Cento domande sull’islam



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03.12.2017
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CENTO DOMANDE SULL’ISLAM
Nessuno più dubita, ad un anno e mezzo di distanza, della matrice fondamentalista dell’attentato terroristico alle Torri Gemelle di New York. Come nessuno dubita che si tratta di un gesto estremo, messo a segno dall’ala più radicale del fondamentalismo arabo, che marchia a fuoco una mentalità e uno stile di vita – i nostri – caratterizzati da un “relativismo senz’anima”, dal materialismo e dall’assenza pressoché totale di punti di riferimento. Frugare nel vasto repertorio delle categorie sociologico-intellettualistiche, che la nostra tradizione ci mette a disposizione, per trovare altre spiegazioni, serve solo ad allontanare la verità, ma non a scongiurare le minacce e i pericoli che incombono sul nostro futuro.

Samir Khalil Samir, autore del libro-intervista Cento domande sull’islam (curato da Giorgio Paolucci e Camille Eid, ed. Marietti, marzo 2002, euro 13.00), mette assai bene in chiaro le vere ragioni del solco profondo che divide le due culture, ripercorrendo la storia dell’islam dalla sua nascita alle variegate posizioni attuali nella galassia del mondo arabo.

Il contributo di Samir Khalil Samir alla comprensione di questo mondo è straordinario. E’ il punto di vista, inusuale e privilegiato, di un “cristiano arabo” che sottopone a rigorosa disamina, scevra di pregiudizi, le due culture, che fa dell’una la pietra di paragone dell’altra e che esprime su entrambe considerazioni, anche “impopolari”, ma sempre equilibrate e convincenti.

Samir Khalil Samir è uno dei maggiori islamologi a livello mondiale. E’ egiziano (nato nel 1938), gesuita, docente di storia della cultura araba e di islamologia presso l’Università di Saint-Joseph di Beirut, il Pontificio istituto orientale di Roma e il Pontificio istituto di studi arabi e d’islamica di Roma. E’ fondatore e direttore del Cedrac (Centre de documentation et de recherches arabes et chrétiennes) e di numerose riviste interreligiose, nonché autore di una ventina di volumi e di circa cinquecento articoli scientifici riguardanti l’islam e l’Oriente cristiano.

La scrittura di Samir è l’intelligenza dei fatti. Ha la pregnanza e la chiarezza di chi descrive una realtà che conosce profondamente, non solo per averla “esplorata” e sofferta sulla propria pelle, ma anche (o soprattutto) perché la racconta da una dimensione che oltrepassa la propria “movimentata” vicenda biografica: un linguaggio lontano anni luce dai tecnicismi e dall’astratta verbosità di molta produzione intellettuale occidentale; un’essenzialità e un fascino che vengono esaltati dalla formula colloquiale dell’intervista e dal confronto critico, mai interrotto e sempre equidistante, tra le due culture.

Ed è da quest’ottica particolare che Samir osserva la realtà attuale, il momento cruciale che stiamo vivendo, con una partecipazione appassionata ed imparziale nello stesso tempo: un’equidistanza tra i due mondi che conferisce rigore alle sue analisi e schiettezza ai suoi giudizi. Così, se da un lato imputa agli occidentali la retorica del “multi” (multiculturale, multireligioso, multietnico), che “tende ad appiattire tutto all’interno di un’uguaglianza indifferenziata e senza volto” (p. 134), dall’altro accusa i musulmani di rifiutare il dialogo perché pregiudizialmente arroccati su un patrimonio di verità che non ammette dubbi e di cui si sentono depositari e testimoni.

Procedendo in questo serrato confronto, Samir marca nettamente le differenze tra le due culture: ad un “cristianesimo un po’ annacquato, fatto di mezze misure, di dubbi e di timori, di tanti ‘forse’ e di molti ‘non so’”, fa da contrappunto un islam che si presenta sulla scena del ventunesimo secolo con l’intatta forza aggressiva e con la fede granitica delle sue origini; ad un cristianesimo che accetta la legge della storia appiattendosi e modellandosi su una società sempre più secolarizzata e consumista, si contrappone un islam che si propone come religione definitiva e compiuta, “discesa” direttamente dal Cielo, una religione che ha “congelato” nei secoli le sue verità e che considera il mondo intero come una “grande moschea”.

Ad una visione dell’islam come religione universale e del mondo come uno spazio da islamizzare, l’uomo occidentale risponde con l’irresolutezza, i tentennamenti o l’indifferenza di chi non possiede una vera fede né convinzioni profonde da comunicare né, tanto meno, la forza di convincere.

Questo spiega più di ogni altra cosa il fenomeno delle conversioni: l’islam infonde sicurezza e senso di appartenenza ed è in grado di dare risposte certe alla ricerca di sacro molto diffusa nelle società europee. “L’immaginario ideologico dei convertiti tende a fare propria l’associazione Occidente-cultura debole da una parte, islam-cultura forte dall’altra…e diventa decisivo il richiamo esercitato da una fede che non insegue gli individui assecondando e giustificando le loro debolezze, ma si presenta come alternativa totale e totalizzante. L’islam si propone, o viene percepito, come una proposta integrale, un piatto dai sapori forti rispetto alle ‘minestrine insipide’ che vengono solitamente servite sulle tavole occidentali” (p. 127).

Ma un modo politically correct di intendere il rapporto tra culture e fedi diverse impone l’obbligo di puntualizzare le condizioni essenziali del possibile dialogo, della reciproca tolleranza e della necessaria convivenza dei due popoli. Condizione fondamentale, a parere di Samir, è l’accettazione da parte musulmana della libertà religiosa, la “madre” di tutte le libertà. Solo partendo da questo fondamentale riconoscimento è possibile dialogare su tutto il resto: sulla parità tra i sessi, sul principio di reciprocità, sulla distinzione tra religione e Stato, sui diritti umani riconosciuti dalla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1948.

Altrettanto indispensabile è da parte occidentale ripensare a fondo e rimuovere i fattori della sua “debolezza” che, oltre tutto, costituiscono un ostacolo per un dialogo su un piano paritetico. Ad avviso di Samir essi sono: la religiosità “debole” e rinuncitaria, il relativismo etico, l’ugualitarismo indifferenziato, il buonismo ingenuo, il materialismo, la mercificazione del corpo femminile.

Un confronto su questioni vitali e su presupposti irrinunciabili come questi non può non essere franco e senza ipocrisie: “Il dialogo, scrive Samir, non consiste nel dire ciò che piace all’interlocutore che si ha di fronte, questo appartiene piuttosto alla diplomazia. Il dialogo autentico richiede amore per la verità a qualsiasi costo e rispetto dell’altro nella sua integralità, non è minimalista, ma esigente” (p.178).

Noi cristiani arabi, conclude Samir, siamo come un ponte che unisce due sponde. “Non siamo uguali agli occidentali perché siamo arabi, né ai musulmani in quanto siamo cristiani. Veniamo in fondo avvertiti come estranei da questi due mondi, eppure apparteniamo profondamente ad entrambi. E’ una posizione molto scomoda, vertiginosa, ma è la conditio sine qua non per continuare ad essere davvero un ponte. Ed è questa la nostra autentica vocazione storica, simile - mi sia permesso questo impegnativo paragone - alla posizione di Gesù sulla croce, che unisce verticalmente la terra e il cielo, l’umanità alla divinità, e orizzontalmente l’Oriente e l’Occidente, i vicini e i lontani” (p. 195).

Angelo Marino
CENTO DOMANDE SULL'ISLAM
Nessuno più dubita, ad oltre un anno di distanza, della matrice fondamentalista dell'attentato terroristico alle Torri Gemelle di New York. Come nessuno dubita che si tratta di un gesto estremo, messo a segno dall'ala più radicale del fondamentalismo arabo, che marchia a fuoco una mentalità e uno stile di vita - i nostri - caratterizzati da un "relativismo senz'anima", dal materialismo e dall'assenza pressoché totale di punti di riferimento. Frugare nel vasto repertorio delle categorie sociologico-intellettualistiche, che la nostra tradizione ci mette a disposizione, per trovare altre spiegazioni, serve solo ad allontanare la verità, ma non a scongiurare le minacce e i pericoli che incombono sul nostro futuro.

Samir Khalil Samir, autore del libro-intervista Cento domande sull'islam (curato da Giorgio Paolucci e Camille Eid, ed. Marietti, marzo 2002, euro 13.00), mette assai bene in chiaro le vere ragioni del solco profondo che separa le due culture, ripercorrendo la storia dell'islam dalla sua nascita alle variegate posizioni attuali nella galassia del mondo arabo.

Il contributo di Samir Khalil Samir alla comprensione di questo mondo è straordinario. E' il punto di vista, inusuale e privilegiato, di un "cristiano arabo" che sottopone a rigorosa disamina, scevra di pregiudizi, le due culture, che fa dell'una la pietra di paragone dell'altra e che esprime su entrambe considerazioni, anche "impopolari", ma sempre equilibrate e convincenti.

Samir Khalil Samir è uno dei maggiori islamologi a livello mondiale. E' egiziano (nato nel 1938), gesuita, docente di storia della cultura araba e di islamologia presso l'Università di Saint-Joseph di Beirut, il Pontificio istituto orientale di Roma e il Pontificio istituto di studi arabi e d'islamica di Roma. E' fondatore e direttore del Cedrac (Centre de documentation et de recherches arabes et chrétiennes) e di numerose riviste interreligiose, nonché autore di una ventina di volumi e di circa cinquecento articoli scientifici riguardanti l'islam e l'Oriente cristiano.

La scrittura di Samir è l'intelligenza dei fatti. Ha la pregnanza e la chiarezza di chi descrive una realtà che conosce profondamente, non solo per averla "esplorata" e sofferta sulla propria pelle, ma anche (o soprattutto) perché la racconta da una dimensione che oltrepassa la propria "movimentata" vicenda biografica: un linguaggio lontano anni luce dai tecnicismi e dall'astratta verbosità di molta produzione intellettuale occidentale; un'essenzialità e un fascino che vengono esaltati dalla formula colloquiale dell'intervista e dal confronto critico, mai interrotto e sempre equidistante, tra le due culture.

Ed è da quest'ottica particolare che Samir osserva la realtà attuale, il momento cruciale che stiamo vivendo, con una partecipazione appassionata ed imparziale nello stesso tempo: un'equidistanza tra i due mondi che conferisce rigore alle sue analisi e schiettezza ai suoi giudizi. Così, se da un lato imputa agli occidentali la retorica del "multi" (multiculturale, multireligioso, multietnico), che "tende ad appiattire tutto all'interno di un'uguaglianza indifferenziata e senza volto" (p. 134), dall'altro accusa i musulmani di rifiutare il dialogo perché pregiudizialmente arroccati su un patrimonio di verità che non ammette dubbi e di cui si sentono depositari e testimoni.

Procedendo in questo serrato confronto, Samir marca nettamente le differenze tra le due culture: ad un "cristianesimo un po' annacquato, fatto di mezze misure, di dubbi e di timori, di tanti 'forse' e di molti 'non so'", fa da contrappunto un islam che si presenta sulla scena del ventunesimo secolo con l'intatta forza aggressiva e con la fede granitica delle sue origini; ad un cristianesimo che accetta la legge della storia appiattendosi e modellandosi su una società sempre più secolarizzata e consumista, si contrappone un islam che si propone come religione definitiva e compiuta, "discesa" direttamente dal Cielo, una religione che ha "congelato" nei secoli le sue verità e che considera il mondo intero come una "grande moschea".

Ad una visione dell'islam come religione universale e del mondo come uno spazio da islamizzare, l'uomo occidentale risponde con l'irresolutezza, i tentennamenti o l'indifferenza di chi non possiede una vera fede né convinzioni profonde da comunicare né, tanto meno, la forza di convincere.

Questo spiega più di ogni altra cosa il fenomeno delle conversioni: l'islam infonde sicurezza e senso di appartenenza ed è in grado di dare risposte certe alla ricerca di sacro molto diffusa nelle società europee. "L'immaginario ideologico dei convertiti tende a fare propria l'associazione Occidente-cultura debole da una parte, islam-cultura forte dall'altra...e diventa decisivo il richiamo esercitato da una fede che non insegue gli individui assecondando e giustificando le loro debolezze, ma si presenta come alternativa totale e totalizzante. L'islam si propone, o viene percepito, come una proposta integrale, un piatto dai sapori forti rispetto alle 'minestrine insipide' che vengono solitamente servite sulle tavole occidentali" (p. 127).

Ma un modo politically correct di intendere il rapporto tra culture e fedi diverse impone l'obbligo di puntualizzare le condizioni essenziali del possibile dialogo, della reciproca tolleranza e della necessaria convivenza dei due popoli. Condizione fondamentale, a parere di Samir, è l'accettazione da parte musulmana della libertà religiosa, la "madre" di tutte le libertà. Solo partendo da questo fondamentale riconoscimento è possibile dialogare su tutto il resto: sulla parità tra i sessi, sul principio di reciprocità, sulla distinzione tra religione e Stato, sui diritti umani riconosciuti dalla Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo del 1948.

Altrettanto indispensabile è da parte occidentale ripensare a fondo e rimuovere i fattori della sua "debolezza" che, oltre tutto, costituiscono un ostacolo per un dialogo su un piano paritetico. Ad avviso di Samir essi sono: la religiosità "debole" e rinuncitaria, il relativismo etico, l'ugualitarismo indifferenziato, il buonismo ingenuo, il materialismo, la mercificazione del corpo femminile.

Un confronto su questioni vitali e su presupposti irrinunciabili come questi non può non essere franco e senza ipocrisie: "Il dialogo, scrive Samir, non consiste nel dire ciò che piace all'interlocutore che si ha di fronte, questo appartiene piuttosto alla diplomazia. Il dialogo autentico richiede amore per la verità a qualsiasi costo e rispetto dell'altro nella sua integralità, non è minimalista, ma esigente" (p.178).



Noi cristiani arabi, conclude Samir, siamo come un ponte che unisce due sponde. "Non siamo uguali agli occidentali perché siamo arabi, né ai musulmani in quanto siamo cristiani. Veniamo in fondo avvertiti come estranei da questi due mondi, eppure apparteniamo profondamente ad entrambi. E' una posizione molto scomoda, vertiginosa, ma è la conditio sine qua non per continuare ad essere davvero un ponte. Ed è questa la nostra autentica vocazione storica, simile - mi sia permesso questo impegnativo paragone - alla posizione di Gesù sulla croce, che unisce verticalmente la terra e il cielo, l'umanità alla divinità, e orizzontalmente l'Oriente e l'Occidente, i vicini e i lontani" (p. 195).

Angelo Marino


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