«ce qui est resté d’un Rembrandt déchiré en petits carrés bien réguliers, et foutu aux chiottes» si divide in due



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02.02.2018
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« ce qui est resté d’un Rembrandt déchiré en petits carrés bien réguliers, et foutu aux chiottes » si divide in due.
Come il resto.
[…]
C’è del resto, sempre, due funzioni che si ritagliano. (7)
[…]

Il resto è indicibile, o quasi: non per approssimazione empirica, ma, a rigor di termini, indecidibile. (8)

[…]
Non ci sarebbe nient’altro che l’escremento. Se si volesse andare subito al punto, tutto il testo (per esempio quando si firma Genet) si raccoglierebbe in quella «bara verticale» (Miracolo della rosa) come l’erezione di una scrittura. Il testo r(è)sta – cade e rovina, la firma r(è)sta – cade e rovina – il testo. La firma resta, dimora e cade in rovina/resta dimora e tomba. Il testo lavora a farne oggetto di lutto. E viceversa. (10-11)

[…]
Questa campana a morto può essere letta come l’analisi interminabile di un vomitare, o piuttosto di un disgusto che mi coglie e che mi fa scrivermi (22)

[…]
Ancora il problema della physis come mimesis. Che si riduce anche al fatto di sapere che cosa farsene di ciò che si mangia. Il lavoro del lutto come lavoro della lingua, dei denti e della saliva, anche della deglutizione, dell’assimilazione e del rutto. (40)

[…]
Se tutta questa eloquenza sulla firma in forma di cavallo lo fa cagare, tanto peggio. La scrittura cade e rovina anche come un escremento sotto sigillo.


Magnificare lo stronzo, glorificare ciò che cade in pezzi (stronzo, stronzare, strunzen) sotto la sella, erigere il calibro della sua firma o far cadere l’erezione da cavallo, il re dal trono, ecco che cosa sarebbe l’equivalente.
Resta – da sapere – che cosa fa cagare. (46)
[…]
Il “condannato”, la “ronda dei condannati” che si tengono strettamente in piedi, si somigliano e si sostituiscono l’un l’altro in silenzio come le lettere sulla pagina, l’una al posto dell’altra, l’una che vale quanto l’altra, il pezzo di merda che risuona in cadenza contro le pareti della caverna come una campana a morto gutturale e fradicia, dura e impregnata, la gloria dell’escremento solido che s’eleva nel canto incorporale dell’odore mentre tutto “discende”, sprofonda, penzola, costringendo il cilindro liquido a schizzare in alto, verso le natiche nude, ecco tutto un glossario mobile, più attivo attraverso le parole che mancano, attraverso tutto ciò che vi ruba dalle tasche nel momento in cui passeggiate nel testo come un turista, con gli occhi fissi su ciò che l’indigeno vi vuole mostrare, con negligenza, della sua operazione. (47-48)

[…]
Obiezione: a partire da che cosa presupponete che ci sia il testo, e il resto, per esempio questo testo qui oppure questo resto qui?



C’è non vuol dire esiste, resta non vuol dire è. L’obiezione appartiene all’ontologia. È senza replica. Ma voi potete sempre lasciar perdere. E non tener conto perlomeno di questo resto qui. (56)

[…]
l’essenza della rosa è la sua non-essenza: il suo odore in quanto evapora. Di qui la sua affinità d’effluvio con il peto o con il rutto: questi escrementi non si conservano, non prendono neanche forma. Il resto non resta. Di qui il suo interesse, la sua assenza d’interesse. Come potrebbe appropriarsi di un peto l’ontologia? Può sempre mettere lo zampino su ciò che resta nel cesso, mai sui vapori che esalano le rose. Si tratta dunque di leggere l’antropia di un testo che fa scoreggiare le rose.

E tuttavia il testo, da parte sua, non sparirebbe affatto, perlomeno non così velocemente come i peti che gli danno fiato. I paraventi, che si può intendere come l’enorme parata di un peto che si produce fin dalla prima parola (“Rose!”), resta, può essere riletto, si ripete. Questa suspense tra il resto e il non-resto del resto, questa sospensione del testo che ritarda un po’ – non bisogna esagerare troppo – la dissipazione assoluta potrebbe chiamarsi l’effluvio. L’effluvio designa in generale sostanze organiche in decomposizione, o piuttosto il loro prodotto che fluttua nell’aria, questa sorta di gas che si mantiene per un certo tempo al di sopra delle paludi, una specie di fluido magnetico. Il testo è dunque un gas; per l’origine del termine e la sua posta in gioco si esita, ma si tratta lo stesso di qualcosa che sta tra lo spirito (Geest, Geist) e la fermentazione (gäschen). (69-70)

[…]
Se scrivo due testi alla volta, voi non mi potrete castrare. Se delinearizzo, erigo. Ma al tempo stesso divido il mio atto e il mio desiderio. Io – marchio la divisione e, sempre sottraendomi a voi, simulo senza posa e non godo da nessuna parte. Mi castro da solo – me ne resto così – e «gioco a godere».

O quasi, in fondo.
(Ah) sei imprendibile (ebbene) resto(a). (77)
[…]
Resto/a – la madre.
Ciononostante, due pagine

[…]


più avanti, nella penultima frase del libro, “il resto è indicibile”.

Resto/a è sempre detto della madre.

[…]
Ancora molto vicino alla fine, “Resta! (Saïd [il figlio] esita ancora e poi esce). Fuoco!” e “La Madre esce per ultima”. Esce sempre per ultima come l’epifania di ciò che è più prossimo. (132-133) […]
La madre non presenterebbe all’analisi il termine di una regressione, un significato di ultima istanza, se non nel caso in cui voi sappiate che cosa dice o vuol dire la madre, ciò di cui è pregna. Ora non lo potreste sapere se non dopo aver esaurito tutto il resto, tutti gli oggetti, tutti i nomi che il testo mette al suo posto (galera, galleria, boia, fiori di tutte le specie non ne sono che esempi). Finché non avrete compitato a fondo ciascuno di questi nomi e ciascuna di queste cose, resterà qualcosa della madre

[…]


che non avrete esaurito. Siccome non c’è oggetto né perciò sapere che non sia della madre, la proposizione del sapere assoluto “è la Madre” forma il paravento di una tautologia, ovvero l’imene che si lacera da se stessa. Una volta analizzato il paravento, non (ci) si trattiene (da) nulla. Il para cade nel vento o resta sospeso tra le scoregge. (133-135)
[…]
L’oggetto dell’opera presente, anche il suo stile, è il boccone morsicato.
Che si stacca sempre, come lo indica il nome e perché non lo dimentichiate, con i denti.

L’oggetto dell’opera presente (codice della sarta) è ciò che di una morsicatura resta in gola: il morso. (135)


[…]
E se tutto questo lavoro da galera si fosse esaurito nell’emettere (il termine emettere mi sembra interessante ma insoddisfacente, si dovrebbe dire anche ungere, indurre, ingiungere, spalmare)

GL


non dico il significante GL, né il fonema GL, né il grafema GL. Il marchio sarebbe meglio, se si intendesse bene questo termine e se si aprissero bene le orecchie; neanche il marchio quindi.

È anche imprudente avanzare o mettere in moto il o la GL, scriverlo/a o articolarlo/a in maiuscole. Non ha identità, né sesso, né genere, non ha alcun senso, non è né un tutto definito né la parte distaccata da un tutto

gl resta gl

cade come fa il ciottolo nell’acqua – da non prendere neanche per una archiglossa (perché non è che un boccone di glossa, ma non ancora una glossa e quindi, elemento distaccato da ogni glossa, molto più ed altra cosa che non l’Urlaut), per delle consonanti senza vocali, per sillabe “sonanti”, lettere non vocalizzabili, su qualche base pulsionale della fonazione, una voce senza voce che soffoca un singhiozzo

[…]

o un grumo di latte in gola, il riso convulso o il vomito mucoso di un bimbo vorace, il volo imperiale di un rapace



[…]

che piomba di colpo sulla vostra nuca, il nome vischioso, gelido e pedante di un impassibile filosofo teutonico, di nota balbuzie, sia liquida che guttural-tetanica, un gozzo gonfio o gorgheggiante, tutto ciò che batte nel condotto o nella fossa timpanica, lo sputo o l’impiastro sul velo palatale, l’orgasmo della glottide o dell’ugola, la vischiosità clitoridea, la cloaca dell’aborto, il singulto dello sperma, lo iato ritmato di un’occlusione, lo spasmo a scosse successive di una eruttoiaculazione, la valvola sincopata della lingua e delle labbra, o un’inezia che cade nel silenzio della voce lattea […]. (137-139)


[…]
“Chi resta diventa più forte”, più resta e meglio si erge. Resta equivale a: si drizza. Per ogni occorrenza, giocate a rimpiazzare restare con drizzarsi, a sostituire il resto con la tensione dell’erezione. Incomincerete a pensare che

cos’è un evento, un caso, diciamo piuttosto un occorrente. Non bisogna semplificare la logica dell’anterezione. Non si erige contro o malgrado la castrazione, a scapito della ferita o dell’infermità, castrando la castrazione. Si drizza,

la castrazione. L’infermità stessa si lenisce nel drizzarsi. È proprio l’infermità, come si dice ancora oggi in un vecchio modo di dire, che produce l’erezione: una protesi che nessun evento di castrazione avrà preceduto. La struttura della protesi appartiene all’intumescenza. Nulla si tiene in piedi altrimenti. (156-157)
[…]
Sperma, saliva, muco, bava coagulata, lacrime di latte, gelatina di vomito, tutte queste sostanze pesanti e bianche vanno a mescolarsi le une nelle altre, ad agglutinarsi, ad agglomerarsi, a stendersi sul bordo di tutte le figure e a passare per tutti i canali. (158)
[…]
Il testo è sputato. È come un discorso le cui unità si plasmano alla maniera di un escremento, di una secrezione. E poiché si tratta qui di un gesto glottico, lavoro su di sé della lingua, l’elemento è

la saliva che incolla così le unità le une alle altre. L’associazione è una sorta di contiguità viscosa, mai un ragionamento o un richiamo simbolico; la pania dell’aleatorio fa senso, e il progresso si ritma attraverso piccole scosse, afferramenti e suzioni, placcatura o placcaggio – in tutti i sensi – e penetrazione glissante. Nell’imboccatura o lungo la colonna. (161)


[…]
Ma l’agglutinazione non fa presa solo nella pasta significante (gl de-generato come suo o sua), si incolla al senso: analogia fiore-sputo di cui si copre ciò che si ama (vedere morto), passaggio dal fiore allo sputo, dal fallo allo sperma, dal gladiolo (bilancia della giustizia, spada della vergine) alla bava seminale, ecc. Ora questa doppia serie, che noi potremmo condurre molto lontano, non ci interessa e non fa testo che nella misura di un resto di gl

ri-elaborare, tenuto conto di questo resto, un pensiero della mimesis: senza imitazione (di un oggetto rappresentato, identificabile, preliminare e ripetuto), senza ripetizione (di una cosa, di un evento, di un referente, di un significato), senza significazione (di un senso o di un significante). Logica di una stringenza inquietante, i suoi simulacri e i suoi fantasmi sfuggono ai termini di ogni analisi, ma essa rende rigorosamente conto dell’interminabilità

[…]

Nel momento in cui voi credete di leggerlo qui, di commentare o decifrare questo testo qui, voi siete commentati, decifrati, osservati da un altro: ciò che è rimasto. (169)



[…]
[La] catena semantica o tematica, apparente o nascosta […] è spinta nell’indecisione dal bilanciamento o il battito sospeso, l’oscillazione del battente (il “vero” tema impossibile del boccone) rimarcandosi o ripercuotendosi nel né-né delle ghul (tra uomo e donna, tra uomo e non-uomo, linguaggio e non-linguaggio, ecc.) L’elemento semantico è colpito dal ritmo del suo altro, vi si espone, aperto, offerto nel suo iato stesso. (177-178)

[…]


che non appartiene né all’una né all’altra, facendole aderire da qualche parte l’una all’altra; aprendole d’un sol colpo, mettendole al lavoro, ma come una specie di ventosa generale. (180)

[…]
I pezzetti che taglio e cucio nel testo designato da colui che si denomina Genet non devono né distruggerne la

forma o togliergli il respiro (non dite l’unità, il problema che si pone qui è di sapere che cosa potrebbe essere un testo uno e se qualcosa del genere esiste più che un unicorno), né ricomporne o coglierne di nuovo l’integrità in una di queste reti (formali o semantiche – che abbiamo finto di gettare e rilanciare senza tener conto: soltanto per mostrare o piuttosto per spingere al di là di ogni manifestazione il fatto che la rete opera soltanto nella misura in cui è debitrice di un resto. Non trattiene che resti, spoglie monumentali, e lascia cadere il resto. E di questo resto che non è, che fa testo, la caduta, il caso defalcato imbastisce tutte le macchine da scrivere. Il resto è in testa e in coda, non si tratta di servirlo su un piatto di portata. (190-191)
[…]
Cerco dunque il buon movimento. Ho forse costruito qualcosa come la matrice del suo testo? A partire dalla quale si potrebbe poi leggerlo, vale a dire ri-produrlo?

No, vedo piuttosto (ma è forse ancora una matrice o una grammatica) una sorta di macchina per dragare. Dalla cabina dissimulata, piccola, chiusa, a vetri di una gru, manipolo delle leve e da lontano, ho visto fare qualcosa del genere a Saintes-Maries-de-la-Mer a Pasqua, immergo in acqua una bocca d’acciaio. E raschio il fondo, vi afferro pietre ed alghe che tiro su per deporle in terra, mentre l’acqua scorre via veloce dalla bocca.

E ricomincio a raschiare, a grattare, a dragare il fondo del mare.

Sento appena il rumore dell’acqua dalla piccola cabina.

La matrice dentata non raccoglie che quello che può, alghe, pietre. Pezzi sbocconcellati, visto che morde. Distaccati. Ma il resto le passa tra i denti, tra le labbra. Non si prende il mare o la marea. Si riforma sempre.

Resta femminilmente. Là, uguale, calma. Intatta, impassibile, sempre vergine. (229)

[…]
Un oggetto può forse comprendere ciò di cui è l’oggetto, ecco la questione che si poneva a Saintes-Maries-de-la-Mer a Pasqua. Il resto del Rembrandt voleva senza dubbio rispondere – e sì – a una tale questione.

Sì, in ragione della stringenza che ci interessa e ci costringe, la matrice trascendentale lascia sempre ricadere il resto del testo. (230)


[…]
Non conserva nulla presso di sé, né beni, né opere, né se stesso: nessun avere assoluto come essere-presso-di-sé. Non ha luogo. Si defila e dilapida. Ma è forse

l’avaro più conseguente di tutti gli annali della letteratura. È al di sopra della sua opera: quest’ultima, potendosi così separare e staccarsi da lui, non gli è uguale. Lui si innalza al di sopra del resto. L’avaro più conseguente: porta su di sé soltanto denaro in contante e qualcosa (un passaporto) che permetta di identificare la sua firma. (230/231)

la conseguenza qui: evitare di avere per aversi, per essere senza che ciò si stacchi, senza che si separi da sé. Non spendere il denaro, non metterlo in banca, neanche metterlo in circolazione, distruggerlo a forza di conservarlo presso di sé. Il denaro è già il sublime essere-presso-di-sé dell’escremento. È l’escremento che posso custodire più facilmente. Valore assoluto, senza valore, equivalente di ogni valore. Da non depositare, quindi, in nessun caso: altra maniera di annullarlo nella sua stessa contraddizione.



[…]

Sa che non si custodisce se non ciò che si perde. Se stessi. Non si perde soltanto ciò che non si custodisce, si

perde ciò che si custodisce. L’altra cosa (l’altra sponda, l’altro segno, ecc.) è persa perché vi rinunciate. Ma quella che custodite è persa perché rinunciate all’altra. E la fenditura tra le due non è niente. Eppure è quella che occorre occupare. L’avaro conseguente analizza la fenditura. Poi fa la spola tra le due. (232)
[…]
Ciò che è rimasto di un Rembrandt strappato in piccoli riquadri e gettato al cesso. Lo strano termine di disgusto. (240)
[…]
gl: la stringenza dell’orifizio – una strozzatura – informa allora un blocco di caseina, per esempio, un rutto, un peto, un resto per fare in tutti i casi la sua tomba.
Ma è sempre la madre – si sa ora che questa parola non vuol dire nient’altro che ciò che segue, ossequia, resta dopo aver ucciso ciò che ha fatto nascere. Lo si è appena verificato per Nostra-Signora-dei-Fiori. Lo si può fare con le Pompe funebri. Ho spesso sollevato la questione: che cosa vuol dire qui per un testo e in una lingua in generale. Qual è il qui e ora di una campana a morto?
Di un resto?

Di un resto che non sarà più – né reliquia né residuo – di nessuna operazione.


La risposta di Pompe funebri accusa il resto della madre di aver commesso l’omicidio. (286)

[…]
Resto/a qui ovvero campana a morto che non si può arrestare. (287)


[…]
Ciò che avevo temuto, naturalmente, già, si riedita. Oggi, qui, ora, gli avanzi di (291)




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