Cinquantanove ragazze e ragazzi di strada



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CINQUANTANOVE RAGAZZE e RAGAZZI DI STRADA

con Gérard Lutte

PRINCIPESSE E SOGNATORI

NELLE STRADE

IN GUATEMALA

INDICE

PER SUYAPA
PRESENTAZIONE

AGGIORNAMENTO DEL LIBRO SETTE ANNI DOPO L’INCHIESTA
1 UNA RICERCA IN GUATEMALA
1.1 Il Guatemala, terra dei Maya

1.1.1 Un’ invasione che non finisce mai

      1. Dal ’94 ad oggi

      2. Una metropoli blindata

1.2 Ragazze e ragazzi di strada

1.3 Una ricerca intervento

      1. Interviste con adulti

      2. Interviste con ragazze e ragazzi

      3. Trattamento delle informazioni



2 STORIE DI STRADA
2.1 Le ragazze
2.1.01 Così sono gli uomini!

2.1.02 Mio papà è stato il meglio che ho avuto

2.1.03 La povertà dovrebbe finire, non è giusto…

2.1.04 Che vado a cercare nella strada?

2.1.05 Sono orgogliosa di essere una ragazza di strada

2.1.06 Non so leggere, non so che farò più tardi…

2.1.07 Quando siamo deceduti, ossia quando ci siamo separati…

2.1.08 Lavoro vendendo il mio corpo per mia figlia

2.1.09 Da tre mesi non prendo droghe perché sono incinta

2.1.10 Non voglio che mio figlio soffra come me

2.1.11 La mia vita cambierà per me stessa

2.1.12 Gli uomini sono grossolani…

2.1.13 Non si può vendere la dignità della donna

2.1.14 Nella strada uno può fare ciò che vuole

2.1.15 La vita è una sfida con la morte
2.2 I ragazzi
2.2.01 Per me adesso il futuro è la strada

2.2.02 La nostra comunicazione è con la strada

2.2.03 Andiamo in strada perché sembra che lì si viva una vita migliore

2.2.04 Non ho mai conosciuto l’affetto di una madre

2.2.05 Nella strada apprendi a tenere il tuo orgoglio molto alto

2.2.06 Vorrei togliermi la vita

2.2.07 Nella strada si apprende a condividere il calore

2.2.08 Sono soddisfatto di aver vissuto nella strada

2.2.09 Mia mamma mi ha abbandonato, mio papà beveva molto

3 LA SCELTA DELLA STRADA
3.1 Prima della strada
3.1.1 Le famiglie

3.1.2 Le istituzioni

3.1.3 La conoscenza della strada

3.1.4 Età e gradualità della transizione alla strada

3.1.5 La scelta della strada
3.2 La strada
3.2.1 Le bande di strada

3.2.2 Coppie e famiglie di strada

3.2.3 Una porta sul mondo dei sogni

3.2.4 I lavori fuori legge

3.2.5 Dormire, mangiare, vestirsi, curarsi in strada

3.2.6 Un mondo nemico

3.2.6.1 La guerra contro le ragazze ed i ragazzi di strada

3.2.6.2 1993-2000: la violenza poliziesca non diminuisce

3.2.6.3 Anche gli studenti universitari partecipano alla “pulizia sociale”

3.2.6.4 Le istituzioni statali per i ragazzi di strada

3.2.6.5 Stupidi e cattivi

3.2.6.6 Lager di sette sedicenti evangeliche

3.2.6.7 I pochi amici

3.2.7 La famiglia di origine

3.2.8 Il contributo dei ragazzi di strada all'economia

3.2.9 Invisibile per gli occhi

3.2.9.1 I progetti

3.2.9.2 Tra orgoglio e autosvalutazione

3.2.9.3 Una sfida continua con la morte

3.2.9.4 La classe della strada

3.2.10 Le non sottomesse
4 OLTRE LA RIBELLIONE
4.1 I ribelli della strada

4.2 Affinché i sogni diventino realtà
5 IL MOVIMENTO DELLE RAGAZZE E RAGAZZI DI STRADA
5.1 1993: sognare una rosa per farla nascere

5.2 1994: Las Quetzalitas

5.3 1995: primi tentativi di formare il movimento

5.4 1996: il movimento comincia a costruirsi nella strada

5.5 1997: la fondazione ufficiale del movimento

5.6 1998: la prima casa delle ragazze e i ragazzi di strada

5.7 1999: apertura del rifugio notturno

5.8 2000: crisi di crescita e rilancio
6 RETE DI AMICIZIA CON LE RAGAZZE E RAGAZZI DI STRADA DEL GUATEMALA
6.1 1995: Las Quetzalitas, per sognare con le ragazze di strada

6.2 Dalle Quetzalitas al movimento

6.3 L’micizia con le ragazze e i ragazzi di strada trasforma le persone

6.4 Associazione internazionale per la Difesa delle Ragazze e i Ragazzi di Strada
PER UNA PRINCIPESSA MAYA
APPENDICE
1 La filosofia del movimento: la pedagogia dell’amicizia liberatrice

2 Gli scopi del movimento

3 Per comunicare con il movimento e la rete di amicizia
BIBLIOGRAFIA

PER SUYAPA

Suyapa

mentre stavo finendo questo libro

dal Guatemala mi è giunta

la notizia che eri stata atrocemente suicidata
Pochi mesi fa mi avevi raccontato la tua vita,

avevi lasciato la strada per una casa chiusa

sognavi di aiutare i bambini di strada

e mentre parlavi

pensavo che sarebbe stato bello per me

che non ho figli

una figlia come te

piena di progetti voglia di vivere

ideale indomabile coraggio

ferrea volontà

tu che eri riuscita a studiare

facendo la vita di strada

"rubando"

così dicono i benpensanti

quando i poveri recuperano briciole

dei beni di cui sono stati spogliati

per mangiare coprire le spese di scuola

dormendo ben stretta ad altre e altri come te

per condividere il caldo

e l'amicizia

contro il freddo del mondo nemico

e della notte

un cartone per materasso per coperta un plastico

nei parchi o sui marciapiedi

"del quartiere povero"

della "strada in cui vivi"

della "strada senza legge"

come avevi battezzato i luoghi della tua vita

ti facevi la doccia in bagni pubblici

per presentarti pulita a scuola

come le tue compagne

con casa e genitori
Il tuo padre non lo conoscevi

uno zio ti aveva violentato

poi i soliti ignoti

poliziotti o militari

vigliaccamente come sempre

sotto la minaccia delle armi

nascosti in macchine dai vetri polarizzati
Il rispetto e la tenerezza

li avevi trovati solo nelle donne

eri orgogliosa

di essere lesbica

e del tuo passato di bambina di strada
Dopo l'intervista avevi deciso

e ciò che decidevi lo facevi

abbandonare la casa chiusa

lavorare con i bambini di strada

riprendere gli studi

ed eri sicura di realizzare i tuoi progetti

avevi solo diciassette anni
Avevi solo diciassette anni

ma avevi vissuto molto di più

più intensamente

sapevi molto di più sulla vita

che per te era sfida continua

con la morte

che tanti di noi

con tre quattro volte la tua età
Questo libro

scritto con te

con le tue compagne e compagni di ventura

è memoria di te

speranza che tanti

in Guatemala e altrove

prenderanno il cambio per realizzare i tuoi sogni

di felicità

per i bambini di strada

in particolare le ragazze

maggiormente sfruttate maltrattate

umiliate

nella loro dignità di donna
In queste lotte in queste speranze

in queste volontà ostinate

di vivere

delle ragazze e ragazzi di strada

e di chi sta dalla loro parte

Suyapa

tu continui a vivere

ti sentiamo vicina a noi

PRESENTAZIONE

In questo libro presento e commento le storie di vita di 59 ragazze e ragazzi di strada del Guatemala. Alla fine dell’intervista, un quindicenne mi chiese: "Perché non intitola il libro 'I SOGNATORI DI STRADA'?". "E' bello", dissi, "ma che significa?". "Vuole dire che noi, ragazzi di strada, abbiamo tanti sogni, ma che non possiamo realizzarli senza incontrare una persona che ci aiuti". Con una saggezza che spesso mi ha stupito in questi ragazzi, egli manifestava che l'essenziale nella vita di strada è ciò che non si vede, la vita interiore, i sentimenti, i desideri, i sogni. Indicava anche quale dovrebbe essere il compito degli educatori di strada: non di imporre i propri progetti, ma di aiutare le ragazze e i ragazzi a realizzare i propri sogni, rispettando profondamente la loro autonomia e le loro scelte. Ci spiegava anche quale dovrebbe essere il metodo fondamentale nelle scienze umane : permettere alle persone di esprimersi perché l'essenziale è invisibile per gli occhi, accessibile solo nella parola dell'altro.
Ho accettato il suo suggerimento aggiungendo la parola "PRINCIPESSE", che richiama le regine maya, il loro tragico destino e quello del loro popolo. Con questa denominazione ho voluto designare le ragazze, disprezzate, umiliate, reificate, mercificate, violentate, più ancora dei loro compagni di ventura, per mettere in risalto la qualità e la delicatezza dei loro sentimenti, della loro vita interiore e la loro superiorità umana riguardo a tutta la gente che le disprezza e le maltratta.
Molte pubblicazioni sui "bambini di strada" mettono soprattutto in rilievo gli aspetti negativi della loro vita: fame, freddo, malattie, umiliazioni, dolore, violenza, morte, odio e sterminio da parte di poliziotti, guardie private, militari, paramilitari. Ma presentarli solo come vittime delle ingiustizie sociali non permette di capire la realtà della loro esistenza e di rispettare la loro dignità : sono persone dotate di una intensa voglia di vivere che riescono a sopravvivere in un mondo nemico senza soffocare i sentimenti, le emozioni, il senso della propria dignità e una sorprendente vita interiore. Una visione pietistica favorisce iniziative assistenzialistiche che non rispettano la loro autonomia, le loro capacità, i loro progetti, la loro possibilità di partecipare alla costruzione di un mondo più umano.
Questo libro vuole dare la parola a ragazze e ragazzi di strada perché soltanto loro possono aprirci le porte del loro mondo interiore e farci capire il vissuto della strada, che non è solo violenza, ma anche casa, famiglia, amicizia, amore, solidarietà, autonomia, festa. Solo le testimonianze di chi vive nella strada permettono anche di comprendere che spesso è una scelta di vita. I cinquantanove giovani che mi hanno raccontato la loro storia sono gli autori principali di questo libro e mi è sembrato doveroso indicarlo sulla copertina senza dimenticare tanti altri, con i quali ho vissuto e parlato per due, tre mesi all’anno dal ’93 al 2000: anche loro collaborato allo svolgimento di questa ricerca.
La parte centrale e principale del libro riporta alcune delle 59 testimonianze che ho raccolto nei mesi di aprile e maggio del '93. E' preceduta da un capitolo con accenni alla storia e alla situazione attuale del Guatemala, letta dal punto di vista degli oppressi, ai cosiddetti bambini di strada e al metodo della ricerca. Nella terza parte tenterò di capire perché e come si sceglie la vita di strada e come viene vissuta, utilizzando non solo le informazioni di tutte le storie, ma anche quelle provenienti da interviste con adulti, dalla letteratura sull'argomento, dall'osservazione partecipante e da numerosi dialoghi durante quattro soggiorni in Guatemala nel '93 e '94. Nella parte finale, tratterò dell'identità delle ragazze e ragazzi di strada e dei mezzi per realizzare i loro sogni.
Nel 1993, Mirna Mack, ricercatrice etnologa di AVANCSO (Asociación Para el Avance de las Ciencias Sociales en Guatemala) fu selvaggiamente assassinata da agenti delle forze di sicurezza dello Stato Maggiore Presidenziale, probabilmente perché la sua investigazione sulle popolazioni emigrate dalle montagne verso l'interno del paese in seguito all'offensiva dell'esercito contro i popoli maya, favoriva una soluzione negoziata e non armata dei loro problemi. Mirna fu sgozzata all'entrata della casa di Avancso come a significare che la ricerca va eliminata quando può aiutare gli oppressi. Mi sembra quindi più prudente non citare le persone che hanno accettato di parlare con me per non mettere in pericolo la loro sicurezza e la loro vita, tanto più che molti di loro hanno già ricevuto minacce di morte. Una di loro, ancora nel ’98, fu costretta ad emigrare per evitare la morte.
Naturalmente non scriverò i nomi e cognomi delle ragazze e dei ragazzi intervistati o informazioni che permetterebbero di riconoscerli non solo per non esporli alle rappresaglie delle spietate forze di repressione ma anche per rispetto della loro intimità e delle loro confidenze.
Esprimo la mia gratitudine verso tutti quelli che mi hanno aiutato a svolgere questa ricerca, in particolare gli educatori di "Casa Alianza", "Solo para Mujeres" per la prima inchiesta, le accompagnatrici e accompagnatori, le bambine, bambini e adolescenti del “movimento delle ragazze e ragazzi di strada” Letizia Fianchini, , Stefania Lattanzio per l'impaginazione e l'ultima lettura. I ringraziamenti più sentiti ed affettuosi vanno alle ragazze e ai ragazzi che hanno accettato di parlare con me, mi hanno guidato nelle strade della loro città, mi hanno permesso di vivere con loro e mi hanno dato molto più che un racconto della loro vita : lezioni sconvolgenti di umanità e la loro amicizia, lunga già di sette anni, uno dei doni più belli e preziosi che abbia mai ricevuto nella mia già lunga esistenza.

Gérard Lutte

AGGIORNAMENTO DEL LIBRO SETTE ANNI DOPO L’INCHIESTA
All’improvviso, Ricardo Capobianchi, editore amico delle ragazze e ragazzi di strada, mi propone una ristampa del libro. Preferisco, anche se il tempo a disposizione è poco, fare una riedizione. In sette anni, la situazione è molto cambiata in Guatemala: dal punto di vista economico e politico è peggiorata, la violenza contro le ragazze e ragazzi di strada aggravata. Ma il cambio più significativo è la fondazione di due nuove associazioni di ragazze e ragazzi di strada: “Las Quetzalitas”, gruppo di ragazze che hanno lasciato la strada e il “Movimento di ragazze e ragazzi di strada” che vuole essere un’organizzazione autogestita dei giovani della strada.
Nella conclusione della prima edizione esprimevo la convinzione che le ragazze ed i ragazzi di strada erano capaci di organizzarsi e di lasciare la strada senza essere rinchiusi in riformatori o sottoposti ad adulti in case-famiglia. Dicevo che speravo vedere emergere un movimento autogestito delle ragazze e ragazzi di strada. Non immaginavo che in pochi anni questo sogno potesse diventare realtà, perché condiviso da molte altre persone in Guatemala e in Italia e Belgio.
Ho rielaborato tutto il libro, ho aggiunto alla fine di ogni storia una breve nota sull’evoluzione della ragazza o del ragazzo quando lo sapevo. Molte ragazze e ragazzi spariscono senza che nessuno sappia che fine hanno fatto. Ho aggiornato, in particolare, i capitoli sulla situazione politica, economica e sociale, e sulla violenza contro le ragazze e ragazzi di strada. Ho aggiunto due nuovi capitoli: il primo sulle organizzazioni autogestita delle ragazze e ragazzi di strada; il secondo sulla “Rete di Amicizia con le Ragazze e Ragazzi di strada del Guatemala” che appoggia queste associazioni.
Molte persone mi hanno aiutato ella rielaborazione del libro, Alcune direttamente: Claudia Roselli ha tradotto le testimonianze su “Sendas Nuevas”, Francesca Diamante gli estratti dell’Atto di Fondazione del movimento, ho utilizzato l’intervista che Danilo Piselli mi aveva fatto per rcostruire la storia del movimento. Ho imparato molto dalle accompagnatrici e accompagnatori di strada, dalle quetzalitas, dalle ragazze e ragazzi del movimento dal ’93 al 2.000. Non posso dimenticare le studentesse e studenti che hanno partecipato a un lavoro volontario ogni anno, molti dei quali tornerà in Guatemala per una ricerca di teso o un tirocinio. La Facoltà di Psicologia ci ha spesso aiutato pagando una parte delle spese di queste spedizioni. Grazie anche a tutte le ragazze e ragazzi, le donne e uomini, le famiglie e i gruppi, che hanno condiviso il mio sogno e appoggiato le quetzalitas nel loro inserimento critico nella società e il movimento nascente.


I UNA RICERCA IN GUATEMALA

1.1 IL GUATEMALA, TERRA DEI MAYA


Il Guatemala, situato nell'America Centrale, tra il Messico, il Belize, gli oceani Pacifico e Atlantico, l'Honduras e il Salvador, conta più di nove milioni di abitanti, di cui il 51% ha meno di vent'anni. La maggioranza dei Guatemaltechi sono indigeni maya, la cui cultura raffinata, che risale a due millenni prima di Cristo, si distingue dalle altre civiltà precolombiane per la scienza altamente sviluppata della numerazione del tempo, la scrittura geroglifica e la complessità dell'architettura. I Maya erano abili nelle arti della pittura, della scultura, della musica, della danza e della letteratura; erano anche eccellenti navigatori (Von Hagen, 1960). "Riuscirono a studiare durante centinaia di anni il movimento del sole, della luna e delle stelle, elaborarono il calendario che tuttora utilizziamo, sapevano scrivere la propria storia e i propri pensieri e coltivavano la terra in comune. Costruirono Tikal(…) e centinaia di templi(…) ... Vivevano in comunità e in villaggi" (Coordinadora Maya, 1992).

1.1.1 UN’ INVASIONE CHE NON FINISCE MAI
In Guatemala, per certi versi, il tempo pare essersi fermato cinque secoli indietro, quando il continente americano fu colpito dalla sciagura più funesta della sua storia: l'invasione spagnola. Oggi come allora, una minoranza razzista - "le ventidue famiglie", discendenti in gran parte dai conquistadores - detiene le terre, il potere politico, economico e militare ed opprime la maggioranza indigena; oggi come allora, i popoli maya resistono con coraggio ai soprusi degli usurpatori per difendere i propri diritti e la propria cultura e identità.
Tutto inizia nel 1524 quando le orde dei re cattolici di Spagna, sotto gli ordini di Pedro de Alvarado, entrano in Guatemala per depredare, rubare, massacrare i nativi. In meno di quindici anni, riferisce Bartolomé de las Casas, quattro-cinque milioni di indigeni furono annientati in un olocausto peggiore per dimensioni e durata e non inferiore per crudeltà e barbarie a quello nazista (Chomsky 1993). Le cronache dell'epoca ci rivelano che tanti furono i morti nel primo massacro in cui fu ucciso il grande capo Tecun Uman, simbolo della resistenza maya, che si formò un fiume di sangue e che l'aria stessa divenne rossa (Menchú e CUC, 1992).
"Non cercavano la saggezza e la fraternità, ma l'oro, la ricchezza, la terra e gli schiavi..." (Coordinadora maya, 1992). I legittimi proprietari furono spogliati della terra, che per loro è la madre terra, e dei loro beni, ridotti in schiavitù, marcati con il ferro caldo come animali, le donne violentate, i loro templi bruciati. Fu loro imposta con la violenza la religione e la cultura dell'invasore. Il fanatismo e la barbarie degli invasori furono tali da spingerli a bruciare tutti i libri, privando in tal modo l'umanità della letteratura maya, di inestimabili opere artistiche - i libri erano illustrati con pitture policrome - e di preziosi documenti storici. Purtroppo riuscirono perfettamente nella loro furia iconoclasta poiché solo tre libri delle migliaia che esistevano furono risparmiati.
Nel 1821 fu proclamata la cosiddetta indipendenza del Paese che non fu altro che la rottura dei legami giuridici di subordinazione alla corona di Spagna, lontana e indebolita, per passare sotto il dominio dell'imperialismo statunitense, più vicino e temibile. I dirigenti creoli, malgrado roboanti declamazioni nazionalistiche e patetiche celebrazioni della festa dell'"Indipendenza" - con sfilate militariste, ritmate dai rulli di tamburo, degli studenti delle scuole secondarie vestiti da soldati di operetta -, sono sempre stati vassalli di qualche impero e non hanno esercitato che una sovranità limitata, eccetto nel breve periodo della rivoluzione liberal-democratica dal 1944 al 1954.
Dopo la proclamata indipendenza si sono succeduti governi in un primo tempo conservatori, poi liberali, che rappresentavano le contraddizioni nella classe dominante degli usurpatori senza cambiare nulla, anzi peggiorando le condizioni di vita degli indigeni e dei “ladinos” o meticci poveri. Lo sviluppo economico del Paese, con l'introduzione della coltivazione del caffè a partire dal XVIII secolo, arricchì ancora maggiormente l'oligarchia creola mentre i Maya erano condannati ai lavori forzati (Menchù e CUC, 1992) e derubati delle terre comunali. Infatti, nel 1871, durante il governo liberale di Justo Rufino Barrios, fu creato l'esercito per garantire la mano d'opera gratuita delle comunità indigene. Dalla sua creazione fino ad oggi, l'esercito è stato la milizia privata dei latifondisti e della classe dominante.
La rivoluzione liberale del 1944 che mise fine alla dittatura del generale Ubico, introdusse per la prima volta la democrazia nel paese, furono aboliti i lavori forzati, indette elezioni, si formarono sindacati e partiti politici, si aprirono numerose scuole. Arbenz, che governò il Paese dal 1951 al 1954, nazionalizzò la compagnia di elettricità, controllata da capitali statunitensi, ed espropriò terre della "United Fruit Company" dello stesso Paese per restituirle a contadini poveri (Cambranes, 1992). Il governo nord-americano reagì organizzando un colpo di stato che rovesciò nel 1954 il governo Arbenz. "Circa 8.000 contadini furono assassinati in due mesi nel corso di una campagna di terrore che prese di mira particolarmente i sindacalisti della United Fruit Company e i capi dei villaggi indiani. Mentre Washington si dedicava a fare del Guatemala 'un modello di democrazia', l'ambasciatore Usa partecipò a queste operazioni con notevole fervore, fornendo elenchi di 'comunisti' da eliminare o da incarcerare e torturare" (Chomsky, 1993). I contadini furono di nuovo derubati delle loro terre e i sindacati operai e contadini disciolti (Lopez Larrave, 1979; Witzel de Ciudad, 1991). Gli Stati Uniti furono rapidamente ricompensati dal governo da loro imposto che già nel '54 regalò a compagnie petrolifere statunitensi e multinazionali il diritto di sfruttare il sottosuolo.
Fu creato un "comitato di difesa nazionale contro il comunismo" ed iniziò un periodo di terrore e di massacri, di feroci dittature militari appoggiate dal governo degli Stati Uniti e allo stesso tempo di coscientizzazione, organizzazione e lotte dei contadini, operai, studenti e intellettuali progressisti. Fecero la loro apparizione le prime forze guerrigliere, il FAR (Fuerzas Armadas Rebeldes), organizzate da ufficiali che avevano partecipato nel '60 a una ribellione contro il governo. Sorsero nelle zone ladine, dove la mobilitazione popolare contro il governo era stata più forte. La guerriglia, che si rafforzò nel '59 dopo la vittoria della rivoluzione cubana, fu sconfitta nel '66 dall'esercito, nel frattempo riorganizzato da consiglieri militari statunitensi e abbondantemente dotato di armamenti modernissimi, generosamente regalati dal governo nord-americano. Nel processo di "pacificazione" 9.000 civili furono uccisi (Falla, 1992).
Nello stesso periodo, numerosi indigeni di varie etnie insieme a ladini emigrarono nelle foreste del nord del paese alla ricerca di terre da coltivare per sopravvivere e molti si organizzarono in cooperative agricole. Erano gli anni del Concilio Vaticano II e della teologia della liberazione che cambiarono fortemente vasti settori della chiesa cattolica, fino ad allora fedele alleata della classe dominante. Numerosi sacerdoti, religiosi di ambo i sessi, catechisti, la stessa "Azione Cattolica" fondata per contrastare il "pericolo comunista", si convertirono al vangelo e lavorarono alla coscientizzazione dei contadini indigeni e ladini organizzando corsi di formazione, fondando scuole, animando il movimento cooperativistico (Chea, 1989). Nacque così un movimento popolare collegato ai partiti di sinistra che si esprimerà poi in organizzazioni nuove, come il CUC (Comité de Unidad Campesina) fondato ufficialmente nel 1978, dopo un lungo periodo di riflessione e preparazione. Nel '72 due nuove organizzazioni guerrigliere, la ORPA (Organizzazione Rivoluzionaria del Popolo Armato) e il EGP (Esercito Guerrigliero dei Poveri) furono fondate, questa volta in zone abitate da indigeni. La vittoria sandinista in Nicaragua nel '79 rinforzò notevolmente la speranza in una rapida vittoria del movimento popolare in Guatemala, incentivando la mobilitazione del popolo e la radicalizzazione delle sue lotte (Menchú e CUC, 1992; Falla, 1992).
Naturalmente gli Stati Uniti e l'oligarchia guatemalteca non rimanevano passive di fronte al movimento popolare che metteva in pericolo i loro privilegi. Già nel '63, gli Usa avevano appoggiato un colpo di stato militare per impedire la vittoria di Juan José Arévalo, fondatore della democrazia in Guatemala e primo presidente di questo Paese dopo la rivoluzione del '44. Era l'inizio del controllo militare sulla vita del Paese che favorì la nascita di squadroni della morte, come la "Mano Bianca", incaricati di far sparire i leader popolari. Nel '70, Arana Osorio proclama lo stato d'assedio, avviando una nuova ondata di terrore : l'esercito occupò l'università "San Carlos", la capitale fu sottoposta a perquisizioni casa per casa e numerosi oppositori furono assassinati.
Ma il peggio stava ancora per arrivare con i governi militari del generale Lucas García (78-82) e, dopo un colpo di stato, nel marzo del 1982, del generale Efraim Rios Montt. Lo stato d'assedio fu di nuovo proclamato, tribunali militari segreti istituiti e iniziò la cosiddetta campagna della terra bruciata, replica dei massacri dell'inizio dell'invasione, "con il sostegno entusiasta dell'amministrazione Reagan" che inviò armi e consiglieri militari (Chomsky, 1992). Il massacro di indigeni e ladini poveri nell'ambasciata di Spagna il 30 gennaio 1980 segnò l'inizio dell' etnocidio durante il quale 440 villaggi furono distrutti e più di 300.000 civili assassinati o fatti sparire ("desaparecidos"), secondo fonti della Chiesa cattolica e di altri organismi per i diritti umani. Il sociologo gesuita Ricardo Falla ha ricostruito, con una scrupolosa inchiesta sulla base di testimonianze incrociate, l'orrore di questo massacro nell'Ixcám, una regione colonizzata da indigeni nella foresta del Nord del Paese. In un primo tempo, nel '75, la repressione colpiva, in modo selettivo, con sequestri, torture, sparizioni e assassinii, i leader del movimento: contadini, sacerdoti, catechisti, cooperanti stranieri e dirigenti di cooperative e di municipi. Ma questi assassinii, lungi dall'indebolire il movimento, lo rinforzavano spingendo un numero maggiore di persone ad impegnarsi.
Quindi l'esercito, disorientato perché non conosceva la cultura indigena e non riusciva a capire le reazioni dei Maya, cambiò tattica iniziando una repressione di massa, distruggendo in modo sistematico le cooperative e i villaggi indigeni, rubando o distruggendo le raccolte e il bestiame, massacrando tutta la popolazione, donne, bambini, neonati e anziani compresi. In più casi furono radunati in chiese, scuole o case, poi bruciati vivi. Spesso prima della morte, le vittime subirono atroci torture, le donne e le ragazze furono stuprate.
Questo etnocidio, sostenuto dall'amministrazione Reagan, che nello stesso tempo organizzava la guerra terroristica dei contras in Nicaragua, provocò ingenti esodi della popolazione o verso l'interno del Paese, specialmente verso la capitale - circa un milione di "desplazados" (sfollati)-, o verso il Chiapas in Messico - centocinquanta duecentomila -, o ancora nelle montagne del Nord del Paese - alcune decine di migliaia di persone che hanno formato le "Comunità di Popolazione in Resistenza" (CPR). Le condizioni di vita nella montagna dove giunsero con nulla, dove erano costrette a vivere in uno stato di allerta continua per proteggersi dalle incursioni dell'esercito, obbligarono queste comunità a sviluppare nuove forme di vita, la produzione in comune, la proprietà collettiva, la distribuzione delle risorse in funzione delle necessità di ogni famiglia. Fino al 1993, queste comunità furono bombardate dall'esercito guatemalteco che allo stesso tempo negava la loro esistenza.
Dopo l'offensiva militare, l'esercito organizzò un sistema complesso di controllo totale degli indigeni, seguendo il modello usato dall'esercito statunitense in Vietnam, con istituzioni come i "Poli di Sviluppo", i "Villaggi Modelli", le "Pattuglie di Autodifesa Civile" e le "Coordinazioni Interistituzionali", il cui effetto fu di militarizzare la vita quotidiana dei Maya, di spiare ogni loro iniziativa e di tentare di distruggere il loro modo di vivere e di produrre, la loro stessa cultura. (Bastos e Camus, 1993). Gli Stati Uniti, preoccupati di dare una parvenza democratica al regime militare, imposero una svolta "democratica" con elezioni di presidenti civili.
Ma quale è la realtà umana e sociale dietro questa facciata "democratica"? Alcune statistiche (quando non sono citate altre fonti, provengono dal periodico "Tinamit" del maggio 1993) ci daranno una prima idea della situazione attuale: la popolazione è composta da una maggioranza di mayas (70%), da un 30% di ladini (meticci) e da un 2% di creoli, che si vantano di non avere neanche una goccia di sangue indigeno nelle vene (Casaus Arzù, 1992). Pochi latifondisti, il 2% della popolazione, si sono appropriati dei due terzi delle terre. Il 10% circa della popolazione, gode di quasi la metà del reddito nazionale. Il livello di povertà è cresciuto dal 1989 al 1993 dal 63 all'87% e due terzi della popolazione vivono nell'estrema povertà, riuscendo a malapena a fare un pasto di riso e fagioli al giorno. La metà degli operai guadagna solo 72 dollari al mese, ossia poco più di centomila lire. Nell'industria dell'assemblaggio dei vestiti, spesso in mano a multinazionali statunitensi e sud-coreane, le operaie sfruttate per dieci ore al giorno in pessime condizioni di lavoro ricevono uno stipendio da 30 a 60 dollari al mese. Molti indigeni lavorano nelle piantagioni di caffè, canna da zucchero e cotone per 15 ore al giorno in cambio di un salario che non permette loro di sopravvivere (Coordinadora maya, 1992). Nell'89, il potere d'acquisto dei salari corrispondeva a un quinto di ciò che valeva nel '72. Il 45% della popolazione è analfabeta, percentuale che raggiunge l'86% nelle zone maya e gli indigeni che vanno a scuola non possono portare i loro vestiti tradizionali né parlare la propria lingua. Il tasso di mortalità infantile raggiunge il 6%. Il Guatemala può anche vantare un livello di malnutrizione infantile più alto di quello di Haiti e, secondo il ministro della Sanità, il 40% degli studenti soffre di malnutrizione (Chomsky, 1993). In Guatemala, come in tutto il resto del mondo, i ricchi diventano sempre più ricchi e meno numerosi e i poveri più poveri e più numerosi.
Oggi l'oligarchia guatemalteca domina il Paese tramite quattro poteri intercorrelati, anche se non privi di contraddizioni tra di loro e al loro interno : quelli dell'esercito, del narcotraffico, dell'economia e della politica. L'esercito controlla e condiziona pesantemente i governi "civili". Dal '70 in poi, la cupola militare fa parte dell'oligarchia. I gerarchi militari, arricchiti con la guerra contro gli indigeni e il narcotraffico, sono diventanti a loro volta industriali e latifondisti. C'è al nord del Paese una zona chiamata "la fascia dei generali", terre rubate agli indigeni che hanno permesso a generali e colonnelli di diventare latifondisti nella buona tradizione dei primi conquistadores. Il "Banco dell'Esercito" e l'"Istituto di Previdenza Sociale dell'Esercito" sono prove di questo potere economico-guerriero e anche politico.
Il secondo potere della classe dominante è quello del narcotraffico : il Guatemala è diventato una delle vie principali del trasporto della cocaina dalla Colombia agli Stati Uniti. In questi ultimi anni si è constatata anche una rapida espansione della coltivazione di papaveri, sotto l'impulso di produttori e trafficanti messicani di eroina. Secondo fonti ufficiali, soprattutto degli Stati Uniti, militari, paramilitari e uomini politici sono implicati in questo commercio (Le Bot, 1992).
Il settore economico industriale e agricolo è in profonda crisi: non ci sono investimenti, ci sono sempre meno impieghi e per sopravvivere i contadini emigrano verso la città, integrandosi nell'economia informale, e i cittadini verso gli Stati Uniti, da dove mandano un contributo di circa 500 milioni di dollari all'anno. L'economia del Paese, soprattutto di natura agricola, è stata colpita dalla crisi dell'esportazione dei prodotti tradizionali - caffè, zucchero, cotone e bestiame - e i tentativi di riconversione nella produzione di nuovi prodotti, come i broccoli o i cavoletti di Bruxelles, rappresentano una scelta disperata per i piccoli produttori che prendono tutti i rischi mentre tutti i benefici vanno alle multinazionali che li commercializzano.
I tentativi di industrializzazione fatti negli anni '60 per evitare l'importazione di prodotti di base, e la creazione del mercato comune centroamericano, sono falliti perché incapaci di sostenere la concorrenza internazionale se non in settori monopolistici, come l'industria della birra e del cemento. Il settore industriale che tira, ma senza vantaggi economici significativi per il paese e senza acquisizione di nuove tecnologie, è quello del subappalto dell'assemblaggio di vestiti, importati ed esportati senza tasse, che attira le multinazionali per il basso costo della mano d'opera e la possibilità di sfruttarla a piacere. L'economia è quindi chiaramente caratterizzata dalla dipendenza verso le multinazionali e i paesi e istituzioni come Il Banco Mondiale o il Fondo Monetario Internazionale che li rappresentano. Solo il settore finanziario speculativo che si alimenta con capitali esteri e il danaro del narcotraffico è florido, ma non produce ricchezze distribuibili.
Chomsky (1992) riassume in questi termini "il risultato di un altro esperimento pienamente riuscito, quello del modello di sviluppo introdotto dai consulenti Usa dopo il colpo di stato del 1954": "Mentre la repressione creava una migliore atmosfera per gli investimenti, i programmi economici orientati a promuovere le esportazioni portarono a una rapida crescita della produzione di derrate agricole e di carne di manzo, con la relativa distruzione delle foreste e dell'agricoltura tradizionale, un forte aumento della fame e della miseria in generale, la conquista del primato mondiale per la presenza di DDT nel latte materno (185 volte i limiti fissati dall'Organizzazione Mondiale della Sanità) ed ottimi profitti per le industrie agricole Usa e le affiliate locali". Gli Stati Uniti si servono per assoggettare l'economia e la politica del paese non solo delle multinazionali ma anche della AID, agenzia governativa per la cooperazione, che lavora con gli imprenditori privati (Escoto e Marroquin, 1992).
Il quarto potere dell'oligarchia risiede negli uomini e nei partiti politici che non rappresentano gli interessi delle classi oppresse - ne è una prova l'astensione ultramaggioritaria alle elezioni - ma sono piuttosto comitati d'affari di settori della borghesia : anche in Guatemala la corruzione ha caratterizzato non solo i partiti ma anche tutte le istituzioni statali compresi i due primi presidenti "democratici" eletti dopo l'85, il democristiano Vinicio Cerezo e il golpista Jorge Serrano, che si sono serviti dei loro mandati per arricchirsi in grande stile.
I governi "democratici" del Guatemala non hanno impedito che il loro Paese sia tuttora inserito nella lista di quelli dove le violazioni dei diritti umani sono più frequenti. L' Ufficio per i diritti Umani dell'Arcivescovato" de Ciudad de Guatemala pubblica un periodico bimensile, "Clamor", dove vengono denunciate queste violazioni. Ad esempio, per la sola prima metà del '92, vengono recensiti 399 omicidi, la maggior parte dei quali sono esecuzioni extragiudiziali delle forze di sicurezza. Oggi ancora l'esercito, le varie polizie e forze di sicurezza, gli squadroni della morte ("comisionados militares"), i membri delle PAC (Patrullas de Autodefensa Civil), fanno regnare un terrore poliziesco sul Guatemala. Ogni paese, ogni quartiere, è sotto a sorveglianza militare o poliziesca, a volte esercitata da comitati di quartiere e, abitualmente, dalle numerose "orecchie" (spie) dell'esercito. Parole e gesti dei leader studenteschi, contadini o sindacali, prediche "sovversive" dei preti "comunisti" vengono presto riferite ai servizi di "sicurezza". E quando le minacce di morte non sono sufficienti per intimidire chi non si sottomette, gli uomini dell'ombra ricorrono ai sequestri, agli attentati , agli assassinii. Nel pensiero rudimentale degli ideologi dell'esercito "chi non sta con noi è il nostro nemico, è alleato della guerriglia, è comunista". Accusa che ancora oggi nel 1994, dopo il crollo del comunismo, viene rivolta agli oppositori e giustifica la loro eliminazione.
Questa repressione tuttavia mette in evidenza la debolezza della classe al potere e la sua paura di fronte al movimento indigeno e popolare, che dopo ogni sconfitta risorge più dinamico. Il Guatemala presenta molte analogie con l'Africa del Sud di dieci anni fa’ : una minoranza bianca che si mantiene al potere con il terrore militare e poliziesco, una apartheid, nei fatti se non nelle leggi, una maggioranza indigena che si coscientizza, si organizza, lotta per fare rispettare i propri diritti e la propria cultura.
La resistenza indigena, iniziata da Tecun Uman, non si è interrotta lungo i cinque ultimi secoli di occupazione, prendendo la forma di ribellioni aperte o di resistenza passiva : i mayas davano l'impressione di sottoporsi al dominio bianco, di convertirsi al cattolicesimo, ma conservavano la loro religione, la loro cultura, la loro organizzazione sociale. Hanno anche mantenuto le loro lingue - molti di loro non conoscono lo spagnolo -, e i loro vestiti tradizionali.
Negli anni '70, la resistenza indigena fece un salto di qualità nella sua organizzazione con la fondazione del CUC che riuscì nel 1977, già prima della sua fondazione ufficiale, ad organizzare una marcia di 300 chilometri da Ixtahuacán a Ciudad de Guatemala di alcune centinaia di minatori licenziati dal lavoro e a suscitare una solidarietà tale che quando giunsero nella capitale erano accompagnati da 150.000 persone. Non si vedeva dal '54 una manifestazione di tale importanza nella quale si erano uniti contadini, operai e studenti, indigeni e ladini (Menchú e Cuc, 1992). Malgrado una dura repressione, Il CUC continuò a crescere in forza, a organizzare lotte e proteste, a stampare due periodici, fino agli anni dell'etnocidio che ha fortemente indebolito il movimento indigeno e popolare. Ma già si erano chiariti importanti obiettivi politici: la rivendicazione non solo di una condizione di vita migliore per i contadini, in maggioranza indigeni, ma anche la difesa della cultura e delle lingue maya e la lotta contro la discriminazione razziale.
La repressione stessa, che disarticolò il movimento popolare con l'assassinio di molti dei suoi leader e militanti, provocò la nascita di nuove organizzazioni di difesa e di protesta. Così fa la sua apparizione nell'84 il GAM (Grupo de Apoyo Mutuo) che rivendica notizie sulle cinquantamila e più persone scomparse durante il terrore militare. Nel '87 i sindacati, il movimento studentesco, il GAM e il CUC si unirono nella "Unità di Azione Sindacale e Popolare" (UASP), che divenne un gruppo di pressione per tutti i problemi che interessano il popolo, da quelli del lavoro e delle condizioni di vita a quelli della repressione e della pace.
Non è possibile, in poche pagine, elencare tutte le organizzazioni indigene e popolari che nascono in quel tempo e citerò solo le più importanti. Nel '88 fu fondata CONAVIGUA (Coordinamento Nazionale delle Vedove del Guatemala). Si stima a 45.000 il numero delle vedove e a 250.000 quello degli orfani dopo l'etnocidio degli anni '80. Conavigua raggruppa 11.000 donne, quasi tutte indigene, e ha lottato con coraggio per rivendicare i diritti delle donne chiedendo in particolare la punizione dei responsabili delle sparizioni, spesso denunciati con nome e cognome, la dissoluzione delle famigerate pattuglie di autodifesa (PAC) e in generale il rispetto dei diritti umani, ecc. Conavigua, che ha aderito all'UASP, ha subito e subisce tuttora una dura repressione da parte dell'esercito (Conavigua, sd).
Il "Consiglio Nazionale dei 'Desplazados' del Guatemala" (CONDEG)

si è formato nel '79 con l'appoggio di settori della Chiesa per difendere i diritti del milione di persone costrette a lasciare il villaggio in cui vivevano e le terre che lavoravano. Si occupa in gran parte della difesa dei diritti umani, denunciando le violenze e gli assassinii commessi dalle Pattuglie di Autodifesa, il reclutamento militare coatto, l'impunità dei responsabili del genocidio. Anche il CONDEG fa ora parte dell'UASP.
Ho già accennato alle CPR che manifestano pubblicamente la loro esistenza nel '90 e nel '91 e rappresentano le comunità nascoste nella montagna. Le CCPP, invece, rappresentano i rifugiati in Messico e si occupano del loro ritorno in Guatemala, ostacolato dal governo e dall'esercito. Il CERJ, nato nel '88 per chiedere lo scioglimento delle pattuglie di autodifesa, si occupa prevalentemente della difesa dei diritti umani delle comunità indigene.
Le associazioni sopra citate e altre fanno a loro volta parte di coordinamenti il cui scopo è di unificare le loro azioni e dare più forza alla loro rivendicazioni : tra questi raggruppamenti citerò la "Coordinadora de Sectores Surgidos por la Represion y la Impunidad" che chiede di partecipare ai negoziati per la pace, la restituzione delle terre di cui furono spogliati, il processo ai responsabili degli assassinii e massacri. "La Coordinadora Maya 'Majawil Q'Ij'" viene creata a partire dagli incontri continentali sui "Cinquecento Anni di Resistenza Indigena e Popolare" allo scopo di rappresentare le rivendicazioni indigene in quanto tali, quelle legate alla lingua, alla cultura, ecc. Darà origine al "Consiglio dei Sacerdoti Maya". Altre associazioni si occupano esclusivamente di problemi di cultura, di identità e di liberazione indigene. La "Coordinadora Nacional de Organizaciones Campesinas" è aperta anche ai contadini ladini.
Nelle città, particolarmente nella capitale, sono presenti i sindacati e i movimenti studenteschi uniti con le organizzazioni indigene in un fronte popolare, che si manifestò nel '93 con ingenti manifestazioni contro il colpo di stato di Serrano. Il movimento studentesco lotta su vari fronti : la difesa dell'autonomia universitaria, la sua democratizzazione e apertura agli studenti delle classi popolari, il miglioramento dell'insegnamento e della ricerca, l'unione di tutti gli studenti e la lotta contro i tentativi di privatizzazione, l'appoggio alle lotte per la pace, la democrazia e i diritti umani. Studenti, docenti, soprattutto dell'Università Pubblica "San Carlos" e numerosi intellettuali sono stati assassinati per il loro impegno sociale e politico.
In queste lotte per la difesa degli oppressi nelle ultime decadi anche settori della Chiesa Cattolica hanno avuto un ruolo importante, in un primo tempo, come già ho segnalato, nel lavoro di coscientizzazione e di organizzazione del popolo. CONFREGUA (Confederazione dei Religiosi del Guatemala) si occupa degli sfollati, dei rifugiati che ritornano al paese, delle comunità di popolazione in resistenza, difende i diritti umani, protegge i perseguitati e segue le cause giudiziarie. Nel '88, la conferenza episcopale scrisse una lettera pastorale intitolata "Il clamore per la terra" in difesa del diritto alla terra per i contadini poveri. Spesso ha criticato pubblicamente la politica del governo. Vescovi e sacerdoti sono stati oggetto di intimidazioni e minacce di morte. Ci sono anche sacerdoti che continuano il lavoro di coscientizzazione e organizzazione dei poveri nei quartieri marginali, creando servizi di salute, scuole popolari e appoggiando le loro lotte. Però non tutta la Chiesa sta con gli oppressi e non mancano in Guatemala associazioni conservatrici importate dall'Europa o dagli Stati Uniti come l'"Opus Dei" e i carismatici. Più numerose le sette evangeliche, incoraggiate sotto Reagan dall'amministrazione degli Stati Uniti, per combattere la teologia della liberazione e mantenere il ruolo tradizionale della religione come ideologia sacra della rassegnazione e dell'asservimento degli oppressi.
Anche la guerriglia, oggi unita nella URNG (Unión Revolucionaria Nacional Guatemalteca), non è stata sconfitta dalla guerra interna degli anni '70, anzi si è rinforzata negli ultimi anni. Sotto la pressione degli Stati Uniti, che hanno bisogno di imporre la "pace" nella regione per aprire nuovi mercati, sono iniziati dalla metà degli anni '80 trattative di pace tra esercito e guerriglia. Le organizzazioni indigene e popolari hanno ottenuto che il settore civile prendesse parte ai negoziati di pace non volendo lasciare solo a uomini in armi la ricerca della pace perché sono convinti che non ci può essere pace senza giustizia, senza il rispetto dei diritti umani e della cultura indigena (Bastos e Camus, 1993; Consulta popular alternativa, 1994). All'interno della classe dominante, soprattutto nell'esercito e tra gli industriali e produttori, esplodono contraddizioni tra quelli che vogliono continuare nella loro politica di sfruttamento e di violenza spietata e quelli che pensano che i loro interessi saranno meglio protetti dalla pacificazione e dalla riconciliazione. Il processo di pace è particolarmente ostacolato dal rifiuto dell'esercito alla costituzione di una "commissione di verità" che faccia luce sulla responsabilità dei massacri e violazioni dei diritti umani nei passati decenni.
Nel movimento indigeno e popolare, che riunisce in una sola lotta i Maya e i ladini poveri, le donne hanno svolto un ruolo importante. Rigoberta Menchú, premio Nobel della pace, è il simbolo di migliaia di donne indigene che hanno sfidato e sfidano tuttora uno dei peggiori regimi di oppressione nel mondo. Sono loro, le donne, le indigene e gli indigeni, le ladine e i ladini, contadini, operai, disoccupati, giovani e studenti, ragazze e ragazzi di strada, il popolo orgoglioso e indomato del Guatemala, la speranza di un futuro più umano liberato dalla barbarie del nuovo ordine mondiale, la primizia della restaurazione dello Stato maya.
Gli indigeni, riferendosi alla saggezza e alla concezione del mondo e del tempo dei loro antenati, tramandate nel loro libro sacro, il Pop Wuj, pensano che il loro Paese stia entrando in una nuova fase della storia. La loro visione della storia si riallaccia al passato e abbraccia milioni di anni futuri, il presente è solo un momento fugace nella costruzione della storia, la comunità che sopravvive all'individuo conoscerà tempi diversi. Pensano che la lunga notte del colonialismo bianco stia per finire e aspettano l'alba di un'altra fase, con la stessa certezza del contadino che sa che dopo la notte risorge il sole e che l'inverno deve cedere il posto ad un'altra stagione. Il libro di Chilam Bazan riporta una profezia di tempi anteriori all'invasione spagnola secondo la quale gli anni attuali sarebbero quelli della transizione verso la stagione della rinascita (Bastos e Camus, 1993).



Che pulisca la terra maya



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