Ciarlataneria


Ve ne erano poi molti altri con bellissimo ordine, & arte […] i quali occupavano assai spazio di quel luogo



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. Ve ne erano poi molti altri con bellissimo ordine, & arte […] i quali occupavano assai spazio di quel luogo. Fuori mezzo braccio dal baldachino era poi un bancone coperto di uno bellissimo tapeto, sopra del quale il Ccppa era in piedi con veste lunga di velluto nero all'uso de' Medici, e sotto una sottana simile fino a mezza gamba con un berrettone in testa di velluto nero, e con la catena al collo, che le haveva donata la Gran Duchessa, e con un scettro d'oro in mano, il quale al suono, e rimbombo di molte trombette, e tamburri, cadute per terra le tele a guisa di una Scena, egli fi lasciò vedere in maestà sublime a più di dieci mila persone, che erano concorse a vedere tanto spettacolo. Egli che di eloquenza non haverebbe ceduto a qualunque dotto Ora­tore, egli disse tanta robba che più non si potrebbe mai dire, nè imaginare114.

Tommaso Garzoni, nato Ottaviano (Bagnacavallo, 15491589).

Entra giovanissimo, all'età di diciassette anni (1566), nell'Ordine dei Canonici Lateranensi, i religiosi che reggevano la Basilica di Santa Maria in Porto a Ravenna. In quell'occasione assume il nome di "Tommaso" (o secondo altra lezione "Tomaso").

Studia diritto a Ferrara, poi logica a Siena.

Con prodigiosa facoltà inventiva, scrive negli ultimi sei anni della sua breve esistenza tutte le opere - di taglio bizzarramente enciclopedico - che lo renderanno celebre: Il Teatro dei vari e diversi cervelli mondani; La piazza universale di tutte le professioni del mondo; Le vite delle donne illustri della Sacra Scrittura; L'hospidale de pazzi incurabili; La sinagoga de gl'ignoranti; Il mirabile cornucopia consolatorio; L'homo astratto. E, postuma, Il serraglio degli stupori del mondo.

L'eclettica opera di Garzoni conobbe un vasto successo europeo (numerose furono le traduzioni e ristampe), al punto da consacrarlo tra gli autori italiani di maggior voga del tardo Cinquecento.


Piazza universale di tutte le professioni del mondo (1585) di Tommaso Garzoni:

Ma ci è una certa sorte di spettacol moder­no trovato da varie specie di ceretani, del qual intendo, per curiosità del mondo, in questo presente discorso particolarmente ragionare.

I ceretani adunque, che così addimandati sono per aver tratto l’origine loro da un castello dell’Umbria poco lontano da Spoleti il qual si nomina Cerreto, fra la vilissima plebe s’hanno acquistato ormai credito tale che molto maggior concorso con più lieto applauso si fa loro ch’agl’eccellenti oratori del verbo divino, e a gli onorati catedranti delle scienze ed arti ingenue, di picciola corona rispetto a loro circondati intorno [...]

Ma chi vuol raccontare minutamente tutti i modi e tutte le maniere che adoprano i ceretani per far bezzi, avrà preso da fare assai. Basta, per toccar­ne qualcuna, che da un canto della piazza tu vedi il nostro galante Fortunato insieme con Fritata cacciar carotte e trattener la brigata ogni sera dalle vintidue fino alle vintiquattro ore di giorno, finger novelle, trovare istorie, formar dialoghi, far caleselle, cantare all’improvviso, corrucciarsi insieme, far la pa­ce, morir dalle risa, alterarsi di nuovo, urtarsi in sul banco, far questione in­sieme, e finalmente buttar fuora i bussoli e venir al quanquam delle gazette, che vogliono carpire con queste loro gentilissime e garbatissime chiachiere.

Da un altro canto esclama Burattino, che par che il boia gli dia la cor­da, col sacco indosso da fachino, col berettino in testa, che pare un mariuolo, chiama l’udienza ad alta voce, il popolo s’appropinqua, la plebe s’urta, i gentiluomini si fanno innanzi, e a pena ha egli fornito il prologo assai ridicoloso e spassevole che s'entra in una strana narrativa dal padrone, che strop­pia le braccia, che stenta gli animi, che ruina dal mondo quanti auditori gli han fatto corona intorno; e se quello co’ gesti piacevoli, co’ motti sciocca­mente arguti, con le parole all’altrui orecchie saporite, con l’invenzioni ridicolose, con quel collo da impiccato, con quel mostaccio da furbo, con quella voce da simiotto, con quelli atti da furfante s’acquista un mirabile concorso, questi col sgarbato modo di dire, con la prononcia bolognese, col parlar da melenso, con la narrazione da barbotta, col sfoderar fuor di proposito i privi­legi del suo dottorato, col mostrar senza garbo le patenti lunghe di Signori, col farsi protomedico senza scienza, all'ultimo perde tutta l’audienza, e resta un mastro Grillo a mezzo della piazza.

Fra tanto sbucca fuor de’ portici il Toscano, e monta su con la putta, smattando come un asino Burattino col suo Graziano; il circolo si unisce in­torno a lui, le genti stanno affisse per vedere ed ascoltare, ed ecco in un trat­to si dà principio con lingua fiorentinesca a qualche populata ridicolosa: e in questo mezzo la putta prepara il cerchio sul banco e si getta in quattro a pi­gliar l’anello fuora del cerchio, e poi sopra due spade tuole una moneta, in­dietro stravaccata, porgendo un strano desiderio al popolo della sua lascivia grata; ma, fornita la botta, si urta nelle ballote, ed il cerchio si disunisce, non potendo star più saldo allo scontro de’ bussolotti che vanno in volta.

Da un’altra parte della piazza il Milanese con la beretta di veluto in te­sta e con la penna bianca alla guelfa, vestito nobilmente da Signore, finge l’innamorato con Gradella, il qual si ride del padrone, li fa le fiche in sul vi­so, le mocche di dietro, si proferisce al suo commando prontissimo a pigliare una somma di bastonate, si tira il cappello sul mostaccio, caccia mano al temperino, e con gli occhi storti, con un viso rabbuffato, con un grugno di porco, con uno sguardo in sberleffo verso i rivali del suo padrone, fa mostra di se stesso, come d’un can mastino corrucciato; ma pian piano, vedendo l'incontro de gli inimici, diventa paralitico, e tremando di paura, e lordandosi in sul banco, si dà in preda ai calcagni e lascia il Milanese fra le scatole e l’ampolle in mezzo della piazza impettolato. Fornita questa istoria, Gradella fa una squaquarata di voce e di canto molto sonora, overo finge l’orbo col cagnuolo in manoo in luogo di tiorba e poi si comincia l'invenzione delle bal­le di Macalepo, che dura due ore, onde gli auditori, stomacati, si partano, beffando il sciocco ceretano che sta pur saldo su tre gazette delle grosse e delle picciole due soldi, protestando al cielo ed alla terra di non voler calare se non quando l’audienza parte senza dir «buona sera» né tor comiato d’alcuna sorte.

Ma se la sera istessa non montasse in banco Mastro Lione, addottorato a Lizzafusina, e non donasse un cartoccino di polvere da vermi per i piccioli figliuoli, e col suo uccellazzo appresso alla cassetta non uccellasse qualchebezzo per mala sorte, la grima starebbe fresca, che il Re di Cappadocia non potria rifondere l’unto di San Lorenzo per star grassi come si deve.

E se il Cieco da Forlì con qualche bel strambotto o con qualche barzeletta all'improviso non rubbasse un pochetto d’audienza per buscar quelli che fanno cantar gli orbi, il Ginaldo a speron battuti truccarebbe per la tal cosa e lasciarebbe il Durengo a dietro, per lasciar quanto prima la disperata compagnia del suo Padrone.

Non manca Zan dalla Vigna di farsi innanzi ancora lui e con diverse bagatelle trattener la brigata, facendo passar per arte e per parte di Mastro Mucchio, ove la brigata scoppia dalle risa, vedendo i gesti di simia, gli atti da babuino e le diverse scaramelle di mano che fa alla presenza di tutti; e di ciò la nobiltà ride, la plebe sgrigna, il villano creppa, a veder tanti motivi di corpo, tante destrezze di mano, tante fusarie, che fa e che dice in un fiato solo.

Né Catullo con la sua lira, né il Mantoano vestito da zani hanno timore o spavento della concorrenza, ma pian piano, stendendo il banco ed accor­dando la piva, s’appresentano avanti con una filateria di cucina, ove il zani, tra la Pedrolina e la padrona avendo posto gelosia, dall’una riporta un trion­fo di pancia, dall’altro un trofeo di schiena; e non si parton di banco che l’uno e l’altro, spazzate le barzellette, fa broglio per la sera seguente, invitali do i circonstanti a sentire il Zottino a cantare un sonetto del mal francese ed una siciliana appresso, tanto gentile che il putto del Fortunato è per perderla a tutte balle dalla sua grazia, in questo estrema e miracolosa.

Laonde il Tamburino, dubitando del fatto suo, piglia la posta a buon’ora e, comparendo in piazza alla rassegna, s’ingegna, con far andare un ovo su per un bastone, trarre i soldi in quel mezo, quasi con arte magica alla volta sua; e mentre l’ova tendono in su, le gazette vengono in giù, con insoliti e nuovi artificii a ritrovarlo.

Il che imitando gentilmente, il Napolitano, col bacil da barbiero sotto i baculi, va gridando alle quattro ed alle cinque campanelle, e con due caraffe e quattro bicchieri sopra la testa va raggirando, senza crollargli, e fa suonare ai bacili tutti i suoni di campana, e a questo suono desta il suono delle muraiuole, o di quelle da otto, che maggior diletto danno a lui che i bacili a co­loro che alle sue scioccherie presenti stanno.

Fra tanto Mastro Paolo da Arezzo comparisce in campo con un sten­dardo grande, lungo e disteso, ove tu vedi un San Paolo da un canto con la spada in mano, dall’altro una frotta di biscie che, sibilando, mordono quasi, così dipinte, ognuno che le mira. Or qui si comincia a narrar la falsa origine della casa sua, la discendenza favolosa che trae da San Paolo; si conta l’isto­ria quando fu morso nell’isola di Malta; si recita bugiardamente come tal grazia è derivata in tutti quei della sua casa; si dichiaran le prove fatte, le con­correnze avute, le vittorie ricevute, i stendardi conquistati, che si mostrano spiegati alla gente; si mette mano alle scatole e si cava fuori un carbonaccio lungo due braccia e grosso come un palo, e poi un madarasso, e poi una vi­pera, e si spaventa il popolo con l’orrido aspetto di tali animalazzi. Qui si tesse la favola come gli ha presi alla foresta, mentre i mietitori mietevano il frumento, ed ha liberato la villa da una morte manifesta, che soprastava a tutti dal periglio grande di quei serpi maladetti.

Il plebeo s’arriccia, il villano stremisce alla novella che vien raccontata con tal garbo, che non si tien sicuro di mettere un piè fuor della porta della città, se prima non beve un bicchiero di polvere che gli è data da Mastro Paolo o dal Moretto da Bologna; ma non finisce qui la cosa, ché di nuovo si torna a mescolar nelle scatole e si butta fuori un aspide sordo, un regolo o basilisco morto, un crocodillo portato d’Egitto, una tarantola di campagna, una luserta d’india, e con la mostra di tai serpenti si pone orrore alla turba, che tremebonda mette mano alla borsa e compra la grazia di San Paolo ri­dotta a una baiella o, alla più stretta, a due craize per carta.

Ma Settecervelli fra questo mezzo prende occasione di far circolo, e con la cappa distesa per terra, con la cagnola appresso, con la bacchetta in mano, la fa cantare «ut, re, mi, fa, sol, la»; le fa far tombole per galantaria; la fa abbaiare contra il più mal vestito; la fa latrare al nome del gran Turco; la fa saltare per amor della sua diva; e in ultimo la fa cercar con la beretta la buonamano da tutta quella bella compagnia.

S'industria a concorrenza il Parmeggiano di far salir la capra sopra la sedia, di far lambire il sale posto in cima al baculo, di farla caminare sopra due piedi, di farla armeggiare con la picca in spalla; e l’adora in ginocchioni, gridando: «Drudana! Drudana!», e col trastullo d’una capra fa restare pecore e caproni tutti quelli ch’intervengono al circolo della sua audienza.

Né resta per questo l’arrischiato Turco di tirar le corde al campanile di San Marco, ove tenta il pinnacolo altissimo per artificio di contrapesi, e poi si fa batter sopra il petto d’un martello, come sopra una dura incude, e final­mente, cavando un grosso palo fisso in terra, con la forza delle spalle, gua­dagna de’ buonissimi soldi da portare alla Mecca.

E il Giudeo fatto Cristiano grida fra tanto e deplora l’audienza ad alta voce borbottando: “Alle goi, alle goi, badanai, badanai”, finché il circolo è unito, e poi fa la predica della sua conversione, nella qual si conchiude che, in luogo d’esser diventato Cristiano, è fatto evidentemente un finissimo ceretano.

Or da ogni parte si vede la piazza piena di questi ciurmatori. Chi vende polvere da sgrossar le ventosità di dietro; chi una ricetta da far andare i fagiuoli tutti fuor della pignatta alla massara; chi vende allume di feccia per stopini perpetui; chi l’oglio de’ filosofi o la quinta essenzia da farsi ricchi; chi oglio di tasso barbasso per le freddure; chi pomata di sevo di castrone per le creppature; chi onguento da rogna per far buona memoria; chi sterco di gatta o di cane per cerotto da creppature; chi paste di calcina da far morire i topi; chi braghieri di ferro per coloro che son rotti; chi specchi da accendere il fuoco, posti incontra al sole; chi occhiali fatti per vedere al scuro; chi fa veder mostri stupendi e orribili all’aspetto; chi mangia stoppa e getta fuori una fiamma; chi si percota le mani col grasso discolato; chi si lava il volto col piombo liquefatto; chi finge di tagliare il naso a uno con un coltello artificioso; chi si cava di bocca dieci braccia di cordella; chi fa trovare una caria all’improviso in man d’un altro; chi soffia in un bussolo e intinge il viso a qualche mascalzone, e chi gli fa mangiare dello sterco in cambio d’un buon boccone.

Queste ed infinite altre sono le prove de’ moderni ceretani.

Vincenzo Braca (Salerno?, 1566 –1614?) è stato uno scrittore e commediografo salernitano, la cui fioritura letteraria si colloca tra gli ultimi anni del XVI e il primo quarto del XVII secolo. Il suo nome, in particolare, è associato al genere letterario della cosiddetta 'farsa cavaiola', di cui egli è praticamente l'unico esponente, il solo, almeno, di cui si conosca il nome.

Molto scarne sono le notizie sulla sua vita, comprese quelle ricavabili dalle sue opere, nelle quali non è sempre agevole discernere tra realtà e finzione comica.

Si sa che proveniva da famiglia di umilissime origini e che, ancora giovanissimo, rimase orfano di padre. Partendo da queste modeste condizioni riuscì comunque, tra il 1593 e il 1596, a diventare medico, formandosi alla Scuola medica salernitana, un curriculum a cui egli aggiunse forse degli studi di giurisprudenza, non conclusi, nello Studio napoletano.

Esercitò l'arte medica a Napoli dal 1595 o 1596 ma dopo non molto rientrò a Salerno, stabilendo la residenza a Cava.

Importante è uno scolio presente sul primo dei due codici napoletani, che contengono le sue opere, il quale

suggerisce che la fine di Braca possa essere stata causata da un assassinio.

La data della sua morte rimane invece sconosciuta, anche se dovette essere, sicuramente, non anteriore al 1614.

Il nome di Vincenzo Braca è legato principalmente a un fortunato, ma semisconosciuto genere letterario, la "farsa cavaiola", importante filone dialettale, partecipe dell'«ultima grande stagione del teatro comico cinquecentesco [...] quella fiorita in, e attorno, a Napoli». Si tratta di un genere incentrato sull'archetipo farsesco del cavaiuolo, ovvero un ignorante e stolto villico cavese (ossia un abitante della città di Cava), che dai cittadini salernitani è immaginato, con la rozzezza del suo dialetto, nei tratti più grossolani e caricaturali[, come viene delineato, ad esempio, nella Farza de lo Mastro de scola e nella Farza de la Maestra di Vincenzo Braca, in cui il carattere del cavaiolo assurge alla rappresentatività del tipico «popolano sciocco». Il genere della farsa cavaiola dovette conoscere una notevole fioritura tra la fine del XV e il XVI secolo, con numerose produzioni su un arco di un secolo e mezzo, ma di quello che doveva costituire un cospicuo corpus è sopravvissuto ben poco. La penuria di testimonianze letterarie anteriori, rende Vincenzo Braca praticamente l'unico esponente di rilievo di questo genere teatrale, che dovette invece essere ben più cospicuo.

Vincenzo Braca, Primo ciarlatano, 1596


Gor.

Ben trovato!

’O mastro no’ è acchiecato?






Patr.

Ben menuto!

’O m(astr)o n’è benuto?






Gor.

Non, pare a me.




Patr.

Jù, quanta, pe mia fe’, jù, quanta gente!




Gor.

Senterite no vaente sautabanco.




Patr.

Di’ ca se trova stanco, è no vorpone,

che farà no sermone letteruto,

e si mo n’è benuto è ca destilla

na grossa grossa anguilla e ne fa ’nguiento

pe sana’ ’a doglia de viento.





Gor.

Affé de Deo!




Patr.

È come te dico eo.




Gor.

E benerà?




Patr.

Oh, ca non vidi ccà, ch’è apparecchiato?115










































Patr.

Ora saglimo suso, sauta ’o vanco!




Gor.

Eo pe me mai non manco. Eccome ccà!




Patr.

Fatte no poco llà!




Gor.

Uh, q(ua)nta fierri!

Ferma, ferma, tu sierri! Auza ’o sportone!






Patr.

Bella descrezzïone! Non toccare!




Gor.

Oh, lassame’e guardare soamente,

ca non te tocco niente.






Patr.

Guarda, tè!




Gor.

Rengrazio v(ost)ra merzé d’’o fauremiento!

Oh, bello ferramiento e capachiuovo!

Nc’è n’èndece co n’uovo, no martiello,

na mazzola, no scarpiello, na molletta,

na fressora, na paletta, n’ascia e ’a serra,








no P, no rusa, na R, ’o gammagutto,

no B mullo, ’o zorfautto, na caviglia,

na cocchiara, na gratiglia, ’a scibba e ’a mappa,

no potaturo, na zappa. Uh, q(ua)nta ’mbroglie!






Patr.

Non pozzo patere ste doglie d’aspettare,




eo voglio ’ncommenzare. S(ignu)ri, eo so’ benuto

pe dareve quarche aiuto e iovamiento,

e portato no ferramiento lungo e gruosso,

penetrabue e senza uosso, e fa n’effetto,

che dove fosse defetto o mancamiento

nce pone ’o fornemiento, e ’ngrossa e cresce

e te fa come pesce sarvo e sano

come chianta de mano, ed è pastuso,

né punto è stommacuso allo pigliare

e se fa marnare d’ogni banna.

Però, chi ne commanda venga a me,

ca t’’o sano, pe mia fe’, d’ogni ndesastro116.



Ram.

Queto, ch’eo l’aggio a forte l’avantare!

Ora stateme a ’scotare. Eo creo ca noto

come quasi patrioto ve sia stato

da che aggio studiato ccà a Saierno









e avuto ’n covierno Mitigliano,

’a provinzia de Pasciano, da ’o Colleggio

come protatuba reggio e litterato

da ’o mundo reputato, e bui sapite

si a me mai me vedite fare cosa








che non sia miracuosa e de sostanzia,




e si m’arro è pe ’gnoranzia, ma in effetto

eo songo ’o cchiu perfetto letteruto,

che da cuorpo mai sia ’nzuto de dottore,

e pe fareve faore eo so’ benuto

pe dareve quarche aiuto, perché m’èie,

mo ch’è ’o navantaseie d’’o millesimo,

accostandose ’o trigesimo vesiesto,

’mbattuto ’n mano no tiesto ’n chieroggia,

ch’è tutto ’strologia e face fede

de rottura de pede e ossa rotte,

de ciancuo, de gotte, de morvilli,

de zecche, de chiattilli, che chisto anno

paterimo co affanno, onde eo provisto,

a chello c’aggio visto, ve prometto

dare quarche perfetto lattuario

a ’o male necessario, che patite.

E azzò che me crédité, eo songo ’spierto

nelle berdute e lietto aggio a ’o Mercato

’e bespore e ’o Donato, Cecerone

’o giorgioleo, Jasone, l’armanacca, 155

’a vela de Faracca, fra Rubino,

'Ambrosio Calapino ’o dizzionario,

Vartuo, Mastro Mario d’’a Iodeca,

’a S(ant)a Croce greca, Egidio Bossa

pe i rimedii d’’a tossa, Cola e Dino,

Vartulomeo Soccino, Giesuè,

Trionfiello con gilè, ’o tre, doie, asso,

’a guerra de Gradasso e l’Arcalà,

’a zorfa, ’o b. a. ba, Cicco e Ammonio,

’a despóta de Vaconio, Antonio Vruno

e ’a storia de Lembruno. E iuto a tundo

pe tutto quanto ’o mundo e ne ’a ’Ngretterra,

e camenata ’a terra de i Franzisi,

pe donde i Calavrisi, e a ’a Cetara,

’o Prato, l’Ancellara, S(ant)a Tecchia,

Pasciano, ’a Terra Vecchia, Sansevrino,

’o Puorteci, Resino, rua Francesca,

’n Galipue, ’n terra todesca, ’n Catalogna,

a Capaccia e a Bologna e in Atene,

e fi’ dove ’o ’mperio tene ’o Re ’ndiano117.


Eo so’ stato a Milano e ne ’a Sardegna

e bisto chi ce regna e l’anemali

che fando tanti mali, e primamente

eo viddi no serpente senza dienti,

c’avea tre sentimienti ed era giallo

come no pappagallo, e co na vessa

avea amborbato Sessa e ’o convecino.

Viddi no babuino appriesso Nola,

c’avea tanto de sola e tenea l’ale,

ma non faceva male a i circostanti.

Ma pochi iuorni ’ndanti avea veduto

no sorece peruto senza n’ala,

che dava a na cecala gra molestia.

Ti viddi, po’, na vestia sommaregna

carrecata de legna, ch’a ’o curzo 190

te desfedava n’urzo, na parrella

te iocava a’ morella co no gatto;

viddi fare recatto a na gavina

co na pica marina, no tavano

aveva puosto mano a n’alebarda

’n favore de na sarda, ch’era stata

da no purpo pescata. E pe ’a fenire,

si ve volesse fa’ sentire i draguni,

le papare, l’aucielli grifuni, le guaguine,

le leonesse, le galline, i sturni, l’urzi,

l’anatrelle, i galli, sturzi, aurate, treglie,

follache, le ceceglie, eo non fenera

manco pe crai a sera. Perzò boglio

fare come ch’eo soglio a l’autre terre

e, come fici a ’e Serre l’anno arreto,

spranareve ’o secreto soamente,

che serve a ’o paziente. E, p(rim)a, eo dico

ca so’ n’ommene antico a sta scïenzia

e fattane sperienzia co ’o Sordano,

o’ Duca de Milano, ’o Preite Janne,

’o S(ignor)e Don Gioanne, Romagasso,

Nattapiro, Frettasso, ’o Re de Franza,

con Gano de Maganza, ’o Duca 'Orbino,

Orlando paladino, mastro Aniello,

’o figlio d’’o colonniello, ’o Re de Sava

e ‘o Sindeco d’ ‘a Cava118.


Sui primi del secolo XVII gli Avvisi di Firenze ci hanno lasciato ricordo d' una di queste compa­gnie ciarlatanesche (aprile e maggio 1616): “La Vettoria cantainbanco, che canta, balla, et salta ogni giorno in piazza nella Compagnia dell'Orvietano , che li dà quindici scudi il mese, e’1 piatto, si fa ac­compagnare a casa, fatte le sue facende, da quattro sbirri per non essere più serrata dalla calca del po­polo, che cerca di lei, et perchè durava fatica grandissima a uscirle dalle mani ha trovato questo tem­peramento, che li ha facilitalo et facilita il tornarsene a casa a far contratto della sua proprietà, statagli lasciala libera dall'Orvietano che gli dà provvisione e vitto come sopra.» E alcuni giorni dopo: “In piazza ogni sera si fanno commedie da otto persone fra donne et huomini et durano sino a mezza ora di notte; dopo che hanno preso danari delle loro mercanzie, et secondo la quantità de’ denari che li vengono in mano, durano a dar piacere e spasso al popolo quivi radunato, che spende assai bene il suo talento, et la Vittoria garbata vestita da gar­zone pulita et linda, fa correre la gente in quantità con i salti mortali che lei fa, con il ballare divino, et col cantare tanto suave et bello sguardo, che per dolcezza fa intenerire, et adormentare ogniuno che sospirando grida: oimè, oimè cuor mio, che cosa è questa? massime certi vecchioni che sempre la guardano a bocca aperta, perchè vorrebbero giocare con lei alle morelle et dar nel lecco».

R. Arch, di Stato, Firenze. Carteggio di Don Gio­vanni, Filza 5140, C.452 e 466.

1627, Firenze

Nel 1627, Francesco Scarione, ciarlatano bolognese, fece istanza affinché gli fosse concesso “salire in banco con personaggi in maschera e senza maschera, e con musica sia nei giorni feriali che in quelli festivi”.




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