Cinghiamattanza, le botte a destra



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L’Unità sabato 18 agosto 2007
Eduardo Di Blasi
All’armi, siam rock fascisti”
Tendenze inneggiano a Benito, allo scontro fisico, contro banche usuraie e pedofili, insultano la Reistenza: il fenomeno delle rock band di estrema destra esiste, soprattutto a Roma è in crescita, e veicola idee di cui è bene essere a conoscenza.

“Primo: mi sfilo la cinta. Due: comincia la danza. Tre: prendo bene la mira. Quattro: cinghiamattanza!”. Quando Gianluca Iannone, leader degli Zetazetaalfa, gruppo musicale della “destra non conforme” romana, urla nel microfono , gli spettatori sotto il palco iniziano a percuotersi fra loro con la cintura dei pantaloni. C’è una fascinazione da Fight Club, il film di Eduard Noreton e Brad Pitt tratto dall’omonimo libro di Chuck Palahniuk, da anni presente nell’immaginario collettivo di quel mondo. Qualcosa di goliardico ci spiegano. “ perché poi non è che ci si fa male, non si mira alla testa e la cintura non si gira dalla parte della cinghia”. Sarà.

Ecco: per capire la musica della nuova destra fascista ( e non solo) italiana, non ci si deve rifare a un genere, anche se un misto tra “street punk, rocketto goliardico, caciarone e sguaiato” per dirla con il loro produttore Flavio Nardi, accomuna InseDia(che hanno qualche accento Ska) e Aurora e in parte, ache se qui il rock diventa più pesante, ZZa. Giocano più sulla melodia i 270bis e gli Hobbit. Suoni decisamente più rock sono quelli del Londinium Spqr e la Peggio gioventù. Più elettronici i Sotto Fascia Semplice. Seconda annotazione: il legame tra questi gruppi non è nella qualità della musica (inizialmente bassissima), ma nella comunità per cui quella musica è scritta: Perché sia chiaro, siamo davanti a quello che senza internet, sarebbe rimasto sommerso di gruppi che hanno nel proprio immaginario l’idea di vivere “sotto assedio”.

Secondo Nardi, uno dei pochissimi produttori dell’area( l’etichetta si chiama Rupe Tarpea), questa è ancora musica che sentiamo per noi e tra di noi e che per paradosso internet sta ingrandendo”. Fa un esempio. “Il rock identitario francese voleva parlare agli altri, voleva arrivare ad essere distribuito dal FNAC,. Per questo hanno perso la propria base e non sono riusciti nell’intento di essere ascoltati fuori”. In Italia le cose sono andate diversamente.



I testi. L’universo di riferimento è quello che è. Siamo davanti ad una canzone di militanza neo-fascista. C’è chi usa la goliardia (la hit che da il titolo agll’ultimo album degli InSediA è quando c’era lui) e chi la butta giù più pesante (…..) Pemane il concetto di scontro fisico nei brani ….E prendono musica le parole d’ordine di questa destra: ordine, italianità , guerra alle banche , all’aborto, alla pedofilia…..

Quanti li ascoltano. Poichè la comunità di riferimento non è fortunatamente così ampia, le copie vendute si aggirano sulle 5/6mila copie per un gruppo come i 270bis, sotto le duemila per gli altri. Il disco che ha venduto di più è stato quello del cosiddetto “De gregari nero”, Massimo Morsello: aderente ai Nar, riparato in Inghilterra per sfuggire a un mandato di cattura, fondatore con Roberto Fiore di Terza posizione Internazionale, deceduto a 43 anni per un tumore. Il suo Direzione del vento arrivò nel 1998 a 13 mila copie.” Ormai, però, spiega Nardi , questa musica si diffonde soprattutto via internet”, i ragazzi di 17 anni di oggi non hanno mai sentito un cd. Anche i concerti non sono oceanici. Mentre i gruppi Skin che sono un’altra cosa, riescono a radunare nei momenti maggiori fino a 2mila persone, qui siamo sui 3900/400 spettatori raccolti in club o, più spesso, in discoteche prese in affitto. Il raduno maggiore c’è stato l’anno scorso a Rieti. Era dedicato a Luigi Ciavardini, condannato per la stage di Bologna: il titolo era “Rock per la verità”. Ci andarono 2mila persone: quella di un’altra verità per Bologna, che vede Ciavardini capro espiatorio, è un obiettivo condiviso da questa destra. Su una platea di 50/60 gruppi attivi, in Italia si fanno 150 concerti l’anno. La pubblicità delle date e dei luoghi dei concerti è mimetica: “Se uno va nelle librerie o nelle birrerie più vicine al nostro circuito trova le locandine. Per informazioni c’è il numero di telefono. E’ la vecchia mentalità di tenere la guardia alta”.

Chi sono. I”padri” sono negli anni ’70.: Compagnia dell’Anello, Janus, Amici del vento, Francesco Mancinelli. Sono gli anni dei “Campi Hobbit””. L’idea che si era fatta strada anche nel MSI, era creare un tessuto comune(artistico, musicale, culturale) in cui i militanti si potessero riconoscere. C’è una parola per definirlo:metapolitica. Spiega Nardi, che pochi anni più tardi sarebbe diventato il fondatore del Dart( la Divisione Arte del fronte della Gioventù):” C’era una specie di cortocircuito per cui il militante classico arrivava a un bivio: o diventare un politico di professione o si disamorava, metteva su famiglia, trovava lavoro. La metapolitica ha creato una specie di ponte tra le generazioni”. Una variabile importante per la diffusione del messaggio sono state le radio libere. La maggior fu “Radio Alternativa”, che trasmetteva dalla sede del fronte della Gioventù di via Sommacapagna. Ad animarla Teodoro Buontempo. Niente dischi: la musica viaggiava su audiocassetta, spesso autoprodotta. La distribuzione? “Dal giornaletto “La voce della fogna” di Tarchi ai centri librari. Niente negozi di dischi: non ce li prendevano”. I “figli” arrivarono negli anni’80: Intolleranza e Marcello de Angelis. La musica perde in parte quell’alone mitologico per raccontare la strada, l’idea, i nuovi martiri uno dei quali è il fratello di Marcello de Angelis, Nanni(militante di Terza posizione, il “piccolo Attila” cantato da Gabriele Marconi) trovato morto in carcere. Anche Marcello, militante di terza posizione, fuggì in Inghilterra dopo una condanna per attività eversiva. Adesso è senatore di AN. E siamo ai “nipoti”, quasi tutti romani: Zza, Insedia, Aurora, Hobbit, Sotto fascia semplice, La peggio gioventù, Spqr, 270bis (il gruppo di De Angelis). Ogni gruppo ha una sua parte politica nella galassia della destra. Iannone (Zza) e Giuliano Castellino (lpg) militano nella Fiamma tricolore. Aurora e insedia sono vicini ad Azione Giovani. Gli Hobbit a Forza Nuova. I movimenti della galassia nera non si amano. La musica accomuna. Come se non avesse colore, tra le sfumature del nero.

L’Unità venerdì 4 gennaio 2008
Eduardo Di Blasi

Duri, duri, punk. Contro i neonati
L’Unità
Eduardo Di Blasi

Radio bandiera Nera, quando, l’adunata è sul web
E’ la sera del venerdì. La ragazzina legge un testo complicato che parla di fascisti eroici, militanza, pericoli bolscevichi. Sbaglia accenti, parole, a volte non riesce a comprendere il senso della frase e mette un punto che non ci dovrebbe essere. Dalla voce avrà meno di 18 anni. Propone una canzone su un soldato fascista ferito che continua a marciare. Poi riprende la lettura con la sua cadenza militaresca che passa sopra la grammatica italiana senza pietà.

Htpp://www.bandieranera.org/player.html, la radio via web dei giovani accoliti del Duce, trasmette a tutte le ore, da Roma (altra iniziativa del gruppo che si riunisce attorno al centro sociale di destra di Casa Pound), Varese, Milano, Bolzano, Genova, Trieste, Palermo, l’Aquila…Una rete di dj neri (tra cui dj Anti-antifa) che, dopo le prime prove tecniche di trasmissione, è attiva con un proprio palinsesto ormai da qualche mese. Parla al proprio mondo, con gli slogan che hanno fatto la fortuna di Blocco Studentesco, il movimento giovanile di Fiamma Tricolore legato anche lui all’esperienza di Casa Pound (“C’è una nuova adunata sediziosa nel web, radio Bandiera nera”), e con contenuti che rimpiangono il ventennio messi in bocca a ragazzi che non sembrano comprendere a pieno la portata. RbN è l’ultimo veicolo commerciale prodotto da questa destra “non conforme”, promuove la proprio musica identitaria, le nuove immagini fatte di cartoni animati giapponesi anni’80 mondo ultras, hardrock punk d’oltreoceano.

Ha una propria rassegna stampa, una propria rubrica sportiva (“ Aridatece novantesimo”, che fa suonare in sottofondo la sigla di Shigo Tami dei Superboys, papà, calcisticamente parlando della più fortunate serie animata giapponese di Holly e Benij) e diversi collegamenti improvvisati con microfoni che sembrano essere messi in una stanza con due tre persone che parlano di ciò che gli pare, dal programma di Walter Veltroni, ai cechi del grano, senza una logica precisa. Essendo una radio identitaria ci si saluta con “un saluto ai camerati”. Ed essendo realizzato in parte da ragazzi molto giovani, nell’indicare nuove manifestazioni possono anche uscire frasi del tipo “riesce a coagulare i giovani”. Quando ci si domanda del perché la destra riesce a far presa sui ragazzi con messaggi che sembrano lontani secoli rispetto alla società attuale basta ascoltarla per un paio d’ore. E vedere miscelate canzoni come “Son morto nel Katanga venivo da Lucera” della Compagnia dell’Anello e Cyrano di Francesco Guccini. E sentirli parlare.
La Repubblica
Laura Mari

Cinghiamattanza, le botte a destra

Finisce su you tube l’ultima “moda”, Dai licei a Colle Oppio
Le regole sono precise, inquietanti ed inequivocabili: non usare la fibbia, combattere a torso nudo, prendere la mira e poi colpire il più violentemente possibile. Il macabro gioco nato dagli ambienti dell’estrema destra capitolina si chiama “ Cinghia mattanza”, una feroce battaglia condotta a colpi di cinture è talmente praticata nei circoli fascisti da spopolare persino su You Tube. Da mesi infatti impazzano ondine i video registrati durante alcuni raduni dei giovani nei circoli capitolini di estrema destra.

Nel video “ Cinghia Mattanza Casal Bertone”, ad esempio, si vendono decine di ragazzi con le teste rasate che si picchiano a colpi di cintura durante il concerto del gruppo ska”ZetaZetaAlfa”, la band che ha creato la canzone ispiratrice della danza. Il testo, infatti, non solo detta le regole del gioco(“uno mi sfilo la cinta; due: inzia la danza; tre:prendo la mira) ma addirittura definisce i giocatori come una casta guerriera che pratica la cinghia mattanza”.

Un gioco folle praticato, come testimoniano i video pubblicati su Yoi Tube, non solo nei circoli di destra (particolarmente violento il video girato a “ casa d’Italia” nel quartiere prati, dove giovani ventenni agitano compiaciuti le cinture di pelle prima di iniziare la lotta), ma anche in alcune scuole romane. Nel video “ CinghiaMattanza a scuola”, ad esempio si vedono due studenti che si picchiano a colpi di cinta nei corridoi del liceo Archimede, mentre il filmato “ Cinghiamattanza a Colle Oppio” mostra come l’insensata e violenta battaglia sia diventata una moda praticata dai giovani anche nelle piazze e nei quartieri della capitale.

Una lotta, quella iniziata nei circoli di estrema destra, che sta conquistando sempre più giovani, al punto che su internet esiste anche un blog (www.cinghiamattanza.blospot.com) dove non solo la cinghia mattanza viene inequivocabilmente definita come una danza macabra che si fa tra camerati” ma addirittura di incitano gli utenti a “ prendere tutti a cintate, dal vicino di casa al postino , alla suora”




La repubblica venerdì 22 febbraio 2008
Marco Lodoli

La scuola – Quegli studenti travolti e persi nella passione della Destra

“Mai più antifascismo!” sta scritto sui manifesti neri appesi da Lotta Studentesca sui muri della nostra città, ed è una chiara rivendicazione delle proprie origini e di un volontà politica che fa tremare le vene ai polsi. Sono i ragazzi dell’estrema destra organizzati da Forza Nuova e Fiamma tricolore, che raccolgono sempre più consensi nelle scuole, soprattutto quelle di periferia, e che piazzano i loro rappresentanti negli organi direttivi dei vari istituti. Dopo che per tre decenni almeno la sinistra, in tutte le sue forme ha conquistato le simpatie degli studenti, ora la tendenza sembra un’altra, addirittura opposta.

Già da tempo avevo notato che era raro incontrare una ragazzo di “sinistra”: e se c’era, era un solitario, un’anima bella che faticava a raccontarsi con gli altri, con il nostro tempo, con un’idea di impegno. I pochi studenti di sinistra sono attratti per lo più dall’arcipelago dei centri sociali, dove si sta insieme per godersi meglio la vita e per rifiutare la guerra, ma difficilmente ci si organizza per mettere in piedi una lista per le elezioni scolastiche..

Quella è una faccenda noia, grigia, senza squilli e viene intesa come tempo sprecato. In fondo lo studente di sinistra è un’edonista di qualità, uno che vuole ascoltare buona musica, bersi le sue birrette, criticare l’imperialismo americano. Non ha voglia di perdere tempo nei consigli di istituto. Gli studenti di destra invece, sbandierano parole infiammate come” comunità”, “rivoluzione”, “identità”, che già da parecchio hanno iniziato a fare proseliti e creare strutture. E così le scuole s’affollano di ragazzetti pronti a penetrare nei meccanismi democratici e creare strutture. La base emotiva di tutto ciò sta nel rifiuto degli extracomunitari, visti come invasori, ladri di lavoro, inquinatori dello spirito e della carne nazionale. Insomma : nelle scuole la sinistra è allo sbando e cresce ogni giorno la falange dei giovani fascisti, che non sanno nulla di cosa è stato il ventennio, delle leggi razziali, ma che si sentono forti e uniti in un mondo sempre più debole e sparpagliato.


Repubblica (23 febbraio 2008)

Il cuore nero dei giovani d’Italia


Viaggio alla scoperta dell’ultradestra

Tra nuovi slogan e vecchi ideali, identikit del “balilla” del 2008

di CONCITA DE GREGORIO


ROMA - I balilla che governano la “Cosa nera”, parlamento delle scuole romane, non si riconoscono dalla divisa: non ce l’hanno. Nemmeno quella diffusa sui giornali da foto d’archivio: ray-ban a goccia specchiati e bomber di pelle, capelli cortissimi. Non si usa più: sono i più grandi semmai a bardarsi ancora così, gli ultra ventenni e Cesare Previti quando si veste da giovane, la domenica mattina. I ragazzini di 15-17 anni eletti in liste di destra che gestiscono gli 80mila euro della Consulta provinciale studentesca insieme alla gloria di aver defenestrato la sinistra da sempre al potere sono indistinguibili da migliaia di loro simili.

Andrea Moi, 17, presidente della Consulta, è un adolescente con la voce ancora sottile, secondo di tre figli cresciuto in mezzo a due sorelle, vive a Roma Sud - Colli Albani - e va a scuola al Terzo istituto d’arte, fermata della Metro Giulio Agricola. Milita in Azione giovani da quando aveva 13 anni, è in consulta da quando ne aveva 14. Dice che “un tempo a scuola in assemblea si parlava solo di temi difficili e lontani dagli interessi dei ragazzi tipo l’Europa, gli anni Settanta. Ora finalmente di discute di cose che interessano a loro: il caro cd, il caro libri”. Va così e attenzione a sottovalutare o liquidare con spallucce la portata dell’onda.

Le battaglie sono per utilizzare l’aula di informatica, mettere i pannelli solari sul tetto, fare più ore di educazione fisica e più gite “a contatto con la natura”, possibilmente senza telefonino perché “lo spirito se ne giova”. Per avere libri di testo non obbligatori, insomma non studiare la storia solo sul Villari, ma almeno affiancarlo, dice Moi, a “un libro che mi dica che la Rivoluzione francese è stata anche una carneficina e che non liquidi in tre righe la rivolta di Vandea”.

A Roma otto anni fa gli studenti di destra eletti nel Parlamento dei ragazzi erano 20 su 400. Oggi sono la maggioranza assoluta, più di 200. Decuplicati. Marco Perissa, 25 anni, responsabile scuola per Roma di An: c’era allora e c’è adesso. Nel ‘99 era uno dei consiglieri della Consulta, “facemmo il libro bianco sull’edilizia scolastica”. Dice: “Ha vinto la destra perché ha perso la sinistra. Ci siamo inseriti nell’antipolitica e abbiamo rubato voti alla sinistra ideologica. Le abbiamo opposto una destra pragmatica: non tutti gli studenti che ci votano sono di destra, anzi. Ci votano perché facciamo le cose. Perché gli anni Settanta sono lontani e non si può restare lì, perché pensiamo all’oggi”.

Dunque vediamo, oggi. Oggi al Tufello, periferia romana, c’è qualche centinaio di studenti di sinistra che sfila in mezzo ad una impressionante saracinesca di polizia: ricordano Valerio Verbano, studente dell’Archimede ucciso dai fascisti nell’80, sua madre apre il corteo. Esprimono solidarietà a Simone, ex studente dell’Aristofane di Vigne Nuove picchiato qualche giorno fa da una spedizione punitiva del Blocco studentesco, falange scolastica della Fiamma.

Il Blocco - sede principale a Casa Pound, centro sociale di destra - ha conquistato quest’anno 55 rappresentanti alla Consulta. Uno di loro è Giorgio Evangelisti, 17 anni, studente del Convitto nazionale fin da quando era in terza elementare. Il Convitto è la scuola della classe dirigente, fama di rigore estremo. Giorgio dice che “è l’ora di finirla con questa storia che siamo violenti e razzisti. Al corteo per le foibe c’erano quattro ragazzi di colore, uno di loro è attivista nella sezione di Roma Nord. Picchiare ci si picchia, ogni tanto, succede da sempre. Però quando noi abbiamo fatto volantinaggio davanti al Tasso due mesi fa sono venuti a menarci con caschi e bastoni, una cosa organizzata, non dico bugie, e non ne ha parlato nessuno. Fa notizia, la violenza, solo quando fa comodo a sinistra”. Non è proprio così, questa è una versione di Giorgio, parte in causa.

Dice anche che è una bugia che la destra cresca solo in periferia e la sinistra mantenga le roccaforti del centro storico. Vediamo la mappa delle scuole, come è cambiata. Fortino del Blocco è il Farnesina, scientifico di Vigna Clara: è lì che è cominciata la prima occupazione della Destra “perché non se ne poteva più di far lezione nei container, ci pioveva dentro”. Due del Blocco sono eletti al liceo classico Visconti, piazza del Collegio romano, la sede del processo a Galilei. Al Righi, lo scientifico più rinomato della città, il rappresentante di istituto è di Azione studentesca, braccio nella scuola di Azione giovani. Il Giulio Cesare, un tempo classico di destra, ha oggi un esponente di sinistra e uno cattolico. Restano “rossi” il Mamiani, il Virgilio, il Tasso.

La destra va fortissimo allo scientifico dei Parioli, l’Azzarita, dove il Blocco raccoglie firme per far intitolare l’aula magna a Nanni De Angelis. “Sa chi è? - domanda Evangelisti - un ragazzo degli anni Settanta”. Due consiglieri di destra sono stati eletti al classico Nomentano, uno allo scientifico Benedetto da Norcia, due al tecnico Armellini di San Paolo fuori le mura. Non si parla solo di Ostia, dunque. Andrea Moi cita il coraggio del giovane eletto con As al Machiavelli di via dè Volsci, quartiere San Lorenzo, roccaforte storica della sinistra radicale, Radio popolare e controcultura militante. “Però non lo nomini per favore perché magari a scuola non lo sanno che è di destra”. Ecco, magari non lo sanno.

La novità è che il 65 per cento degli studenti romani ha votato a destra ma magari, una parte almeno, non lo sa. Azione studentesca ha uno slogan che dice “Contro lezioni tristi e grigi professori, per una scuola capace di divertire e unire”: un programma capace di raccogliere l’unanimità dei consensi. Quando il Blocco chiede “più ore di ginnastica” non lo fa esponendo un manifesto di prestanza fisica neomussoliniana, sui manifesti delle elezioni scolastiche ci sono gli eroi del film western e Bart Simpson quello dei cartoni animati, e poi fare più ginnastica vuol sempre dire fare meno greco e estimo. Per arrivare allo scacco del due a uno (la Cosa nera vede 15 consiglieri alla destra, 10 alla sinistra) le due liste romane di destra, fra i quattordicenni, hanno fatto “propaganda sulle cose”.

Aule più belle, libri e cd meno cari, più ginnastica e più gite. L’anticomunismo un sottile sottofondo, scenario per ora marginale. Intanto stare meglio, divertirsi di più. Poi è alle manifestazioni politiche che tornano fuori i simboli, le croci runiche e le aquile. Arrivano i venti e anche trentenni, lì. Sono loro che menano la danza. L’8 febbraio era previsto un convegno della Consulta al teatro Brancaccio. Tema: “Istria, Slovenia, Dalmazia: anche le pietre parlano italiano”. Dopo tanti convegni sulla Resistenza, dicono i balilla, ora che il vento è cambiato finalmente uno sulle foibe.

Perissa, il responsabile scuola: “Purtroppo 15 attivisti del collettivo del Virgilio hanno tirato un fumogeno nel teatro, Costanzo ha ritirato la disponibilità della sala, duemila studenti pacifici sono rimasti per strada. La riprova questo che non è un paese libero”. Le cronache di quel giorno raccontano una storia diversa. Scontri violenti in via Nomentana fra adulti neofascisti e studenti delle scuole del centro. Nel blog di Casa Pound però c’è scritto che non bisogna leggerli i giornali. La verità è nella “forza dell’azione”. La rivoluzione è la nostra: “Sveglia bastardi, la ricreazione è finita”. Marx, ha stancato: “Dopo Marx, aprile”. Una nuova primavera invisibile, per alcuni inconsapevole. Ma si sa che la coscienza politica si forgia con costanza: a tredici anni voti per la gita in Abruzzo, a sedici per i computer nuovi in aula d’informatica. Le foibe dopo, c’è tempo.

La repubblica - Mercoledì 19 marzo 2008
Carlo Bonini

Il nuovo manifesto del delirio ultrà

La rivoluzione parte dalla curva”


Nella notte di un derby che, in nome di Gabriele Sandri, si annuncia della pubblica riconciliazione” almeno tra tifoserie, c’è una scoperta che racconta dell’altro. Di quale odio covi nelle curve dell’Olimpico, quale ne sia il segno ideologico e il possibile trasversalismo, quali possono esserne gli sbocchi, dentro e fuori lo stadio. Non stanotte. Non domani. Ma in un futuro non troppo lontano. E’ un ciclostile di ventinove pagine dal titolo onirico-“Ultras oltre il tempo. Storie di barricate e lacrimogeni”- che all’alba del 23 febbraio scorso, viene trovato in un appartamento di Ponte Lungo, quartiere tuscolano. L’uomo che ne è in possesso non è esattamente un ragazzino. Si chiama Roberto Sabuzi. Ha 41 anni ed un lavoro . E’ un tifoso della Lazio. Si fa chiamare “er capitano”. Gli mettono le manette per ordine del pubblico ministero Pietro Saviotti. Perché ha partecipato ai fatti dell’11 novembre 2007, la domenica della vendetta, dell’assalto alle caserme. La notte in cui il sangue di Gabo doveva chiamare altro sangue.

Gli investigatori che si rigirano tra le mani lo scartafaccio si stropicciano gli occhi. Non tanto per l’abborracciato quanto farneticante scheletro ideologico che lo sostiene. Ma per ciò che il documento , per la prima volta suggerisce e teorizza: un abbraccio tra una forma di fascismo primordiale, delle origini e il ribellismo anarchico; l’urgenza di una nuova forma di “clandestinità “ nelle curve che recuperi le origini del “pensiero ultras” rendendo invisibile le nuove sigle che a quel pensiero si ispirano; la necessità di rompere il “ghetto” dello stadio per esportare nelle piazze “la rivolta”. Insomma, un nuovo “ trasversalismo della ribellione violenta” come vuole l’incipit del documento; “Dedichiamo questo scritto a tutti i patrioti, rivoluzionari e ribelli italiani. In particolare: a Garibaldi, alle squadre di azione e le sette carbonare del risorgimentali: agli Arditi della prima guerra mondiale; a Benito Mussolini;…agli eroi di Bir El Gobi ed el Alamein: a Carlo Giuliani, per non dimenticare; a Edo, Sole e Baleno, come a tutti gli anarchici scomparsi nelle prigioni di stato dei quali da anni non si ha notizia, con immenso rispetto”

Il ciclostile ha delle annotazioni in corsivo . Di Sabuzi, sono convinti gli inquirenti. Che, verosimilmente ne è anche uno degli estensori. Sicuramente il ciclostile ha circolato e circola nelle curve. “Ci teniamo a precisare-si legge- che questo ciclostilato non ha assolutamente scopo di lucro. Le piccole offerte serviranno a sostenere le spese processuali sostenute dalle famiglie di alcuni nostri amici….Non possono essere descritti tutti gli scontri ai quali abbiamo partecipato. Qualcuno di noi dovrebbe cominciare dalla fine degli anni ’70…Nessuna resa all’assalto del tempo, per carità. Nuovi impulsi di ribellione si aprono a chi sa trovare la strada. Non troverete nomi, cognomi, codici di identificazione. Chi deve capire, che c’era, capirà. Alle guardie di tutte le età, le condizioni, le simpatie umane e calcistiche: non leggete queste pagine!”.

Il gruppo si presenta così: “Siamo ultras romani e vogliamo manifestare il nostro disagio (a volte disgusto) nei confronti di un ambiente che non ci appartiene più…Nell’inesorabilità e nella durezza di una repressione invocata dagli “ spacciatori dell’oppio dei popoli ( il calcio),dai seminatori di in cultura sociale, dalla meschinità degli pseudo ultras, di fronte al Dio denaro, legami fino a ieri indissolubili si sciolgono provocando fratture insanabili”. La strada, dunque, è un ritorno alla “purezza” sotto l’ombrello di una nuova sigla “Ultras Lazio”. “Ultras Lazio”-si legge- è l’incontro di anziani militanti della curva Nord con i giovani ultras che vogliono effettivamente sperimentare l’impulso della mentalità ultras in luogo di qualsiasi altra esperienza esistenziale, che viene considerata da questi giovani con disprezzo “borghese”…Prende così corpo l’idea di un movimentiamo ribelle ed irregolare antipolitico, quello stesso che ha contrassegnato la storia del “primo fascismo”. Per farne cosa?

“Il nucleo più consapevole degli Ultras Lazio -prosegue il documento- ha un retroterra teorico che lo porta ad identificare nello squadrismo mistico-fascista l’essenza di una condotta che vuole essere una risposta nelle nera consapevolezza di una sterilità politica contingente (la politica” è rifiutata dai ribelli in quanto luogo di tenebrosi giochi di tipo capitalistico e mercantilistico, inevitabilmente scaduti a logiche di accumulazione di denaro fondate su intrighi e menzogne)”.

Nella farneticazione squadrista, il ciclostile indica la ricerca di aggregazione con ogni forma di nuovo radicalismo . “Riserviamo stima,senza ombra di dubbio, a quei compagni di cui condividiamo la mentalità radicalista, barricadiera, che li porta non a caso in prima fila nella lotta a fianco delli oppressi e degli emarginati”- e un metodo. “Per i giovani delle squadre fasciste del 1919 e del 1920, il farsi fascisti divenne una ribellione ai costumi, alla morale, alle ipocrisie e alle debolezze della borghesia. Non può cos’ stupire che quando parte “ la carica alle guardie” il grido di battaglia, come una sfida intera al mondo antifascista, rimane il classico “ Duce, Duce”.

Nella cartellina in cui Sabuzi custodiva il manifesto del nuovo “ultras”, un secondo documento di 23 pagine, in lingua inglese- Bodyhanner: tactis and self-defense for moderm protester- traduce la teoria in prassi della violenza. Si va dalla storia delle centurie romane e della formazione a testuggine, agli scontri di Napoli (17 marzo 2001) tra no-global e polizia. Di quell’esperienza si consiglia di ricordare l’utilità dei grandi scudi di plexiglass”. “ leggeri, facili da fabbricare, psicologicamente disarmanti per la polizia, che non potrà vedere la prima linea di carica, perdendo così il senso di adrenalina nei confronti dei singoli lanciati all’assalto”

 Repubblica (26 marzo 2008)

Università, la carica delle liste di destra


Prime a Tor Vergata. E ora tentano il bis anche nell´ateneo di Roma Tre

di Anna Maria Liguori

Conquistano spanna dopo spanna il vasto territorio universitario: la destra, non più quella dura e pura degli ultras, ha ormai un ruolo fondamentale nella compagine degli atenei romani, riuscendo a scalzare la sinistra. Persino Roma Tre, intoccabile feudo rosso, sta subendo la scalata di Azione Universitaria legata ad Alleanza Nazionale mentre l´estrema destra di Blocco studentesco della Fiamma Tricolore e i giovani di Storace, Gioventù Italiana, sono inesistenti.

«In due anni siamo passati ad essere la seconda lista d´ateneo» afferma Stefano Pacetti, senatore accademico di Azione Universitaria a Roma Tre «Sono 800 tesserati su una popolazione di circa 35 mila studenti. Tre anni fa eravamo la quinta lista d´ateneo. Siamo risultati credibili perché ci siamo messi a disposizione portando avanti delle iniziative di sindacalismo studentesco come le tasse universitarie e il numero degli appelli straordinari cosa ambita dagli studenti».


La parola d´ordine infatti è «accanto agli studenti», un tipo di proselitismo caro anche alla sinistra. «A queste iniziative abbiamo affiancato le nostre consuete battaglie politiche - continua Pacetti - tutte le iniziative atte a promuovere la cultura e i valori come la campagna sui servizi dell´università come il diritto allo studio, i trasporti le mense e le residenze». E negli ultimi anni la destra di Roma III si è opposta fortemente alla sinistra come nella battaglia delle Coca Cola contro chi la voleva vietare in Ateneo, o quella della mostra sulle foibe e negli ultimi mesi è stata fatta l´unica occupazione universitaria per protestare contro il ministro Mussi e i tagli all´università».
Diego Piccoli coordinatore della lista di centrosinistra "Ricomincio dagli studenti" ribatte sulla situazione a Roma Tre: «Noi siamo la prima lista d´ateneo, con il 38 per cento dei consensi. Siano presenti in tutti gli organi centrali e abbiamo la maggioranza in molti consigli di facoltà. Roma Tre è un´università molto spostata a sinistra, ci sono anche i collettivi che sono la terza lista d´ateneo. In questi ultimi anni c´è in effetti un´avanzata della destra, che si è organizzata molto bene. C´è un buon confronto tra noi. Mentre nella facoltà di Scienze politiche c´è la destra più estrema e li il clima è più aspro ed è molto più facile che ci sia lo scontro piuttosto che il confronto».

Roma Tre vive una situazione opposta a quella della Sapienza, dove Azione Universitaria è praticamente inesistente. «La situazione però è cambiata negli ultimi mesi - dice Alessandro Caruso di Azione Universitaria - proprio perché c´è un vento che ci spinge nelle università e abbiamo riattivato i nuclei delle facoltà storiche come giurisprudenza ed economia. E abbiamo dimostrato quel che siamo il giorno dell´inaugurazione dell´anno accademico quando siamo stati l´unico gruppo a protestare all´interno della città universitaria per la mancata visita del Papa, davanti al rettorato, tutti studenti della Sapienza di Azione universitaria».


Tor Vergata è invece interamente conquistata della destra. Negli ultimi dieci anni ha sempre rappresentato l´ateneo e qui Azione Universitaria ha riscosso i maggiori successi: sempre eletti i loro rappresentati negli organi centrali e negli organismi nazionali (Cnsu) e tuttora sono prima lista d´ateneo. «Non è solo un momento di grazia, dietro c´è la fatica costante degli studenti militanti - sottolinea Luciano Cavaliere di Azione universitaria - sono i più attivi: entrano la mattina alle 8, fanno l´affissione delle locandine con il tema del giorno e fanno il volantinaggio, poi sono a disposizione negli spazi deputati alla rappresentanze studentesche e lì ricevono gli studenti per aiutarli a fare il piano di studi o per altre cose, poi rimangono fino a sera e sono sempre gli ultimi ad uscire».


E ieri ?.......


24 giugno 1974.
Pier Paolo Pasolini

Il vero fascismo e quindi il vero antifascismo

«Che cos’è la cultura di una nazione? Correntemente si crede, anche da parte di persone colte, che essa sia la cultura degli scienziati, dei politici, dei professori, dei letterati, dei cineasti ecc.: cioè che essa sia la cultura dell'intelligencija. Invece non è così. E non è neanche la cultura della classe dominante, che, appunto, attraverso la lotta di classe, cerca di imporla almeno formalmente. Non è infine neanche la cultura della classe dominata, cioè la cultura popolare degli operai e dei contadini. La cultura di una nazione è l'insieme di tutte queste culture di classe: è la media di esse. E sarebbe dunque astratta se non fosse riconoscibile - o, per dir meglio, visibile - nel vissuto e nell’esistenziale, e se non avesse di conseguenza una dimensione pratica. Per molti secoli, in Italia, queste culture sono stato distinguibili anche se storicamente unificate. Oggi - quasi di colpo, in una specie di Avvento - distinzione e unificazione storica hanno ceduto il posto a una omologazione che realizza quasi miracolosamente il sogno interclassista del vecchio Potere. A cosa è dovuta tale omologazione? Evidentemente a un nuovo Potere. 


     Scrivo "Potere" con la P maiuscola - cosa che Maurizio Ferrarà accusa di irrazionalismo, su «l’Unità» (12-6-1974) - solo perché sinceramente non so in cosa consista questo nuovo Potere e chi lo rappresenti. So semplicemente che c’è. Non lo riconosco più né nel Vaticano, né nei Potenti democristiani, né nelle Forze Armate. Non lo riconosco più neanche nella grande industria, perché essa non è più costituita da un certo numero limitato di grandi industriali: a me, almeno, essa appare piuttosto come un tutto (industrializzazione totale), e, per di più, come tutto non italiano (transnazionale).
     Conosco, anche perché le vedo e le vivo, alcune caratteristiche di questo nuovo Potere ancora senza volto: per esempio il suo rifiuto del vecchio sanfedismo e del vecchio clericalismo, la sua decisione di abbandonare la Chiesa, la sua determinazione (coronata da successo) di trasformare contadini e sottoproletari in piccoli borghesi, e soprattutto la sua smania, per così dire cosmica, di attuare fino in fondo lo "Sviluppo": produrre e consumare. 
     L'identikit di questo volto ancora bianco del nuovo Potere attribuisce vagamente ad esso dei tratti "moderati", dovuti alla tolleranza e a una ideologia edonistica perfettamente autosufficiente; ma anche dei tratti feroci e sostanzialmente repressivi: la tolleranza è infatti falsa, perché in realtà nessun uomo ha mai dovuto essere tanto normale e conformista come il consumatore; e quanto all'edonismo, esso nasconde evidentemente una decisione a preordinare tutto con una spietatezza che la storia non ha mai conosciuto. Dunque questo nuovo Potere non ancora rappresentato da nessuno e dovuto a una «mutazione» della classe dominante, è in realtà - se proprio vogliamo conservare la vecchia terminologia - una forma "totale" di fascismo. Ma questo Potere ha anche "omologato" culturalmente l’Italia: si tratta dunque di un’omologazione repressiva, pur se ottenuta attraverso l'imposizione dell'edonismo e della joie de vivre. La strategia della tensione è una spia, anche se sostanzialmente anacronistica, di tutto questo.
     Maurizio Ferrara, nell’articolo citato (come del resto Ferrarotti, in « Paese Sera », 14-6-1974) mi accusa di estetismo. E tende con questo a escludermi, a recludermi. Va bene: la mia può essere l’ottica di un « artista », cioè, come vuole la buona borghesia, di un matto. Ma il fatto per esempio che due rappresentanti del vecchio Potere (che servono però ora, in realtà, benché interlocutoriamente, il Potere nuovo) si siano ricattati a vicenda a proposito dei finanziamenti ai Partiti e del caso Montesi, può essere anche una buona ragione per fare impazzire: cioè screditare talmente una classe dirigente e una società davanti agli occhi di un uomo, da fargli perdere il senso dell’opportunità e dei limiti, gettandolo in un vero e proprio stato di «anomia». Va detto inoltre che l’ottica dei pazzi è da prendersi in seria considerazione: a meno che non si voglia essere progrediti in tutto fuorché sul problema dei pazzi, limitandosi comodamente a rimuoverli.
     Ci sono certi pazzi che guardano le facce della gente e il suo comportamento. Ma non perché epigoni del positivismo lombrosiano (come rozzamente insinua Ferrara), ma perché conoscono la semiologia. Sanno che la cultura produce dei codici; che i codici producono il comportamento; che il comportamento è un linguaggio; e che in un momento storico in cui il linguaggio verbale è tutto convenzionale e sterilizzato (tecnicizzato) il linguaggio del comportamento (fisico e mimico) assume una decisiva importanza.
     Per tornare così all’inizio del nostro discorso, mi sembra che ci siano delle buone ragioni per sostenere che la cultura di una nazione (nella fattispecie l’Italia) è oggi espressa soprattutto attraverso il linguaggio del comportamento, o linguaggio fisico, più un certo quantitativo - completamente convenzionalizzato e estremamente povero - di linguaggio verbale.
     È a un tale livello di comunicazione linguistica che si manifestano: a) la mutazione antropologica degli italiani; b) la loro completa omologazione a un unico modello.
     Dunque: decidere di farsi crescere i capelli fin sulle spalle, oppure tagliarsi i capelli e farsi crescere i baffi (in una citazione protonovecentesca); decidere di mettersi una benda in testa oppure di calcarsi una scopoletta sugli occhi; decidere se sognare una Ferrari o una Porsche; seguire attentamente i programmi televisivi; conoscere i titoli di qualche best-seller; vestirsi con pantaloni e magliette prepotentemente alla moda; avere rapporti ossessivi con ragazze tenute accanto esornativamente, ma, nel tempo stesso, con la pretesa che siano «libere» ecc. ecc. ecc.: tutti questi sono atti culturali.
     Ora, tutti gli Italiani giovani compiono questi identici atti, hanno questo stesso linguaggio fisico, sono interscambiabili; cosa vecchia come il mondo, se limitata a una classe sociale, a una categoria: ma il fatto è che questi atti culturali e questo linguaggio somatico sono interclassisti. In una piazza piena di giovani, nessuno potrà più distinguere, dal suo corpo, un operaio da uno studente, un fascista da un antifascista; cosa che era ancora possibile nel 1968.
     I problemi di un intellettuale appartenente all’intelligencija sono diversi da quelli di un partito e di un uomo politico, anche se magari l’ideologia è la stessa. Vorrei che i miei attuali contraddittori di sinistra comprendessero che io sono in grado di rendermi conto che, nel caso che lo Sviluppo subisse un arresto e si avesse una recessione, se i Partiti di Sinistra non appoggiassero il Potere vigente, l’Italia semplicemente si sfascerebbe; se invece lo Sviluppo continuasse così com’è cominciato, sarebbe indubbiamente realistico il cosiddetto «compromesso storico», unico modo per cercare di correggere quello Sviluppo, nel senso indicato da Berlinguer nel suo rapporto al CC del partito comunista (cfr. «l’Unità », 4-6-1974). Tuttavia, come a Maurizio Ferrara non competono le «facce», a me non compete questa manovra di pratica politica. Anzi, io ho, se mai, il dovere di esercitare su essa la mia critica, donchisciottescamente e magari anche estremisticamente. Quali sono dunque i miei problemi?
     Eccone per esempio uno. Nell’articolo che ha suscitato questa polemica («Corriere della sera», 10-6-1974) dicevo che i responsabili reali delle stragi di Milano e di Brescia sono il governo e la polizia italiana: perché se governo e polizia avessero voluto, tali stragi non ci sarebbero state. È un luogo comune. Ebbene, a questo punto mi farò definitivamente ridere dietro dicendo che responsabili di queste stragi siamo anche noi progressisti, antifascisti, uomini di sinistra. Infatti in tutti questi anni non abbiamo fatto nulla:
     1) perché parlare di « Strage di Stato » non divenisse un luogo comune, e tutto si fermasse lì;
     2) (e più grave) non abbiamo fatto nulla perché i fascisti non ci fossero. Li abbiamo solo condannati gratificando la nostra coscienza con la nostra indignazione; e più forte e petulante era l’indignazione più tranquilla era la coscienza.
In realtà ci siamo comportati coi fascisti (parlo soprattutto di quelli giovani) razzisticamente: abbiamo cioè frettolosamente e spietatamente voluto credere che essi fossero predestinati razzisticamente a essere fascisti, e di fronte a questa decisione del loro destino non ci fosse niente da fare. E non nascondiamocelo: tutti sapevamo, nella nostra vera coscienza, che quando uno di quei giovani decideva di essere fascista, ciò era puramente casuale, non era che un gesto, immotivato e irrazionale: sarebbe bastata forse una sola parola perché ciò non accadesse. Ma nessuno di noi ha mai parlato con loro o a loro. Li abbiamo subito accettati come rappresentanti inevitabili del Male. E magari erano degli adolescenti e delle adolescenti diciottenni, che non sapevano nulla di nulla, e si sono gettati a capofitto nell’orrenda avventura per semplice disperazione.
     Ma non potevamo distinguerli dagli altri (non dico dagli altri estremisti: ma da tutti gli altri). È questa la nostra spaventosa giustificazione.
     Padre Zosima (letteratura per letteratura!) ha subito saputo distinguere, tra tutti quelli che si erano ammassati nella sua cella, Dmitrj Karamazov, il parricida. Allora si è alzato dalla sua seggioletta ed è andato a prosternarsi davanti a lui. E l’ha fatto (come avrebbe detto più tardi al Karamazov più giovane) perché Dmitrj era destinato a fare la cosa più orribile e a sopportare il più disumano dolore.
     Pensate (se ne avete la forza) a quel ragazzo o a quei ragazzi che sono andati a mettere le bombe nella piazza dì Brescia. Non c’era da alzarsi e da andare a prosternarsi davanti a loro? Ma erano giovani con capelli lunghi, oppure con baffetti tipo primo Novecento, avevano in testa bende oppure scopolette calate sugli occhi, erano pallidi e presuntuosi, il loro problema era vestirsi alla moda tutti allo stesso modo, avere Porsche o Ferrari, oppure motociclette da guidare come piccoli idioti arcangeli con dietro le ragazze ornamentali, si, ma moderne, e a favore del divorzio, della liberazione della donna, e in generale dello sviluppo... Erano insomma giovani come tutti gli altri: niente li distingueva in alcun modo. Anche se avessimo voluto non avremmo potuto andare a prosternarci davanti a loro. Perché il vecchio fascismo, sia pure attraverso la degenerazione retorica, distingueva: mentre il nuovo fascismo - che è tutt’altra cosa - non distingue più: non è umanisticamente retorico, è americanamente pragmatico. Il suo fine è la riorganizzazione e I’omologazione brutalmente totalitaria del mondo.

Corriere della sera" del 14 novembre 1974
Pier Paolo Pasolini

"Che cos'è questo golpe?"

Io so. Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato golpe (e che in realtà è una serie di golpes istituitasi a sistema di protezione del potere). 


Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano del 12 dicembre 1969. 
Io so i nomi dei responsabili delle stragi di Brescia e di Bologna dei primi mesi del 1974. 
Io so i nomi del "vertice" che ha manovrato, dunque, sia i vecchi fascisti ideatori di golpes, sia i neofascisti autori materiali delle prime stragi, sia, infine, gli "ignoti" autori materiali delle stragi più recenti. 
Io so i nomi che hanno gestito le due differenti, anzi opposte, fasi della tensione: una prima fase anticomunista (Milano 1969), e una seconda fase antifascista (Brescia e Bologna 1974). 
Io so i nomi del gruppo di potenti che, con l'aiuto della Cia (e in second'ordine dei colonnelli greci e della mafia), hanno prima creato (del resto miseramente fallendo) una crociata anticomunista, a tamponare il 1968, e, in seguito, sempre con l'aiuto e per ispirazione della Cia, si sono ricostituiti una verginità antifascista, a tamponare il disastro del referendum. 

Io so i nomi di coloro che, tra una messa e l'altra, hanno dato le disposizioni e assicurato la protezione politica a vecchi generali (per tenere in piedi, di riserva, l'organizzazione di un potenziale colpo di Stato), a giovani neofascisti, anzi neonazisti (per creare in concreto la tensione anticomunista) e infine ai criminali comuni, fino a questo momento, e forse per sempre, senza nome (per creare la successiva tensione antifascista). 


Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro a dei personaggi comici come quel generale della Forestale che operava, alquanto operettisticamente, a Città Ducale (mentre i boschi bruciavano), o a dei personaggi grigi e puramente organizzativi come il generale Miceli. 
Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro ai tragici ragazzi che hanno scelto le suicide atrocità fasciste e ai malfattori comuni, siciliani o no, che si sono messi a disposizione, come killers e sicari. 
Io so tutti questi nomi e so tutti questi fatti (attentati alle istituzioni e stragi) di cui si sono resi colpevoli.
Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi.
Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che rimette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l'arbitrarietà, la follia e il mistero.
Tutto ciò fa parte del mio mestiere e dell'istinto del mio mestiere. Credo che sia difficile che il "progetto di romanzo" sia sbagliato, che non abbia cioè attinenza con la realtà, e che i suoi riferimenti a fatti e persone reali siano inesatti. Credo inoltre che molti altri intellettuali e romanzieri sappiano ciò che so io in quanto intellettuale e romanziere. Perché la ricostruzione della verità a proposito di ciò che è successo in Italia dopo il 1968 non è poi così difficile.
Tale verità - lo si sente con assoluta precisione - sta dietro una  grande quantità di interventi anche giornalistici e politici: cioè  non di immaginazione o di finzione come è per sua natura il mio. 
Ultimo esempio: è chiaro che la verità urgeva, con tutti i suoi nomi,  dietro all'editoriale del "Corriere della Sera", del 1° novembre 1974  [L'editoriale di Paolo Meneghini era intitolato "L'ex-capo del Sid,  generale Miceli arrestato per cospirazione politica]. Probabilmente i giornalisti e i politici hanno anche delle prove o,  almeno, degli indizi. Ora il problema è questo: i giornalisti e i politici, pur avendo  forse delle prove e certamente degli indizi, non fanno i nomi. A chi dunque compete fare questi nomi? Evidentemente a chi non solo  ha il necessario coraggio, ma, insieme, non è compromesso nella  pratica col potere, e, inoltre, non ha, per definizione, niente da  perdere: cioè un intellettuale. Un intellettuale dunque potrebbe benissimo fare pubblicamente quei  nomi: ma egli non ha né prove né indizi. Il potere e il mondo che, pur non essendo del potere, tiene rapporti  pratici col potere, ha escluso gli intellettuali liberi - proprio per  il modo in cui è fatto - dalla possibilità di avere prove ed indizi. Mi si potrebbe obiettare che io, per esempio, come intellettuale, e 
inventore di storie, potrei entrare in quel mondo esplicitamente  politico (del potere o intorno al potere), compromettermi con esso, e  quindi partecipare del diritto ad avere, con una certa alta  probabilità, prove ed indizi. Ma a tale obiezione io risponderei che ciò non è possibile, perché è  proprio la ripugnanza ad entrare in un simile mondo politico che si  identifica col mio potenziale coraggio intellettuale a dire la  verità: cioè a fare i nomi. Il coraggio intellettuale della verità e la pratica politica sono due  cose inconciliabili in Italia. All'intellettuale - profondamente e visceralmente disprezzato da  tutta la borghesia italiana - si deferisce un mandato falsamente alto  e nobile, in realtà servile: quello di dibattere i problemi morali e  ideologici. Se egli vien messo a questo mandato viene considerato traditore del  suo ruolo: si grida subito (come se non si aspettasse altro che  questo) al "tradimento dei chierici". Gridare al "tradimento dei  chierici" è un alibi e una gratificazione per i politici e per i  del potere. Ma non esiste solo il potere: esiste anche un'opposizione al potere.  In Italia questa opposizione è così vasta e forte da essere un potere  essa stessa: mi riferisco naturalmente al Partito comunista italiano. È certo che in questo momento la presenza di un grande partito  all'opposizione come è il Partito comunista italiano è la salvezza  dell'Italia e delle sue povere istituzioni democratiche. Il Partito comunista italiano è un paese pulito in un paese sporco, un paese onesto in un paese disonesto, un paese intelligente in un  paese idiota, un paese colto in un paese ignorante, un paese  umanistico in un paese consumistico. 

In questi ultimi anni tra il Partito comunista italiano, inteso in  senso autenticamente unitario - in un compatto "insieme" di  dirigenti, base e votanti - e il resto dell'Italia, si è aperto un  baratto: per cui il Partito comunista italiano è divenuto appunto  un "paese separato", un'isola. Ed è proprio per questo che esso può  oggi avere rapporti stretti come non mai col potere effettivo,  corrotto, inetto, degradato: ma si tratta di rapporti diplomatici,  quasi da nazione a nazione. In realtà le due morali sono  incommensurabili, intese nella loro concretezza, nella loro totalità.  È possibile, proprio su queste basi, prospettare quel "compromesso",  realistico, che forse salverebbe l'Italia dal completo  sfacelo: "compromesso" che sarebbe però in realtà una "alleanza" tra  due Stati confinanti, o tra due Stati incastrati uno nell'altro. Ma proprio tutto ciò che di positivo ho detto sul Partito comunista  italiano ne costituisce anche il momento relativamente negativo. La divisione del paese in due paesi, uno affondato fino al collo  nella degradazione e nella degenerazione, l'altro intatto e non  compromesso, non può essere una ragione di pace e di costruttività. Inoltre, concepita così come io l'ho qui delineata, credo  oggettivamente, cioè come un Paese nel Paese, l'opposizione si  identifica con un altro potere: che tuttavia è sempre potere. Di conseguenza gli uomini politici di tale opposizione non possono 


non comportarsi anch'essi come uomini di potere. Nel caso specifico, che in questo momento così drammaticamente ci  riguarda, anch'essi hanno deferito all'intellettuale un mandato  stabilito da loro. E, se l'intellettuale viene meno a questo mandato - puramente morale e ideologico - ecco che è, con somma soddisfazione  di tutti, un traditore.
Ora, perché neanche gli uomini politici dell'opposizione, se hanno -  come probabilmente hanno - prove o almeno indizi, non fanno i nomi  dei responsabili reali, cioè politici, dei comici golpes e delle  spaventose stragi di questi anni? È semplice: essi non li fanno nella  misura in cui distinguono - a differenza di quanto farebbe un  intellettuale - verità politica da pratica politica. E quindi,  naturalmente, neanch'essi mettono al corrente di prove e indizi  l'intellettuale non funzionario: non se lo sognano nemmeno, com'è del 
resto normale, data l'oggettiva situazione di fatto. L'intellettuale deve continuare ad attenersi a quello che gli viene  imposto come suo dovere, a iterare il proprio modo codificato di  intervento. Lo so bene che non è il caso - in questo particolare momento della  storia italiana - di fare pubblicamente una mozione di sfiducia  contro l'intera classe politica. Non è diplomatico, non è opportuno.  Ma queste categorie della politica, non della verità politica: quella  che - quando può e come può - l'impotente intellettuale è tenuto a  servire.
Ebbene, proprio perché io non posso fare i nomi dei responsabili dei  tentativi di colpo di Stato e delle stragi (e non al posto di questo)  io non posso pronunciare la mia debole e ideale accusa contro  l'intera classe politica italiana. E io faccio in quanto io credo alla politica, credo nei  principi "formali" della democrazia, credo nel Parlamento e credo nei  partiti. E naturalmente attraverso la mia particolare ottica che è  quella di un comunista. Sono pronto a ritirare la mia mozione di sfiducia (anzi non aspetto  altro che questo) solo quando un uomo politico - non per opportunità,  cioè non perché sia venuto il momento, ma piuttosto per creare la  possibilità di tale momento - deciderà di fare i nomi dei  responsabili dei colpi di Stato e delle stragi, che evidentemente  egli sa, come me, non può non avere prove, o almeno indizi. Probabilmente - se il potere americano lo consentirà - magari  decidendo "diplomaticamente" di concedere a un'altra democrazia ciò  che la democrazia americana si è concessa a proposito di Nixon -  questi nomi prima o poi saranno detti. Ma a dirli saranno uomini che  hanno condiviso con essi il potere: come minori responsabili contro  maggiori responsabili (e non è detto, come nel caso americano, che  siano migliori). Questo sarebbe in definitiva il vero colpo di Stato.


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