Ciarlataneria



Scaricare 484.69 Kb.
Pagina7/8
22.12.2017
Dimensione del file484.69 Kb.
1   2   3   4   5   6   7   8

Buonafede Vitali, Lettera in difesa della professione di salimbanco, 1730

Che se poi [qualcuno] volesse tacciare la nobiltà di quest'arte a causa de' personaggi buffoneschi che si portano su palchi, quasi che fosse unito il sodo e meritevole della medicina col ridicoloso del divertimento, risponderò che la corruttella del secolo è in colpa di questo, ed ove principiò a mancare il buon gusto negli uditori, introdussero gli operatori il divertimento per allettare i popoli, e dal vedergli svogliati dell'utile gli proposero il dilettevole. […] S’aumentò a poco a poco a grado tale faccenda, che divenne costume quello che fu semplice arte di fargli gustar il bene della medicina, circondato dal dolce dello spasso. Ma perché il costume è un violento maestro di scuola […], fermò a poco a poco il piede della sua autorità e stabilì per legge quello che tale non era. Non dobbiamo dunque istupirsi se fermò cosa tale, posciacché lo vediamo forzar tutti i riti e tutte le leggi della natura. […] Da qui è, che al giorno d'oggi si conosce obbligato un professore di quest'arte a seguitar il costume de' vecchi, non avendo niun di noi più forza bastante d'introdurre costume nuovo123.

Tanto tra’ Caldei, quanto tra gli Egizi, e Fenici, e di poi tra i Greci, esercitavano la Medicina solo le genti sacre, che servivano a’ Tempj d’Osiride, o d’Apollo (che è lo stesso) d’Iside o di Ecate, di Esculapio o d’altre bugiarde Deità […]. Ora questi siccome, che erano soli nell’esercizio della medicina, così o voglia o non voglia dovevano gli infermi ricorrere a loro. Inoltre perché erano persone in venerazione di sacri, e che si esponevano in luogo da’ quei popoli creduto sacro, così non vi era bisogno di altra attrattiva, non vi era necessità di commedie, né di pubbliche rappresentazioni; ma le mutazioni insorte, e le divisioni de’ professori di quest’arte principiarono ad alterare questo sostenuto costume124.

Al tempo di Esculapio Greco si fece la prima divisione tra que’ primi naturali Empirici, ritirandosi diversi dall’esporsi a’ pubblici tempj portandosi essi per le case a medicar gli ammalati, e si chiamarono con il nome di Clinici, che vale a dire medici di letto […]; sicché per non mancare al loro impegno, e non deteriorare l’utile alli popoli, convenne, e fu necessaria cosa, che dalli tempj, a’ quali poco ricorso ormai si faceva, passassero li professori pubblici a’ pubblici mercati ove radunatosi il popolo intendeva le prerogative degli Ascepiadi, e se ne provvedeva125.

[con Ippocrate cominciano a manifestarsi in campo medico sofismi e settarismi e profusione di medici improvvisati e poco credibili,, che andarono dilagando sino a quando, al tempo dei Goti, si cominciarono a stabilire degli “archiatri” i quali – con lappoggio dei governanti – dovevano concedere autorizzazioni ai medici approvati]

[Questi archiatri] ottenuta la superiorità nella medicina, hanno saputo prevalersi sempre della autorità a loro somministrata, e perché naturalmente ognun di loro ha sempre odiata la schiettezza e la semplicità delli Empirici veraci, così non potendo con la forza abbolirgli, ne hanno se non altro voluto infamare il nome, sì col porre in derisione l’E mpirica, confondendola con l’azzardo: come anco […] con l’ammettere tra gli Empirici quanti impostori, quanti vagabondi, quanti ignorantoni sciagurati si sono loro con il denaro parati avanti: e così appoco appoco un’arte, che era tanto stimata da tutti, che si esercitava solo nei luoghi tenuti per sacri, da persone sacre, […] riempiendosi di ogni gente, esercitandosi […] nei più profani, e pubblici luoghi, che siano nelle città (e ciò per li riguardi della Religione nostra) ha dovuto soffire con suo discapito, e con infinito rossore de’ buoni professori, che ci si framischino comiche rappresentazioni, per obbligare li popoli di già imbevuti di poco concetto a prò di costoro, a concorrere ad ascoltarli. Ora il costume è introdotto; anzi non vi è più maniera di obbligare il popolo minuto, che è quello che perappunto ha maggior bisogno delli Medicamenti Empirici, ad ascoltare un degno professore, che solo, decorosamente si eserciti se non all’antichissimo uso alle porte de’ tempj, giacche il nostro rito non lo permette, almeno nelle pubbliche piazze a benefizio pubblico, se non è seguitato da truppa di rappresentanti126.

1733

Quasi a confermare puntualmente tutte le osservazioni di Ottonelli sul teatro dei ciarlatani, ottanta anni più tardi, nel 1733, Carlo Goldoni – mentre soggiorna a Milano – s'imbatte in un personaggio di cui più tardi amerà tratteggiare con cura, nelle pagine dei suoi Mémoires, la “singolare” scelta di vita:



All’inizio della quaresima arrivò in città un ciarlatano appartenente a una specie assai rara, il cui ricordo meri­ta forse di essere registrato negli annali del secolo.

Il suo nome era Buonafede Vitali, era di Parma, ma si faceva chiamare l’Anonimo. Era di buona famiglia; ave­va avuto un’ottima educazione ed era stato gesuita. Di­sgustato del convento, si dedicò alla medicina e ebbe una cattedra di professore nell’università di Palermo.

Quest’uomo singolare, a cui non era sconosciuto sa­pere alcuno, aveva una sfrenata ambizione di dare risal­to all’ampia distesa delle sue conoscenze e, poiché vale­va di più a parlare che a scrivere, abbandonò il posto onorevole che occupava e prese la decisione di salire in banco per arringare le folle; e, non essendo abbastanza ricco per accontentarsi della gloria, traeva profitto dal suo ingegno e vendeva le sue medicine.

Era esattamente fare il mestiere di ciarlatano [...].

A Milano l’Anonimo distribuiva i suoi farmaci e prodigava la sua retorica circondato da quattro masche­re della Commedia dell’Arte.

Il signor Buonafede Vitali aveva anche la passione della commedia e manteneva a proprie spese un’intera compagnia di comici, i quali, dopo avere aiutato il loro signore a raccogliere i soldi che il pubblico gli gettava in fazzoletti e a lanciare di rimando al pubblico quei mede­simi fazzoletti, dopo avervi avvolto vasetti e scatolette varie, recitavano commedie in tre atti, al lume di bian­che torce di cera, non senza una sorta di sfarzo127.

Dalle parole del grande commediografo si potrebbe anche desumere che, all'altezza dei suoi tempi, un caso come quello descritto fosse forse un po' meno frequente che in passato. In ogni caso, però, resta indubbio che tanto l'impiego d'una accorta esibizione di maschere per rendere più appetibile a un pubblico popolare gli imbonimenti del ciarlatano quanto la recita “non senza una sorta di sfarzo” di vere e proprie “commedie in tre atti” ripropongano pari pari l'identico schema a suo tempo illustrato da Ottonelli. Come si specifica nel prosieguo del brano citato, la compagnia di Buonafede Vitali (“la quale non era certo ottima, ma poteva contare su tre o quattro bravi attori e, nel suo insieme era ben preparata”128) comprendeva addirittura “un compositore di musica e una coppia di bravi cantanti”129. Era, insomma, almeno paragonabile – per ampiezza d'organico e per livello artistico – a una discreta troupe di professionisti puri. E lo testimonia il fatto che due dei suoi membri

il signor Casali, che aveva le parti di primo Amoroso, e il signor Rubini130, che rappresentava a meraviglia il ruolo di Pantalone, l'anno dopo sono stati chiamati a Venezia, il primo al teatro di San Samuele, l'altro a quello di San Luca131.



1 M.Eliade, Lo sciamanesimo e le tecniche dell'estasi, Edizioni mediterranee, Roma 2005, pp. 540-541. Dopo l'auspicio di Eliade, lo studio dei rapporti tra sciamanesimo e origini dello spettacolo è stato coltivato soprattutto nell'ambito del teatro tibetano (cfr. A.Attisani, Fiabe teatrali del Tibet, Titivillus, Firenze, 1996, pp. 169-174; A.Attisani, A ce lha mo. Studio sulle forme della teatralità tibetana, Olschki, Firenze 2001, pp. 122-138), e di quello giapponese (cfr. B.Ortolani, Il teatro giapponese. Dal rituale sciamanico alla scena contemporanea, a cura di M.P.D’Orazi, Bulzoni, Roma, 1998).

2 M.Leiris, Le culte des zar à Gondar, in “Aethiopica”, II (1934), n. 3, pp. 96-103; e n. 4, pp. 125-136.

3 M.Leiris, La possessione e i suoi aspetti teatrali, trad. it. di M.Schino, Ubulibri, Milano, 1988, pp. 10-11.

4 Ivi, p. 10.

5 «Questo termine di sarugaku si estendeva [...] a un gran numero di elementi eterocliti, alcuni dei quali erano destinati a incontrare una grande fortuna. Si tratta­va, in generale, di spettacoli da fiera. Vi si trovavano, ad esempio, acrobati, funam­boli, giocolieri, [...] danze agresti» (R. Sieffert, Introduzione a Zeami, Il segreto del Teatro Nō, Feltrinelli, Milano, 1966, pp. 28-9). Il sarugaku, dunque, pur costituendo la matrice del Nō, non è una forma drammaturgico-spettacolare, bensì un alveo informe che accoglie o genera disparate esibizioni sceniche. Saragaku, letteralmente, significa: «danza di scimmie».

6 «Si tratterebbe di una varietà di bugaku, eseguita durante le feste dei tempio di Kasuka, a Nara» (nota di Sieffert). Il bugaku era un ballo di raffinata elegan­za, importato dalla cina in Giappone, dove venne a sovrapporre i suoi ritmi su quelli più inconditi e sfrenati - della danza indigena kagura” (nota di Sieffert).

7 «Eurya ochnacea, l'albero sacro dello shintō» (nota di Sieffert).

8 Zeami, Il segreto del teatro Nō, cit., pp. 99-100.

9 Cfr. Zeami, Il segreto del teatro Nō, cit., p. 100, nota n. 8. Tanto nella versione di Zeami quanto in quella del Kojiki, l'invenzione e il valore sacro della danza appaiono strettamente correlati alla necessità di scongiurare l'eclisse di una Luce di­vina femminile (come è femminile il nome del sole, nella lingua giapponese). Se volessimo fermarci a una interpretazione naturalistica del mito, sarebbe facile dire che la danza nacque come rito magico ideale a sanare, in diverse forme, l'angoscia dell'eclisse: per 'costringere' i pianeti a riprendere il loro moto circolare - che sembra interrompersi quando un'ombra staziona sul disco del sole - fu escogitata la coreografia del girotondo; per 'costringere' il sole-femmina a uscire dall'ombra e ad esibire nuovamente il suo potere generatore, vennero concepite le movenze di uno spogliarello culminante nella spudorata esibizione del sesso femminile. Ciò, forse, corrisponde a realtà vissute dalle culture preistoriche. Ma risulterebbe fuorviante desumerne che il riso divino suscitato dallo spettacolo - nel mito - non sia altro che allegoria della rasserenante conclusione di un'eclisse. E’ vero, piuttosto, il contrario: ogni spettacolo deve suscitare una risoluzione dell'angoscia esistenziale (una illuminazione) tale da potersi specchiare simbolicamente solo nella indicibile luminosità di un sole-femmina che torna a ridere, in tutto il suo rinnovato fulgore, dopo la luttuosa stazione dell'eclisse.

10 Yasumaru, Ko-gi-Ki. Vecchie cose scritte, Bari, Laterza, 1980, p. 56. La versione italiana del testo giapponese, a cura di M. Marega, relega pudicamente in nota (e riferisce in latino) la descrizione letterale del gesto che, dopo il denudamento della dea, avrebbe fatto esplodere l'ilarità del suo numerosissimo 'pubblico': «pepulit et suspendit in vaginam cingulum vestis» (n. 190, p. 146). Occorre ancora ricordare che, sempre secondo il Ko-gi-Ki, Uzume avrebbe ripetuto le azioni tipiche della sua danza ancora una volta, per risolvere una seconda crisi celeste, af­frontando il mostruoso dio-maschera Sarutà-­biko, «Principe del campo di scimmie», che sembrava voler con­trastare il cammino all'«augusto figlio del sole Ho-no-ninighi» disceso sulla terra: “Quando Ninighi stava per scendere dal cielo, uno che era stato inviato in precedenza a vedere la strada, tornò indietro a dire: «Al crocicchio delle otto strade del cielo vi è un dio il cui naso è lungo sette palmi, la gobba è lunga più di sette piedi. La sua bocca e il suo di dietro emanano luce. Gli occhi sono come uno specchio e splendono come il frutto Akagaci». Gli dei inviano subito la dea Uzume per affrontare quel dio mostruoso; nessun altro dio era capace di fare ciò. Uzume si denuda il petto, abbassa la fascia e si mette a ridere'” (p. 89).

11 Spiriti, divinità.

12 B.Ortolani, Il teatro giapponese. Dal rituale sciamanico alla scena contemporanea, a cura di M.P.D’Orazi, Bulzoni, Roma, 1998p. 25.

13 Sciamana, strega, medium. Oggi si dicono miko giovani donne al servizio d’un tempio scintoista.

14 B.Ortolani, Il teatro giapponese…cit., p. 24.

15 Ivi, p. 24-25.

16 Cfr. Y.Honda, Okina sono hoka, Meizendō, Tokio, 1958.

17E’ questo l’appellativo dato all’attore che sostiene la parte principale in uno spettacolo, nonché il termine generico con cui viene definito il ruolo del personaggio da lui interpretato.

18B.Ortolani, Il teatro giapponese…cit., pp. 114-115.

19 K.Kerényi, Naissance et Renaissance de la tragédie. L’origine de l’opéra italien et celle de la tragédie grecque, in « Diogène », 1959, n. 28, pp. 31-32 (la traduzione è di chi scrive).

20 platone, Ione, in Opere, vol. II, Bari 1967, pp. 70-71. Abbiamo detto «socra­ticamente», ma sarebbe certo più esatto parlare di una concezione 'presocratrica', in quanto il Socrate platonico protagonista del dialogo affronta la questione della 'ispira­zione divina' del rapsodo con una buona dose di distacco ironico (evidente nelle sue ul­time parole, quando — dopo aver costretto Ione a riconoscersi «privo di intelletto» — gli propone di stimarsi 'invaso dal dio', ma commenta in velenoso sottotono: “Tale qualità, che a te sembra migliore, te la concediamo...”).

21 Aristofane, Le rane, in Théâtre, cit., vol. II, pp. 249-250 (la traduzione è di chi scrive).

22 Aristotele, La poetica, trad. di A.Mattioli, Rizzoli, Milano, 1956, p. 37.

23 Platone, Opere, vol. II, Laterza, Bari, 1967, pp. 822-833.

24 Cit. in Giamblico, I misteri egiziani, Milano, Rusconi, 1974, p. 254, n. 6.

25 Giamblico, I misteri egiziani, cit., p. 254.

26 Ivi, p. 81.

27 A.Tonelli, Premessa, a Le parole dei Sapienti. Senofane, Parmenide, Zenone, Melisso, trad. e cura di A.Tonelli, Feltrinelli, Milano, 2010, p. 23

28Vi fu un cittadino d'Argo (non di poco conto) che s'era convinto di assistere a meravigliose tragedie, mentre stava seduto - unico disposto all'applauso - nel teatro completamente vuoto […]. Costui, quando i parenti riuscirono a guarirlo dalla sua fissazione, e a farlo ritornare in sé con cure amorevoli e medicine adatte, disse: "Mi avete ucciso, miei cari, e non salvato, perché ho perso un grande piacere, e sento che a forza mi è stata strappato dalla mente una follia stupenda".

29 E.Faral, Histoire des jongleurs, bateleurs et saltinbanques au Moyen Âge, Arts secrets reprint, Orthez, 2011, p. 89. “Le fiere, che si tenevano nelle città e nei villaggi durante i giorni consacrati a certi santi, offrivano l'arena ideale alle loro esibizioni. A Provins, la sera del giorno di mercato, si assisteva a una vera e propria 'ritirata' tra giochi di luce, nel corso della quale i guardiani notturni percorrevano le strade portando torce accese, accompagnati da giullari che suonavano i loro strumenti musicali. Durante il giorno, strade e piazze erano affollate da imbonitori, e da venditori di teriaca e di essenze esotiche. In mezzo a loro, stavano affabulatori e mimi, acrobati e danzatori equilibristi, in breve: chiunque possedesse in una qualche misura le arti del divertimento. Le grida dei ciarlatani, di quanti esibivano pretese meraviglie e dei guitti non scoraggiavano né i narratori di fabliaux né i cantori di gesta epiche; la rotta, la ghironda, l'arpa riuscivano a farsi ascoltare, nonostante lo strepito delle buccine, delle trombe, dei flauti e delle raganelle”.

30 L.Allegri, Teatro e spettacolo nel Medioevo, Laterza, Roma-Bari, 1988, p. 90.

31 Treviso.

32 Cfr, A.Roncaglia, La letteratura franco-veneta, in Letteratura italiana, II, Il Trecento, a cura di E.Cecchi e N.Sapegno, Garzanti, Milano, 1965, pp.736.737.

33 Rozzi, stupidi.

34V.Bertolucci Pizzorusso, La supplica di Guiraut Riquier e la risposta di Alfonso X di Castiglia, in “Studi mediolatini e volgari”, XIV (1966), p. 111.

35 Ibidem.

36 Giocatore di bussolotti.

37 Antico termine baste, che significava inganno, raggiro.

38 I bussolotti di cui si servono ancora oggi i prestidigitatori (cfr. A.Franklin, Dictionnaire historique des arts, métiers et professions exercés dans Paris depuis le treizième siècle, Welter. Paris-Leipzig, 1906, p. 72).

39



40 Del testo, nelle citazioni seguenti, riferiremo – per comodità dei lettori - la versione in francese moderno curata da Claude-Alain Chevallier (ricordando che il monologo risulta diviso in una prima parte versificata, e in una seconda composta in prosa).

41 Burienne e Byterne: paesi leggendari.

42 L'erborista, elencando le pietre preziose, mescola nomi reali a nomi che si inventa per l'occasione.

43 Rutebeuf, Le dit de l'herberie, in C.A.Chevallier, Théâtre comique du Moyen-Age, Union général d'éditions, Paris, 1973, pp. 193-194 (“Signori che siete qui convenuti, piccoli e grandi, giovani e vecchi, avete seguito una buona ispirazione! Sappiatelo in verità: non sono qui per ingannarvi […]. Sedetevi, non fate rumore, udite […]. Sono medico, e sono stato in molti imperi. Il signore del Cairo mi ha voluto presso di sé per più d'una estate, e lì ho acquisito un grande sapere. Ho attraversato il mare e, di ritorno, ho percorso la Morea, dove mi sono trattenuto a lungo, poi sono stato a Salerno, a Buriana e a Biterno. Poi in Puglia, in Calabria e a Palermo, dove ho trovato erbe che possiedono virtù mirabili: per qualunque malanno vengano impiegate, lo fanno svanire; mi sono spinto sino a quella riva che brilla giorno e notte per le sue pietre preziose. Il Prete Gianni vi ha guerreggiato; non ho osato entrare nelle sue terre; sono rimasto al porto. Da laggiù, ho riportato gemme che fanno resuscitare i morti. Sono ferriti, diamanti, cresperiti, rubini, iacinti, perle, granate, topazi, tellagoni e galofazi. Colui che le porta su di sé non dovrà più temere minacce di morte»).

44 Ivi, pp. 194-195. (“Se la vena del culo vi fa soffrire, vi guarirò facilmente. Anche dal mal di denti posso guarirvi […], grazie a una piccola dose di questo unguento che adesso vi dirò. Vi spiegherò tutto sulla sua ricetta, non sto scherzando. Prendete grasso di marmotta, merda di fanello, il martedì mattino, foglie di piantaggine, uno stronzo di puttana ben stagionata, polvere di striglia, ruggine di falce, lanuggine e pula d'avena battuta il primo giorno della settimana. Fatene un impiastro. Lavate i denti con il succo che ne cola, e mettete l'impiastro sulla guancia. Dormite un poco: ve lo consiglio. Se quando vi svegliate non trovate segno di merda o di poltiglia, che Dio vi fulmini!»)

45 La ricetta giocosa contenuta nel Dit di Rutebeuf è il primo esempio a noi pervenuto d’un topos ciarlatanesco destinato a larga e diuturna fortuna. Se ne ritrova un’ultima eco addirittura tra le pagine de Il Ciarlatano pubblicato da Arturo Frizzi nel 1902: “Per i bimbi che soffrono vermi, prendete un po’ di Mandragola superiore, ungete le narici del bambino, quindi mettetelo su di un incudine, dategli 37 martellate sul capo, i vermi moriranno certamente. […] Per il mal di testa, si pone una mela in bocca, la testa in un forno. Quando la mela sarà cotta, il male di capo cesserà” (Arturo Frizzi. Vita e opere di un ciarlatano, a cura di A.Bergonzoni, Silvana Editoriale, Milano, 1979, pp. 151-152).

46 Ivi, pp. 195-197.”Io sono allievo devoto di una dama che è conosciuta come signora Trota di Salerno […] Sappiate che si tratta della donna più sapiente delle quattro parti del mondo. La mia signora mi ha inviato in molte terre e in diversi paesi, […] per uccidere fiere selvagge e per estrarne gli unguenti, onde poterne fare medicamenti per quanti sono afflitti da un qualche male. […] E poiché ella desidera che i poveri possano beneficiarne tanto quanto i ricchi, mi ha imposto che ne fissassi il prezzo a una piccola moneta (questo perché ci sono di quelli che hanno in borsa una sola moneta, ma non certo cinque lire). Mi ha dunque detto e ordinato che io ricavassi da ogni medicina solamente una unità della moneta in corso in ogni terra o in ogni città che stessi visitando: a Parigi, un franco parigino; […] a Londra in Inghilterra, una sterlina”.

47 Ivi, p. 192. L'argomento poteva forse avere una sua attualità. In effetti, verso il 1271 la facoltà medica di Parigi aveva emesso dei decreti contro erboristi e farmacisti, che permettevano loro di vendere solo rimedi poco impegnativi come lo zucchero rosato, l'acqua di rose, l'artemisia, ecc.

48 Vera e propria esibizione ciarlatanesca.

49 I tratti grossolanamente comici dell’opera originaria.

50 Attraverso circonlocuzioni, digressioni, deviazioni e spiegazioni solo pretestuosamente relazionabili all’elogio dell’erba medicamentosa (A.Yllera Fernandez, Los origenes del monólogo dramático: el “Dit de l’Herberie” de Rutebeuf, in “Epos Revista de filologia, n. 7, 1991, p. 397)

51Ascoltate tutti e cercate di capire, voi che molto spesso sprecate soldi in cose di nessun valore. Oggi vi è capitata una grande opportunità, se volete credermi. Che ne dite? Rispondete. Io sono un dottore di Salerno. Solo un pazzo potrebbe parlar male di me o disprezzare il grande dono che Dio mi ha dato, e che io ho confermato prima a Parigi e poi a Montpellier, dove sono stato all'università l'altro ieri (E.Picot, Le monologue dramatique dans l’ancien théâtre français, Paris, 1886-1888

52So guarire la gotta all'inguine, che affligge tante persone. Una gotta rabbiosa, che alcuni chiamano mal volatile, perché spesso va e viene; ma poiché si fa sentire dentro il culo, voi la chiamate gotta all'inguine.

53Chi assumerà tutti questi ingredienti […] guarirà, siatene certi senza ombra di dubbio, da quella super-angosciosa gotta che non risparmia nessuna e nessuno, e che ha nome gotta di culo.

54 G.Boccaccio


1   2   3   4   5   6   7   8


©astratto.info 2017
invia messaggio

    Pagina principale