Che cosa è un gruppo famiglia, quali le sue principali caratteristiche e con quale spiritualità



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23.11.2017
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Che cosa è un gruppo famiglia, quali le sue principali caratteristiche e con quale spiritualità?
Faccio riferimento al Direttorio di Pastorale familiare che, al numero 126, definisce il Gruppo familiare «come un luogo di crescita nella fede e nella spiritualità propria dello stato coniugale; momento di apertura alla vita parrocchiale e comunitaria; stimolo al servizio pastorale nella chiesa e all’impegno nella società civile».

Per approfondire questa scarna definizione ritengo sia necessario illustrare quali siano le caratteristiche del gruppo famiglia.


Un gruppo famiglia è tale quando sono presenti queste caratteristiche: Un senso di appartenenza - Vivere il passaggio dalla comunità per me ad io per la comunità - La fiducia vicendevole - Il diritto di essere voi stessi - La missionarietà.


  1. Il senso di appartenenza.

Gli africani non hanno bisogno di parlare della comunità, la vivono intensamente. I bambini indiani del Canada non concepiscono che uno perda e l’altro vinca. Per loro è inconcepibile. Messi di fronte ad una gara in cui è promesso un premio per chi risponde per primo ad una domanda, si mettono tutti insieme a cercare la risposta e poi, messisi d’accordo, la gridano ad una sola voce.

Noi, invece, viviamo in una società altamente competitiva e ci riesce difficile lavorare insieme. Fin dall’infanzia siamo educati a vincere, a competere e i nostri genitori sono felici quando siamo i primi della classe. Ciò che viene ad essere inoculato in noi, quasi senza accorgerci, è il senso di un super - individualismo che schiaccia ed isola.

Abbiamo bisogno di fare nostro quando Giorgio Gaber canta nella sua canzone dell’appartenenza. «L’appartenenza non è lo sforzo di un civile stare insieme, non è il conforto di un normale voler bene, l’appartenenza è avere gli altri dentro di sé. L’appartenenza non è un insieme casuale di persone, non è il consenso ad un’apparente aggregazione, l’appartenenza è avere gli altri dentro di sé. (…) Sarei certo di cambiare la mia vita se potessi cominciare a dire noi».

Abbiamo bisogno di riscoprire e di vivere nella nostra vita il mistero Trinitario, perché se non siamo in grado di essere noi stessi e di appartenere, noi neghiamo la presenza di Dio Trinità in noi e paradossalmente diventiamo dei credenti a parole, ma dei praticanti atei.

Abbiamo bisogno di sentire che le persone che compongono il gruppo ci appartengono, come noi apparteniamo a loro. Siamo tutti sulla stessa barca e quello che ci fa soffrire o gioire, tocca anche ciascuno di noi.




  1. Vivere il passaggio dalla comunità per me ad io per la comunità.

Il gruppo famiglia non è un coacervo di persone che si incontrano e stanno insieme senza un progetto di vita, non è una squadra di lavoro, né un luogo di pettegolezzi, né tanto meno un nido di vipere. Anche se a volte vi si annidano e morsicano.

La comunità è vivere il passaggio “dalla comunità per me” ad “io per la comunità”, è il passaggio dall’egoismo all’amore, dalla morte alla resurrezione. E’ un essere attenti all’altro, è un ascoltare l’altro, è un mettersi nei suoi panni, capirlo ed interessarsene. E’ rispondere alla chiamata di Dio e ai bisogni più profondi prima di tutto dello sposo/a e dei componenti del gruppo. E’ compatire, è soffrire con loro, è piangere con chi piange, gioire con chi gioisce, è provare dispiacere quando qualcuno del gruppo non viene o peggio decide di non venire più.

Perché si attui questo passaggio occorrono tempo, purificazioni, morti costanti e nuove resurrezioni. Per amare, bisogna incessantemente morire alle nostre idee, alle nostre suscettibilità, alle nostre comodità. La via dell’amore è intessuta di sacrifici che danno nel tempo tanta gioia. Il gruppo comincia a formarsi quando ognuno fa uno sforzo per accogliere e amare come ciascuno è. «Accoglietevi a vicenda come il Cristo ha accolto voi». (Rm 15,7) La comunione senza la collaborazione è morta e la comunione senza la fraternità è una realtà vuota.




  1. La fiducia vicendevole

Al cuore del gruppo deve esserci la mutua fiducia degli uni verso gli altri, nata dal perdono e dall’accettazione delle nostre debolezze. Questa fiducia non nasce in un giorno e ha bisogno di essere messa alla prova e di crescere. Quando si entra in un gruppo, all’inizio, si recita un certo ruolo, perché si vuole essere conformi a quello che gli altri si aspettano da noi. Soltanto a poco a poco si scopre di essere amati come si è, di dare e ricevere fiducia.



  1. Il diritto di essere noi stessi

In un gruppo non si tratta di essere persone perfette, efficienti, brave, ma di essere noi stessi. Spesso capita, invece, di aspettarsi troppo dalle persone e in tal modo si impedisce loro di riconoscersi e di accettarsi così come sono. Sono quasi obbligate a nascondersi dietro una maschera e a non essere se stessi. E’ fondamentale invece mostrarsi per quello che si è, rivendicando la propria realtà che è fatta di luci e di ombre, di gelosie, di insicurezze, di antipatie, di incapacità. Tutto questo è naturale, non è una malattia vergognosa. Appartiene alla nostra natura ferita, alla nostra creaturalità. E’ la nostra realtà. Siamo chiamati ad imparare ad accettarci, a vivere senza farne dei drammi e a poco a poco camminare verso la liberazione. Ciò che bisogna sfatare è il mito di essere quello che si dovrebbe essere, mito che schiaccia, deprime, ci fa sentire colpevoli, come dei brutti anatroccoli.


e) La missionarietà
L’ultima caratteristica che vedo importante per la vita e la crescita di un gruppo è la missionarietà.

Un gruppo può svilupparsi e crescere se nuovi membri si aggregano e ne fanno parte, altrimenti c’è il rischio che questi con il tempo muoia per mancanza di nuove coppie, di nuove energie e vitalità. Questa missionarietà deve fluire dalla vita stessa del gruppo e se nuove coppie non chiedono di aggregarsi ciò deve farci pensare e riflettere. Le domande da farci sono: il nostro gruppo è portatore di vita? E’ stimolo per altre coppie? E’ visibile non tanto per le cose che attua, ma per la testimonianza di vita che noi stessi diamo? Che cosa facciamo perché altre coppie si uniscano a noi? Osiamo invitare e donare, se lo riteniamo opportuno, la nostra esperienza? Siamo contagiosi? Aneliamo perché altre coppie facciano parte del nostro gruppo? Preghiamo perché altre coppie si uniscano a noi? Ci crediamo veramente al cammino che facciamo, oppure ci trasciniamo e siamo apatici? Questo interrogarci lo ritengo significativo e importante, perché altre coppie possano iniziare un loro cammino e vivere meglio la loro vita coniugale e spirituale.



Quale spiritualità per un gruppo famiglia?


1. La spiritualità della chiamata


  • Il matrimonio rappresenta un cammino di vocazione. La vostra non è una vocazione di serie B è alla pari della stessa vocazione al sacerdozio, anche se con compiti e ministeri diversi. Non vi siete scelti per caso o per necessità, ma siete stati scelti dall’Amore, per essere amati, amare ed essere liberi. Al principio del vostro amore c’è Uno che vi ha chiamati e fatti incontrare. Vi siete sposati per accogliere e donarvi reciprocamente Gesù il Cristo, per vivere non in due ma in tre: voi due e Dio. «Per essere sposati in due, bisogna essere in tre; perché se non c’è Dio tra un marito e una moglie, si è proprio soli». (Claudia Mori).

Questa professione di fede deve essere presente in voi nel vostro quotidiano, se volete che il vostro amore non diventi scialbo, appassito e a lungo andare muoia.
2. La spiritualità Trinitaria modulata umanamente
Dio Trinità è l’Amante, è l’Amato, è l’Amore. Voi coppie di sposi avete un modello nella famiglia Trinitaria. Siete chiamati ad essere l’uno per l’altro l’amante, l’amato, la condivisione in tutti gli aspetti della vostra vita comunicativa, affettiva, spirituale, sessuale. La vostra è una spiritualità eminentemente trinitaria, relazionale e dialogica.

Padre Pinet, fondatore con Marthe Robin dei Foyers de Charité, in modo magistrale sintetizza il ruolo della Trinità nella vita di una coppia cristiana: «Il Padre è tutto “l’Amore dato” e voi siete “amore dato”; il Figlio è “tutto l’Amore ricevuto” e voi siete “amore ricevuto”; lo Spirito Santo è “tutto l’Amore scambiato”, e voi siete «amore condiviso».


3. La spiritualità del dono
Le domande da farvi e da vivere, continuamente, non è come tu sei un dono per me, ma come io sono un dono per te, non come tu mi rendi felice, ma come posso renderti felice. Essere un dono per l’altro, per gli altri, non per contratto o lotta di potere, ma perché l’altro, in quanto altro, merita di essere amato.
4. Spiritualità dell’alterità
Siete chiamati a scoprire, a valorizzare e ad accettare le vostre diversità e non a ridurvi ad una fotocopia l’uno dell’altro o a vivere un egoismo a due.
5. Spiritualità del deserto
Siete chiamati a poggiare su Dio, su voi stessi e sulle vostre decisioni maturate, liberamente, nella preghiera a due. Ciò potrà comportare andare controcorrente e provare momenti di solitudine.
6. Spiritualità della riconciliazione
Essendo la vostra esperienza un cammino di crescita nell’amore, con cadute e riprese, è fondamentale vivere l’esperienza della riconciliazione con Dio, del perdono tra voi e con gli altri.
7. Spiritualità della testimonianza
Essendo cattolici cioè universali siete chiamati a vivere l’apertura verso tutti senza privilegi e chiusure. «Dove non c’è amore mettete amore e troverete amore». (S. Giovanni della Croce).
8. Spiritualità dal basso
«Se vuoi conoscere Dio incomincia a conoscere te stesso» (Evagrio Pontico).

Senza la conoscenza di voi stessi, delle vostre passioni, del vostro mondo emotivo, delle vostre storie personali, correte il pericolo che le vostre idee su Dio siano delle pure proiezioni. Non fuggite dalla vostra realtà, qualunque essa sia, per rifugiarvi in Dio, utilizzandolo, vi rendereste un pessimo servizio. Alla pari di Gesù, dovete prima discendere nella vostra umanità per poter poi salire a Dio insieme al vostro sposo/a. La via che conduce a Dio passa attraverso le vostre debolezze e le vostre impotenze. «La tua caduta, sarà il tuo maestro». (Doroteo di Gaza). Dio vi istruisce per mezzo del vostro stesso fallimento, mediante le vostre cadute.





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