“che io riabbia la vista”



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“CHE IO RIABBIA LA VISTA”

(Luca 18,35-43)
Quaresima 2004
“Vogliamo vedere!” è il tema che ci accompagna durante questo anno pastorale. “Vogliamo continuare a vedere!”: è l’atteggiamento di chi non si accontenta di uno sguardo soltanto, ma desidera mettere davvero a fuoco ciò che sta vedendo, per non contentarsi di uno sguardo furtivo, di “briciole” di immagini, o di qualche frammento che non può dare l’idea compiuta della bellezza che potremmo ammirare. “Vogliamo dunque vedere e, vedere bene!”: sta passando Gesù. Il vangelo di Luca che abbiamo ascoltato, ci mescola alla folla che è sulla strada sulla quale sta passando il Signore: varie voci si rincorrono; molti raccontano, dicono le loro impressioni, si interrogano.

“Lungo la strada”, ai margini, c’è un cieco a mendicare. E’ seduto; è lì fermo al bordo della strada. E’ un emarginato. La sua cecità lo isola, così come lo isola la gente che gli passa davanti, ma non guarda a lui. E infatti è il cieco che domanda che cosa stesse accadendo. “Passa Gesù il Nazzareno!”, gli rispondono. Per il cieco è una occasione troppo preziosa che non può assolutamente perdere. E comincia a gridare: “Gesù, figlio di Davide, abbi pietà di me!”.

Non è la prima volta che qualcuno si rivolgeva a Gesù con queste parole. Anche i dieci lebbrosi che avevano incontrato Gesù nel suo passare attraverso la Samaria e la Galilea avevano gridato: “Gesù, maestro, abbi pietà di noi!”(Lc.17,13).

Come i lebbrosi, anche il cieco è essenzialmente una persona sola. I lebbrosi erano degli esclusi a causa della loro malattia e per le regole sanitarie-religiose del tempo. Anche il cieco è un emarginato: uno davanti al quale si può passare senza essere veduti e col quale ci si può esimere da ogni relazione.

Come nel caso dei lebbrosi anche il cieco prende il coraggio a quattro mani e invoca il nome di Gesù. Non dimentichiamo che il termine “Gesù” vuol dire “Salvatore”. “Abbi pietà di noi!”,”Abbi pietà di me!”: si tratta della preghiera del pio israelita che invoca Jahwè perché Jahwè si ricordi del bisognoso e dell’emarginato. Davvero l’invocazione significa: “Dio che salvi, abbi pietà!”. La richiesta è piena di speranza: “Colui che salva” può davvero cambiare la vita di chi lo invoca e si affida a lui!

Chi era il cieco? Si trattava di una persona diventata cieca, che ben conosceva ciò che non possedeva più: ecco perché non poteva perdere questa occasione che difficilmente gli si sarebbe potuta presentare di nuovo. Quindi, non solo grida, ma grida più forte.

Che cosa fanno gli astanti? “Quelli che camminavano avanti lo sgridarono perché tacesse”. C’è sempre qualcuno che si preoccupa più delle buone maniere che non dei contenuti e di ciò che è in gioco. C’è sempre chi si ferma a guardare le cose dall’esterno e perde l’occasione per entrare nel merito delle situazioni. C’è sempre il rischio della superficialità in nome delle forme: “lo sgridavano perché tacesse!”.

Il Signore però va diritto al cuore delle situazioni. Quando nel suo ingresso festoso in Gerusalemme a Gesù viene chiesto di zittire le folle osannanti, risponde: “Vi dico che, se questi taceranno, grideranno le pietre!”.

Gesù si fermò e ordinò che glielo conducessero”. Di fronte al grido della sofferenza, Gesù non passa mai oltre: si ferma. Come si fermò accanto all’uomo malmenato dai predoni sulla via di Gerico, il Samaritano della parabola. Gesù si ferma sempre accanto all’uomo, senza escludere nessuno. Non fa finta di non vedere, ma si ferma; si fa vicino, non rimane a distanza; e si apre al dialogo: “Che vuoi che io faccia per te?”. “Che io riabbia la vista!”. “Abbi di nuovo la vista! La tua fede ti ha salvato!”.

Che vuoi che io faccia per te?”. Gesù è disposto a mettersi in gioco, concretamente. E questo per una forza invincibile che lo lega al cieco: la forza della fede. Non è questione di pubblicità o di popolarità a buon mercato; Gesù non vuol creare consenso: tutto è mosso dalla forza della fede. Gesù è Dio che salva, Colui che ha pietà della miseria umana: il cieco crede tutto questo e si affida alla potenza di Colui che riconosce come Messia.

Il cieco vede con gli occhi della fede e proprio per questa visione interiore ottiene di vedere anche con gli occhi del corpo.

Vedere con gli occhi interiori, con gli occhi della fede: forse, proprio questo è il grande problema del nostro tempo. Forse è anche il nostro personale problema.

Vogliamo vedere”. A volte questo legittimo desiderio si esaurisce sul piano orizzontale del toccare, gustare, udire, vedere materialmente, con i cinque sensi. Ma c’è un vedere interiore che ha bisogno dei “sensi” interiori dello Spirito, di una capacità interiore che non si improvvisa e che è frutto di un lungo e serio lavoro di ricerca e di crescita spirituale.

Come si fa a crescere in questa sensibilità dello spirito? Che cosa vuol dire usare i cinque sensi sul piano spirituale?

Udire”. Non si tratta tanto di riuscire ad ascoltare delle voci, quanto di saper “ascoltare il silenzio” e di saper “interpretare le parole”. Saper ascoltare il silenzio vuol dire imparare a stare in solitudine. E’ questo l’unico modo per riuscire a cogliere il linguaggio di Dio e per imparare a leggere seriamente il mistero di noi stessi. Tante volte rimaniamo delusi della insensibilità del nostro prossimo; spesso, noi stessi lanciamo degli appelli che nessuno raccoglie. Ma quanti appelli che ci vengono lanciati rimangono senza risposta da parte nostra! Occorre cioè imparare a riconoscere questi appelli. Cosa che non avverrà mai se non ci mettiamo in ascolto di Dio che parla nel silenzio e se non impariamo a decifrare i messaggi che ci vengono rivolti da chi ci sta accanto.

Toccare”. Non si può rimanere a distanza quando si voglia conoscere qualcosa o qualcuno. Toccare vuol dire aprirci alla compagnia, alla prossimità, all’amicizia e all’incontro. Un “toccare” che a volte non è facile e senza problemi. Qualche volta può anche voler dire scottarsi, pungersi e rimetterci di persona. Può voler dire essere messi in discussione nella nostra consistenza interiore. E ciò in modo particolare nei confronti di Dio: “toccare Dio”, infatti, significa “toccare il fuoco”; avvicinarsi al prossimo vuol dire fargli spazio in noi, sottraendo spazi al nostro egoismo e accogliendo in noi le sue difficoltà e i suoi problemi facendoli nostri; significa accogliere l’altro nei suoi dolori facendoli nostri, pronti a soffrire insieme, condividendo le sue stesse vicende e le sue difficoltà.

Odorare”. A tutti piacciono i profumi; a nessuno piacciono i cattivi odori. Ma è poi così vero sul piano spirituale? Qualche volta sembra che il profumo del bene non sia poi troppo ricercato, mentre attira molto di più l’acre odore del compromesso morale, l’aria irrespirabile di certi comportamenti che non sono limpidi e puliti come l’aria fresca e profumata di una bella giornata di primavera.

San Paolo parla del cristiano come di colui che spande intorno a sé il buon profumo di Cristo. Ma per diffondere il profumo di Gesù occorre prima lasciarci improfumare da Lui. E questo profumo è la grazia di Dio, l’amicizia con Lui, la pulizia del cuore, la schiettezza dei rapporti interpersonali, il rispetto reciproco, una vita sentimentale e sessuale pulita, un vero e autentico amore verso tutti.

Gustare”. Un buon cibo non si rifiuta mai; anzi, lo si gusta volentieri. Lo si assapora, lo si gusta con attenzione senza divorarlo in fretta. Il cristiano, nel sacramento della Cresima, ha ricevuto un dono particolare: il dono della sapienza; cioè il dono di saper e poter gustare le cose di Dio. Ciò che riusciamo a gustare non ci viene mai a noia. Occorre allora domandarci: quale rapporto abbiamo con le cose di Dio? Come viviamo la preghiera? Qual è il nostro atteggiamento interiore verso la Parola del Signore? E verso la liturgia e la vita ecclesiale?

Come si vede, all’esperienza dell’incontro sul piano fisico, sensibile, materiale, se vogliamo, può corrispondere anche l’esperienza dell’incontro spirituale.

E per vedere Gesù c’è bisogno di mettere in azione tutte le nostre potenzialità, il nostro essere, tutta intera la nostra persona.

Nel messaggio che il S.Padre ha rivolto per la Giornata Mondiale della Gioventù leggiamo: “Cercate con ogni mezzo di rendere possibile questo incontro, guardando a Gesù che vi cerca appassionatamente. Cercatelo con gli occhi di carne attraverso gli avvenimenti della vita e nel volto degli altri; ma cercatelo anche con gli occhi dell’anima per mezzo della preghiera e della meditazione della parola di Dio!”.Lasciate emergere dal profondo del cuore questo ardente desiderio di vedere Dio, un desiderio talvolta soffocato dai rumori del mondo e dalle seduzioni dei piaceri. Lasciate emergere questo desiderio e farete l’esperienza meravigliosa dell’incontro con Gesù”.

Anche stasera Gesù ripete a noi la domanda che rivolse al cieco sulla via di Gerico: “Che vuoi che io faccia per te?”. Che cosa vogliamo rispondergli? Che cosa vuoi chiedergli? Possiamo dirgli: “Signore, rendimi capace di udire la tua voce; che io possa toccarti e sentirti vicino; che io possa respirare il tuo profumo d’amore. Che io possa gustare la gioia della tua amicizia e che possa vederti sempre più chiaramente”. Gesù non mancherà di risponderci: “La tua fede ti ha salvato!”

Ma la storia del cieco, come la nostra storia personale, non finisce qui: “Subito ci vide di nuovo e cominciò a seguire Gesù, lodando Dio”.

Non basta aver visto, come non basta sapere qualcosa di Gesù: occorre seguirlo, andare insieme con lui. E questo nella vita di tutti i giorni: con lo stile di vita che assumiamo, per mezzo delle scelte che andiamo facendo, attraverso il nostro inserimento nel cammino della chiesa e della società.

Lodando Dio”: lodando il Signore con la preghiera, lodandolo con il canto, ma lodandolo soprattutto con la vita. Con una vita che si fa canto, gioia, preghiera, offerta e servizio.

E tutto questo sarà contagioso. Qualche volta, nelle nostre parrocchie e nei nostri gruppi ci si scoraggia perché siamo in pochi, perché siamo sempre gli stessi, perché gli altri stanno a distanza e ci guardano da lontano. Ma perché tutto questo avviene? Che cosa vedono, gli altri, se guardano verso di noi? Siamo davvero credibili?

Occorre diventare delle calamite. Se ci facciamo trasparenti al Signore, diventeremo calamite: sarà Gesù, in noi, ad attirare tutti a sé.



SCUOLA DELLA PAROLA AI GIOVANI
LO ACCOLSE CON GIOIA NELLA SUA CASA”

(Luca 19,1-7)

Subiaco – Cattedrale di S. Scolastica – 2 aprile 2004


Vogliamo vedere; vogliamo continuare a vedere”: è il tema del nostro cammino annuale e quaresimale di pastorale giovanile. E in queste due serate vogliamo continuare a vedere attraverso l’episodio dell’incontro di Gesù con Zaccheo e di Zaccheo con Gesù. Una storia che percorreremo in due momenti e in cui il verbo vedere e il movimento degli occhi non è soltanto un fatto esterno, ma un progressivo approdare alla luce da parte di Zaccheo.

Cerchiamo prima di tutto di scrutare il testo di Luca. Gerico è il luogo nel quale questa storia si svolge; si trattava di una città di confine. Confinava con la Perea; era una città di dogana, luogo in cui non mancavano funzionari addetti alla riscossione delle tasse.

L’evangelista Luca ci presenta Zaccheo. Il suo nome significa “il puro, il giusto”. Si tratta di un uomo, una persona; il suo nome è il puro e il giusto, ma è pure il capo degli esattori delle tasse; cioè un pubblicano, un peccatore; anzi, il capo dei pubblicani. Ed è ricco. Una persona quindi che si trova nella condizione meno favorevole alla accoglienza del regno di Dio. Basta ricordare le parole di Gesù: “quanto è difficile per un ricco entrare nel regno di Dio. E’ più facile che un cammello passi per la cruna di un ago che per un ricco entrare nel Regno!”.

“Zaccheo cercava di vedere Gesù, ma non gli riusciva perché era piccolo di statura. Allora corse avanti e per poterlo vedere, salì su un sicomoro perché doveva passare di là”. Si tratta certamente di una persona intelligente, volitiva, intraprendente. Una persona abituata ad aspettare le sue “prede” al varco: la gabella-dogana si trovava infatti nei luoghi di passaggio obbligato. Era capo dei gabellieri: sapeva dunque organizzare anche il lavoro altrui.

Zaccheo supera tutti gli impedimenti: la statura: infatti sale su un albero; il ritardo: infatti non si accoda, ma corre avanti. Non si arrende.

“Quando giunse là, Gesù alzò lo sguardo… Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua”. Zaccheo voleva vedere Gesù, lo cercava. Ma anche Gesù vuol vedere Zaccheo: lo sta cercando. Tra le tante persone che si affollavano intono a Gesù, solo Zaccheo viene chiamato per nome: “il puro, il giusto”. Un pubblicano. Poteva sembrare una presa di giro, ma non lo era : “Oggi, devo fermarmi a casa tua!”.

Oggi”: Gesù non sta indicando qualcosa per un tempo indefinito: l’incontro è per quel momento, non è rimandabile. “Devo”: se Zaccheo corse avanti perché Gesù doveva passare di là, anche Gesù doveva fermarsi a casa di Zaccheo. Per Zaccheo era sufficiente veder passare Gesù. Per Gesù è necessario fermarsi. Lo sguardo di Gesù è uno sguardo che si ferma su Zaccheo, che non lo lascia. E’ uno sguardo che lo avvolge completamente; che gli entra dentro e illumina il suo cuore. Ma non è uno sguardo che giudica e che condanna: è uno sguardo d’amore che riscalda come il sole che illumina e riscalda. E’ uno sguardo che dà fiducia ed apre spazi interiori.

In fretta scese e lo accolse con gioia”. L’amore mette le ali ai pesi più gravosi. L’esperienza dell’essere amati e del sentirsi amati, fa veri miracoli; allontana ogni indugio, mette fretta, perché la gioia, quando è vera, non può essere contenuta e tanto meno soffocata. La gioia deve essere comunicata. Essa provoca l’accoglienza e l’incontro diventa compagnia e vita di famiglia.

Il vangelo non lo dice, ma certamente Zaccheo avrà offerto da mangiare a Gesù e sarà stata imbandita una mensa. Tornano in mente le parole del padre del figlio prodigo: “Facciamo festa e rallegriamoci perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, l’avevo perduto ed ora l’ho ritrovato. E cominciarono a far festa”. Anche in casa di Zaccheo comincia la festa. C’è però un “ma”.

Vedendo ciò, tutti mormoravano: è andato ad alloggiare da un peccatore!”. Tutti, la gente, l’opinione pubblica, i fabbricatori di notizie, i mass-media: tutti e nessuno: chi guarda con superficialità; chi non mette in movimento il cuore e osserva con spirito amaro; chi è più pronto alla critica che non alla comprensione; chi è troppo sicuro del proprio perbenismo e non si mette mai in discussione. Sono questi che dicono: “è andato ad alloggiare da un peccatore”. Da qui a dire: “potrà mai essere Gesù un qualcuno di buono!”, il passo è breve. “Vedendo ciò!”: è un vedere che si ferma alle apparenze e che manca di autentico discernimento.

A questo punto, davvero, la festa può dirsi rovinata. Gesù è nel mezzo tra Zaccheo e la gente che mormora: gli sguardi si incrociano. Gesù ha visto la gente ed ha visto Zaccheo. Zaccheo ha visto Gesù e ora deve fare i conti con lo aguardo della gente. La gente ha visto Gesù, ha visto Zaccheo e ha veduto Gesù in casa di Zaccheo. Ma quanto diverse tra loro le varie visuali!

In questo gioco di sguardi, di ricerca di incontro e in questi incontri avvenuti, noi che cosa ci entriamo? Da che parte stiamo? Che cosa cerchiamo di vedere? E, guardando, di che cosa ci accorgiamo?

Ognuno di noi è insieme Zaccheo e la gente: un po’ siamo Zaccheo e un po’ la gente anonima che guarda e commenta.

Come Zaccheo anche noi vogliamo vedere questo Gesù di cui tanto si parla. Ma quanti ostacoli! La tanta folla che ci impedisce di vedere bene, la nostra piccola statura. E quante immagini diverse si possono avere di Gesù: le più estemporanee, le più condizionanti a seconda dei condizionamenti della cultura dominante, delle ideologie e delle mode. Immagini parziali che nascono pure dalla nostra piccola statura della ignoranza religiosa, di una morale approssimativa, dell’egoismo e dell’individualismo. Anche se in noi c’è il desiderio di vedere, molto spesso ci manca la voglia di durare fatica.

E’ fatica, infatti, salire sull’albero da cui si può vedere meglio e cioè cercare con continuità e perseveranza. E’ fatica tirarsi fuori dalla massa della folla che ci nasconde e da cui ci sentiamo protetti e rassicurati. Fa paura trovarci isolati rispetto all’andazzo generale e ciò soprattutto nel mondo giovanile. Ma, vogliamo davvero essere noi stessi, con una autentica identità interiore che si manifesti pure nelle nostre scelte di vita?

E siamo anche come la folla che crede di vedere oggettivamente, ma non sa interpretare e capire ciò che vede. “E’ andato ad alloggiare da un peccatore!”. E con queste parole si rischia di spengere ogni gioia vera: diventiamo giudici dai giudizi cattivi; nessuno può più salvarsi.

Che cosa può dunque voler dire per noi “guardare con gli occhi di Gesù”? Fa sempre una grande impressione leggere e rileggere il racconto dell’evangelista Marco a proposito dell’incontro tra un altro uomo “ricco” e Gesù che si sente domandare: “Maestro, che cosa devo fare per avere la vita eterna?”. Gesù risponde: “Tu conosci i comandamenti…!”. “Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia giovinezza”. Allora Gesù, fissatolo, lo amò e gli disse: “Una cosa solta ti manca, va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo; poi, vieni e seguimi. Ma egli rattristatosi per quelle parole, se ne andò afflitto, poiché aveva molti beni”(10,17-22).

Fissatolo, lo amò”: è lo sguardo di predilezione; lo sguardo dell’amicizia che dischiude il dialogo interiore; lo sguardo che mette a proprio agio. Lo sguardo che apre il cuore a Zaccheo e a tutti coloro che stanno cercando con onestà e rettitudine. Lo sguardo che incoraggia a non fermarsi di fronte agli ostacoli e ai condizionamenti; lo sguardo che mette le ali ai piedi e fa correre fiduciosamente nella vita. Uno sguardo che è su ciascuno di noi. E’ lo sguardo con il quale il Signore mi chiama per nome e mi dice: “Oggi devo fermarmi a casa tua”. Oggi! Non domani! Stasera! In questo momento. Perché questo è il momento in cui, ci dice Gesù : io ti sto guardando con il mio sguardo di amore!. “Fissatolo, lo amò”.

In questo momento di preghiera sentiamoci guardati personalmente da Gesù: Egli mi guarda e mi vuol bene!

Se siamo qui, stasera, è perché abbiamo risposto ad una sollecitazione dello Spirito, perché vogliamo vedere. Ma, siamo disposti a lasciarci guardare da Gesù? Uno sguardo di cui non dobbiamo avere paura, anche se è uno sguardo esigente e che ci entra dentro azzerando tutte le barriere che possiamo innalzargli contro. Siamo qui perché vogliamo vedere. Forse sarebbe più giusto dire: siamo qui perché Lui, il Signore, ci vuol vedere; anzi, perché ci ha già visto; ha già fissato il suo sguardo su di noi con amore.

Ti senti guardato dentro? E’ amore, ciò che il Signore ti sta suscitando dentro; è amore ciò con cui il Signore ti vuole riempire. Non aver paura dell’amore!

Ti preoccupi di ciò che possono vedere gli altri: non aver paura. Gesù ti sta dicendo: “Oggi devo fermarmi a casa tua!”. Aprigli la porta; spalanca la tua vita e il tuo cuore. Gesù ti porta la gioia, grande, interminabile. “Io sto alla porta e busso; a chi mi apre, mi fermerò con lui e cenerò con lui ed egli con me!”. E sarà gioia per te e per tutti, perché questo grande dono non potrai tenerlo soltanto per te.


OGGI LA SALVEZZA E’ ENTRATA IN QUESTA CASA”



(Luca 19,8-10)
Subiaco – Cattedrale di S. Scolastica – 3 aprile 2004
E’ andato ad alloggiare da un peccatore!” E’ il commento sprezzante e amaro della gente di fronte al comportamento di Gesù che “deve” fermarsi a casa di Zaccheo. Un commento che rischia di sciupare la festa, ma che in realtà provoca un ulteriore passo in avanti da parte del capo dei pubblicani.

Zaccheo ha visto lo sguardo d’amore che Gesù gli ha rivolto. Quello sguardo ha rivoluzionato il suo cuore; ha messo in moto una vera e propria reazione a catena. Davvero si è scatenato qualcosa di impensabile. Zaccheo, ora, è proprio lui a prendere l’iniziativa: è ormai coinvolto dalla dinamica del proprio riscatto morale. Davanti a lui si staglia solo la figura di Gesù; non conta niente la folla dei criticoni: “Alzatosi, disse al Signore!”. Forse si alza da tavola dove tutti stavano mangiando. Potremmo immaginarlo con il bicchiere in mano mentre sta per fare il brindisi augurale. Si rivolge a Gesù e afferma tre cose: da ora in poi non gli basta più rimanere fedele alle prescrizioni della Legge: ha scoperto qualcosa di nuovo, che lo ha del tutto trasformato. Vuol vivere la sua fede e la sua religiosità non sentendosi a posto solo perché in regola con norme e precetti vari. Lo sguardo d’amore che ha ricevuto da Gesù diventa il suo sguardo d’amore verso tutti. La seconda affermazione è: “Signore, io do la metà dei miei beni ai poveri”. Ed infine: in caso di frode, restituisco il mal tolto in misura quadruplicata.

Zaccheo sta andando ben oltre la legge dell’ebreo fedele e osservante. In lui sta prendendo piede non la legge del dare a ciascuno il suo, bensì la legge nuova dell’amore, del dono. Zaccheo sa bene che l’amore con cui Gesù lo ha amato è andato oltre ciò che lui meritava o si aspettava di ricevere: l’amore ha un’unica misura: quella di essere senza misura.

Nella risposta di Gesù, da una parte possiamo cogliere tutto l’apprezzamento del Signore per la disponibilità e l’impegno di Zaccheo; dall’altra però dobbiamo registrare pure la sottolineatura che la salvezza che Dio ci offre è dono; è gratuità; è offerta che previene e va incontro a tutti senza distinzione. “Oggi la salvezza è entrata in questa casa, perché anch’egli è figlio di Abramo”.

Dio non guarda solo ai buoni, agli onesti e ai fedelissimi. Dio guarda a tutti, senza discriminazioni. Il suo è l’amore del Padre che non dimentica alcuno dei suoi figli: “E’ il Padre che fa sorgere il suo sole sui buoni e sui cattivi e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti”. “Anch’egli è figlio di Abramo!”.

E questo amore gratuito e universale del Padre ha la sua manifestazione e la sua realizzazione piena in Gesù: “Il Figlio dell’uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto”. La salvezza è in Gesù; Gesù è infatti il Salvatore. E’ Gesù che è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto; è il Salvatore che viene sempre incontro all’uomo.

Nell’incontro tra Gesù e Zaccheo abbiamo quindi l’immagine paradigmatica del grande mistero della salvezza dell’uomo. Zaccheo cerca Gesù: l’uomo cerca il mistero, l’infinito, Dio. Gesù cerca Zaccheo, vuole incontrarsi con lui, fermarsi a casa sua. In Gesù Dio prende dimora fra gli uomini; il Verbo si fa carne e abita in mezzo a noi. In Gesù Dio cerca ogni uomo. Nel mistero dell’incarnazione Gesù si è unito indissolubilmente ad ogni uomo, non in astratto, ma nella concreta realtà di ogni persona umana. “L’uomo perduto”, che non è solo il disgraziato, l’emarginato, ma l’uomo peccatore, sono io, peccatore, fragile; proprio io sono l’oggetto della “passione di Dio per l’uomo”.

Sia da parte di Dio che da parte dell’uomo c’è dunque un itinerario fatto di una successione di momenti: la ricerca, l’incontro, l’ascolto e la sequela.



La ricerca. L’uomo è sempre alla ricerca di Dio. Nel cuore di ognuno c’è un profondo bisogno di relazione soprannaturale; un bisogno di religione. Un bisogno che però può percorrere strade molto diverse tra loro. Ci sono forme di religiosità che non di rado si risolvono in idolatria: la religione della natura (ecologismo); la religione della scienza (scientismo); la religione della tecnica (tecnicismo), della ragione (razionalismo), del sentimento (new age); la religione di una divinità a misura dell’uomo (superstizione e magia). Tutto questo nasce da un bisogno insopprimibile: “il nostro cuore è inquieto finchè non riposa in te, o Dio”, perché Dio ha messo dentro il nostro cuore “la nozione dell’infinito”, il desiderio e la nostalgia dell’eterno. Una nostalgia che spinge a cercare; un desiderio di sazietà che nulla di puramente umano riuscirà mai ad esaurire.

Si tratta di una ricerca che a volte procede come a mosca cieca: si cerca di toccare, si va a tentoni, si provano vie diverse. Ma ad ogni progressiva conquista ci si accorge di non essere ancora approdati a niente di definitivo e di appagante.

Se da una parte l’uomo cerca Dio, dall’altra anche Dio è alla ricerca dell’uomo. E’ Dio che non può contenere l’infinita grandezza del suo amore: vuole donarlo, comunicarlo, trasmetterlo, diffonderlo. Dio continuamente ripete all’uomo quanto disse ad Adamo nel giardino della creazione: “Dove sei? Perché ti sei nascosto?”. E ciò attraverso tutta la storia della salvezza fino alla pienezza dei tempi con una ricerca che è insieme rivelazione di sé e comunicazione del suo mistero; comunicazione della vita divina.

Le due ricerche in realtà si incontrano: l’uomo incontra Dio perché Dio gli viene incontro per primo. E il culmine di questo incontro-alleanza lo si ha nella persona del Verbo fatto uomo, in Gesù di Nazaret. In Gesù che ha assunto la nostra umanità Dio e l’uomo non sono più lontani, distanti. Dio e l’uomo sono ormai indissolubilmente uniti per sempre. “Il Verbo si è fatto carne ed è venuto ad abitare in mezzo a noi e noi abbiamo veduto la sua gloria”. E’ in Gesù e soltanto in Lui che nello scorrere del tempo si realizza sempre di nuovo l’incontro tra Dio e l’uomo. Non c’è altra strada possibile. Si tratta dell’unica via percorribile anche da parte di chi non ne è pienamente consapevole. Nell’umanità di Gesù abbiamo la porta di ingresso nel mistero eterno di Dio.

Proprio per questo chiunque si apre all’uomo in maniera autentica, nella disponibilità, nel rispetto della dignità di ognuno e nella accoglienza del mistero che ciascuno porta in sé, non è lontano dal Regno, perché la via dell’uomo è la strada che il Verbo ha voluto percorrere per incontrarsi con noi.

In questo incontro Dio si pone in ascolto dell’uomo. Gesù infatti ha preso su di sé tutto ciò che è dell’uomo, anche il peccato. Anzi, “si fa peccato” Egli stesso, per noi, e nel suo sacrificio toglie di mezzo, inchiodandolo alla croce, il documento che sanciva la nostra schiavitù. Infatti viene eliminata, per sempre, la nostra dipendenza dal peccato e dal male: siamo stati liberati. E ciò perché l’uomo possa finalmente porsi in ascolto di Dio.

Sì, perché per poter ascoltare Dio che parla occorre che le nostre orecchie siano in grado di percepire la sua parola: le orecchie del cuore, dell’anima e dell’interiorità. Solo questa liberazione interiore ci rende davvero capaci di ascolto soprannaturale. Una liberazione che già si realizza non appena la Parola entra in noi. La fede, infatti, nasce dall’ascolto e l’ascolto si attua mediante l’annuncio della parola di Cristo. Ecco perché è fondamentale ascoltare la Parola, offrendole spazio interiore di risonanza e facendo vero silenzio in noi così che attraverso di noi possa riverberarsi intorno a noi là dove viviamo e operiamo.

Se diamo spazio alla Parola che è efficace e realizza ciò che annuncia, la nostra vita non può che cambiare. Non si rimane mai come prima. Tutto si trasforma e si trasfigura. Anche noi, come Zaccheo siamo capaci di dare la metà dei beni ai poveri e di risarcire quattro volte tanto quanto avessimo tolto ingiustamente. Si diventa cioè capaci di assomigliare a Gesù che dona tutto se stesso per noi.

In questo modo comincia a delinearsi un nuovo stile di vita frutto di una nuova identità, quella dei figli di Dio, che riproduce i tratti stessi del volto del Signore. Si tratta, in altre parole, della “sequela” di Gesù, del “discepolato” al seguito di Gesù.

Zaccheo era corso avanti per poter vedere Gesù che passava. Ma Gesù si era fermato davanti a Zaccheo. Da questo incontro che si trasforma in alleanza d’amore Zaccheo capisce che per lui è necessario mettersi dietro a Gesù, farsi suo discepolo, mettendosi alla sua scuola e imparando da Lui un nuovo modo di vivere la propria esistenza. “Venite a me voi tutti che siete affaticati e oppressi e imparate da me che sono mite e umile di cuore!”.

Questo invito Gesù, questa sera, lo rivolge a tutti noi: “Venite a me!”; “Imparate da me!”.

Siamo venuti a Lui; ma è Lui, in realtà, che è venuto a noi. Ci chiede di metterci alla sua scuola e di imparare da Lui. Ma che cosa? Gesù ci chiede di imparare ad amare, come ama Lui, quanto ama Lui, coloro che Lui ama. E cioè: tutti, senza esclusioni; imparando ad amare quanti ci offrono amicizia e quanti, come la “gente”, intorno a Zaccheo, non ci capisce e si mostra ostile. Gesù ci insegna ad amare gli amici con cui camminiamo insieme e coloro che ci tengono a distanza; quanti condividono le nostre scelte ed anche chi le ignora o le ostacola.

Oggi la salvezza è entrata in questa casa!” . Oggi, in questa casa, con Gesù, nella vita di Zaccheo, il pubblicano e ricco. Perché niente è impossibile a Dio.

Fermiamoci in silenziosa preghiera: anche per me, ora, è il momento della salvezza. Anche per me, ora, Gesù è Salvatore. Anche per me, ora, può cominciare una nuova vita. E’ il Signore che me lo dice: è Lui che mi ha cercato, mi ha raggiunto, mi ha guarito nella mia sordità, facendo risuonare la sua parola di salvezza.



Mi chiede di alzarmi e di seguirlo!



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