Ciarlataneria



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In ogni caso, ancor prima che il termine spregiativo francese entri nell'uso corrente, già nella seconda metà del Duecento, un tipico esemplare di bateleur viene evocato teatralmente dalla scrittura comica di Rutebeuf con il celeberrimo Dit de l'herberie40, magistrale mimesi della retorica imbonitoria d'un montainbanco venditore di erbe medicinali:

Seigneurs qui êtes venus ici, petits et grands, jeunes et vieux, vous avez été bien inspirés! Sachez-le en vérité, je ne veux pas vous tromper [...]. Asseyez-vous, ne faites pas de bruit, écoutez [...]. Je suis un médecin et je suis allé en maints empires. Le seigneur du Caire m’a gardé plus d’un été, j’y ai acquis grand savoir. J’ai passé la mer et je m’en suis revenu par la Morée où j’ai fait un très long séjour, et par Salerne, par Burienne et par Byterne41. En Pouille, en Calabre, en Palerme j’ai pris des herbes qui possèdent de grandes vertus: sur quelque mal qu’elles soient mises, le mal s’enfuit ; jusqu’au Rivage qui bruit du flux des pierres jour et nuit, je suis allé chercher des pierres. Le prêtre Jean y a fait la guerre; je n’osai entrer dans sa terre; Je suis resté au port. J’apporte de là-bas beaucoup de riches pierres qui font ressusciter les morts. Ce sont des ferrites, des diamants et des crespérites, des rubis, des hyacinthes, des margarites, des grenats, des topazes, des tellagons et des galofaces42. Celui qui les porte ne redoutera pas les menaces de mort43.

Attraverso l'impiego accorto di una ouverture che blandisce il pubblico e lo induce ad assumere uno stato di silenziosa attenzione, l'erborista di Rutebeuf si qualifica innanzitutto come medico di alto prestigio, dotato d'un curriculum che vuole trascinare gli astanti prima entro una dimensione 'internazionale' valida a certificare oltre ogni dubbio una superlativa auctoritas terapeutica, poi tra le luccicanti atmosfere oniriche di viaggi che percorrono senza distinzione prestigiosi esotismi verosimili e fascinose lontananze leggendarie. Per approdare a un Oriente di assoluta meraviglia, dove impera l'icona mitica del Prete Gianni, e si dispiega un tanto rutilante quanto infinito catalogo di gemme insieme reali e immaginarie, ma tutte in grado di promettere il miracolo dell'immortalità. A questo punto, quasi volesse assicurarsi di aver davvero indotto nei suoi spettatori uno stupore ipnotico dal quale non saprebbero comunque uscire, il mirabile imbonitore precipita inopinatamente l'uditorio dalle celesti aure di un cosmo tutto favoloso a una quotidianità percorsa da fastidi e dolori pulsanti, e intrisa di sporcizia, di feci, di umori laidi:

Si la veine du cul vous fait souffrir, je vous en guérirai sans difficulté. Du mal de dents également je guéris [...], par une toute petite quantité d’onguent que je vous dirai. Ecoutez comment je le composerai. Je ne mentirai pas sur la composition, c’est sans plaisanterie. Prenez de la graisse de marmotte, de la merde de linote, le mardi matin, et de la feuille de plantain et de l’étron d’une putain qui soit bien vieille, et de la poudre d'étrille et de la rouille de faucille, et de la laine et de l’écorce d'avoine, pilée au premier jour de la semaine. Vous en ferez un emplâtre. Lavez la dent avec le jus; vous mettrez l’emplâtre sur la joue. Dormez un peu, c’est un conseil que je vous donne. Si au lever il n’y a merde ou boue, que Dieu vous détruise!44

Dopo aver esibito sfrontatamente la cruda giocosità derisoria d'una ricetta contro il mal di denti fondata sulla più strampalata mistura di assurdo, scatologico e osceno45 (nonché destinata a colmare le bocche dei pazienti d'un liquido immondo, e a lordare le loro guancie di escrementi e deiezioni), sicuro d'aver ormai soggiogato l'immaginario del suo pubblico al punto da poterne disporre come vuole, il facondo medico erborista ultra-patentato si accinge a scendere dai cieli della leggenda esotica al suolo dell'economia. Prima di farlo, però, ritiene utile ostentare patenti che dovrebbero garantire, da un lato, la sua appartenenza addirittura alla più autorevole scuola terapeutica della tradizione storica medioevale, e, dall'altro, la sua indubitabile volontà di condividerne non solo gli insegnamenti teorico-pratici, ma anche quegli imperativi etici che impongono a ogni adepto d'una simile scienza di porsi al servizio di tutti gli uomini, senza distinzioni di ceto o di ricchezza:

je suis à une dame qui a nom Madame Trote de Salerne[...]. Sachez encore que c’est la plus savante dame qui soit dans les quatre parties du monde. Ma Dame nous envoit ainsi en diverses terres et en divers pays, […] pour occire les bêtes sauvages et en extraire les onguents, afin de donner des remèdes à ceux qui ont les maladies dans leur corps. [...] Et parce qu’elle veut que les pauvres puissent bien y avoir droit tout comme les riches, elle m'a dit que j’en fisse des lots du prix d’un denier (car tel a un denier dans sa bourse qui n’y a pas cinq livres). Elle m'a dit aussi et m’a ordonné que je prisse un denier de la monnaie qui aurait cours dans le pays ou dans la contrée où je viendrais : à Paris un parisis, […] à Londres en Angleterre un esterlin46.

Sedicente allievo-modello della celeberrima Trotula de Ruggiero (detta anche Trotta o Trocta), insigne portabandiera della scuola medica salernitana dell'undicesimo secolo, l'erborista di Rutebeuf si dichiarerà, sul finire del suo imbonimento, pronto anche a regalare i portentosi rimedi di cui è maestro a chi non possegga neppure una misera moneta. Tuttavia, il vero traguardo cui tende – dopo essere trascorsa per cattivanti giochi nel surreale - la calcolata regia della retorica profusa dal monologo è un approdo alla più umile (e remunerativa) aderenza al reale: l'herbier, in fin dei conti, ha da vendere solamente un rimedio contro parassiti intestinali, e lo propone – appunto – al non esoso prezzo di un franco.

La pianta medicinale esibita e offerta al pubblico è l'artemisia cina: nota nel Duecento anche come componente unica del cosiddetto “semen contra“ (dal latino: semen contra vermes). Si tratta di un vermifugo di antica tradizione, la cui efficacia è stata confermata dalla scienza moderna. Se appare certo, per differenti motivi, che l'imbonitore evocato da Rutebeuf non abbia potuto conoscere né il “Signore del Cairo“ né Prete Gianni né Trotula de Ruggiero, sarebbe insomma ben più difficile dimostrare che si tratti d'un lestofante senza alcuna nozione di erboristeria, interessato solo a turlupinare il proprio uditorio. In realtà, l'autore ha qui ritratto un herbier le cui parole giocano a far turbinare un immaginario del tutto illusivo (e talvolta beffardo), ma le cui azioni concrete risultano - in ultima analisi - fermamente ancorate al più positivo rapporto con una pratica terapeutica tanto reale quanto efficace. Non è improbabile del resto che, come ipotizza Claude-Alain Chevallier, il tema centrale del monologo fosse suggerito all'autore da un ben preciso evento storico: “Le sujet possédait une certaine actualité. En effet vers 1271 la faculté de médecine de Paris avait dû prendre des mesures contre les herbiers et les apothicaires. Elle avait restreint leurs droits à la seule préparation des médicaments ordonnés par les médecins, leur permettant de vendre uniquement des remèdes vulgaires comme le sucre rosat et l’eau de rose, l'armoise, etc»47. Non sarebbe stata la prima volta che Rutebeuf interveniva in querelles suscitate dall'ambiente universitario parigino, e, in questo caso, potrebbe aver trovato una ragione in più per comporre il Dit de l'herberie proprio nel discusso diktat accademico.



Ma il motore primo del monologo va senz'altro indicato nell'intenzione di rivivere e di trasfigurare teatralmente struttura, dinamiche e sensi ultimi del gioco retorico abitualmente posto in opera da certi imbonitori di piazza medioevali: in breve, il loro modo di tradurre in spettacolo - ad uso d'una cerchia di spettatori-acquirenti potenziali – quello che, qui, risulta inequivocabilmente essere lo smercio onesto d'un prodotto terapeutico. Stando così le cose, sarebbe però necessario domandarsi se questo ritratto d'un anonimo herbier intenda davvero essere la caricatura d'un abile fanfarone truffaldino che vuole ingannare il proprio uditorio. O se non si tratti, piuttosto, dello studio artistico di un ben 'strano' rapporto tra compratore e venditore. Un rapporto – vedi caso – fondato sulla stessa complicità che lega attori e spettatori nel gioco della rappresentazione scenica. L'herbier, in effetti, non si limita a offrire e ad illustrare (magari esagerandone i pregi) una qualche erba medicinale. Si esibisce al pubblico celando il suo vero volto sotto la maschera d'un personaggio nato da finzione creativa. Egli non è un modesto erborista, ma un medico illustre (formatosi attraverso lo studio, e una ricerca che lo ha condotto nei più remoti angoli del mondo, a contatto con i più prestigiosi detentori di segreti): è stato allievo di Trotula de Ruggiero (vissuta due secoli prima!), ha penetrato i misteri della medicina mussulmana, si è spinto in prossimità di Prete Gianni. E, alla finzione del personaggio, si accompagna l'abile evocazione d'uno spazio-tempo scenico quantomai suggestivo: inesausto vai e vieni tra luoghi esotici e leggendari, dai santuari italiani della scienza medica a un Oriente che sfuma tra le nebbie dorate del miraggio mitico. Né possono risultare meno teatrali le parvenze fantastiche di cui un simile personaggio ama circondarsi: profluvi di gemme senza prezzo, erbe ed essenze miracolose. La phonè del monologo, insomma, sembra voler far vivere alla visione interiore degli astanti il sogno d'una féerie fascinatrice, al cui centro si accampa il trionfale protagonismo d'un eroe carismatico abile a tutto. Capace persino, se vuole, di trasformare inaspettatamente la féerie in farsa scatenata: calando metaforicamente sul suo volto una seconda maschera (quella che volge in caricatura l’immagine stereotipata del medico laureato e patentato) il bateleur-attore esibisce a sorpresa un’oscena ricetta-beffa, infinito catalogo burlesco di deiezioni escrementizie e di assurdità disgustose. Ma è proprio la scoperta improponibilità di quest'ultimo 'rimedio' medico, a farci comprendere che il monologo dell'herbier di Rutebeuf non mira a coinvolgere il suo pubblico in una truffa: vuole solo intrattenerlo nell’ambito di una finzione cattivante, improvvisando per lui una performance ludica che è strutturata in modo da suscitare nell'uditorio l'immaginario più meraviglioso e più divertente e la risata più grassa, onde predisporlo a una condizione interiore tale da favorire sia il ben-essere psicofisico degli spettatori sia (quel che infine conta) la loro disponibilità ad acquistare la merce offerta. E' un gioco giocato da tutti con la consapevolezza di giocare. Ed è anche, da parte del bateleur, oltre che un espediente reclamistico-mercantile, l'omaggio agli uditori di un viaggio nella fantasia e nel èpiacere del divertimento tale da poter essere considerato – per il suo mescolare intenti di cura e affabulazione fascinatrice - non poi tanto dissimile, mutatis mutandis, dal modello degli arcaici viaggi sciamanici.

Mosso dall’intenzione di tradurre a livello di letteratura drammatica strutture espressive, stilemi e temi tipici dell’imbonimento piazzaiolo d’un medico-erborista contemporaneo, Rutebeuf scopre ed esalta proprio la teatralità su cui si fonda l’arte dell’imbonire: il legame inscindibile che unisce un certo modo di esercitare in pubblico l’offerta commerciale di prodotti e consigli terapeutici, e l’esibizione cattivante di attrazioni fonico-gestuali appartenenti al mondo degli spettacoli. Persona che si inventa e che anima con abilità un personaggio-maschera destinato ad attrarre, ad impressionare e a divertire la platea dei potenziali clienti, il bateleur medioevale entra così a far parte della cultura scritta del suo tempo. E non solo grazie all’exploit isolato di un grande scrittore, dal momento che – sempre nel XIII secolo – le linee di forza e i tratti specifici del Dit de l'herberie tornano a presentarsi, con analogie impressionanti, in almeno altre due creazioni letterarie. Innanzitutto in quella che sembrerebbe essere una vera e propria parafrasi narrativa del monologo: l’anonima Herberie interamente in prosa dove viene evocata una “verdadera exhibición de charlatán”48, accentuando “el carácter grosero de la obra”49, e amplificandola “por meandros, digresiones, desviaciones y explicaciones apenas relacionadas con el elogio de la hierba”50. E poi nell’anonimo monologo versificato De la goutte en l’aine, che si apre con una succinta auto-celebrazione del bateleur sullo sfondo di viaggi segnati solo dai grandi centri accademici della ricerca medica duecentesca (Salerno, Parigi, Montpellier):


Escoutez tuit et entendez,

Qui assez sovent despendez

En chose qui ne vous vaut riens.

Hui vous est avenu granz biens

De mire, se m’en volez croire.

Qu’en dites vous? Respondez voire.

Je suis bons mires de Salerne;

Fols est qui blasme ne qui ferne

Le grant sens que Diex m’a doné

Et que j’ai pieça conquesté

A Paris et a Montpellier,

Dont je ving d’escole l’autr’ ier51.

Il rimedio che il ciarlatano intende proporre risulta anch’esso finalizzato a combattere un solo malanno. Ma già la scelta che induce ad individuare quest’ultimo nella ‘gotta all’inguine’ sembra prestarsi idealmente al più ludico esibizionismo di termini scatologici:

Je garis de la goûte en l'aine

Qui met les genz en male paine,

Une goûte plaine de rage;

Li .1. l’apelent mal volage,

Por ce que sovent va et vient;

Mès por ce qu'entre le cul tient

L’apelez vous la goûte en l’aine52.

Di qui il rapido configurarsi del vero e proprio acme espressivo del breve monologo: lo svelamento d’una improponibile ricetta fantastica tale da riproporre in studiate varianti l’identico gioco derisorio architettato da Rutebeuf per guarire il mal di denti. Il tutto onde approdare – sull’onda musica della rima baciata – allo sberleffo finale:

Qui toutes ces choses prendroit,

[...]

Garis seroit, sachiez sans doute,



De la tresangoisseuse goute

Qui n’espargne nule ne nul,

C’on apele goûte de cul53.

E’ significativo che nei due ultimi componimenti venga a delinearsi un’immagine del ciarlatano che tende ad escludere ogni articolata definizione realistica delle sue attività, per evidenziare solo i tratti di una macchietta comica distinta ora da capziosa facondia torrentizia ora da sapido gusto beffardo. La “dame herbe” di cui si vantano i pregi nell’Herberie non è più uno specifico vermifugo, ma una panacea fantastica. Il preteso guaritore de La goutte en l’aine, per quanto possa fare appello ai prestigi accademici di Salerno o di Montpellier, preferisce comportarsi da buffone piuttosto che da medico di piazza. Anche se, purtroppo, non possediamo dati certi tali da permetterci di stabilire - tra i testi sin qui esaminati – una precisa sequenza cronologica, si ha l’impressione che uno schema desunto dal mirabile ritratto di bateleur disegnato da Rutebeuf sia stato sottoposto, in proseguo di tempo, a diversi impieghi sperimentali: comunque finalizzati a comporre mere caricature di un popolaresco venditore di medicinali tanto logorroico quanto devoto alla più facile comicità grossière. La fortuna di questo schema comico (e dei principali elementi costitutivi del suo disegno) fu indubbiamente tale da travalicare i limiti della macchiettistica incentrata sulla figura dell’erborista-ciarlatano. Ne ritroviamo chiare tracce, ad esempio, nel vero e proprio ‘imbonimento’ con cui, un secolo più tardi, il boccacciano frate Cipolla apostrofa gli abitanti di Certaldo accorsi ad ammirare le sue reliquie:

al popolo rivolto disse: “Signori e donne, voi dovete sapere che, essendo io ancora molto giovane, io fui mandato dal mio superiore in quelle parti dove apparisce il sole, e fummi commesso con espresso comanda­mento che io cercassi tanto, che io trovassi i privilegi del Porcel­lana; li quali ancora che a bollar niente costassero, molto più utili sono ad altrui che a noi. Per la qual cosa messom’io per cammino, di Vinegia partendomi e andandomene per lo Borgo de’ Greci, e di quindi per lo reame del Garbo cavalcando e per Baldacca, pervenni in Parione, donde, non senza fatica, dopo alquanto pervenni in Sardigna. Ma perché vi vo io tutti i paesi cerchi da me divisando? […] capitai, passato il braccio di San Giorgio, in Truffia e in Buffia, paesi molto abitati e con gran popoli; e di quindi pervenni in terra di Menzogna, dove molti de’ nostri frati e d’altre religioni trovai assai […]. E quindi passai in terra d’Abruzzi, dove gli uomini e le femine vanno in zoccoli su pe’ monti […]. E in brieve tanto andai addentro, che io pervenni mei infino in India Pastinaca, là dove io vi giuro, per lo abito che io porto addosso, che i’ vidi volare i pennati”54.

Se il bateleur di Rutebeuf aveva iniziato il suo imbonimento trasportando a volo gli uditori per una rutilante gamma di paesi in parte reali in parte fantastici, anche frate Cipolla – onde attribuire il prestigio di aure immaginifiche al suo catalogo di reliquie – trascina il pubblico attraverso peregrinazioni segnate dall’incontro con toponimi ora desunti da una mappa dove località fiorentine possono trascolorare per equivoco in più remoti e prestigiosi esotismi (Vinegia, Borgo de’ Greci) ora beffardamente inventati a fini satirici (in terra di Menzogna…) o alla scopo di deridere le attese degli spettatori. Si tratta comunque, come nel caso del Dit de l’Herberie, di percorsi che dovrebbero illustrare ed esaltare l’itinerario iniziatico e formativo vissuto dal protagonista, e che – inevitabilmente – culminano rievocando l’incontro con prestigiosissimi simboli del mistero e dell’auctoritas illuminatrice tipici di un Oriente leggendario. Là si trattava del Signore del Cairo e di Prete Gianni. Qui, del “degnissimo” (ancorché più che bizzarramente nomato) “patriarca di Jérusalem”:

[…] indietro tornandomene, arrivai in quelle sante terre, dove l’anno di state vi vale il pan freddo quattro denari, e il caldo v’è per niente. E quivi trovai il venerabile padre messer Nonmiblasmete Sevoipiace, degnissimo patriarca di Jérusalem. Il quale, per reverenzia dello abito che io ho sempre portato del baron messer Santo Antonio, volle che io vedessi tutte le sante reliquie le quali egli appresso di sé aveva […]. Egli primieramente mi mostrò il dito dello Spirito Santo, così intero e saldo come fu mai; e il ciuffetto del Serafino che apparve a San Francesco; e una dell’unghie de’ Gherubini; e una delle coste del Verbum-caro-fatti-alle-finestre; e de’ vestimenti della Santa Fé cattolica; e alquanti de’ raggi della stella che apparve a’ tre Magi in oriente […]. Le quali cose io tutte di qua con meco divotamente ne recai, e holle tutte55.

Frate Cipolla, in virtù della sofisticata arte comica della parola di cui è maestro Boccaccio, meraviglia e manipola deridendola l’attenzione non certo scaltrita del suo uditorio, per incantarla attraverso un rutilante sciorinarsi di tanto mirifiche quanto improbabili reliquie. Non diversamente aveva scelto di agire la penna di Rutebeuf, pur valendosi d’un più elementare gioco retorico, quando decideva di attribuire al suo erborista l’ostentazione d’un superlativo catalogo di gemme miracolose rinvenute nell’Oriente di Prete Gianni: “J’apporte de là-bas beaucoup de riches pierres qui font ressusciter les morts. Ce sont des ferrites, des diamants et des crespérites, des rubis, des hyacinthes, des margarites, des grenats, des topazes, des tellagons et des galofaces. Celui qui les porte ne redoutera pas les menaces de mort”. Proprio come viene detto a proposito dei preziosi minerali dell’herbier, le “sante reliquie” del frate vantano il potere di salvaguardare chiunque ne sia beneficiato dalle più esiziali minacce di “morte”: perdita della vita, in un caso; perdizione dell’anima, nell’altro. Unica differenza di rilievo, nel confronto tra i comunque fantastici metodi d’imbonimento del medico-ciarlatano e del predicatore, resta la sostanziale onestà del primo rispetto all’astutissima ipocrisia del secondo, che ha come unico scopo l’ingannare il proprio pubblico per “ricogliere le limosine fatte dagli sciocchi”. Sì che, mentre l’erborista si limita a gratificare parenteticamente gli spettatori radunatisi attorno a lui con l’attrazione comica d’una falsa ricetta, frate Cipolla – onde rimediare al beffardo scambio della penna dell’angelo Gabriele con un pugno di carboni, operata a suo scorno da “due giovani astuti molto” – s’inventa con finissima arte ciarlatanesca un escamotage geniale, pur di non venir meno all’inderogabile missione di imbrogliare il prossimo vendendogli falsi rimedi contro i mali dell’anima e del corpo:

Vera cosa è che io porto la penna dell’agnolo Gabriello, acciò che non si guasti, in una cassetta, e i carboni co’ quali fu arrostito San Lorenzo in una altra; le quali son sì simiglianti l’una all’altra, che spesse volte mi vien presa l’una per l’altra; e al presente m’è avvenuto. Per ciò che credendomi io qui avere arrecata la cassetta dove era la penna, io ho arrecata quella dove sono i carboni. Il quale io non reputo che stato sia errore; anzi mi pare esser certo che volontà sia stata di Dio, e che egli stesso la cas­setta de’ carboni ponesse nelle mie mani, ricordandom’io pur testé che la festa di San Lorenzo sia di qui a due dì. E per ciò, volendo Iddio che io, col mostrarvi i carboni co’ quali esso fu arrostito, rac­cenda nelle vostre anime la divozione che in lui aver dovete, non la penna che io voleva, ma i benedetti carboni spenti dallo omor di quel santissimo corpo mi fé pigliare. E per ciò, figliuoli benedetti, trarretevi i cappucci e qua devotamente v’appresserete a vedergli. Ma prima voglio che voi sappiate, che chiunque da questi carboni in segno di croce è tocco, tutto quello anno può viver sicuro che fuoco nol cocerà che non si senta56.

Se il bateleur di Rutebeuf ostenta la propria capacità di abbindolare il pubblico con la parola solo per divertirlo (e, di conseguenza, per renderlo più disponibile all’acquisto d’una medicina comunque efficace), il frate disegnato da Boccaccio risulta pervicacemente impegnato a ingannare e a deridere capziosamente la sua audience, per carpirne “limosine” truffaldine. Entrambi si valgono di copioni che sembrano ricalcare e variare la falsariga d’un modello comune. Ma appartengono a settori diversi (benché in qualche modo contigui) della società medioevale tra Due e Trecento. In particolare, l’autentico o sedicente monaco del Decameron va ascritto senza ombra di dubbio a quella particolarissima famiglia di reali o presunti ‘religiosi’ vagabondi i cui esponenti – ben cento anni dopo il capolavoro boccacciano – risultano, secondo Masuccio Salernitano, ancora intenti alle stesse pratiche sacrileghe. Così avviene, appunto, nel caso di “quel poltrone frate” che “essendo ne l’ordene de san Dominico solenne predicatore reputato, con grandissima arte da cerretano, col manico del coltello che ammazzò san Pietro martiro e con altre coselline del loro san Vincenzo andando e per lo alamanno barbaro paese discorrendo, secondo il parere di multi becconi, de infiniti miraculi facea”57. Né diversa sembra essere la condizione generale dei monaci che continuano a dichiararsi – proprio come faceva Cipolla – membri dell’ordine “de santo Antonio”:

Como a ciascuno può esser noto, gli spoletini e cerre­tani como fratocci de santo Antonio vanno de continuo attorno per Italia, cercando e radunando gli vóti e pro­misse a loro santo Antonio fatte; e sotto tal colore vanno predicando e fingono far miraculi, e con ogn’altra manera de cauti inganni che possono adoperare, se impieno multo ben de dinari e d’altre robe e retornanosi a poltronizzare a casa; de’ quali più in questo nostro regno che in altre parte ogne dì ne vengono, e massimamente in Calabria e in Puglia, ove assai elimosine e poco senno vi trovano, quasi de continuo drizzano il lor camino58.



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