Cinema e filosofia



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23.05.2018
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CINEMA E FILOSOFIA

PRIDE regia di Matthew Warchus

sceneggiatura: Stephen Beresford; fotografia: Tat Radcliffe; musiche originali: Christopher Nightingale; scenografia: Simon Bowles; costumi: Charlotte Walter; montaggio: Melanie Ann Oliver;

interpreti principali: Bill Nighy (Cliff), Imelda Staunton (Hefina Headon), Dominic West (Jonathan Blake); Andrew Scott (Gethin Roberts), George MacKay (Joe Cooper), Ben Schnetzer (Mark Ashton), Joseph Gilgun (Mike Jackson), Freddie Fox (Jeff Cole), Paddy Considine (Dai Donovan), Faye Marsay (Steph Chambers), Jessie Cave (Zoe).

produzione: Calamity Films ; distribuzione: Teodora Film;



origine: Regno Unito anno: 2014 durata: 120 minuti.

  • L’antitesi tra il proprio io e il resto del mondo implicita nella dottrina della negazione di se stessi scompare non appena abbiamo un interesse genuino per persone o cose al di fuori di noi. Grazie a simili interessi un uomo riesce a sentirsi parte della corrente della vita, non un’entità duramente isolata come una palla da biliardo, che non può aver alcun rapporto con altre entità sue simili, eccetto quello della collisione. La infelicità dipende tutta da una specie di disintegrazione, o mancanza di integrazione; vi è la disintegrazione interiore prodotta dalla mancanza di coordinamento tra la mente cosciente e quella incosciente; vi è la mancanza di integrazione tra l’io e la società, là dove i due non sono uniti dalla forza degli interessi e degli affetti (B. Russel, La conquista della felicità, Mondadori, Milano, 1989)



  • Perde forse la vita la sua bellezza, perché l’uomo deve lavorare per vivere? Sono ancora al vecchio punto: cosa si intende per bellezza? È bello vedere che i gigli nei campi, benché non filino e non tessano, sono vestiti più splendidamente di Salomone in tutta la sua pompa; è bello vedere gli uccelli trovare senza affanno il loro nutrimento; è bello vedere Adamo ed Eva nel paradiso, dove potevano avere tutto quello che volevano; ma è più bello ancora vedere un uomo che col suo lavoro conquista quello che gli abbisogna. È bello vedere la provvidenza che sazia tutti e pensa a tutto; ma è più bello ancora vedere un uomo che è, per cosi dire, la propria provvidenza. In questo modo l’uomo è più grande di ogni altra creatura, nel provvedere a se stesso. È bello vedere un uomo che ha dell’abbondanza di cui si è provveduto da sé; ma è bello anche vedere un uomo che opera il miracolo più grande, di trasformare il poco in molto, È una espressione della perfezione umana che l’uomo sappia lavorare; ed è un’espressione anche più alta, che egli debba lavorare. Se il nostro eroe vorrà adottare questa concezione, egli non si sentirà indotto a desiderare una sostanza acquistata dormendo, non si sbaglierà sulle condizioni della vita, sentirà la bellezza del lavorare per vivere, sentirà in ciò la sua dignità di uomo: non costituisce la grandezza della pianta che essa non tessa, ma è la sua imperfezione, che essa non possa tessere. (S. Kierkegaard, Aut-Aut, Mondadori, Milano, 1987)



  • […] i diritti dell'uomo costituiscono una classe variabile come la storia di questi ultimi secoli mostra a sufficienza. L'elenco dei diritti dell'uomo si è modificato e va modificandosi col mutare delle condizioni storiche, cioè dei bisogni e degli interessi, delle classi al potere, dei mezzi disponibili per la loro attuazione, delle trasformazioni tecniche, ecc. Diritti che erano stati dichiarati assoluti alla fine del Settecento […] sono stati sottoposti a radicali limitazioni nelle dichiarazioni contemporanee; diritti che le dichiarazioni del Settecento non menzionavano neppure, come i diritti sociali, sono ormai proclamati con grande ostentazione in tutte le dichiarazioni recenti. Non è difficile prevedere che in avvenire potranno emergere nuove pretese che ora non riusciamo neppure a intravedere […]. (N. Bobbio, L'età dei diritti, Einaudi, Torino, 1990)



  • Oltre ai processi di positivizzazione, generalizzazione, internazionalizzazione di cui ho parlato all'inizio, si è manifestata in questi ultimi anni una nuova linea di tendenza che si può chiamare di specificazione, consistente nel passaggio graduale ma sempre più accentuato verso un'ulteriore determinazione dei soggetti titolari dei diritti. […] Così rispetto all'astratto soggetto uomo, che aveva già trovato una prima specificazione nel cittadino […] si è fatta valere l'esigenza di rispondere con ulteriore specificazione alla domanda: quale uomo, quale cittadino? Questa specificazione è avvenuta sia rispetto al genere, sia rispetto alle varie fasi della vita, sia tenendo conto della differenza tra stato normale e stati eccezionali nell'esistenza umana. (N. Bobbio, L'età dei diritti, Einaudi, Torino, 1990)



  • Atteggiamento di rifiuto o di ostilità verso una persona appartenente ad un gruppo, semplicemente in quanto appartenente a quel gruppo e che pertanto si presenta in possesso di qualità biasimevoli generalmente attribuite al gruppo medesimo. (G. W. Allport, La natura del pregiudizio, La nuova Italia, Roma, 1973)



  • […] per la persona tollerante le differenze di gruppo sono trascurabili, non rilevanti. La persona tollerante non si precipita a valutare, a giudicare. Essa tende a non attribuire importanza alle differenze di gruppo; tende a sospendere il giudizio, ad elaborare, ad arrestarsi. D'altra parte, la persona affetta da pregiudizio, si fa prendere dall'angoscia, dalla fretta di costruirsi un'idea di fronte a ciò che non le risulta familiare. (P. Callegari, Il muro del pregiudizio, Liguori Editore, Napoli, 1994)



  • La persona prevenuta è dotata di categorie rigide, invarianti, monopolistiche. Si tratta di categorie così resistenti da configurare una mente chiusa. Sono le categorie che si conservano più facilmente, che semplificano l'esistenza nelle nostre rappresentazioni. (P. Callegari, Il muro del pregiudizio, Liguori Editore, Napoli, 1994)



  • Prima di tutto vennero a prendere gli zingari./ E fui contento perché rubacchiavano./ Poi vennero a prendere gli ebrei./ E stetti zitto, perché mi stavano antipatici./ Poi vennero a prendere gli omosessuali, e fui sollevato, perché mi erano fastidiosi./ Poi vennero a prendere i comunisti, ed io non dissi niente, perché non ero comunista./ Un giorno vennero a prendere me, e non c'era rimasto nessuno a protestare. (B. Brecht, Poesie, Einaudi, Torino, 1992)



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