Ci sono, nell'aria che respiriamo, I cosiddetti gas inerti



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Primo Levi


Argon

da Il sistema periodico


1975

Ci sono, nell'aria che respiriamo, i cosiddetti gas iner­ti. Portano curiosi nomi greci di derivazione dotta, che significano «il Nuovo», «il Nascosto», «l'Inoperoso», «lo Straniero»1. Sono, appunto, talmente inerti, talmen­te paghi della loro condizione, che non interferiscono in alcuna reazione chimica, non si combinano con alcun al­tro elemento, e proprio per questo motivo sono passati inosservati per secoli: solo nel 1962 un chimico di buo­na volontà, dopo lunghi ed ingegnosi sforzi, è riuscito a costringere lo Straniero (lo xenon) a combinarsi fugacemente con l'avidissimo, vivacissimo fluoro, e l'impresa è apparsa talmente straordinaria che gli è stato conferito il Premio Nobel. Si chiamano anche gas nobili, e qui ci sa­rebbe da discutere se veramente tutti i nobili siano iner­ti e tutti gli inerti siano nobili; si chiamano infine anche gas rari, benché uno di loro, l'argon, l'Inoperoso, sia presente nell'aria nella rispettabile proporzione dell'1 per cento: cioè venti o trenta volte più abbondante dell'anidride carbonica, senza la quale non ci sarebbe trac­cia di vita su questo pianeta.

Il poco che so dei miei antenati li avvicina a questi gas. Non tutti erano materialmente inerti, perché ciò non era loro concesso: erano anzi, o dovevano essere, abbastanza attivi, per guadagnarsi da vivere e per una certa moralità dominante per cui «chi non lavora non mangia»; ma inerti erano senza dubbio nel loro intimo, portati alla speculazione disinteressata, al discorso argu­to, alla discussione elegante, sofistica e gratuita. Non de­ve essere un caso se le vicende che loro vengono attribui­te, per quanto assai varie, hanno in comune un qualcosa di statico, un atteggiamento di dignitosa astensione, di volontaria (o accettata) relegazione al margine del gran fiume della vita. Nobili, inerti e rari: la loro storia è assai povera rispetto a quella di altre illustri comunità ebraiche dell'Italia e dell'Europa. Pare siano giunti in Piemonte verso il 1300, dalla Spagna attraverso la Pro­venza, come sembrano dimostrare alcuni caratteristici cognomi-toponimi, quali Bedarida-Bédarrides, Momi­gliano-Montmélian, Segre (è un affluente dell 'Ebro che bagna Lèrida, nella Spagna nord-orientale), Foà-Foix, Cavaglion-Cavaillon, Miglìau-Millau; il nome della citta­dina di Lunel, presso le Bocche del Rodano, fra Montpel­lier e Nimes, è stato tradotto nell'ebraico Jaréakh (= lu­na), e di qui è derivato il cognome ebreo-piemontese Ja­rach.

Respinti o male accetti a Torino, si erano stanziati in varie località agricole del Piemonte meridionale, introdu­cendovi la tecnologia della seta, e senza mai superare, anche nei periodi più floridi, la condizione di una mino­ranza estremamente esigua. Non furono mai molto amati né molto odiati; non sono state tramandate notizie di loro notevoli persecuzioni; tuttavia, una parete di sospet­to, di indefinita ostilità, di irrisione, deve averli tenuti sostanzialmente separati dal resto della popolazione fino a parecchi decenni dopo l'emancipazione del 1848 ed il conseguente inurbamento, se è vero quanto mio padre mi raccontava della sua infanzia a Bene Vagienna: e cioè che i suoi coetanei, all'uscita dalla scuola, usavano scher­nirlo (benevolmente) salutandolo col lembo della giac­chetta stretto nel pugno a mo' di orecchio d'asino, e cantando: «Ôrije 'd crin, ôrije d'asò, a ji ebreò ai piasò»: «orecchie di porco, orecchie d'asino, piacciono agli ebrei». L'allusione alle orecchie è arbitraria, ed il gesto era in origine la parodia sacrilega del saluto che gli ebrei pii si scambiano in sinagoga, quando sono chiamati alla lettura della Bibbia, mostrandosi a vicenda il lembo del manto di preghiera, i cui fiocchi, minuziosamente prescritti dal rituale come numero, lunghezza e forma, sono carichi di significato mistico e religioso: ma del lo­ro gesto quei ragazzini ignoravano ormai la radice. Ricor­do qui per inciso che il vilipendio del manto di preghie­ra è antico come l'antisemitismo: con questi manti, se­questrati ai deportati, le SS facevano confezionare mu­tande, che venivano poi distribuite agli ebrei prigionieri nei Lager.

Come sempre avviene, il rifiuto era reciproco: da par­te della minoranza, una barriera simmetrica era stata eretta contro l'intera cristianità («gôjìm», «ñarelim»: le «genti», i « non-circoncisi»), riproducendo, su scala pro­vinciale e su di uno sfondo pacificamente bucolico, la situazione epica e biblica del popolo eletto. Di questo fondamentale sfasamento si alimentava l'arguzia bona­ria dei nostri zii («barba») e delle nostre zie («magne»): savi patriarchi tabaccosi e domestiche regine della casa, che pure si autodefinivano orgogliosamente «'l pòpôl d'Israél».

Per quanto riguarda questo termine «zio», è bene av­vertire subito che esso deve essere inteso in senso assai ampio. Fra di noi, è usanza chiamare zio qualunque pa­rente anziano, anche se lontanissimo: e poiché tutte o quasi le persone anziane della comunità, alla lunga, sono nostre parenti, ne segue che il numero dei nostri zii è grande. Nel caso poi degli zii che raggiungono un'età avanzata (evento frequente: siamo gente longeva, fino da Noè), l'attributo di «barba», o rispettivamente di «magna», tende a fondersi lentamente col nome, e col concorso di ingegnosi diminutivi, e di una insospettata analogia fonetica tra l'ebraico e il piemontese, si irrigidi­sce in appellativi complessi di strano suono, che si tramandano poi invariati di generazione in generazione in­sieme con le vicende, le memorie e i detti di chi li ha a lungo portati. Sono nati così i Barbaiòtô (zio Elia), Bar­basachin (zio Isacco), Magnaiéta (zia Maria), Barbamòi­sin (zio Mosè, di cui si tramanda che si fosse fatto cavare dal ciarlatano i due incisivi inferiori per poter reggere più comodamente il cannello della pipa), Barbasmelin (zio Samuele), Magnavigàia (zia Abigaille, che da sposa era entrata in Saluzzo a cavallo d'una mula bianca, risa­lendo da Carmagnola il Po gelato), Magnafôriña (zia Ze­fora, dall'ebraico Tzipporà che vale «Uccella»: splendi­do nome). Ad un'epoca anche più remota doveva appar­tenere Nònô Sacòb, che era stato in Inghilterra a compe­rare stoffe, e perciò portava «'na vestimenta a quàder»: suo fratello, Barbapartin (zio Bonaparte: nome tuttora comune fra gli ebrei, a ricordo della prima effimera emancipazione elargita da Napoleone), era decaduto dal­la sua qualità di zio perché il Signore, benedetto sia Egli, gli aveva donato una moglie così insopportabile che lui si era battezzato, fatto frate, e partito missionario in Ci­na, per essere il più possibile lontano da lei.

Nona Bimba era bellissima, portava un boa di struz­zo ed era baronessa. Lei e tutta la sua famiglia li aveva fatti baroni Napoleone, perché loro «l'aviô prestaie 'd mañòd», gli avevano imprestato dei soldi.

Barbarònìn era alto, robusto e di idee radicali: era scappato da Fossano a Torino e aveva fatto molti mestie­ri. Lo avevano scritturato al Teatro Carignano come com­parsa per il Don Carlos, e lui aveva scritto ai suoi che venissero ad assistere alla prima. Erano venuti lo zio Na­tàn e la zia Allegra, in loggione; quando il sipario si alzò, e la zia vide il figlio tutto armato come un filisteo, gridò con quanta voce aveva: «Rônin, co 't fai! Posa còl sàber!»: «Aronne, che fai! Posa quella sciabola!»

Barbamiclìn era un semplice; in Acqui veniva rispetta­to e protetto, perché i semplici sono figli di Dio e non dirai loro «raca»2. Però lo chiamavano Piantabibini, da quando un rashàn (un empio) si era preso gioco di lui facendogli credere che i tacchini («bibini») si seminano come i peschi, piantandone le penne nei solchi, e cresco­no poi sui rami. Del resto, il tacchino aveva un posto curiosamente importante in questo mondo famigliare ar­guto, mite ed assestato: forse perché, essendo presuntuo­so, goffo e collerico, esprime le qualità opposte e si pre­sta a divenire uno zimbello; o forse, più semplicemente, perché a sue spese si confezionava a Pasqua una celebre semi-rituale quaiëtta 'd pitô (polpetta di tacchino). Per esempio, anche lo zio Pacifico allevava una tacchina e le si era affezionato. Davanti a lui abitava il Signor Lattes che era musicista. La tacchina chiocciava e disturbava il Signor Lattes; questi pregò lo zio Pacifico di far tacere la sua tacchina. Lo zio rispose: «Sarà fàita la sôa cômis­siôn. Sôra pita, c'a staga ciùtô»: «Sarà fatta la sua com­missione. Signora tacchina, stia zitta ».

Lo zio Gabriele era rabbino, e perciò era noto come «Barba Morénô», «zio Nostro Maestro». Vecchio e quasi cieco, se ne tornava a piedi, sotto il sole rovente, da Verzuolo a Saluzzo. Vide arrivare un carro, lo fermò e chiese di salire; ma poi, parlando col conducente, a poco a poco si rese conto che quello era un carro funebre, che portava una morta cristiana al cimitero: cosa abominevole, perché, come sta scritto in Ezechiele 44.25, un sacerdote che tocchi un morto, o anche solo entri nella camera dove giace un morto, è contaminato e impuro per sette giorni. Balzò in piedi e gridò: «I eu viagià côn ‘na pegartà! Viturìn fermé!»: «Ho viaggiato con una morta! Vetturino fermate!»

Il Gnôr Grassiadiô e il Gnôr Côlômbô erano due ami­ci-nemici che, secondo la leggenda, abitarono per tempo immemorabile a fronte a fronte, sui due lati di uno stretto vicolo della città di Moncalvo. Il Gnôr Grassiadiô era massone e ricchissimo: si vergognava un poco di essere ebreo, ed aveva sposato una gôià, e cioè una cristiana, dai capelli biondi lunghi fino al suolo, che gli metteva le corna. Questa gôià, benché appunto gôià, si chiamava Magna Ausilia, il che indica un certo grado di accettazio­ne da parte degli epigoni; era figlia di un capitano di ma­re, che aveva regalato al Gnôr Grassiadiô un grosso pap­pagallo di tutti i colori che veniva dalle Guyane, e dice­va in latino «Conosci te stesso». Il Gnôr Côlômbô era povero e mazziniano: quando arrivò il pappagallo, si era comperata una cornacchia tutta spelacchiata e le aveva insegnato a parlare. Quando il pappagallo diceva « No­sce te ipsum» la cornacchia rispondeva «Fate furb», «fatti furbo».

Ma a proposito della pegartà dello zio Davide, della gôià del Gnôr Grassiadiô, dei mañòd di Nona Bimba, e della havertà di cui diremo in seguito, si rende necessa­ria una spiegazione. «Havertà» è voce ebraica storpiata, sia nella forma sia nel significato, e fortemente pregnan­te. Propriamente, è un'arbitraria forma femminile di Ha­vèr = Compagno, e vale « domestica», ma contiene l'i­dea accessoria della donna di bassa estrazione, e di cre­denze e costumi diversi, che si è costretti ad albergare sotto il nostro tetto; la havertà è tendenzialmente poco pulita e scostumata, e per definizione malevolmente cu­riosa delle usanze e dei discorsi dei padroni di casa, tanto da obbligare questi a servirsi in sua presenza di un gergo particolare, di cui evidentemente fa parte il termine «ha­vertà» medesimo, oltre agli altri sopra citati. Questo ger­go è ora quasi scomparso; un paio di generazioni addie­tro, era ancora ricco di qualche centinaio di vocaboli e di locuzioni, consistenti per lo più di radici ebraiche con de­sinenze e flessioni piemontesi. Un suo esame anche som­mario ne denuncia la funzione dissimulativa e sotterra­nea, di linguaggio furbesco destinato ad essere impiega­to parlando dei gôjim in presenza dei gôjim; o anche, per rispondere arditamente, con ingiurie e maledizioni da non comprendersi, al regime di clausura e di oppressione da essi instaurato.

Il suo interesse storico è esiguo, perché non fu mai parlato da più di qualche migliaio di persone: ma è gran­de il suo interesse umano, come lo è quello di tutti i linguaggi di confine e di transizione. Esso contiene infat­ti una mirabile forza cosmica, che scaturisce dal contrasto fra il tessuto dei discorso, che è il dialetto piemontese, scabro, sobrio e laconico, mai scritto se non per scom­messa, e l'incastro ebraico, carpito alla remota lingua dei padri, sacra e solenne, geologica, levigata dai millenni come l'alveo dei ghiacciai. Ma questo contrasto ne rispec­chia un altro, quello essenziale dell'ebraismo della Diaspora, disperso fra «le genti » (i « gôjìm », appunto) teso fra la vocazione divina e la miseria quotidiana dell’esilio e un altro ancora, ben più generale, quello insito nella condizione umana, poiché l’uomo è centauro, groviglio di carne e di mente, di alito divino e di polvere. Il popolo ebreo, dopo la dispersione, ha vissuto a lungo e dolorosamente questo conflitto, e ne ha tratto, accanto alla sua saggezza, il suo riso, che infatti manca nella Bib­bia e nei Profeti. Ne è pervaso l'yiddisch, e, nei suoi modesti limiti, lo era anche la bizzarra parlata dei nostri padri di questa terra, che voglio ricordare qui prima che sparisca: parlata scettica e bonaria, che solo ad un esame distratto potrebbe apparire blasfema, mentre è ricca invece di affettuosa e dignitosa confidenza con Dio, Nôssgnôr, Adonai Eloénô, Cadòss Barôkhù3.

La sua radice umiliata è evidente: vi mancano ad esempio, in quanto inutili, i termini per «sole», «uomo», «giorno», «città», mentre vi sono rappresentati i termi­ni per «notte», «nascondere», «quattrini», «prigione», «sogno» (ma usato quasi esclusivamente nella locuzione «bahalòm», «in sogno», da aggiungere burlescamente ad un'affermazione affinché venga intesa dal partner, e solo da lui, come il suo contrario), «rubare», «impicca­re» simili; esiste inoltre un buon numero di dispregia­tivi, usati talvolta per giudicare persone, ma impiegati più tipicamente, ad esempio, fra moglie e marito fermi davanti al banco del bottegaio cristiano ed incerti sull'ac­quisto. Citiamo: «'n saròd», plurale maiestatico, non più inteso come tale, dell'ebraico «tzarà» = sventura, ed usato per descrivere una merce od una persona di scar­so valore; ne esiste anche il grazioso diminutivo «sa­rôdin», e non vorrei andasse dimenticato il feroce nesso «saròd e senssa mañòd», usato dal sensale di ma­trimoni a proposito di fanciulle brutte e senza dote; «hasirùd», astratto collettivo da «basir» = maiale, e quindi equivalente press'a poco a «porcheria, maialu­me». Si noti che il suono «u» (francese) non esiste in ebraico; esiste bensì la desinenza « ùt» (con «u» ita­liana), che serve a coniare termini astratti (ad esem­pio «malkhùt», regno, da «mélekh», re)> ma essa man­ca della connotazione fortemente spregiativa che ave­va nell'impiego gergale. Altro uso, tipico ed ovvio, di queste e simili voci era in bottega, fra il padrone ed i commessi e contro gli avventori: nel Piemonte del seco­lo scorso il commercio delle stoffe era sovente in mani ebraiche, e ne è nato un sotto-gergo specialistico che, trasmesso dai commessi divenuti a loro volta padroni, e non necessariamente ebrei, si è diffuso a molte botteghe del ramo e vive tuttora, parlato da gente che rimane as­sai stupita quando viene casualmente a sapere che usa pa­role ebraiche. Qualcuno, ad esempio, impiega ancora l'e­spressione «'na vesta a kinìm» per indicare «un vestito a puntini»: ora i «kinìm » sono i pidocchi, la terza delle dieci piaghe d'Egitto, enumerate e cantate nel rituale del­la Pasqua ebraica.

Vi è poi un discreto assortimento di vocaboli poco de­centi, da impiegarsi non solo in senso proprio davanti ai bambini, ma anche in luogo d'improperi: nel qual caso, in confronto coi termini corrispondenti italiani o piemontesi, essi presentano, oltre al già menzionato vantag­gio di non essere compresi, anche quello di alleviare il cuore senza scorticare la bocca.

Certamente più interessanti per lo studioso del costu­me sono alcuni pochi termini che alludono a cose di per­tinenza della fede cattolica. In questo caso la forma origi­nariamente ebraica è corrotta molto più profondamente, e ciò per due ragioni: in primo luogo, la segretezza era qui strettamente necessaria, perché la loro comprensio­ne da parte dei gentili avrebbe potuto comportare il peri­colo di una incriminazione per sacrilegio; in secondo luo­go, la storpiatura acquista in questo caso il preciso scopo dì negare, di obliterare il contenuto magico-sacrale della parola, e quindi di sottrarle ogni virtù soprannaturale: per lo stesso motivo, in tutte le lingue il Diavolo viene designato con moltissimi appellativi a carattere allusivo ed eufemistico, che permettono di indicarlo senza profe­rirne il nome. La chiesa (cattolica) era detta « tônevà », vocabolo di cui non sono riuscito a ricostruire l'origi­ne, e che probabilmente di ebraico non ha che il suono; mentre la sinagoga, con orgogliosa modestia, veniva det­ta semplicemente «scòla», il luogo dove si impara e si viene educati, e, parallelamente, il rabbino non veniva designato col termine proprio «rabbi» o «rabbénu» (no­stro rabbi), ma come Morénô (nostro maestro), o Kha­khàm (il Sapiente). A scòla, infatti, non si è feriti dall'o­dioso Khaltrùm dei gentili: Khaltrùm, o Khantrùm, è il rito e la bigotteria dei cattolici, intollerabile perché politeistica e soprattutto perché gremita d'immagini («Non avrai altri dèi che me; non ti farai scultura né immagi­ne... e non la adorerai», Esodo 20.3) e quindi idolatrica. Anche di questo termine, carico d'esecrazione, l'origine è oscura, quasi certamente non ebraica: ma in altri ger­ghi giudeo-italiani esiste l'aggettivo «khalto»., nel senso appunto di «bigotto», ed usato principalmente a descri­vere il cristiano adoratore d'immagini.

A-issà è la Madonna (vale semplicemente «la don­na»); del tutto criptico ed indecifrabile, ed era da preve­dersi, è il termine «Odò», con cui, quando proprio non se ne poteva fare a meno, si alludeva al Cristo, abbassan­do la voce e guardandosi attorno con circospezione: di Cristo è bene parlare il meno possibile, perché il mito del Popolo Deicida è duro a morire.

Altri numerosi termini erano tratti tali e quali dal rituale e dai libri sacri, che gli ebrei nati nel secolo scor­so leggevano più o meno speditamente nell'originale ebraico, e spesso comprendevano in buona parte: ma, nell'uso gergale, tendevano a deformarne o ad allargar­ne arbitrariamente l'area semantica. Dalla radice «sha­fòkh», che vale «spandere» e compare nel Salmo 79 («Spandi la Tua ira sulle genti che non Ti riconoscono, e sopra i regni che non invocano il Tuo Nome»), le nostre antiche madri avevano tratto la domestica espressione «fè sefòkh», fare sefòkh, con cui si descriveva con deli­catezza il vomito infantile. Da «rùakh », plurale «ru­khòd», che vale «alito», illustre vocabolo che si legge nel tenebroso e mirabile secondo versetto della Genesi («Il vento del Signore alitava sopra la faccia delle ac­que»), si era tratto «tiré 'n ruàkh», «tirare un vento», nei suoi diversi significati fisiologici: dove si ravvisa la biblica dimestichezza del Popolo Eletto col suo Creato­re. Come esempio di applicazione pratica si tramanda il detto della zia Regina, seduta con lo zio Davide al Caffè Fiorio in via Po: «Davidìn, bat la cana, c'as sentò nèn le ròkhòd!»: che attesta un rapporto coniugale di intimità affettuosa. Quanto alla canna, poi, era a quel tempo un simbolo di condizione sociale, come potrebbe essere og­gi il viaggiare in I^ classe in ferrovia: mio padre, ad esempio, ne possedeva due, una di bambù per i giorni feriali, e l'altra di malacca col manico placcato d'argento per la domenica. La canna non gli serviva per appoggiar­si (non ne aveva bisogno), bensì per rotearla giovialmen­te in aria, e per allontanare dal suo cammino i cani trop­po insolenti; come uno scettro, insomma, per distinguer­si dal volgo.

«Berakhà» è la benedizione: un ebreo pio è tenuto a pronunziarne più centinaia al giorno, e lo fa con gioia profonda, poiché intrattiene così il millenario dialogo con l'Eterno, che in ogni berakhà viene lodato e ringra­ziato per i Suoi doni. Nonô Leônin era il mio bisnonno, abitava a Casale Monferrato ed aveva i piedi piatti; il vicolo davanti alla sua casa era acciottolato, e lui soffriva a percorrerlo. Un mattino uscì di casa e trovò il vicolo lastricato, ed esclamò dal profondo del cuore: «'N abra­khà a côi gôjìm c'a l'an fàit i lòsi!»: una benedizione a quegli infedeli' che hanno fatto le lastre. In funzione di maledizione veniva invece usato il curioso nesso «medà meshônà», letteralmente «morte strana», ma in effet­ti calco del piemontese «assidènt». Allo stesso Nonò Leônin si attribuisce l'imprecazione inesplicabile «c'ai takèissa 'na medà meshônà fàita a paraqua», gli prendes­se un accidente fatto a parapioggia.
Né potrei dimenticare Barbaricô, più vicino nel tem­po e nello spazio, tanto che poco è mancato (una sola generazione) a che egli fosse mio zio nell'accezione ri­stretta del termine. Di lui conservo un ricordo personale, e quindi articolato e complesso, non «figé dans un'at­titude»4 come quello dei mitici personaggi che finora ho ricordati. A Barbaricô si addice a pennello la similitudi­ne dei gas inerti con cui incominciano queste pagine.

Aveva studiato medicina ed era diventato un buon medico, ma non gli piaceva il mondo. Gli piacevano cioè gli uomini, e particolarmente le donne, i prati, il cielo: ma non la fatica, il fracasso dei carri, le mene per la carriera, le brighe per il pane quotidiano, gli impegni, gli orari e le scadenze; nulla insomma di quello che carat­terizzava la vita affannosa della città di Casale Monferra­to nel 1890. Avrebbe voluto evadere, ma era troppo pi­gro per farlo. Gli amici ed una donna, che lo amava e che lui sopportava con distratta benevolenza, lo convin­sero a concorrere per il posto di medico a bordo di un transatlantico di linea; vinse agevolmente il concorso, fe­ce un solo viaggio da Genova a Nuova York, ed al ritor­no a Genova rassegnò le dimissioni, perché in America «a j'era trop bôrdél», c'era troppo fracasso.

Dopo di allora prese stanza a Torino. Ebbe diverse donne, che tutte lo volevano redimere e sposare, ma lui riteneva troppo impegnativi sia il matrimonio sia uno studio attrezzato e l'esercizio regolare della professione. Verso il 1930 era un vecchietto timido, rattrappito e trasandato, paurosamente miope; conviveva con una grossa gôià volgare, da cui tentava saltuariamente e de­bolmente di liberarsi, e che lui definiva volta a volta co­me «’na sotia», «'na hamortà», «'na gran beemà» (una matta, un'asina, una gran bestia), ma senza acrimonia, ed anzi con una striatura di inesplicabile tenerezza. Que­sta gôià «a vòrìa fiña félô samdé», voleva perfino farlo battezzare (letteralmente: distruggere); cosa che lui ave­va sempre rifiutato, non per convinzione religiosa, ma per mancanza d'iniziativa e per indifferenza.

Barbaricô aveva non meno di dodici fratelli e sorelle, che designavano la sua compagna col nome ironico e cru­dele di «Magna Môrfina»: ironico perché la donna, po­veretta, in quanto gôià ed in quanto priva di prole, non poteva essere una magna se non in senso estremamente limitato, e da intendersi anzi come il suo contrario, di «non-magna», di esclusa e recisa dalla famiglia; crudele, perché conteneva un'allusione probabilmente falsa, e co­munque impietosa, ad un certo suo sfruttamento del ri­cettario di Barbaricô.

I due vivevano in una soffitta di Borgo Vanchiglia, su­dicia e caotica. Lo zio era un ottimo medico, pieno di umana saggezza e d'intuito diagnostico, ma stava tutto il giorno sdraiato sulla sua cuccia a leggere libri e giorna­li vecchi: era un lettore attento, memore, eclettico ed infaticabile, benché la miopia lo costringesse a tenere gli stampati a tre dita dagli occhiali, che aveva spessi come fondi di bicchiere. Si alzava solo quando un cliente lo mandava a cercare, il che accadeva spesso, perché lui non si faceva pagare quasi mai; i suoi ammalati erano po­vera gente della borgata, da cui accettava come ricom­pensa mezza dozzina d'uova, o insalata dell'orto, o maga­ri un paio di scarpe fruste. Dai clienti andava a piedi, perché non aveva i soldi per il tram; quando in strada intravvedeva, nella nebbia della miopia, una ragazza, le si avvicinava, è con sua sorpresa la esaminava accuratamente, girandole intorno ad un palmo di distanza. Non mangiava quasi niente, e più in generale non aveva biso­gni; morì più che novantenne, con discrezione e dignità.

Simile a Barbaricô nel suo rifiuto del mondo era Nona Fina, una di quattro sorelle che tutte si chiamavano Fi­na: questa singolarità anagrafica era dovuta al fatto che le quattro bambine erano state mandate successivamen­te a Bra dalla stessa balia, che si chiamava Delfina, e che chiamava cosi tutti i suoi «bailotti». Nona Fina abitava a Carmagnola, in un alloggio al primo piano, e faceva splendidi ricami all'uncinetto. A sessantott'anni ebbe un lieve malore, una caôdaña, come allora usavano le signo­re, ed oggi misteriosamente non usano più: da allora, per vent'anni e cioè fino alla sua morte, non uscì più dal­la sua camera; al sabato, dal balconcino pieno di gerani, fragile ed esangue salutava con la mano la gente che usci­va da «scòla». Ma doveva essere stata ben diversa nella sua giovinezza, se è vero quanto di lei si narra: che cioè, avendole suo marito condotto a casa come ospite il Rab­bino di Moncalvo, uomo dotto ed illustre, lei gli avesse fatto mangiare a sua insaputa 'na còtlëtta 'd hasir, una costoletta di maiale, perché non c'era altro in dispensa. Suo fratello Barbaraflìn (Raffaele), che prima della pro­mozione a Barba era noto come 'l fieul 'd Mòisé 'd Celin, ormai già in età matura e ricchissimo per i mañòd guada­gnati con le forniture militari, si era innamorato di una bellissima Dolce Valabrega di Gàssino; non osava dichia­rarsi, le scriveva lettere d'amore che non spediva, e scri­veva a se stesso appassionate risposte.

Anche Marchìn, ex-barba, ebbe un'infelice storia d'a­more. Si era innamorato di Susanna (vale «giglio» in ebraico), donna alacre e pia, depositaria di una secolare ricetta per la confezione dei salami d'oca: questi salami si fanno utilizzando come involucro il collo stesso del volatile, e ne è seguito che nel Lassòn Acòdesh (nella «lingua santa», e cioè nel gergo di cui ci stiamo occupan­do) ben tre sinonimi per «collo» sono sopravvissuti. Il primo, mahané, è neutro e d'uso tecnico e generico; il secondo, savàr, si usa solo in metafore quali «a rôta 'd savàr», a rotta di collo: il terzo, khanèc, estremamente pregnante, allude al collo come percorso vitale, che può venire ostruito, occluso o reciso, e si usa in imprecazioni quali «c'at resta ant 'l khanèc», ti si possa fermare nel gozzo; «khanichésse» vale «impiccarsi». Di Susanna, dunque, Marchin era commesso ed aiutante, sia nella mi­steriosa cucina-officina, sia nella bottega di vendita, nei cui scaffali erano disposti promiscuamente salami, arredi sacri, amuleti e libri di preghiere. Susanna lo rifiutò, e Marchin si vendicò abominevolmente vendendo a un gòi la ricetta dei salami. È da pensare che questo gòi non ne abbia apprezzato il valore, dal momento che dopo la mor­te di Susanna (avvenuta in epoca storica) non è più stato possibile trovare in commercio salame d'oca degno del nome e della tradizione. Per questa sua spregevole ritor­sione lo zio Marchìn perdette il diritto ad essere chiama­to zio.

Remoto fra tutti, portentosamente inerte, avvolto in uno spesso sudario di leggenda e d'incredibilità, e fossi­lizzato per ogni fibra nella sua qualità di zio, era Barba­bramìn di Chieri, zio della mia norma materna. Ancor giovane era già molto ricco, avendo acquistato dai nobili del luogo numerose cascine da Chieri fino all'Astigiano; facendo conto sulla sua eredità, i suoi parenti sperperaro­no tutti i loro averi in banchetti, balli e viaggi a Parigi. Ora avvenne che sua madre, la zia Milca («Regina»), si ammalò, e dopo molto contendere col marito si indusse ad accettare di assumere una havertà, ossia una domesti­ca, cosa che aveva recisamente rifiutata fino a quel tem­po: infatti, presaga, non voleva donne per casa. Puntual­mente, Barbabramìn fu colto d'amore per questa haver­tà, probabilmente la prima femmina meno che santa che gli fosse stato dato di avvicinare.

Di costei non è stato tramandato il nome, bensì alcuni attributi. Era florida e bella, e possedeva splendide kha­laviòd (seni: il termine è sconosciuto all'ebraico classi­co, dove tuttavia «khalàv» vale «latte»). Era natural­mente una gôià, era insolente e non sapeva leggere né scrivere; era invece un'abilissima cuoca. Era una contadi­na, «'na pôñaltà», e andava scalza per casa. Proprio di tutto questo si innamorò lo zio: delle sue caviglie, della sua libertà di linguaggio, e dei mangiari che lei cucinava. Non disse niente alla ragazza, ma dichiarò a padre e ma­dre che intendeva sposarla; i genitori andarono su tutte le furie, e lo zio si mise a letto. Ci rimase per ventidue anni.

Su quanto abbia fatto Barbabramìn durante questi an­ni, le versioni divergono. Non c'è dubbio che li abbia in buona parte dormiti e giocati: si sa con certezza che an­dò in rovina economicamente, perché «non tagliava i cu­pòn» dei buoni del Tesoro, e perché aveva affidato l'am­ministrazione delle cascine ad un mamsér («bastardo») che le aveva vendute per un boccone di pane ad un suo uomo di paglia; secondo i presagi della zia Milca, lo zio trascinò così nella sua rovina l'intero parentado, ed anco­ra oggi se ne lamentano le conseguenze.

Si narra anche che abbia letto e studiato, e che, ritenu­to infine sapiente e giusto, ricevesse dal suo letto delega­zioni dei notabili di Chieri e dirimesse controversie; si narra ancora che, di questo medesimo letto, la via non fosse ignota a quella medesima havertà, e che almeno nei primi anni la volontaria clausura dello zio fosse inter­rotta da sortite notturne per andare a giocare a bigliardo nel caffè di sotto. Ma insomma a letto rimase, per quasi un quarto di secolo, e quando la zia Milca e lo zio Salo­mone morirono, sposò la havertà e se la portò nel letto definitivamente, perché era ormai talmente indebolito che le gambe non lo reggevano più. Morì povero, ma ric­co d'anni e di fama, e in pace di spirito, nel 1883.

La Susanna dei salami d'oca era cugina di Nona Màlia, mia nonna paterna, che sopravvive in figura di ag­ghindata minuscola ammaliatrice in alcune pose di stu­dio eseguite verso il 1870, e come una vecchietta grinzo­sa, stizzosa, sciatta e favolosamente sorda nei miei ricordi d'infanzia più lontani. Ancor oggi, inspiegabilmente, i piani più alti degli armadi restituiscono suoi preziosi cimeli: scialli di trina nera trapunti di pagliette iridate, nobili ricami di seta, un manicotto di martora straziato dalle tignole di quattro generazioni, posate d'argento massiccio segnate con le sue iniziali: come se, dopo qua­si cinquant'anni, il suo spirito inquieto ancora visitasse la nostra casa.

Ai suoi bei giorni era nota come «la Strassacceur», la stracciacuori: rimase vedova molto presto, e corse voce che mio nonno si fosse ucciso disperato per le sue infe­deltà. Allevò spartanamente tre figli e li fece studiare: ma in età avanzata si lasciò sposare da un vecchio medico cristiano, maestoso barbuto e taciturno, e da allora an­dò inclinando verso l'avarizia e la stranezza, quantunque in gioventù fosse stata regalmente prodiga, come soglio­no essere le donne belle e molto amate. Col passare degli anni si estraniò totalmente dagli affetti famigliari (che del resto non doveva aver mai sentiti con profondità). Abitava col Dottore in via Po, in un alloggio fosco e cie­co, intiepidito d'inverno solo da una stufetta Franklin, e non buttava via più niente, perché tutto poteva venire a taglio: neppure le croste del formaggio, né le stagnole dei cioccolatini, con cui confezionava palle argentate da man­dare alle Missioni «per liberare un moretto»5. Forse per timore di sbagliare nella scelta definitiva, frequentava a giorni alterni la «Scòla» di via Pio V e la parrocchia di Sant'Ottavio, e pare che andasse addirittura sacrilega­mente a confessarsi. Morì più che ottantenne nel 1928, assistita da un coro di vicine di casa scarmigliate, nerove­stite e indementite come lei, condotte da una megera che si chiamava Madama Scìlimberg: fra i tormenti del blocco renale, la nonna sorvegliò la Scìlimberg fino al suo ultimo respiro, per timore che trovasse il maftèkh (la chiave) nascosto sotto il materasso, e le portasse via i mañòd e i hafassìm (i gioielli, che peraltro risultarono poi tutti falsi).

Alla sua morte, i figli e le nuore si dedicarono per set­timane, con sgomento e ribrezzo, a scegliere la monta­gna di relitti domestici da cui l'alloggio era invaso: No­na Màlia aveva conservato, indiscriminatamente, robe raffinate e pattume rivoltante. Dai severi armadi di noce intagliato uscirono eserciti di cimici abbagliate dalla lu­ce, e poi lenzuola di lino mai usate, ed altre rattoppate e lise, logorate fino alla trasparenza; tendaggi e coperte di damasco «double face»; una collezione di colibrì impa­gliati, che appena toccati si sfecero in polvere; in cantina giacevano centinaia di bottiglie di vino prezioso girato in aceto. Si ritrovarono otto mantelli del Dottore, nuovi di zecca, imbottiti dì naftalina, e l'unico che lei gli aves­se mai concesso di usare, tutto toppe e rammendi, col ba­vero lucido d'untume, ed in tasca uno scudetto masso­nico.

Non ricordo quasi nulla di lei, che mio padre chiama­va Maman (anche in terza persona), ed amava descrivere con un suo ghiotto gusto del bizzarro, appena temperato da un velo di pietà filiale. Mio padre, ogni domenica mattina, mi conduceva a piedi in visita a Nona Màlia: percorrevamo lentamente via Po, e lui si fermava ad ac­carezzare tutti i gatti, ad annusare tutti i tartufi ed a sfogliare tutti i libri usati. Mio padre era l'Ingegné, dalle tasche sempre gonfie di libri, noto a tutti i salumai perché verificava con il regolo logaritmico la moltiplica del conto del prosciutto. Non che comprasse quest’'ulti­mo a cuor leggero: piuttosto superstizioso che religioso, provava disagio nell'infrangere le regole del Kasherùt6, ma il prosciutto gli piaceva talmente che, davanti alla tentazione delle vetrine, cedeva ogni volta, sospirando, imprecando sotto voce, e guardandomi di sottecchi, co­me se temesse un mio giudizio o sperasse in una mia complicità.

Quando arrivavamo sul pianerottolo tenebroso dell'al­loggio di via Po, mio padre suonava il campanello, ed al­la nonna che veniva ad aprire gridava in un orecchio: «A l'è 'l prim 'd la scòla!», è il primo della classe. La nonna ci faceva entrare con visibile riluttanza, e ci guida­va attraverso una filza di camere polverose e disabitate, una delle quali, costellata di strumenti sinistri, era lo studio semiabbandonato del Dottore. Il Dottore non si vedeva quasi mai, nè io certo desideravo vederlo, dal giorno in cui avevo sorpreso mio padre raccontare a mia madre che, quando gli portavano in cura bambini balbu­zienti, lui gli tagliava con le forbici il filetto sotto la lingua. Arrivati nel salotto buono, mia nonna cavava da un recesso la scatola dei cioccolatini, sempre la stessa, e me ne offriva uno. Il cioccolatino era tarlato, ed io lo facevo sparire in tasca pieno d'imbarazzo.




Nota sulla grafia.
Poiché il gergo descritto è ibrido, ibrida è anche la grafia a cui ho dovuto ricorrere. Si legga:
eu, oeu: come in francese «peu»

ë: e indistinta o semimuta

h: leggera aspirazione, come in inglese «home»

kh: forte aspirazione, come in tedesco «flach»

ñ: n nasale, come in «fango» e nel piemontese «smaña»

ô: come la u italiana

u: come la u francese, per esempio in «plume».



Le altre lettere, come in italiano.
Per le notizie biografiche su Primo Levi vedi nel file I. La II guerra mondiale/Levi Se questo è un uomo

1 Si tratta, nell’ordine, di neon, cripton, argon e xenon.

2 raca: pazzo. Il comando è biblico.

3 Nôssgnôr: nostro Signore, dal dialetto piemontese; Adonai Eloénô: Signore nostro Dio (dall’ebraico); Cadòss Barôkhù: Santo Benedetto (dall’ebraico).

4 Espressione francese: alla lettera “raggelato in un atteggiamento”, cioè sottratto alla fluidità dell’esistenza e fissato in un’immagine che pretende di condensare tutto il significato di quella persona.

5 Tra le iniziative per finanziare le missioni cattoliche, c’era anche quella di raccogliere e vendere la carta stagnola dei cioccolatini. Tra i fini benefici della raccolta c’era quello di riscattare bambini africani (“un moretto”) dalla schiavitù, che, all’inizio del Novecento era ancora praticata in alcuni paesi africani.

6 Kashetùt: purità, in ebraico. L’ortodossia ebraica prevede una complessa e minuziosa normativa alimentare, che distingue cibi e procedure culinarie puri e impuri. È noto che il maiale è animale impuro per gli ebrei ed è quindi proibito mangiare qualunque cibo di origine suina.




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