Cenni sulla teologia dei santi



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01.06.2018
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GIOVANNI PAOLO II NELLA TEOLOGIA MARIANA DEI SANTI

Il presente elaborato, che scaturisce da un corso impartito dal Prof. Francois Marie Lethel della Facoltà Teologica Teresianum di Roma, intende illustrare la spiritualità e il pensiero di Giovanni Paolo II in ordine a Maria, ma poiché si tratta di un personaggio ormai certo della nostra agiografia, alla pari di altri uomini illustri in dottrina e in santità, no si può eludere un riferimento a quella che la Teologia Spirituale definisce la Teologia dei Santi, che è una teologia non solamente speculativa e astratta, ma concretamente vissuta. Oltre al pensiero di Giovanni Paolo II sul mistero dell’Incarnazione del Verbo in Maria, non potremo allora fare a meno di visionare le caratteristiche portanti della sua personale devozione mariana.



I
CENNI SULLA TEOLOGIA DEI SANTI


Sulla scia del pensiero del Prof. Lethel collochiamo la figura di Giovanni Paolo II, il suo amore verso Maria e il suo magistero mariano nell’ottica della “Teologia dei Santi come conoscenza dell’amore di Cristo che sorpassa ogni conoscenza.” La teologia dei Santi, secondo l’insegnamento di Lethel, è caratterizzata da due aspetti fondamentali: 1)Amore questo caratterizzato a sua volta dalla Mistica e dalla Pratica: l’amore infatti è di provenienza divina e a Dio è innanzitutto rivolto. Si tratta dell’amore mistico ossia dell’apertura totale ai Misteri della trascendenza divina. 2) Conoscenza, questa a sua volta suddivisa e caratterizzata dagli aspetti di Noetica e Simbolica la prima adoperante i concetti, le idee e le concezioni speculative e nozionistiche; l’altra che fa uso dei simboli, delle immagini e delle rappresentazioni. La teologia dei Santi è quindi la teologia “vissuta”, quella che non si limita alla speculazione astratta ma che trasforma la riflessione sul mistero in concretezza di vita effettiva; come si legge nella Novo Millennio Ineunte di Giovanni Paolo II fra la ricerca teologica e la vita teologale dei santi vi è una continuità necessaria ed effettiva perché infatti va allontanata ogni tentazione, alla quale di fatto si è caduti a partire dal Medio Evo con l’ingresso dello studio universitario in Occidente, di ridurre la teologia a pura speculazione astratta senza riscontro con la vita reale. Le quattro dimensioni di Mistica, Pratica, Noetica e Simbolica permettono di fatto la complementarietà nella teologia, dando il dovuto spazio in materia di teologia anche a quelle dimensioni che di fatto non occupano rilevanza nella speculazione teologica come la simbolica e la mistica. Le quattro virtù teologali, che per l’appunto Lethel ama distinguere come virtù teologiche, sono la concretizzazione nella vita di ogni riflessione speculativa su Dio soprattutto nel compendio fra la preghiera e la carità, che è il vincolo di ogni perfezione. Fra le priorità che si riscontrano nella Teologia dei Santi è importante dare risalto al primato del mistero di Cristo, che è al centro della comunione trinitaria e al centro della comunione verginale. Gesù infatti come Verbo di Dio è al centro in quanto Figlio del Padre nonché in quanto datore dello Spirito Santo. Al centro della comunione verginale perché è Figlio e sposo di Maria nonché sposo della Chiesa. Sempre nella Teologia dei Santi si deve considerare, proprio in conseguenza alla priorità del mistero di Cristo, la centralità del mistero della Chiesa che va visto alla luce della Lumen Gentium n. VIII: la Chiesa come popolo di Dio prefigurato dall’Antica Alleanza che rispecchia il mistero della Trinità e ha la sua pienezza nell’incarnazione e viene inaugurata dalla morte di Gesù sulla croce. La Chiesa è popolo di Dio, caratterizzata dalla comunione del battezzati, in cui si distingue la gerarchia, i laici, i religiosi. La teologia dei santi va collocata nell’ottica della Lumen Gentium al cap. V sulla vocazione universale alla santità, unitamente al cap. VIII che dedica la sua riflessione a Maria nella vita della Chiesa, per i loro accenti cristocentrici e trinitari senza smentire il riferimento alla Madre di Dio e all’ecclesiologia.
Il cap. V della Lumen Gentium afferma infatti la vocazione universale alla santità di tutti i membri del popolo di Dio in virtù del battesimo e prescindendo dallo specifico vocazionale o dalla situazione personale di ciascuno: la santità è la chiamata alla configurazione piena a Cristo nella carità perfetta e pertanto alla sequela dello stesso Cristo, il Santo per eccellenza. Come afferma Pietro: ad immagine del Santo che vi ha chiamati, siate anche voi santi in tutta la vostra condotta e come esorta il monito dello stesso signore Gesù Cristo: “Siate perfetti, come perfetto è il Padre vostro celeste” (Mt 5, 48). La conformità a Cristo e il raggiungimento della carità perfetta si raggiunge non senza l’apporto della grazia dello Spirito Santo e dai mezzi di grazia che Questi apporta, la partecipazione all’Eucarestia e agli altri Sacramenti, come pure l’esercizio della volontà nella lotta contro le tentazioni. Il cap. VII dello stesso documento conciliare parlando dell’indole escatologica del popolo di Dio che tende verso il compimento finale passando attraverso la storia, afferma che “la chiesa, già sulla terra è adornata di vera santità, anche se imperfetta” (LG 48) e raggiungerà la perfezione assoluta solo alla fine del suo itinerario, nella visione definitiva della gloria. La Chiesa è Santa in quanto istituzione voluta dal Giusto e dal Santo e in quanto comunità che aspira tutta, a prescindere dai singoli fedeli, al raggiungimento della perfezione e coltiva il monito alla conversione.
Il capitolo VIII della Lumen Gentium esordisce con il mistero dell’Incarnazione tratto da Gal 4, 4-5): quando venne la pienezza del tempo, (Dio Padre) mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la Legge, per riscattare coloro che stanno sotto la Legge... affinchè ricevessimo l’adozione a figli.” Il Verbo di Dio per volontà del Padre e per opera dello Spirito Santo si è incarnato in una Vergine per un disegno divino straordinario di salvezza che la Chiesa ha accolto e di cui ora continua la divulgazione. I fedeli che nella Chiesa vivono la loro comunione con Cristo Capo e fra di loro come membra di un solo corpo e aspirano alla santità, volgono lo sguardo verso Cristo e venerano innanzitutto la Vergine Maria. Ella infatti si è resa partecipe del mistero di Cristo nell’incarnazione e nella redenzione e pertanto merita a pieno titolo di essere definita come la Madre del Dio e Signore nostro Gesù Cristo (LG 52).
La posizione di Maria è quindi nel pensiero della Chiesa di inferiorità a Cristo e di superiorità rispetto ai battezzati, poiché ella deriva la sua grandezza dalle grandi opere che Dio ha fatto in lei rendendola Madre del Verbo e di conseguenza come Madre del Verbo fatto carne, di Dio incarnato, è anche madre dell’umanità intera e dei credenti. La sua maternità si protende dalla gestazione per opera dello Spirito Santo del Cristo all’assistenza materna di tutti gli uomini che sono i destinatari dell’opera della salvezza, ferma restando la centralità indiscussa del Figlio Verbo Incarnato: “ La beata Vergine, predestinata fino dall'eternità, all'interno del disegno d'incarnazione del Verbo, per essere la madre di Dio, per disposizione della divina Provvidenza fu su questa terra l'alma madre del divino Redentore, generosamente associata alla sua opera a un titolo assolutamente unico, e umile ancella del Signore, concependo Cristo, generandolo, nutrendolo, presentandolo al Padre nel tempio, soffrendo col Figlio suo morente in croce, ella cooperò in modo tutto speciale all'opera del Salvatore, coll'obbedienza, la fede, la speranza e l'ardente carità, per restaurare la vita soprannaturale delle anime. Per questo ella è diventata per noi madre nell'ordine della grazia… E questa maternità di Maria nell'economia della grazia perdura senza soste dal momento del consenso fedelmente prestato nell'Annunciazione e mantenuto senza esitazioni sotto la croce, fino al perpetuo coronamento di tutti gli eletti. Difatti anche dopo la sua assunzione in cielo non ha interrotto questa funzione salvifica, ma con la sua molteplice intercessione continua a ottenerci i doni che ci assicurano la nostra salvezza eterna.” (LG, nn. 61-62)
Maria quindi è preordinata ad essere Madre del Verbo sin dalle origini della storia della salvezza, preservata dal peccato originale prima di venire al mondo e pertanto redenta per mezzo di uno speciale intervento divino e destinata così ad essere Colei mediante la quale la storia giunge al suo pieno compimento.
L’episodio chiave che interpreta la posizione di Maria nell’ordine dell’economia salvifica è sempre secondo il Concilio, quello dell’Annunciazione dell’angelo, ma anche altri avvenimenti che riguardarono Maria nell’infanzia di Gesù come la visita alla cugina Elisabetta, la gestazione per opera dello Spirito Santo, la fuga in Egitto, al presentazione di Gesù al tempio, il ritrovamento di Gesù nel tempio fra i dottori sono illuminanti di come tale cooperazione si sia estesa e protratta anche oltre. Così pure la compagnia di Maria nell’intera opera pubblica di Gesù in episodi quali il miracolo di Cana di Galilea (“Fate quello che vi dirà”) e la sosta davanti alla croce dove avviene la reciproca consegna di Maria al discepolo e del discepolo a Maria sono in tal senso molto illuminanti. Maria si propone come Madre e come modello di fiducioso affidamento al mistero di Dio nell’obbedienza partecipe e disinvolta alla sua volontà e pertanto afferma nella sua stessa vita il Totus tuus ergo sum cioè la consegna di tutta se stessa al Signore scelto e amato con cuore indiviso e risoluto.
Maria si mostra essa stessa operatrice e incarnatrice dei valori della teologia vissuta dei Santi, nella quale Amore e Conoscenza si fondono e si richiamano a vicenda, avendo esperito e testimoniato ella medesima la quadruplice dimensione di Mistica, Pratica, Noetica e Simbolica. La sua vita è stata infatti contrassegnata, a partire dal kaire di Nazareth, da una conoscenza di Dio nella fede, nella speranza e nella carità; ma sul modello di Maria e sulla sua intercessione anche su altri personaggi illustri in dottrina e perfezione evangelica noi possiamo vedere il riflesso della teologia vissuta. Prenderemo in esame adesso in modo dettagliato la figura e il pensiero di Giovanni Paolo II.

II
GIOVANNI PAOLO II: TOTUS TUUS




Giovanni Paolo II si innesta, alla pari di tutti gli altri uomini illustri in dottrina e santità di vita, nell’ambito di questa teologia vissuta avendo anch’egli incarnato i valori dell’Amore e della Conoscenza nella quadruplice dimensione di mistica, pratica, noetica e simbolica. La vita di quest’uomo è intrisa di significativi episodi di instancabile donazione a Dio e al prossimo e anche negli ultimi anni della sua vita l’eroismo delle virtù traspariva in questo uomo forte e coraggioso che non si arrendeva alla malattia e alla debolezza fisica sforzandosi, durante le prime settimane anteriori alla morte, di parlare al popolo nonostante l’impossibilità di emissioni fonetiche e ancor prima reggendo se stesso e tutto il suo corpo piegato su un lato sul pastorale. Ciò che animava Giovanni Paolo II in questo slancio eroico delle virtù era stato certamente l’amore verso Cristo, coltivato principalmente attraverso Maria. Il 13 Maggio 1981, giorno dedicato alla Madonna di Fatima, commemorativo delle sue apparizioni, il Pontefice intorno alle ore 17 si accinge a percorrere Piazza San Pietro a bordo della jeep scoperta per raggiungere l’apposito palco delle udienze dove alcuni gruppi di pellegrini attendono l’udienza pontificia del Mercoledi. Fra i presenti, un gruppo di provenienza polacca reca con sé un’immagine della Madonna di Cestokowa con su scritto: “Madonna, proteggi il Santo Padre dal male”. Mentre la papa mobile raggiunge il palco man mano che il papa saluta i presenti accarezzando affettuosamente i bambini, che prende anche in braccio, dal mezzo della folla una mano ostenta una pistola indirizzando la canna contro la persona del pontefice polacco. Si tratta dell’attentatore Alì Agca che premendo il grilletto esplode alcuni colpi di calibro 9 contro il pontefice, perforandogli lo stomaco. Mentre viene subito trasportato d’urgenza al Gemelli, il pontefice, stremato dal dolore invoca la protezione di Maria: “Maria, madre mia, Maria madre mia”. All’arrivo in ospedale, a causa delle forti emorragie subite durante il trasporto, le sue condizioni sono gravissime ed è in pericolo di vita anche perché il proiettile, che ha percorso per intero gli intestini del Santo Padre per poi finire sul pavimento della jeep, ha sfiorato di pochissimo l’aorta. Nonostante le sue condizioni critiche, comunque le condizioni di Woityla migliorano un po’ alla volta e pochi giorni dopo, il 17 Maggio, ancora dolorante e ansimante, durante un messaggio comunicato via radio, il papa ringrazia la Vergine con queste parole: “Prego per il fratello che mi ha ferito, al quale ho sinceramente perdonato. Unito a Cristo, sacerdote e vittima, offro le mie sofferenze per la Chiesa e il mondo. A te, Maria, ripeto: totus tuus ego sum.”1 Lo stemma del suo pontificato, che è lo stesso del suo episcopato ottenuto prematuramente nel 1958 all’età di soli 38 anni, costituito da una croce dorata e subito accanto ad essa una M diceva: Totuus Tuus, cioè sono tutto tuo: “Io sono tutto tuo, e tutto ciò che è mio ti appartiene, mio amabile Gesù, per mezzo di Maria, tua santa Madre.”
Totus tuuus è il motto proprio di Giovanni Paolo II, tratto dalla spiritualità di San Luigi Maria Grignion de Monfort, che sarà emblema del ministero petrino e della spiritualità di Giovanni Paolo II, che sarà sempre grato alla Vergine per averlo salvato dalla terribile circostanza dell’attentato del 1981: dirà successivamente in una intervista: “Era l’anniversario della prima apparizione di Fatima. Una mano ha sparato, ma un’altra ha guidato il proiettile.” Pellegrino a Fatima, il papa ringrazierà sempre la Madonna, rinnovando il suo proposito di intera donazione della propria vita a Cristo per mezzo di Lei, riconosciuta come Madre di Dio e madre della Chiesa; questo particolarmente nell’anno 2000, quando il pontefice a Fatima canonizza i due pastorelli Francesco e Giacinta Marto, che assistettero alle apparizioni della Madonna accanto a Lucia Dos Santos. Sempre nell’anno 2000 viene comunicato il Terzo Segreto di Fatima e il pontefice colloca in esso l’episodio del 1981: il contenuto del Terzo Segreto viene immediatamente collocato all’episodio di Piazza San Pietro, così come attesta il segretario del pontefice nel suo volume Una vita con Karol: “Sempre il 13 maggio! Un 13 maggio, nel 1917, il giorno della prima delle apparizioni della Vergine a Fatima, e un 13 maggio il giorno in cui avevano tentato di ucciderlo.
Alla fine, il Papa si decise. Domandò di poter vedere il terzo «segreto», che era conservato nell' Archivio della Congregazione per la Dottrina della Fede. E il18 luglio, se non vado errato, l'allora prefetto della Congregazione, il cardinale Franjo Seper, consegnò due buste - l'una con il testo originale di suor Lucia in portoghese, l'altra con la traduzione in italiano - a monsignor Eduardo Martinez Somalo, Sostituto della Segreteria di Stato, il quale le portò al Gemelli. Erano i giorni del secondo ricovero in ospedale. Fu lì che il Santo Padre lesse il «segreto», e, una volta letto, non ebbe più dubbi. In quella «visione» aveva riconosciuto il proprio destino; si convinse che la vita gli era stata salvata, anzi, gli era stata nuovamente donata grazie all'intervento della Madonna, alla sua protezione. Sì, è vero, il «vescovo vestito di bianco» era stato ucciso, come riferito da suor Lucia; mentre Giovanni Paolo II era scampato a una morte quasi certa. E allora? Non poteva invece voler dire proprio questo? Che i percorsi della storia, dell' esistenza umana, non sono per forza prestabiliti? E dunque, che esiste una Provvidenza, una «mano materna», capace anche di far «sbagliare» chi ha puntato la sua pistola con la sicurezza di uccidere?”2
Totus tuuus ego sum resterà sempre l’emblema e la concretizzazione della vita spirituale e del ministero apostolico di questo pontefice destinato a passare alla storia come uno dei grandi. Questo motto, desunto da una forte devozione mariana che ha sempre caratterizzato la sua persona, intendeva esprimere la totale donazione a Cristo scelto con cuore indiviso e assolutamente preferito a tutto il resto, diventando Cristo il referente esclusivo della sua vita e del suo ministero e in ogni circostanza il Papa dava in effetti tutto se stesso a Cristo. Tuttavia il suo cristocentrismo, reale effettivo e trasparente si dava con una mediazione: per Maria. Attraverso Maria questo Papa viveva la sua spiritualità prettamente cristocentrica che ha ispirato il fervore mariano di numerosi fedeli che si sono posti sulle sue orme nella sequela di Cristo tramite Maria. Come egli stesso scrive nel libro “Varcare la soglia della speranza” il significato di questo stemma così originale trova fondamento non in una devozione semplice e blanda ma nella radicalità della fedeltà a Cristo e nel mistero della Trinità.
Scrive Bruno Forte in un suo intervento: "Totus Tuus": "totalmente Tuo"! Sono queste le parole che accompagnano lo stemma di Giovanni Paolo II, una Croce dorata in campo azzurro, accanto alla quale – sulla destra, nel riquadro inferiore – si staglia, ugualmente dorata, la M iniziale di Maria. Lo stemma richiama anzitutto il mistero centrale del cristianesimo, quello della redenzione compiuta dal Figlio di Dio sulla Croce, rivelazione e dono dell’infinito amore, grazie al quale una volta per sempre il cielo è sceso in terra e vi ha messo radice. La parte verticale della Croce è però spostata per fare spazio alla maestosa M maiuscola, che sta a ricordare la presenza della Madre sotto la Croce e la sua singolare partecipazione all’opera del Redentore. Già nello stemma si esprimono così i due aspetti decisivi dell’identità spirituale e della missione del Papa polacco: in primo luogo la Sua sequela appassionata di Cristo, vero centro e cuore di tutto quanto egli è stato e ha fatto, quella sequela che è divenuta sempre più trasparente, fino all’odierna, misteriosa partecipazione alla Croce del Maestro. In secondo luogo, accanto a questo centro e primato di Cristo, sta l’intenso amore a Maria, la Vergine Madre cui egli ha offerto totalmente se stesso: "Totus Tuus". Maria non prende in nessun modo il posto del Figlio: gli sta accanto fino all’ora suprema e terribile della Croce; lo accoglie in dono e a sua volta lo dona; riceve da Lui morente la sua missione di Madre del discepolo amato e in lui di ogni discepolo dell’amore che salva.” Totuus tuus è il motto ripetuto sin dal 1979 nella circostanza del testamento spirituale che il Papa redasse e lesse più volta sulla scia del predecessore Paolo VI, nel quale in punto di morte egli intendeva sempre esprimere il medesimo, reiterato, desiderio: “Desidero ancora una volta totalmente affidarmi alla grazia del Signore. Egli stesso deciderà quando e come devo finire la mia vita terrena e il ministero pastorale. Nella vita e nella morte Totus Tuus mediante l'Imma-colata. Accettando già ora questa morte, spero che il Cristo mi dia la grazia per l'ultimo passaggio, cioè la [mia] Pasqua. Spero anche che la renda utile per questa più importante causa alla quale cerco di servire: la salvezza degli uomini, la salvaguardia della famiglia umana, e in essa di tutte le nazioni e dei popoli (tra essi il cuore si rivolge in modo particolare alla mia Patria terrena), utile per le persone che in modo particolare mi ha affidato, per la questione della Chiesa, per la gloria dello stesso Dio. “3 Commenta P. Lethel: “La forte spiritualità di Giovanni Paolo II non è stata un “devozionismo”, ma una componente essenziale del suo meraviglioso cristocentrismo, nella piena fedeltà al Concilio Vaticano II e al suo predecessore Paolo VI. E’ stata anche una “fedeltà creativa”, particolarmente segnata dalla sua esperienza spirituale più personale.”4 Il carattere di cristocentrismo della spiritualità mariana di Giovanni Paolo II si desume soprattutto dalla lettera ai Religiosi della famiglia Monfortana, che apre un’edizione relativamente recente del preziosissimo testo di San Luigi Maria Grignion De Monfort, il Trattato della vera devozione a Maria5 che è il testo da cui il pontefice ha ispirato il suo stemma, il suo motto e ha anche tratto tutto lo spessore della sua personale spiritualità mariana. Verso la fine della Redemptoris Mater, il pontefice ricorda a tutti l’importanza di questo testo associato alla devozione sempre crescente che si nutre oggigiorno per Maria: “la spiritualità mariana, al pari della devozione corrispondente, trova una ricchissima fonte nell'esperienza storica delle persone e delle varie comunità cristiane, viventi tra i diversi popoli e nazioni su tutta la terra. In proposito, mi è caro ricordare, tra i tanti testimoni e maestri di tale spiritualità, la figura di san Luigi Maria Grignion de Montfort, il quale proponeva ai cristiani la consacrazione a Cristo per le mani di Maria, come mezzo efficace per vivere fedelmente gli impegni battesimali. Rilevo con piacere come anche ai nostri giorni non manchino nuove manifestazioni di questa spiritualità e devozione.” (RM, n. 48).
Come egli stesso scrive, in questo semplicissimo testo, da lui definito come un classico della spiritualità mariana, trasse un grande aiuto nell’impostazione della vera devozione a Maria, scongiurando il pericolo che il culto alla Vergine, dilatandosi in eccesso, potesse giungere a superare la supremazia al culto di Cristo: “Quando mi trovai a Cracovia, nel quartiere Debniki, entrai nel gruppo del "Rosario vivo", nella parrocchia salesiana. Vi si venerava in modo particolare Maria Ausiliatrice. A Debniki, nel periodo in cui andava configurandosi la mia vocazione sacerdotale, anche grazie al menzionato influsso di Jan Tyranowski, il mio modo di comprendere il culto della Madre di Dio subì un certo cambiamento. Ero già convinto che Maria ci conduce a Cristo, ma in quel periodo cominciai a capire che anche Cristo ci conduce a sua Madre. Ci fu un momento in cui misi in qualche modo in discussione il mio culto per Maria ritenendo che esso, dilatandosi eccessivamente, finisse per compromettere la supremazia del culto dovuto a Cristo. Mi venne allora in aiuto il libro di San Luigi Maria Grignion de Montfort che porta il titolo di "Trattato della vera devozione alla Santa Vergine". In esso trovai la risposta alle mie perplessità. Sì, Maria ci avvicina a Cristo, ci conduce a Lui, a condizione che si viva il suo mistero in Cristo. Il trattato di San Luigi Maria Grignion de Montfort può disturbare con il suo stile un po' enfatico e barocco, ma l'essenza delle verità teologiche in esso contenute è incontestabile. L'autore è un teologo di classe. Il suo pensiero mariologico è radicato nel Mistero trinitario e nella verità dell'Incarnazione del Verbo di Dio… Ecco spiegata la provenienza del Totus Tuus. L'espressione deriva da San Luigi Maria Grignion de Montfort. E l'abbreviazione della forma più completa dell'affidamento alla Madre di Dio, che suona così: Totus Tuus ego sum et omnia mea Tua sunt. Accipio Te in mea omnia. Praebe mihi cor Tuum, Maria.” 6
La lettera alle famiglie Monfortane, che introduce il testo del Trattato di San Luigi, sintetizza la dottrina della vera devozione in poche pagine messe in costante relazione con la Lumen Gentium sul valore cristocentrico e ed ecclesiologico della devozione e della teologia mariana. Maria si trova infatti inserita nel mistero della salvezza prefigurata dall’antica Alleanza e resa definitiva nell’Incarnazione e di conseguenza messa in relazione con la Chiesa in quanto membro privilegiato di Essa con un particolare risvolto inerente la maternità universale: Maria è madre della Chiesa, perché Madre del Verbo Incarnato che isostaticamente unisce nell’incarnazione natura umana e natura divina. Il centro e l’obiettivo è sempre Cristo unico Mediatore e unico Salvatore e pertanto la devozione personale del Papa, simboleggiata dal Totus tuus, rifugge ogni sorta di devozionismo o di sterilità ma giustifica e legittima ulteriormente, sulla linea del Monfort, la centralità di Cristo Salvatore. Accanto al Trattato del Monfort anche Santa Teresa di Lisieux è stata l’ispiratrice di Giovanni Paolo II nel suo amore alla santità indirizzata a Cristo per mezzo di Maria. Sempre Lethel affina la figura della Santa a quella del Monfort a proposito dello stesso motto Totus tuus: “Totus tuus! Due parole che sono una preghiera indirizzata a Gesù per mezzo di Maria e nel suo Cuore Immacolato. È un atto d'amore come dono totale di sé. Nello stesso senso anche santa Teresa di Lisieux definisce l'amore: ‘Amare è dare tutto e dare se stesso’. Luigi Maria di Montfort e Teresa di Lisieux sono infatti come due fari di santità che hanno illuminato in modo particolare il pontificato di Giovanni Paolo II, nella grande prospettiva del concilio Vaticano ii tracciata dalla Lumen gentium. Le loro opere principali - il Trattato della vera devozione alla santa Vergine di Luigi Maria, e la Storia di un'anima di Teresa - sono dei testi dottrinali di massima importanza e perfettamente convergenti per illuminare la via della santità per tutti, come via dell'amore vissuta con Maria. La dottrina di Teresa viene espressa nel racconto della sua vita, mentre quella del Montfort è espressa in un trattato. Ma tutti e due, alla fine dei loro scritti, invitano il lettore a darsi totalmente e per sempre a Gesù nell'amore dello Spirito Santo, attraverso le mani e il cuore di Maria. Con Maria e in Maria, ogni battezzato può veramente "vivere d'amore" nel quotidiano e realizzare la sua vocazione alla santità nel dono totale di sé e per sempre.”7 Un particolare della spiritualità di questo Trattato è dato dall’episodio propriamente mariano della Passione di Cristo, riportato da Giovanni: "Stavano presso la croce di Gesù sua Madre, la sorella di sua Madre, Maria di Cleofa, e Maria di Magdala. Gesù allora, vedendo la Madre e accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla Madre: Donna, ecco il tuo figlio! Poi disse al discepolo: Ecco la tua Madre! E da quel momento il discepolo la prese nella sua casa" (Giovanni, 19, 25-27). Con queste parole Gesù dona la Madre sua anche alla Chiesa, che è accompagnata nel suo itinerario terreno dalla sua potente intercessione e che sperimenta la sua protezione e condotta alla riscoperta della centralità di Cristo e da questi alla Trinità. Il Monfort invita nel suo Trattato a rinnovare costantemente la consacrazione a Dio nella comunione con Maria, quella consacrazione che ci ha resi consacrati cristiani attraverso il Battesimo: “"Rinnoverai la tua consacrazione, dicendo: Totus tuus ego sum, et omnia mea tua sunt. Io sono tutto tuo, mia cara Signora, con tutto ciò che mi appartiene. Pregherai questa buona Madre di prestarti il suo cuore, per accogliervi il Figlio suo con le sue stesse disposizioni (...)Le chiederai il suo cuore con queste tenere parole: Accipio te in mea omnia, praebe mihi cor tuum, o Maria [Ti prendo per ogni mio bene, dammi il tuo cuore, o Maria) (Trattato, 266).
Dal Trattato della vera devozione, che sarà il criterio ispiratore mariano del papa per tutta la sua giovinezza, fino all’episcopato e al pontificato, insomma dal 1940 al 2005, il pontefice apprese che se l’amore orientato verso Dio per mezzo di Cristo è significativo della vera devozione, l’amore verso Cristo per mezzo di Maria e quindi la vera devozione a Cristo nel culto della Vergine è un mezzo privilegiato per congiungersi al Signore riconosciuto come unico Maestro, medico, guida e redentore. Da Maria a Cristo e da Cristo alla Trinità: “Ogni volta che tu pensi a Maria, Maria pensa per te a Dio. Ogni volta che tu dai lode e onore a Maria, Maria con te loda e onora Dio. Maria è tutta relativa a Dio… Quando (Maria) è lodata, amata, onorata o riceve qualche cosa, Dio è lodato, Dio è amato, Dio è onorato, Dio riceve per le mani di Maria e in Maria.”8Così la prima verità espressa dal Trattato è il cristocentrismo trinitario a cui è rivolata indiscutibilmente ogni devozione, l’obiettivo è sempre Gesù Cristo e il fondamento della devozione alla Madre di Dio è sempre Lui come Alfa et Omega, principio e fine di tutte le cose; una devozione che non abbia di mira il primato di Cristo sarebbe solo falsa e ingannatrice. Vale la pena di riportare il contenuto della prima verità del Trattato appena menzionato:

Prima verità. Gesù Cristo nostro Salvatore, vero Dio e vero uomo, deve essere il fine ultimo di tutte le nostre devozioni; altrimenti esse sarebbero false e ingannatrici. Gesù Cristo è l'alfa e l'omega, il principio e il fine di tutte le cose. Noi lavoriamo, come dice l'Apostolo, solo per perfezionare ogni uomo in Gesù Cristo, perché in lui solo abitano tutta la pienezza della Divinità e tutte le altre pienezze di grazie, di virtù e di perfezioni; perché in lui solo siamo stati benedetti con ogni benedizione spirituale; perché egli è il nostro unico maestro che deve istruirci, il nostro unico Signore da cui dobbiamo dipendere, il nostro unico capo al quale dobbiamo essere uniti, il nostro unico modello al quale dobbiamo conformarci, il nostro unico medico che deve guarirci, il nostro unico pastore che deve nutrirci, la nostra unica via che deve condurci, la nostra unica verità che dobbiamo credere, la nostra unica vita che deve vivificarci, e il nostro unico tutto in tutte le cose che deve bastarci. Non è stato dato altro nome sotto il cielo, che il nome di Gesù, per il quale noi dobbiamo essere salvati. Dio non ha posto altro fondamento della nostra salvezza, della nostra perfezione e della nostra gloria che Gesù Cristo: ogni edificio che non poggia su questa pietra ferma è fondato sulla sabbia mobile e cadrà senza dubbio presto o tardi. Ogni fedele che non è unito a lui come un ramo al ceppo della vite, cadrà, seccherà e servirà solo ad essere gettato nel fuoco. Se noi siamo in Gesù Cristo e Gesù Cristo in noi, non abbiamo da temere nessuna dannazione: né gli angeli del cielo, né gli uomini della terra, né i diavoli dell'inferno, né alcuna altra creatura può nuocerci, perché non può separarci dalla carità di Dio che è in Cristo Gesù. Per Gesù Cristo, con Gesù Cristo, in Gesù Cristo, noi possiamo tutto: rendere ogni onore e gloria al Padre, nell'unità dello Spirito Santo; diventare perfetti ed essere per il nostro prossimo un buon odore di vita eterna.


Se dunque noi stabiliamo la solida devozione della santissima Vergine, ciò è solo per stabilire più perfettamente quella di Gesù Cristo, è solo per dare un mezzo facile e sicuro per trovare Gesù Cristo. Se la devozione alla santissima Vergine allontanasse da Gesù Cristo, bisognerebbe rigettarla come un'illusione del diavolo; ma è esattamente il contrario, come ho già mostrato e mostrerò ancora in seguito: questa devozione è necessaria proprio per trovare Gesù Cristo perfettamente e amarlo teneramente e servirlo fedelmente.”
9

La "perfetta devozione a Maria" insegnata da san Luigi Maria consiste essenzialmente nel dono totale di sé espresso nel Totus tuus, integrando tutte le buone pratiche di devozione, specialmente il rosario. Ma nel più profondo è "pratica interiore", vita interiore, un cammino di vita spirituale profonda che deve portare alla santità. Non c'è dubbio che Giovanni Paolo II abbia vissuto questa spiritualità mariana al livello più alto dell'unione trasformante con Cristo.


Scrive sempre Lethel che la struttura del Trattato assomiglia a quella di un giardino, poiché appunto l’immagine del giardino viene ripresa dal Monfort sulle orme dei Padri della Chiesa: esso è il luogo in cui si consuma il peccato, ma è anche il giardino “Paradiso terreste del Nuovo Adamo e il ‘giardino chiuso dello Spirito Santo’”10: Nella prima parte (1-89) il Trattato descrive la posizione di Maria nel mistero della Trinità, dell’Incarnazione e nella vita della Chiesa: tutto viene dal Padre per mezzo del Figlio nello Spirito Santo e tutto torna al Padre per mezzo del Figlio nello Spirito. La centralità è sempre Gesù Cristo Figlio di Dio che si incarna nel grembo di Maria dalla quale trae la sua origine terrena e il legame fra natura umana e natura divina. La donazione di Cristo alla Chiesa e della Chiesa a Cristo è riscontrabile ai piedi della croce, quando Gesù consegna Maria alla Chiesa impersonata dal discepolo che egli amava e contemporaneamente anche la Chiesa a Maria: “Donna, ecco tuo Figlio. Ecco là tua madre.” Questa espressione apre le porte al vincolo che il cristiano vive personalmente con Cristo nella Chiesa per mezzo di Maria, alla vera devozione filiale che il soggetto credente deve avere con la Madre di Dio che è anche madre nostra; sul suo modello e con la sua potente intercessione, si progredisce nella santità che è la perfezione nella conformità a Cristo Signore, l’imitazione delle sue virtù nella quotidianità. Maria sollecita la nostra unione con Cristo e la nostra appartenenza filiale al Padre inculcandoci amore al suo Figlio che nello Spirito ci conduce al Padre.
L’uomo credente Giovanni Paolo II ha vissuto il suo entusiasmo mariano motivando la sua passione per la Vergine in tutte le circostanze del suo ministero e della sua vita, affrontando con l’intercessione di Maria ogni avversità a ogni contrarietà sempre confidando in Cristo al quale la Vergine ci porta. In occasione dell’anno Mariano 2002-2003, così egli descrive il suo fervore di devoto alla Vergine nella Lettera Apostolica Rosarium Virginis Mariae, con un particolare riferimento alla preghiera del Rosario, da lui vissuta e raccomandata quale Pastore del gregge:
“Fin dai miei anni giovanili questa preghiera ha avuto un posto importante nella mia vita spirituale. Me lo ha ricordato con forza il mio recente viaggio in Polonia, e soprattutto la visita al Santuario di Kalwaria. Il Rosario mi ha accompagnato nei momenti della gioia e in quelli della prova. Ad esso ho consegnato tante preoccupazioni, in esso ho trovato sempre conforto. Ventiquattro anni fa, il 29 ottobre 1978, ad appena due settimane dall'elezione alla Sede di Pietro, quasi aprendo il mio animo così mi esprimevo: « Il Rosario è la mia preghiera prediletta. Preghiera meravigliosa! Meravigliosa nella sua semplicità e nella sua profondità. [...] Si può dire che il Rosario è, in un certo modo, un commento-preghiera dell'ultimo capitolo della Costituzione Lumen gentium del Vaticano II, capitolo che tratta della mirabile presenza della Madre di Dio nel mistero di Cristo e della Chiesa. Difatti, sullo sfondo delle parole Ave Maria passano davanti agli occhi dell'anima i principali episodi della vita di Gesù Cristo. Essi si compongono nell'insieme dei misteri gaudiosi, dolorosi e gloriosi, e ci mettono in comunione viva con Gesù attraverso – potremmo dire – il Cuore della sua Madre. Nello stesso tempo il nostro cuore può racchiudere in queste decine del Rosario tutti i fatti che compongono la vita dell'individuo, della famiglia, della nazione, della Chiesa e dell'umanità. Vicende personali e vicende del prossimo e, in modo particolare, di coloro che ci sono più vicini, che ci stanno più a cuore. Così la semplice preghiera del Rosario batte il ritmo della vita umana’ Con queste parole, miei cari fratelli e sorelle, immettevo nel ritmo quotidiano del Rosario il mio primo anno di Pontificato. Oggi, all'inizio del venticinquesimo anno di servizio come Successore di Pietro, desidero fare altrettanto. Quante grazie ho ricevuto in questi anni dalla Vergine Santa attraverso il Rosario: Magnificat anima mea Dominum! Desidero elevare il mio grazie al Signore con le parole della sua Madre Santissima, sotto la cui protezione ho posto il mio ministero petrino: Totus tuus!” (RVM 2). Si rinnova quindi lo zelo mariano del Pontefice che offre alla Vergine Maria tutta la sua vita e tutte le ansie e le difficoltà del ministero di Pietro affidato con sommo amore alla Madre del Signore nell’espressione Totus tuuus che segna la sua perenne appartenenza e dedizione a Cristo per Mariam. Del Rosario il pontefice si è fatto promotore, come si sa, nell’introduzione dei Misteri della Luce, i quali sottendono ancora una volta che la devozione mariana debba convergere in nel Cristo e che la stessa preghiera del Rosario debba essere a tutti gli effetti un compendio del Vangelo.
Il Rosario, pratica sostenuta da sempre da parte dei pontefici, è stata da sempre definito “il vangelo dei poveri”, il compendio della vita evangelica e coefficiente di supporto alla vita interiore del cristiano e alla sua spiritualità, che rinvigorisce la preghiera liturgica senza ad essa sostituirsi, dona slancio e vigore alla spiritualità e alla vita missionaria senza smentirne la portata e l’efficacia. La preghiera contemplativa del Rosario invita a pregare Cristo con Maria, ad imitare Cristo sulle orme di Maria e ad incentrare tutto su di lui intercedendo Maria, soffermandoci noi sulla vita di Maria nella contemplazione dei Misteri. Con il suo intervento innovatore del Rosario Giovanni Paolo II riafferma il proprio amore per la Madonna e allo stesso tempo lo subordina a quello di Cristo, innalzando Questi su Maria in ordine d’importanza.




III
IL PENSIERO MARIANO DI GIOVANNI PAOLO II

Oltre che la devozione personale, anche il pensiero mariano di Giovanni Paolo II attinge moltissimo dal Trattato, soprattutto per la considerazione di Maria in rapporto alla storia della salvezza il cui culmine ultimo e definitivo è dato dal mistero dell’incarnazione.


La devozione che il Santo Padre ha sempre coltivato per Maria parimenti al suo pensiero teologico, pur esaltando la Vergine e i suoi meriti e attributi, si preoccupa di salvaguardare il primato dell’orientamento a Cristo, che è sempre stato per lo stesso pontefice il culmine di ogni anelito umano. Nella Novo Millennio Ineunte Giovanni Paolo II osserva che gli uomini, pellegrini nel nostro tempo, hanno sempre avuto il desiderio di vedere Gesù alla pari di quei Greci che esposero a Filippo la stessa domanda a Filippo in occasione di un pellegrinaggio a Gerusalemme: “Vogliamo vedere Gesù (Gv 12, 21): anche se non sempre consapevolmente, gli uomini di tutti i tempi si affidano alla testimonianza dei discepoli di Cristo perché vogliono “vedere” il Signore e alla pari degli apostoli che iniziarono il loro annuncio con la testimonianza di vita che scaturisce dalla contemplazione del Risorto anche da parte nostra si richiede la stessa testimonianza e lo stesso annuncio di fede (NMI, nn. 16-17). Per noi la volontà di vedere Gesù può appagarsi attraverso la via della Scrittura e la prospettiva della fede come quella che il papa riscontra in Pietro che “non dalla carne o dal sangue” ebbe rivelato che Gesù era il Cristo, il Figlio del Dio vivente, ma dal Padre che sta nei cieli (Mt 16, 13-20; NMI n. 20), insomma per rivelazione divina, alla quale unica possibilità di risposta risiede nell’atteggiamento dell’apertura del cuore e della sottomissione dell’intelletto e della volontà al disegno d’amore del Padre, insomma con la fede, che ci conduce ad immedesimarci, accogliendolo., nel mistero di Dio salvatore e ad osservare il Volto del Figlio e del Signore Gesù Cristo, volto dolente e straziato sulla croce (NMI, nn. 24-25), che diventa poi il volto fulgido del Cristo trionfante e vittorioso della Resurrezione. Attraverso Cristo si va verso il Padre nello Spirito Santo ma ad accompagnarci verso il Signore Gesù Cristo è la Vergine Maria.
Nel testo della Lettera inviata alle famiglie Monfortane il Papa offre un’illustrazione esauriente della spiritualità mariana che affina teologia dogmatica e teologia spirituale e colloca Maria nel mistero dell’Incarnazione e di conseguenza nel vissuto della Chiesa, sviluppando le linee del Concilio. All’inizio della Lettera il testo viene esaltato come un testo classico della spiritualità mariana (n. 1) e si sottolinea più volte il suo legame con la Lumen Gentium n. 8 soprattutto per la centralità che assume il Cristo relativamente a Maria; quindi ci si intrattiene sull’aspetto ecclesiologico ma l’orientamento di Maria a Cristo sfocia anche inevitabilmente nell’orientamento da Cristo a Maria specialmente nella comunione con l’Eucarestia. Ciò si evince espressamente dalle ultime righe del Trattato:
“Ti umilierai profondamente davanti a Dio.
2) Rinuncerai al tuo fondo tutto corrotto e alle tue disposizioni, per quanto buone il tuo amor proprio te le faccia vedere.
3) Rinnoverai la tua consacrazione dicendo: «Tuus totus ego sum, et omnia mea tua sunt», Io sono tutto tuo, mia cara Signora, con tutto ciò che ho.
4) Supplicherai questa buona Madre di prestarti il suo cuore per ricevervi suo Figlio con le sue stesse disposizioni. Le farai presente che ne va della gloria di suo Figlio l'esser messo in un cuore così macchiato come il tuo e così incostante, che non mancherebbe di togliergli la sua gloria o di perderlo; ma che se lei vuole venire ad abitare presso di te per ricevere suo Figlio, lo può per il dominio che ha sui cuori; e che suo Figlio sarà da lei ben ricevuto senza macchia e senza pericolo di essere oltraggiato o perso. Le dirai confidenzialmente che tutto ciò che tu le hai donato dei tuoi beni è poca cosa per onorarla, ma che, con la santa Comunione, vuoi farle lo stesso dono che le ha fatto l'eterno Padre, e che ella ne sarà più onorata che se tu le donassi tutti i beni del mondo; e che infine Gesù, che la ama in modo unico, desidera ancora compiacersi e riposarsi in lei, benché nella tua anima più sporca e più povera della stalla, dove Gesù non fece difficoltà a venire perché vi era lei. Le chiederai il suo cuore con queste tenere parole: «Ti prendo per mio tutto. Dammi il tuo cuore, o Maria!” (Trattato, n. 266).
L’Enciclica Redemptoris Mater del 1987 si apre con un riallacciamento al capitolo VIII della Lumen Gentium che definisce Maria Madre di Dio e del Redentore, viene inserita nella storia del salvezza in ordine al disegno universale di Dio che si realizza nella redenzione, ma anche definita come la “Redenta in modo sublime in vista dei meriti del Figlio suo e a lui unita da uno stretto indissolubile vincolo” (LG 53) quindi viene riconosciuta non alla pari di Cristo né a Questi Superiore, ma subordinata al Figlio suo come creatura umana bisognosa di redenzione e di purificazione. A Cristo quindi va rivolta la prima riverenza in quanto Verbo del Padre che realizza il mistero della salvezza nell’incarnazione. Maria però è stata redenta in modo “sublime”, cioè speciale, per diventare la Madre di Colui che si incarnava ed entrava nella storia. Accanto alla sua funzione nel mistero del Verbo Incarnato, Maria viene anche vista in relazione al mistero del Corpo mistico che è la Chiesa come membro speciale della comunità ecclesiale medesima in una funzione però del tutto speciale che la conduce a meritare il titolo di Madre della Chiesa perché madre degli uomini.
Giovanni Paolo II nel suo documento magisteriale summenzionato fa riferimento, come già anche lo stesso documento conciliare ai due passi di Gal 4, 4-5 e Ef 1, 3-9. Il primo passo descrive che quando venne la pienezza del tempo (pleroma tou cronou) Dio mandò il suo Figlio, nato da donna…” che delinea la realizzazione definitiva nel momento culminante della storia dell’opera di salvezza e la partecipazione di Maria, “donna” che ha reso possibile l’ingresso del Verbo nella storia umana. Il passo della lettera agli Efesini descrive invece l’elezione universale dell’uomo sin dall’eternità per la salvezza, la vocazione e l’elezione alla salvezza che muove nella stessa misura che a proposito della creazione: come tutti gli uomini sono stati oggetto d’amore e di predilezione di Dio in quanto creati, così essi sempre per predilezione divina sono stati sin dall’eternità resi oggetto della salvezza, prefigurata sin dai primi tempi per tutti gli uomini e realizzata nella “pienezza del tempo” con l’evento Gesù Cristo. La salvezza insomma è eterna e universale. Scrive infatti il Papa: “Tutti, come son compresi «all'inizio» nell'opera creatrice di Dio, così sono anche eternamente compresi nel piano divino della salvezza, che si deve rivelare fino in fondo, nella ‘pienezza del tempo’, con la venuta di Cristo. Difatti, quel Dio, che è ‘Padre del Signore nostro Gesù Cristo’,- sono le parole successive della medesima Lettera - «in lui ci ha scelti prima della creazione del mondo, per essere santi e immacolati al suo cospetto nella carità, predestinandoci a essere suoi figli adottivi per opera di Gesù Cristo, secondo il beneplacito della sua volontà. E questo a lode e gloria della sua grazia, che ci ha dato nel suo Figlio diletto; nel quale abbiamo la redenzione mediante il suo sangue, la remissione dei peccati secondo la ricchezza della sua grazia» (Ef 1,4). Il piano divino della salvezza, che ci è stato pienamente rivelato con la venuta di Cristo, è eterno.” (RM 7).
La Theotokos viene menzionata anche nel documento magisteriale sulla figura della vocazione della donna, Mulieris dignitatem, nella quale si ripetono gli stessi concetti desunti da Gal 4,4 ed Ef 1,9: “Il Figlio, Verbo coso stanziale al Padre, nasce come uomo da una donna, quando viene la ‘pienezza del tempo’. Questo avvenimento conduce al punto chiave della storia dell’uomo sulla terra, intesa come storia della salvezza. E’ significativo che l’apostolo non chiami la Madre di Cristo col nome proprio di ‘Maria’, ma la definisca ‘donna’: ciò stabilisce una concordanza con le parole del Protovangelo nel Libro della Genesi (cfr. 3, 15). Proprio quella ‘donna’ è presente nell’evento centrale salvifico, che decide della ‘pienezza del tempo’: questo evento si realizza in lei e per mezzo di lei. Così inizia l’evento centrale, l’evento chiave nella storia della salvezza, la Pasqua del Signore... La donna si trova al cuore di questo evento salvifico. L’autorivelazione di Dio, che è l’imperscrutabile unità della Trinità, è contenuta nelle sue lineee fondamentali nell’annunciazione di Nazareth: ‘Ecco, concepirai un Figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Egli sarà grande e chiamato Figlio dell’Altissimo… Maria raggiunge così un’unione con Dio tale da superare tutte le attese dello spirito umano.” (MD, 3)
Esso è anche definitivo in Cristo Figlio di Dio che si è fatto carne. Maria è un membro dell’umanità che è stato raggiunto dall’opera di salvezza e che rientra nell’universalità a cui questa è indirizzata, comunque ha una posizione eminente e
privilegiata che si rivela nell’Annunciazione, dove l’Angelo Gabriele definisce la “piena di grazia” Kecharitomene, ossia colmata di ogni grazia speciale definitiva e singolare rispetto alle altre donne. Maria non viene chiamata dall’angelo con il suo nome proprio “Miriam”, ma semplicemente “piena di grazia”, ad attestare la sua nuova condizione particolare rispetto a quella di altre donne. Questa posizione si innesta nel mistero della pienezza del tempo, nel quale Cristo si fa uomo – appunto – nascendo da donna e trae pertanto il suo significato dal mistero dell’Incarnazione: “L'annunciazione, pertanto, è la rivelazione del mistero dell'incarnazione all'inizio stesso del suo compimento sulla terra. La donazione salvifica che Dio fa di sé e della sua vita in qualche modo a tutta la creazione, e direttamente all'uomo, raggiunge nel mistero dell'incarnazione uno dei vertici Questo, infatti, è un vertice tra tutte le donazioni di grazia nella storia dell'uomo e del cosmo. Maria è «piena di grazia», perché l'incarnazione del Verbo, l'unione ipostatica del Figlio di Dio con la natura umana, si realizza e compie proprio in lei.” (RM, 9). Sulla scia del Monfort e del Concilio Vaticano II anche la Redemporis Mater riflette su Maria madre della Chiesa nell’episodio della duplice consegna di Maria al discepolo e del discepolo alla Vergine e lo fa non prima di aver menzionato la realtà della “fede” che è come afferma Paolo è l’esternazione dell’obbedienza libera e disinvolta a Dio che si rivela: alla Rivelazione consegue l’assenso dell’intelletto e della volontà, la sottomissione critica e responsabile che il credente deve porre a Dio in attitudine di totale abbandono e affidamento, sull’esempio di Maria che ha credute alle parole dell’angelo, ponendo la sua fiducia e la sua speranza in Colui che l’aveva eletta per essere la collaboratrice all’evento di salvezza e di redenzione umana. “(Maria) dice: «Eccomi, sono la serva del Signore; avvenga di me quello che hai detto» (Lc 1,38). Questo fiat di Maria - «avvenga di me» - ha deciso dal lato umano il compimento del mistero divino. C'è una piena consonanza con le parole del Figlio, che secondo la Lettera agli Ebrei entrando nel mondo, dice al Padre: «Tu non hai voluto né sacrificio né offerta, un corpo invece mi hai preparato... Ecco, io vengo... per fare, o Dio, la tua volontà» (Eb 10,5). Il mistero dell'incarnazione si è compiuto quando Maria ha pronunciato il suo fiat «Avvenga di me quello che hai detto», rendendo possibile, per quanto spettava a lei nel disegno divino l'esaudimento del voto di suo Figlio. Maria ha pronunciato questo fiat mediante la fede. Mediante la fede si è abbandonata a Dio senza riserva ed ‘ha consacrato totalmente se stessa, quale ancella del Signore, alla persona e all'opera del Figlio suo”’ (RM 13).
Nel pensiero del pontefice di conseguenza Maria assume un ruolo secondario a Cristo e tuttavia irrinunciabile e privilegiato per la vita del credente perché in forza di questa posizione di Madre del Verbo si colloca anche come Madre di tutti gli uomini e modello di vera perfezione e di santità


1 A. Tornielli, Santo subito. Il segreto della straordinaria vita di Giovanni Paolo II, Piemme, Milano 2009, pag. 38. Il testo di Tornielli ci sembra molto convincente sulla biografia di Giovanni Paolo II.

2 S. Dziwisz, Una vita con Karol, Conversazione con Gian Franco Svidercoschi , Rizzoli, Torino 2008, pagg. 121-122.

3 Testamento spirituale del 5-3-1982, sostanzialmente identico a quello iniziale del 1979.

4 F. M. Lethèl, “Ecco la tua madre!” La testimonianza del Servo di Dio Giovanni Paolo II per i sacerdoti del Terzo Millennio http://www.upra.org/archivio_pdf/ao61-lethel.pdf

5 Edizioni Shalom, Camerata Picena 1995.

6 Giovanni Paolo II, Dono e mistero, Libreria Editrice Vaticana, 1996, pagg. 38-39.

7 F. M. Lethel, Totus tuus, a Cristo attraverso Maria, L’Osservatore Romano, 17 Dicembre 2009

8 Trattato della vera devozione, 225.

9 Trattato della vera devozione, 61-62.

10 F. M. Lethel, cit. pag. 78.





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