della nostra fede, perché la misericordia è presentata come la forza che tutto vince, che riempie il cuore di amore e che consola con il perdono. Da un’altra parabola, inoltre, ricaviamo un insegnamento per il nostro stile di vita cristiano. Provocato dalla domanda di Pietro su quante volte fosse necessario perdonare, Gesù rispose: « Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette » (Mt 18,22), e raccontò la parabola del “servo spietato”. Costui, chiamato dal padrone a restituire una grande somma, lo supplica in ginocchio e il padrone gli condona il debito. Ma subito dopo incontra un altro servo come lui che gli era debitore di pochi centesimi, il quale lo supplica in ginocchio di avere pietà, ma lui si rifiuta e lo fa imprigionare. Allora il padrone, venuto a conoscenza del fatto, si adira molto e richiamato quel servo gli dice: « Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te? » (Mt 18,33). E Gesù concluse: « Così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello » (Mt 18,35).La parabola contiene un profondo insegnamento per ciascuno di noi. Gesù afferma che la misericordia non è solo l’agire del Padre, ma diventa il criterio per capire chi sono i suoi veri figli. Insomma, siamo chiamati a vivere di misericordia, perché a noi per primi è stata usata misericordia. Il perdono delle offese diventa l’espressione più evidente dell’amore misericordioso e per noi cristiani è un imperativo da cui non possiamo prescindere. Come sembra difficile tante volte perdonare! Eppure, il perdono è lo strumento posto nelle nostre fragili mani per raggiungere la serenità del cuore. Lasciar cadere il rancore, la rabbia, la violenza e la vendetta sono condizioni necessarie per vivere felici. Accogliamo quindi l’esortazione dell’apostolo: « Non tramonti il sole sopra la vostra ira » (Ef 4,26). E soprattutto ascoltiamo la parola di Gesù che ha posto la misericordia come un ideale di vita e come criterio di credibilità per la nostra fede: « Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia » (Mt 5,7) è la beatitudine a cui ispirarsi con particolare impegno in questo Anno Santo. Come si nota, la misericordia nella Sacra Scrittura è la parola-chiave per indicare l’agire di Dio verso di noi. Egli non si limita ad affermare il suo amore, ma lo rende visibile e tangibile. L’amore, d’altronde, non potrebbe mai essere una parola astratta. Per sua stessa natura è vita concreta: intenzioni, atteggiamenti, comportamenti che si verificano nell’agire quotidiano. La misericordia di Dio è la sua responsabilità per noi. Lui si sente responsabile, cioè desidera il nostro bene e vuole vederci felici, colmi di gioia e sereni. È sulla stessa lunghezza d’onda che si deve orientare l’amore misericordioso dei cristiani. Come ama il Padre così amano i figli. Come è misericordioso Lui, così siamo chiamati ad essere misericordiosi noi, gli uni verso gli altri”.

12 Vangelo (Lc 15,1-3.11-32)

13 Significativo il commento di sant’Agostino al sal 138,3-6:” Intendi i miei pensieri da lontano; il mio cammino e il mio giacere tu scruti, e tutte le mie vie ti son note. Che significa: Da lontano? Tu hai conosciuto il mio pensiero mentre io mi trovo ancora nell'esilio, prima che raggiunga quella patria. Ripensa a quel figlio più giovane. Anche lui divenne corpo di Cristo: è la Chiesa proveniente dal mondo pagano. E veramente era andato lontano quel figlio più giovane! Ecco un padre di famiglia che ha due figli: il più grande non si allontana ma resta a lavorare nel campo. Rappresenta i santi che vivono nella legge e della legge compiono le opere e osservano i precetti . In opposta direzione era andata quella porzione dell'umanità che s'era abbandonata all'idolatria: s'era inoltrata per un lungo tratto nella strada dell'esilio. Cosa c'è infatti tanto lontano dal tuo Creatore quanto un idolo che tu stesso ti sei costruito? Ecco dunque il figlio minore. È partito per una terra lontana recando con sé la porzione del suo patrimonio, che, come sappiamo dal Vangelo, consumò rapidamente conducendo una vita spendereccia insieme con le prostitute. Ridotto alla fame, si pose alle dipendenze di un notabile di quel paese, il quale lo incaricò di pascere i porci. Come quei porci egli voleva saziarsi di ghiande ma non gli era consentito. Soffrì gli stenti, fu nella tribolazione e nell'indigenza, e in quello stato gli tornò in mente il padre: ebbe voglia di tornare a casa. Disse: Mi alzerò e andrò dal padre mio. Disse: Mi alzerò, poiché stava seduto, sicché nelle parole di lui puoi riconoscere le parole di colui che nel nostro salmo dice: Tu mi hai conosciuto quando siedo e quando sorgo. Mi sono assiso cadendo in miseria, sono risorto desiderando il tuo pane. Intendi i miei pensieri da lontano. Ero partito per un luogo lontano, ma c'è forse un luogo dove non si trovi colui che avevo abbandonato? Intendi i miei pensieri da lontano. Per questo dice il Signore nel Vangelo che il padre gli andò incontro mentre l'altro tornava . Certo! quand'era ancora lontano ne aveva penetrato i pensieri. La mia via e il mio confine tu hai scandagliato. Dice: La mia via. Qual via, se non la via cattiva che egli aveva battuta abbandonando il padre, quasi che potesse nascondersi all'occhio di colui che l'avrebbe castigato? Ovvero: gli sarebbe forse capitata quella miseria che lo annientò al segno di ridurlo a pascolare i porci, se non l'avesse voluto il Padre, il quale fino a tanto sferzò chi s'era allontanato finché non l'ebbe recuperato vicino? Si tratta dunque di un fuggitivo scoperto e perseguitato dal giusto castigo di Dio. Dio infatti si prende la rivalsa su tutti i moti del nostro cuore, in qualsiasi direzione ci muoviamo allontanandoci [da lui]. Ecco ora questo fuggiasco, in un certo qual modo scoperto, parlare e dire: Tu hai scandagliato la mia via e il mio confine. Cos'è la mia via? La direzione in cui mi ero avviato. Cos'è il mio confine? Il punto dov'ero arrivato. Tu hai scandagliato la mia via e il mio confine. Il confine da me raggiunto, per quanto avanzato, non era lontano ai tuoi occhi: avevo fatto molta strada ma [là dov'ero arrivato] tu c'eri ancora. Tu hai scandagliato la mia via e il mio confine. Tu hai preveduto tutte le mie vie. Non dice: Tu hai veduto, ma: Tu hai preveduto. Tu le hai previste prima che io le percorressi, prima che ci camminassi; e hai permesso che io mi inoltrassi fra gli stenti per quelle mie vie, suggerendomi insieme, però, che, se mi fosse piaciuto essere esente da fatica, tornassi a percorrere le vie tue. Poiché non vi è inganno nella mia lingua. Qual è il motivo di queste parole? È una confessione che ti faccio: percorrendo la mia via io mi sono allontanato da te; ti ho abbandonato mentre sarebbe stata mia felicità restare con te. Per fortuna però ho avvertito quale sventura sia stata la mia lontananza da te. Se infatti mi fossi trovato bene senza di te, forse avrei ricusato di tornare a te. Chi pertanto confessa in questa maniera i suoi peccati, chi parla [così] è il corpo di Cristo dopo che ha conseguito la giustizia, non per le proprie risorse ma per la grazia di lui. Eccolo [quindi] dire: Non vi è inganno nella mia lingua”.

14 Francesco, Evangelii gaudium,1

15 Orazione sulle offerte

16 cf. Gv 1,9

17 cf. Eb 10,32

18 cf sal 4,7b






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