"chi mangia di me vivrà per me"



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26.01.2018
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"Chi mangia di me vivrà per me"


(Gv 6, 57)
Meditazione sul discorso eucaristico

Il racconto della moltiplicazione dei pani, del cammino sull'acqua e dello sbarco miracoloso, nella mente di Gesù, era una provocazione alla ricerca, alla ricerca del senso profondo del pane che Gesù aveva dato e soprattutto alla ricerca dell’identità di Colui l’aveva dato, il Figlio e il Padre, per saziare la nostra fame e la nostra sete di pienezza, di felicità e di realizzazione che sentiamo in noi stessi. Gesù aiuta la folla a comprendere che il vero "man hu (che cos’è questo?) è il Messia che il Padre ha mandato da noi con "il sigillo di Dio" (Gv 6,27) e cioè lo Spirito santo. La sua parola, il suo corpo e il suo sangue, sono il vero nutrimento della nostra esistenza, la forza che ci conduce alla nostra liberazione, alla perfetta adozione come figli di Dio nella casa di Dio. Si tratta di un discorso cristologico e più specificamente eucaristico.


Lectio” di Gv 6, 22-59
La finalità, tema e struttura del discorso

Giovanni 6, 22-59 è una specie d'omelia (“midrash”) costruita con parole di Gesù per condurre a credere, ad aderire cioè alla persona di Gesù (5,39.46.47). Un discorso sulla fede che si prefigge di far riflettere la folla sul segno del pane ricevuto e mostrare il contrasto tra quello che essa si attendeva e quello invece che Gesù intende.

Il discorso eucaristico parte da un testo biblico "Diede loro da mangiare un pane dal cielo" (Gv 6, 31 che cita salmo 78,24), cioè dalla manna per mostrare la nuova, la vera manna (cfr. Es 16,4; Ne 9,15; 105,40). Il discorso si svolge giocando sulle convergenze e soprattutto sulle divergenze fra la manna di Mosè e il pane di Gesù, tra il pane moltiplicato e il vero pane, tra il ruolo di Mosè e quello di Gesù, tra le mormorazioni della folla e la fede dei discepoli.

Malgrado contenga due prospettive (il pane che il Padre dà e quello che il Figlio dà), il discorso è unitario nella sua struttura (A. Feuillet), costruito attorno al tema biblico della manna che lega l'inizio e la fine passando per lo snodo centrale (vv. 31.49-50.58).

Il discorso è interrotto da quattro obiezioni o malintesi sollevati dai Giudei (vv. 30-31. 34. 41-43. 52) che lo strutturano in quattro parti corrispondenti a quattro solenni affermazioni di Gesù ("In verità, in verità vi dico" ai vv. 26,32,47,53): quasi quattro riferimenti testuali lasciati a bella posta dal redattore del testo. Seguiremo questa divisione in quattro parti con un’introduzione-transizione (vv. 22-25) e una conclusione (vv. 60-71).
1. Transizione e introduzione al discorso (vv. 22-25)
22 Il giorno dopo, la folla, rimasta dall’altra parte del mare, vide che c’era soltanto una barca e che Gesù non era salito con i suoi discepoli sulla barca, ma i suoi discepoli erano partiti da soli. 23 Altre barche erano giunte da Tiberìade, vicino al luogo dove avevano mangiato il pane, dopo che il Signore aveva reso grazie. 24 Quando dunque la folla vide che Gesù non era più là e nemmeno i suoi discepoli, salì sulle barche e si diresse alla volta di Cafàrnao alla ricerca di Gesù. 25 Lo trovarono di là dal mare e gli dissero: «Rabbì, quando sei venuto qua?».

La folla va a cercare Gesù a Cafarnao e lo considera un rabbi: “Rabbi, quando sei venuto qua?”. Il verbo cercare (zêtein) è molto presente in Giovanni, ma c'è cercare e cercare. Qui la domanda della folla rivela tutta la superficialità della ricerca. Gesù trova che è pura curiosità, inquinata in più da un interesse che non è quello che Gesù si attenderebbe. Lo cercano per vedere se distribuisce ancora del pane. Perciò Gesù cerca di far scoprire alla folla il senso del loro cercare e chiede:“Perché mi cercate?”, e subito inizia a spiegare loro il senso del "segno" del pane.


2. Non basta vedere il miracolo, bisogna credere in Gesù (vv. 26-33)
26 Gesù rispose loro: «In verità, in verità io vi dico: voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati. 27 Datevi da fare [ergazesthe lavorate per …] non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna e che il Figlio dell’uomo vi darà. Perché su di lui il Padre, Dio, ha messo il suo sigillo». 28 Gli dissero allora: «Che cosa dobbiamo compiere per fare le opere di Dio?». 29 Gesù rispose loro: «Questa è l’opera di Dio: che crediate in colui che egli ha mandato». 30 Allora gli dissero: «Quale segno tu compi perché vediamo e ti crediamo? Quale opera fai? [primo malinteso] 31 I nostri padri hanno mangiato la manna nel deserto, come sta scritto: Diede loro da mangiare un pane dal cielo[Sal 78,24] ». 32Rispose loro Gesù: «In verità, in verità io vi dico: non è Mosè che vi ha dato il pane dal cielo, ma è il Padre mio che vi dà il pane dal cielo, quello vero. 33Infatti il pane di Dio è colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo».
Il segno del pane deve portare non alla ricerca del miracoloso, ma alla ricerca del suo significato e di Colui che l'ha prodotto: Chi è costui? Quale Dio mi rivela? Dal pane che sfama il corpo bisogna risalire alla fede in Colui che dà il cibo che non perisce, colui che viene da Dio con il sigillo dello Spirito, il dinamismo divino dell'amore (Gv 1,32-34).

a) La prima incomprensione dei Giudei riguarda le opere di Gesù (vv. 30-31). Gesù ha moltiplicato il pane, ma essi non credono in Colui che ha operato il miracolo, hanno bisogno di altri miracoli. Abituati dalla tradizione farisaica, chiedono quale ”operadevono fare "per compiere le opere di Dio": forse Dio attende l'osservanza di nuovi precetti … Gesù dice subito che la fede non è un'opera che risponde ad un precetto, una fra le tante fissate dai farisei per essere graditi a Dio!



La fede per Gesù è la più importante e l'unica opera di Dio, che possiamo praticare solo se Dio ce lo concede (6,44) ed esige che ci lasciamo coinvolgere da Dio e aderiamo alla sua azione in noi: “Questa è l’opera di Dio: che crediate in colui che egli ha mandato”. Credere è consegnarsi a Lui. NB.: Giovanni non parla mai della fede (sostantivo che la descrive in modo universale e astratto), ma solo del verbo credere, il cammino storico ed esistenziale. Il mistero di Gesù e di Dio non è un oggetto da conoscere, ma un'esperienza religiosa da fare, un incontro che trasforma.
3. Chi vuol vivere deve credere in Colui che viene dal Cielo superando le apparenze (vv. 33-46)
[33"Il pane di Dio è colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo”]. 34Allora gli dissero: “Signore, dacci sempre questo pane[il secondo malinteso]. 35Gesù rispose: “Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà più fame e chi crede in me non avrà più sete. Vi ho detto però che voi mi avete visto e non credete. 37Tutto ciò che il Padre mi dà, verrà a me; colui che viene a me, non lo respingerò, perché sono disceso dal cielo non per fare la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato. E questa è la volontà di colui che mi ha mandato, che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato, ma lo risusciti nell’ultimo giorno. Questa, infatti, è la volontà del Padre mio, che chiunque vede il Figlio e crede in lui abbia la vita eterna; io lo risusciterò nell’ultimo giorno”.

41Intanto i Giudei mormoravano [terza mormorazione o malinteso] di lui perché aveva detto: “Io sono il pane disceso dal cielo”. 42E dicevano: “Costui non è forse Gesù, il figlio di Giuseppe? Di lui conosciamo il padre e la madre. Come può dunque dire: Sono disceso dal cielo?”. Gesù rispose: “Non mormorate tra di voi. Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Sta scritto nei profeti: «E tutti saranno ammaestrati da Dio» (Is 54,13; Ger 31,33). Chiunque ha udito il Padre e ha imparato da lui, viene a me. Non che alcuno abbia visto il Padre, ma solo colui che viene da Dio ha visto il Padre.
Il discorso è incentrato sul Figlio che è "il pane dal cielo Colui che discende dal cielo e che dà la vita al mondo" (v. 33). Gesù rivela la sua identità: è il Pane vivo dono del Cielo, di Dio (vv. 41.48.51). Ciò che la gente dovrebbe cercare altri non è che Gesù di Nazareth. Egli è il pane della Sapienza (Pro 9,5: "Venite mangiate il mio pane e bevete il mio vino"). Questi termini verranno ripresi e completati ai vv. 51-52: "Io sono il pane disceso dal cielo ... il pane che io darò è per la vita del mondo" (v. 51). Il vero pane è, dunque, la Parola e la persona (carne) di Gesù. Il vero Pane del cielo, quello che dà la vita, viene da Dio e non dall'uomo …non è opera dell'uomo di Nazareth, ma di Dio Padre.

La missione di Gesù: il «pane dal cielo» è venuto per compiere la volontà del Padre: salvare tutti e far vivere a tutti la vita nuova della risurrezione. Emerge subito il secondo malinteso dei Giudei, che credono che sia il pane materiale che hanno mangiato a Tabga: "Dacci sempre questo pane" (v. 34). Allora Gesù precisa: "Io sono il pane di vita: Chi viene a me non avrà più fame e chi crede in me non avrà più sete" (v. 35). Troviamo qui una bella definizione della fede: credere è andare verso Gesù, è un cammino, nulla di statico (6,35). La fede esistenziale e soggettiva, secondo la definizione del Concilio Vaticano II, è un movimento interiore di "consegna" di sé a Dio "con la quale l'uomo si abbandona tutto a Dio liberamente [se totum libere Deo committit], prestando il pieno ossequio dell'intelletto e della volontà a Dio che rivela e assentendo volontariamente alla rivelazione data da lui" (Costituzione dogmatica Dei Verbum 5/877).

Gesù sa che è difficile credere in Lui, perfino impossibile. Ma anche qui come nel caso della povertà evangelica, quello che è impossibile agli uomini è possibile a Dio (cfr Mc 10,27). Quelli che accettano la sollecitazione del Padre, arrivano a Gesù e non saranno respinti, perché è stato mandato dal Padre (v. 40) affinché nessuno si perda, anzi abbia la vita già ora e sia risuscitato nell'ultimo giorno, abbia cioè una vita eterna, autentica e piena, come quella dei figli di Dio. Per fare la richiesta del v. 34 ("dacci sempre questo pane") bisogna credere, ma i Giudei non credono in Gesù e quindi non possono capire e ricevere il dono di Dio, il Regno, la grazia e la verità, la Vita, lo Spirito ecc.

Segue il terzo malinteso o incomprensione (mormorazione): Gesù non può essere venuto dal Cielo, perché lo conoscono tutti: è il figlio di Giuseppe e di Maria, perciò "come può dire: Sono disceso dal cielo?" (vv. 41-42). Questo è lo “scandalo dell’incarnazione” (Bultmann). Allora Gesù riafferma ciò che aveva già detto al v. 37: "Nessuno può venire a me se il Padre non lo attira e io lo risusciterò" (v. 44). Ma nessuno ha visto il Padre se non lui (v. 46). E conclude agganciando il discorso seguente sulla fede che dà la vita eterna già ora, che fa vivere già qui e ora in Dio, per Dio e di Dio.


4. Il "pane dal cielo" è la carne del Figlio (vv. 47-52)
Gesù passa ad approfondire il tema del “pane della vita” e del “pane dal Cielo” affermando che questo pane è dato dal Figlio dell’uomo, nel sacrificio della croce che egli compirà nella sua Pasqua.
47 In verità, in verità io vi dico: chi crede ha la vita eterna. 48 Io sono il pane della vita. 49 I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti; 50 questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia. 51 Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo». 52 Allora i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare? [quarto malinteso]».
Gesù riprende i temi della fede e del Figlio: "Chi crede ha la vita eterna" (v. 47) e "Io sono il Pane della vita" (v. 48), e prova le sue affermazioni con un argomento dalla storia del popolo d'Israele: i padri del popolo che hanno mangiato la manna nel deserto sono morti. Invece chi mangia di questo pane vivrà in eterno (v. 49). E approfondendo le sue affermazioni precedenti, Gesù continua dicendo: "Io sono il pane vivo disceso dal cielo" (v. 51a). Amplia e precisa il suo pensiero: il pane che Gesù darà è la sua "carne". Carne” come "corpo" significano la vita e la persona nella sua mortalità e fragilità, la vicenda di Gesù, che si è donato per la vita del mondo (v. 51b). Siamo ormai al senso eucaristico del discorso di Cafarnao. Ecco il quarto malinteso: Come è possibile che Gesù dia da mangiare la sua carne? Non si era mai sentito una pretesa del genere (v. 52). I Giudei si pongono la domanda, ma non riescono a trovare la risposta, perché non hanno l'amore in sé, perché non sono da Dio, come Gesù ha argomentato nel discorso dopo la guarigione del paralitico (5,42-43).
5. "Chi mangia di me vivrà per me" (vv. 53-59)
53 Gesù disse loro: «In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. 54 Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. 55 Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. 56 Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. 57 Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me. 58 Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno». 59 Gesù disse queste cose, insegnando nella sinagoga a Cafarnao.
Con la formula stereotipa e solenne ad un tempo,“In verità, in verità vi dico", Gesù afferma l’assoluta necessità che dopo la fede ci sia anche la manducazione del pane di vita eterna. Il linguaggio diventa realistico e mistico nello stesso tempo. Il senso eucaristico del discorso è chiaramente espresso dall'uso dei verbi: si passa dal verbo esthiô/fagein al verbo trogoun, cioé dal senso metaforico di mangiare come credere al senso letterale e stretto del mangiare/masticare. Non basta accettare nella fede la parola di Dio, bisogna mangiare e assimilare la persona stessa di Gesù, le sue scelte concrete e storiche. Non è solo la parola di Gesù che fa vivere. Gesù è la vita di colui che lo assume, anzi, è Gesù che assimila a sé chi lo mangia e stabilisce con lui una serie di nuove relazioni, perché "la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda" (v. 55). Il realismo diventa perfino intollerabile per un Giudeo che non poteva neppure toccare il sangue!

a) Una relazione vitale:"Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò" (v. 54).

b) Una relazione di reciproca immanenza:"Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui" (v. 56).

c) Una relazione di comunione di vita, simbiosi:"Colui che mangia di me, vivrà per/grazie a me" (v. 57), secondo l'espressione di Paolo nella lettera ai Galati: "Sono stato crocifisso con Cristo e non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me. Questa vita nella carne, io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me" (2,20). Dalla fede si arriva all’unione con Gesù Cristo.


6. Conclusione: Il rifiuto e la fede dei discepoli (vv. 60-71)
60 Molti dei suoi discepoli, dopo aver ascoltato, dissero: «Questa parola è dura! Chi può ascoltarla?». 61 Gesù, sapendo dentro di sé che i suoi discepoli mormoravano riguardo a questo, disse loro: «Questo vi scandalizza? 62 E se vedeste il Figlio dell’uomo salire là dov’era prima? 63 È lo Spirito che dà la vita, la carne non giova a nulla; le parole che io vi ho detto sono spirito e sono vita. 64 Ma tra voi vi sono alcuni che non credono». Gesù infatti sapeva fin da principio chi erano quelli che non credevano e chi era colui che lo avrebbe tradito. 65 E diceva: «Per questo vi ho detto che nessuno può venire a me, se non gli è concesso dal Padre».

66 Da quel momento molti dei suoi discepoli tornarono indietro e non andavano più con lui. 67 Disse allora Gesù ai Dodici: «Volete andarvene anche voi?». 68 Gli rispose Simon Pietro: «Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna 69 e noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio». 70 Gesù riprese: «Non sono forse io che ho scelto voi, i Dodici? Eppure uno di voi è un diavolo!». 71 Parlava di Giuda, figlio di Simone Iscariota: costui infatti stava per tradirlo, ed era uno dei Dodici.

La rivelazione fatta a Cafarnao provoca un momento di crisi (giudizio!). Si tratta di quella crisi "galilaica" conosciuta anche dai Sinottici, per la quale Gesù si ritrova quasi solo, con i Dodici. Perché i più se ne vanno? Essi trovano il discorso di Gesù duro, difficile da comprendere, offensivo, improponibile e, peggio ancora, difficile da mettere in pratica.

a) C'è chi interpreta il realismo del sacramento dell'Eucaristia in modo magico, una forma di cannibalismo, intollerabile e disgustoso (per un Giudeo poi!), e allora Gesù ricorda che è "lo Spirito quello che vivifica, la carne non giova a nulla. Le parole che vi ho detto sono spirito e vita" (v. 63). E’ il corpo spirituale e glorioso di Gesù crocifisso e risorto quello che noi riceviamo, non c’è alcun cannibalismo. E’ un mangiare reale, ma spirituale. Gesù vuol evitare ogni ritualismo magico. Eppure quanta magia circonda ancora la prassi eucaristica! Ogni volta che si crede che basta fare il rito, perchè il resto lo fa il Sacramento, anche noi cadiamo in forme magiche e irrealistiche.

b) Gesù sa che sia tra i discepoli che tra i dodici ci sono certi che non riescono a credere, anzi, ce n'è anche uno che si sta staccando e alla fine se ne andrà tradendolo (vv. 64.71). Li invita quindi a ritirarsi in tutta libertà. La fede è assolutamente necessaria, ma deve essere assolutamente libera, personale. È qui che Simon Pietro fa la sua professione di fede: "Signore da chi andremo? Tu solo hai parole di vita eterna e noi abbiamo creduto che tu sei il Santo di Dio" (vv. 68-69). Sotto altre parole abbiamo qui la professione di fede di Pietro a Cesarea di Filippo (Mc 8,27-30 e Mt 16,16), che è la logica conclusione del discorso eucaristico o della sezione dei pani. Ma non basta la professione di fede messianica di Pietro e della comunità, Gesù attende i fatti: ci sarà anche chi dopo averlo professato e confessato tradirà il Messia (vv. 70-71).



Spunti di “meditatio” sul capitolo 6 di Giovanni



1. Il cammino della fede: Chi è Gesù?
Gesù è il dono di Dio Padre che ci fa vivere, il pane vivo che viene dal Cielo, Colui che il Padre ha mandato. Gesù ci fa vivere e dà il vero senso (orientazione e significato) alla nostra esistenza. Ricordiamo che il «Pane di vita» è la nuova “manna” (6,31), un cibo che poneva sempre un interrogativo: “Man hu Che cos’è?”, “Ma chi dunque è quest’uomo?”.

Il pane di vita mette in gioco la nostra fede e la nostra ricerca di Dio e di senso per la nostra vita. A che punto siamo con la nostra fede? Ci siamo consegnati a Gesù e, grazie a lui, al Padre? L’opera che il padre attende da noi è la fede. Oppure noi crediamo al valore delle nostre opere? Cerchiamo di conoscere sempre meglio questo Pane di Vita? Ma questo discorso di Gesù è "duro" e non tutti lo colgono nel suo vero significato. La spiritualità cristiana ed eucaristica non sono dei dati spontanei del nostro vivere. Infatti noi siamo spesso vittime dell'immediato, del visibile, delle offerte del mondo e non siamo capaci di cogliere il vero senso del dono di Dio. Per questo queste parole di Gesù devono essere approfondite: sono la strada verso la nostra autentica realizzazione in Gesù Cristo.


a) Gesù è il Pane che viene dal cielo, da Dio.

E' la Sapienza di Dio (Sap 16,26; Sir 24,18-20; Pro 1,28) che ci è dato nella Parola e nell’Eucaristia. Ciò che dà senso e sapore alla vita, perché è il dono del Padre, tale rimane tale fino alla fine rivelandocene il Donatore. Lo farà lasciandosi distruggere per amore di coloro, ai quali viene donato. Gesù è segnato dal "sigillo di Dio", dallo Spirito santo, l'amore gratuito del Padre, il dinamismo della carità divina, che si dona senza misura per alimentare la fede e l'amore, che sono la vita eterna che è già in noi. Siamo invitati a cercare e ad accogliere Gesù non come la folla di Cafarnao, ma nella verità: non come taumaturgo, ma come il Figlio che rivela il Padre, la sua comunione. Solo così Gesù diventa in noi fonte di vita, di liberazione e di crescita: "A quelli che l'hanno accolto, ha dato il potere di diventare figli di Dio".

La Parola è il cibo che ci fa crescere, che ci riscatta dal "vecchio uomo" per farci diventare quell'uomo nuovo che è stato creato da Dio nella giustizia e nella santità. Ma la nostra crescita e la nostra liberazione personale avvengono quando crediamo e assumiamo la logica del dono che si lascia donare …come Gesù, dono del Padre per la vita del mondo.
b) Dall'ascolto all'incontro/identificazione con Colui che ci è donato.

La fede ci conduce a cercare l'essenziale e cioè l'identificazione con Colui che ci parla di Dio: "Non di solo pane vive l'uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio". Non c'è solo il pane fisico che sfama la fame del popolo, ma anche un altro pane, quello "vero", il “Pane che viene dal cielo”. Per giungere all'identificazione con Gesù ci sono diversi passi che si possono fare, ricorda il Card. Carlo M. Martini: c'è la fede che ascolta, l'assimilazione etica, l'imitazione cioè di Gesù, e c'è la comunicazione mistica e sacramentale che ci fa diventare membra di Cristo e del suo Corpo. La vera vita cristiana è fatta di ascolto e di comunione sacramentale.

a) Nella prima parte del discorso di Cafarnao (vv. 26-50) sentiamo la parola di Gesù, quella parola creatrice che Gesù semina nel cuore dell'uomo e che fa crescere il regno di Dio in colui che l'accoglie: la grande novità di un Dio paziente che rinnova la sua alleanza con l'uomo.

b) Nella seconda parte del discorso di Cafarnao (vv. 51-58) il pane fa da quadro ad un mistero che mette a dura prova la fede di chi ascolta: "Il pane che io vi darò è la mia carne per la vita del mondo". “Carne e sangue” evocano tutta la vicenda di Gesù: la "carne" è tutta la persona di Gesù rivestita di storia; il "sangue" è la sua morte cruenta.

c) Mangiare il corpo e bere il sangue (cosa orribile e scandalosa per un giudeo … Gesù la propone per farci comprendere la novità della sua proposta) significa assumere l'esistenza e la storia di Gesù, la sua maniera di vivere e di morire, che si conclude nel dono totale di sé sulla croce, entrare in comunione con Lui e appartenergli come Egli appartiene al Padre. Questo comporta configurarsi a Lui attraverso la sua Parola, la Sapienza di Dio e attraverso il suo modo di essere: dono-di-sé e gratuità, accoglienza ecc. Significa, come per Paolo, portare in noi la sua morte per assomigliargli nella risurrezione (2Co 4,10-12; Fil 3,10-11). Significa anche venire ek tou Patros, seguire la logica del Padre e non quella del mondo.
c) Non tutti riescono a cogliere la rivelazione di Gesù

Non tutti riescono a credere a Gesù, certi mormorano e si scandalizzano, altri si allontanano. Solo per pochi questo “segno” e la parola che lo spiega diventano rivelazione dell'"Io Sono" di Gesù. E' facile accettare il Gesù dei pani moltiplicati, ma non è altrettanto facile accettare Gesù che con l'Eucaristia chiede di essere "la norma pratica concreta" o “l’universale concreto”, come dice Hans Urs von Balthasar, della nostra esistenza fino a "camminare nell'amore come Cristo ci ha amato" (Ef 5,3ss). E noi che cosa cerchiamo veramente? Succede che cerchiamo qualche cosa che viene da Dio, ma dimentichiamo Colui che è la nostra vita, cerchiamo degli idoli per cui vivere: successo, carriera, denaro, salute, amore ecc. valori che non possono prendere il posto di Dio.


2. La comunione al corpo e al sangue di Gesù Cristo : il massimo del coinvolgimento e dell'immanenza dell'uomo con Dio
Gesù si unisce a noi che lo assumiamo e ci trasforma in sé sicché noi viviamo grazie a Lui (di'emé). Mangiare e bere il mistero di Gesù nella sua umanità deve portare a vivere grazie a Gesù (6,57) e quindi alla sua stessa maniera, cioè nel dono totale di noi stessi, nel servizio, nella condivisione e nella solidarietà, nella carità che è epifania di Dio e del suo mistero di amore e comunione. L'Eucaristia ci fa diventare un solo corpo con lui, ci fa chiesa, sacramento di comunione e pane di vita per il mondo, fa della nostra esistenza una pro-esistenza (“uomini della memoria sovversiva non cerimonieri”) e stabilisce tra noi e Gesù un'unione profonda che va al di là dell’unione intenzionale. Lo spiega sant'Ilario di Poitiers: "Se Gesù voleva che si intendesse solo l'unione morale o di volontà, per quale ragione avrebbe parlato di una graduatoria (progressione) o di un ordine nell'attuazione di quest'unità? Egli è nel padre per natura divina, noi in lui per la sua nascita corporale. Egli è in noi per la sua azione misteriosa nei sacramenti…Egli vive in virtù del Padre. E noi viviamo in virtù della sua umanità così come egli vive in virtù del Padre" (dal De Trinitate, 8,13-16.Cfr.Merc. IV sett. di Pasqua).
a) Dobbiamo perciò verificare la nostra maniera di accogliere la Parola e celebrare l’Eucaristia.

Il rischio più serio che noi corriamo è quello della routine, perché toglie all'Eucaristia la sua forza trasformatrice ("Noi abbiano ricevuto una tigre selvaggia e l'abbiamo ridotta a un gatto da salotto" dice Fr. Thomas Culliname osb) e ci impedisce di discernere il corpo di Cristo (1 Cor 11,29).

Un secondo rischio è la spiritualizzazione e la magia. La celebrazione dell'Eucaristia non potrà mai essere un modo per evadere dai problemi e dagli impegni, ma un momento di discernimento, di scelta, un peirasmós che ci pone al bivio tra due maniere di essere cristiani:

- quella di coloro che cercano la potenza e l'efficacia, perché credono in un Dio del successo e della vittoria e

- quella di coloro che seguono la strada povera e umile del dono di se stessi, dell’amore fino alla fine, come Gesù. Quale vogliamo scegliere?
b) L'Eucaristia porta la comunità cristiana a diventare il segno dell' amore tenero e fedele di Dio Lo dice il Papa in Redemptoris Missio n. 89, parlando della spiritualità dell’apostolo. Non ha senso di celebrare l'Eucaristia se non ci si lascia coinvolgere nel Mistero eucaristico. Gesù ripresenta il suo sacrificio pasquale per permettere a noi di aggiungere il nostro dono di noi stessi a Dio (Rm 12,1s), per permetterci di esercitare il nostro sacerdozio regale. In realtà "l'Eucaristia fa la chiesa e la chiesa fa l'Eucaristia" (Henry De Lubac).

c) Le nostre incoerenze eucaristiche

Ci dobbiamo chiedere se la gente sta alla larga dalla Messa perché quello di Gesù è "un discorso duro" (v.60) oppure perché coloro che siedono alla mensa del Signore non sanno vivere di quel pane. Spezzare il pane e celebrare la Cena non è un rito, ma un mistero che porta a cambiare il cuore, ad unirsi a Gesù (a lasciarsi attrarre da Lui ) e a entrare nel dinamismo della Pasqua che vuol far morire l'uomo vecchio, rompere le chiusure e le ostinazioni, per far nascere l'uomo nuovo, che vive per il Signore; comporta crescere nella comunione attraverso i sentieri ardui del dialogo, del perdono, dell'amore e del servizio.
d) Il pane di Dio ci conduce a una nuova maniera di vivere che ci rende solidali.

Spesso noi cerchiamo il pane e lo cerchiamo con affanno. La parola di Gesù è chiara e inequivocabile: “Non affannatevi per il cibo che perisce …”. C'è gente che non ha il pane per sopravvivere. E' lecito ripetere loro questa parola di Gesù? Ha senso parlare così a gente che muore di fame? Pensiamo alle folle del mondo sottosviluppato. Non è un intollerabile spiritualismo? A ben vedere, la parola di Gesù è molto meno fuori luogo di quanto non sembri. Noi facciamo parte di una società che si è congestionata di cibo, vittima della sua stessa ingordigia, che ora deve calcolare le calorie e imporsi di non esagerare nel cibo. Tra l’affanno dei sazi per ciò che perisce e la fame dei poveri il rapporto è direttamente proporzionale. Il giorno in cui i sazi prenderanno le distanze dal loro affanno per ciò che perisce, i poveri cominceranno a ricevere quello che è loro dovuto! Il nostro mondo deve restituire ai poveri quello che è anche loro.


Preghiamo.
Signore, noi crediamo in te!

Aumenta la nostra fede.

Tu conosci il nostro cuore,

la paura che abbiamo di affidarci a te.

Tu sai che a volte noi desidereremmo

gestire la nostra vita da soli

fino al punto da pensare di fuggire lontano da Te.

Fa che noi ci abbandoniamo a te

e ci consegniamo a te.

Fa che ogni celebrazione eucaristica

sia una autentica consacrazione a te e al tuo servizio.

Trasforma il nostro modo di vivere,

rendici solidali e servizievoli per gli altri,

Fa che la nostra vita sia messa a disposizione di tutti,

con una sola preferenza,

per i più deboli, poveri e soli.

Maria, madre del Verbo fatto carne,

madre nostra carissima,

aiutaci a credere senza incertezze,

a sperare senza paura e

ad amare come il tuo Figlio,

che vive e regna nei secoli dei secoli.

Amen.
Caprino Bergamasco, 20 giugno 2012 (28.04.93).




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