Circolo di studi diplomatici



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CIRCOLO DI STUDI DIPLOMATICI

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DIALOGHI DIPLOMATICI


214

La politica mediterranea e mediorientale dell’Unione Europea



dopo le primavere arabe”
(18 novembre 2014)
Convegno

con la partecipazione della

Société d’Histoire Diplomatique



Roma
2014


CIRCOLO DI STUDI DIPLOMATICI



DIALOGHI DIPLOMATICI



214

La politica mediterranea e mediorientale dell’Unione Europea



dopo le primavere arabe”

Convegno
con la partecipazione della

Société d’Histoire Diplomatique

(18 novembre 2014)




ROMA
2014

CIRCOLO DI STUDI DIPLOMATICI

Palazzetto Venezia – Via degli Astalli 3/A – 00186 ROMA

tel. e fax: 06.679.10.52

e-mail: studidiplomatici@libero.it



www.studidiplomatici.it

DIALOGHI DIPLOMATICI

214

La politica mediterranea e mediorientale dell’Unione Europea



dopo le primavere arabe”

Convegno
con la partecipazione della

Société d’Histoire Diplomatique

(18 novembre 2014)




Convegno con l’intervento di:
Tewfik Aclimandos, Professore di Storia del Mondo Arabo a Il Cairo; Jacques Andréani, già Ambasciatore di Francia a Roma e membro della Société d’Histoire Diplomatique; Massimo Maria Caneva, Presidente AESI; Paolo Casardi, già Ambasciatore a Santiago del Cile; Pierferdinando Casini, Presidente della Commissione Affari Esteri del Senato; Generale di Brigata Antonio Catena; Khalid Chaouki, membro della Camera dei Deputati; Sandro De Bernardin, già Ambasciatore a Tel Aviv e Direttore Politico del Ministero degli Affari Esteri; Luigi Guidobono Cavalchini, già Rappresentante permanente presso l’Unione Europea; Cosimo Lacirignola, Segretario Generale del centro Alti Studi Agronomici per il Mediterraneo; Mario E. Maiolini, già Ambasciatore a Riad; Maurizio Melani, già Ambasciatore a Baghdad; Laura Mirachian, già Ambasciatrice a Damasco; Alberto Negri, Editorialista del quotidiano “Il Sole 24 Ore”; Roberto Nigido, già Rappresentante permanente presso l’Unione Europea; Claudio Pacifico, già Ambasciatore a Tripoli e a Il Cairo; Franco Pittau, referente Centro Studi e Ricerche IDOS/Immigrazione Dossier Statistico; Stefano Ronca, già Ambasciatore a Buenos Aires; Ferdinando Salleo, già Segretario Generale del Ministero Affari Esteri e Gianfranco Verderame, già Ambasciatore ad Algeri


e con la partecipazione degli Ambasciatori del Circolo di Studi Diplomatici: Sergio Balanzino, Adriano Benedetti, Pietro Calamia, Rocco Cangelosi, Francesco Corrias, Giulio di Lorenzo Badia, Luigi Fontana Giusti, Giancarlo Leo, Francesco Mezzalama, Alessandro Quaroni, Giacomo Sanfelice.

Roberto Nigido: ringrazio vivamente gli intervenuti qui presenti, e anche quelli che ci hanno dato la loro adesione ma non hanno potuto intervenire.

L’origine di questo convegno è il frutto della collaborazione tra il Circolo di Studi Diplomatici e la Société d’Histoire Diplomatique, Associazione francese con la quale il nostro Circolo condivide da tempo obiettivi e principi di etica morale e professionale.

Ringrazio vivamente l’Ambasciatore Jacques Andréani di essere qui oggi con noi per discutere di problemi cruciali non solo per l’Italia e la Francia ma per tutta l’Europa.

Mi auguro che dai nostri lavori possano emergere suggerimenti concreti sulla cui base indirizzare una nuova, più efficace politica dell’Unione Europea verso i Paesi della sponda Sud del Mediterraneo e del Medio Oriente.


Luigi Guidobono Cavalchini: riflettere sulle ripercussioni della globalizzazione nelle vicende mediterranee e medio-orientali - alla luce, anche, degli sviluppi più recenti di queste ultime - significa avventurarsi su un terreno piuttosto sdrucciolevole. Perché la nozione di globalizzazione quale la intendiamo continua, purtroppo, ad avere qualche affinità con l’interpretazione che di essa aveva dato Luigi XV nel 1763 in un’appassionata difesa davanti al Parlamento di Rouen dei poteri dello Stato. Per quel Sovrano, infatti, le “libertés indéfinies”, ove fossero prevalse, nelle transazioni commerciali riguardanti i grani, avrebbero provocato la distruzione del “ressort des sociétés”; concezione, questa, all’opposto di quell’avanzata da Emanuele Kant della “pace perpetua”, di un ordinamento giuridico integrato, capace, cioè, di cancellare per sempre dalla faccia della terra l’ombra della guerra.

Ora la globalizzazione, o mondializzazione per i nostri amici d’Oltre Alpe, nozione di cui abusiamo da quando è nata all’incirca negli anni novanta del secolo scorso, continua per lo più a essere considerata come fenomeno d’unificazione dei mercati mondiali, consentito dalla diffusione delle innovazioni tecnologiche che hanno spinto verso modelli sempre più convergenti o, se vogliamo, integrati di produzione e di consumo. E, ancora, è sinonimo di quella liberalizzazione, così bistrattata da Luigi XV, che porta a ridurre gli ostacoli alla libera circolazione delle merci e dei capitali. Di qui, tra parlare d’integrazione dei mercati e discettare d’integrazione degli Stati quasi come se fossimo tutti su una stessa barca corre una bella differenza! Si pensi, ad esempio, alla difficoltà di pervenire alla definizione della natura giuridica delle cosiddette “frontiere esterne dell’Unione Europea”, definizione che dovrebbe comportare la rinuncia da parte degli Stati Membri interessati a esercitare la sovranità piena su porzioni non secondarie dei rispettivi territori; e ciò in nome di un interesse comune.

Veniamo al Mediterraneo, che Platone definiva uno stagno attorno al quale gracchiano molti ranocchi! Per la verità, se si tratti di uno stagno o di stagni, di un Mediterraneo o di Mediterranei è ancora tutto da vedere; perché, se fossimo di fronte a uno spazio veramente integrato, allora alcuni problemi, come, ad esempio, quello della sua sicurezza ambientale, richiederebbero soluzioni comuni. Purtroppo non è così e la recente decisione di raddoppiare e di rendere più profondo il Canale di Suez per consentire anche alle navi porta-containers e a quelle petroliere a pieno carico d’attraversarlo da qui a un anno non sembra, almeno per il momento, preoccupare gli Stati rivieraschi; i quali, invece, dovrebbero tutti essere interessati all’adozione di misure cautelari, da decidere di comune accordo, per impedire che l’aumento del traffico marittimo nel Mediterraneo aumenti gli sversamenti illegali d’idrocarburi, purtroppo già oggi causa di un degrado che minaccia di diventare irrimediabile. Così come dovrebbe essere oggetto di qualche riflessione condivisa la prospettata progettazione di costruire centrali nucleari sulle rive meridionali di questo mare.

Viene, dunque, da domandarsi, se sia corretto considerare il Mediterraneo, cui spesso e volentieri si attribuisce il merito d’avere costruito la civiltà dell’ulivo, simbolo, per eccellenza, della pace, qualcosa di più di un “accidente geografico”, come soleva definirlo Gioacchino Volpe; o se, protagonista di una grande storia di almeno tre continenti non sia, invece, quell’insieme di popoli e di Stati che il mare ha avvicinato o dovrebbe avvicinare tessendo, così, in nome dell’etica della solidarietà, quell’intreccio di rapporti politici, mercantili, di culture e di trasmigrazioni destinati, pur tra tante differenze, a fare parte di un unico capitolo comprensivo di storie particolari.

Non deve, certo, destare meraviglia se Federico Chabod osservava come una tradizione millenaria avesse sempre fatto convergere lo sguardo sul bacino del Mediterraneo Orientale quale centro da cui doveva prendere avvio la civiltà umana con i grandi imperi da quello babilonese, non propriamente mediterraneo anche se legato a quel mare dall’intensità degli scambi, a quello egiziano, al greco e al romano. La nozione estensiva inventata da Georges W. Bush di “Great Middle East” riflette bene il continuum di questa realtà anche se, occorre aggiungere, che quel progetto si fondava sul falso presupposto che tutto il mondo musulmano fosse, proprio a causa dell’immobilismo e della mancanza di democrazia che lo contraddistingueva, il covo del terrorismo e dovesse, quindi, essere “democratizzato”. Tuttavia, il Grande Medio Oriente nasce concettualmente dopo un'altra definizione di geografia politica, quella del Mediterraneo allargato. Vero nodo strategico da secoli, forse da millenni, il Mediterraneo era ed è naturalmente allargato al Mar Nero, al Mar Rosso e al Golfo Persico, o Arabico, se si preferisce.

Il Mediterraneo è stato il mare delle grandi civiltà della storia e il Mediterraneo allargato è stato il mare delle Grandi Potenze, quello che univa l’area atlantica all’Oceano Indiano degli Imperi coloniali fino alla Cina; così la rotta di quel mare era diventata, dopo il 1869, essenziale sotto il duplice aspetto strategico-politico e commerciale.

Nella percezione di noi europei, soprattutto di quelli del nord, il mare Mediterraneo forma un tutt’uno con gli Stati rivieraschi dell’altra sponda: ciò che costatiamo nello stesso processo di Barcellona tutte le volte – e sono molte - che nei suoi testi ricorre l’espressione “Partenariato Euro-Mediterraneo”; quasi a fare ritenere che l’altra sponda di questo mare non sia rappresentativa d’entità abilitate, per quanto multiformi e fragili, a dialogare in condizioni d’eguaglianza con “ gli altri” quanto, piuttosto, continui a restare espressione di realtà create sotto la pressione degli imperialismi coloniali del XIX e del XX secolo.

Che cosa intendo allora dimostrare con quanto ho testé evidenziato? La risposta a questa domanda, da un punto di vista metodologico, è duplice. Da un lato, occorre guardare le cose in faccia e guardarsi bene, attraverso il retorico riferimento a un insieme integrato, dall’esimersi d’affrontare il problema del confronto e dei rapporti di forza tra mondi diversi troppo spesso in tensione tra loro e al loro interno; dall’altro, bisogna fare prova di realismo e di buon senso dal momento che l’Europa e il Mondo Islamico - e, in particolare, il Mondo Arabo - s’incontrano e si scontrano proprio nel Mediterraneo, una realtà in un certo senso “autonoma” e, quindi, “neutrale” ma vittima di disinvolture che minacciano di distruggerlo proprio attraverso il mancato superamento di linee di demarcazione vecchie e nuove, a detrimento, soprattutto ma non soltanto, di quella parte d’umanità meno favorita dalla sorte.

Ciò detto e da un punto di vista generale, il problema che abbiamo davanti presuppone, anzitutto, che si abbia chiara consapevolezza della natura e della portata delle violente tensioni che scuotono dal 2011 il Mondo Arabo: tensioni che, com’è stato osservato, non sono altro che segni di una accelerazione della storia politica, economica e sociale di molti Paesi della Regione, non riconducibili, quindi, alla nozione di rivoluzione intesa essenzialmente come processo comportante trasformazioni politiche, sociali ed economiche di lunga durata. So bene che i paragoni non calzano sempre a pennello ma in fondo la situazione verificatasi in Europa con la Restaurazione succeduta ai moti del 1848 presentava qualche somiglianza con la cosiddetta “Primavera Araba”; anche se questo termine, del quale si abusa giornalisticamente, non può certo cogliere una realtà complessa e multiforme, cui si addice, piuttosto, la nozione data da Max Weber alla “transizione politica”; nell’impegno, cioè, volto a spiegare le grandi trasformazioni delle società moderne mantenendo saldo l’ancoraggio all’elemento storico. Così, il Fondamentalismo Islamico - la cui nascita è fatta risalire alla campagna d’Egitto di Napoleone I - si presentò, dopo la Prima Guerra Mondiale, come reazione alla penetrazione di idee occidentali «moderne» nel mondo musulmano, alle quali avrebbero dovuto fungere da antidoti il ritorno al Corano e l’applicazione della shari’a, in opposizione, dunque, a qualunque tentativo d’instaurare nelle terre dell’Islam sistemi politici e giuridici di tipo occidentale.

Il nostro vezzo di semplificare le cose, al fine non sempre di distorcerle quanto, piuttosto, di renderle più “palatabili” al grande pubblico, finisce per dare un’immagine distorta dei mutamenti in atto nei confronti dei quali, e penso al caos libico e alla guerra civile in Siria, si dovrebbe più appropriatamente parlare di “inverno politico”. Insomma, è difficile “fare di ogni erba un fascio”, senza tenere conto, cioè, che il “paradigma islamico” nasconde realtà differenti secondo i Paesi, che l’estrema povertà delle popolazioni è all’origine della contestazione di regimi precedenti e che le forze armate non sempre si sono astenute dal continuare a condizionare, più o meno pesantemente, gli ordini politici interni.

Nel gennaio del 2011, quando i primi moti sociali della riva meridionale del Mediterraneo non avevano ancora acquisito una nomea “stagionale”, la stampa europea e statunitense chiamava ciò che stava accadendo in Tunisia e in Egitto “rivoluzioni del pane”: di ciò infatti si trattava, essendo il prezzo dell’alimento base cresciuto a livelli insostenibili per buona parte delle popolazioni arabe.

Torna, dunque, spontanea la domanda: é stato questo immiserimento delle grandi masse urbane e rurali insediate su quelle rive l’effetto inevitabile della globalizzazione? La risposta non è univoca perché in quei Paesi la globalizzazione, come apertura ai capitali esterni di vasti settori dell’economia, si è intrecciata inseparabilmente col fallimento delle vecchie classi dirigenti arabo-nazionaliste, le cui cause si collocano principalmente sul piano della programmazione economica. Vecchie classi dirigenti anche quando i governanti non erano anziani come Mubarak o Ben Alì, ma giovani e apparentemente promettenti come Bashar el Assad, incapace ugualmente di imprimere un cambio rispetto al passato e di gestire gli investimenti turchi e qatariani a vantaggio di tutta la società siriana

Ciò detto, c’è da chiedersi quale sarebbe l’atteggiamento dell’Unione Europea qualora, di fronte a mutamenti di lunga durata, gli Stati della regione le chiedessero un aiuto per liberarsi dai loro dittatori e per favorire cambiamenti politici e sociali radicali. Non sono tentato dal rispondere, come fanno alcuni, che quegli Stati si troverebbero nella stessa identica posizione di un condannato alla pena capitale che, avendo supplicato clemenza al re, quest’ultimo, per tutta risposta, si affretta a mandargli il boia per decapitarlo!

Dalla Conferenza di Barcellona del novembre 1995 era nato il Partenariato, trentotto anni, dunque, dopo la firma dei Trattati di Roma. Si comprendono questi tempi lunghi se si tiene presente che gli Stati fondatori avevano dovuto concentrare il loro impegno sul processo d’integrazione, anzitutto, per creare un mercato interno e, poi, dopo la caduta del muro di Berlino, per estendere le frontiere dell’Unione, oltre che all’Austria, alla Finlandia e alla Svezia, ai Paesi dell’Europa centrale e orientale. L’allargamento a Est era stato soltanto in parte compensato verso sud dall’adesione di Malta e di Cipro.

Prestiamo attenzione alla storia meno recente. Anzitutto, la tesi, sostenuta da molti, secondo cui la crisi di Suez avrebbe avuto il risultato d’imprimere nuovo slancio ai negoziati che dovevano portare alla firma nel 1957 dei Trattati di Roma, ci conferma nell’idea che a formare l’identità politica del Vecchio Continente abbia concorso la stretta interconnessione dell’Europa con il Mare Nostrum. Inoltre, l’approvazione della Politica Globale Mediterranea al Vertice di Parigi del 1972 e la quasi contemporanea instaurazione del Dialogo Euro-Arabo dopo la Guerra dell’Yom Kippur si collocavano in una cornice che rispondeva a una logica unitaria, suggerita altresì dall’ascesa nel 1967 della dittatura in Grecia, dal colpo di Stato di Gheddafi nel 1969, dalle tensioni tra Grecia e Turchia per Cipro e dal conflitto arabo-israeliano.

Al riguardo, è indicativa la “messa in guardia” dell’allora Segretario Generale della Commissione Europea, Emile Noel, che, in una nota del marzo 1972, sosteneva che la politica della Comunità per preservare la pace e la stabilità economica e politica dell’area mediterranea, turbata da antagonismi permanenti e da crisi interne gravi, trovava la sua motivazione profonda proprio nell’appartenenza dell’Europa a quella stessa regione.

Aggiungo che, in quegli anni, Bruxelles seppe vedere, almeno per un momento, più lontano di Washington. Nel famoso “Pilgrim speech”, pronunciato a Londra il 12 dicembre 1973, a due giorni di distanza, dunque, dal Consiglio Europeo di Copenaghen durante il quale i Nove si dichiaravano disposti a iniziare un dialogo con i Paesi della Lega Araba, Henry Kissinger, dopo avere lanciato la proposta di creare l’Agenzia Internazionale dell’Energia, riprendeva, seppure in termini necessariamente “morbidi”, date le circostanze, il concetto secondo cui con il Dialogo Euro-Arabo, manifestazione patente del “European masochism to bring all the 20 Arab countries toghether in one room”, il mondo occidentale, si era lasciato prendere in ostaggio da 8 milioni di beduini commettendo così un suicidio in piena regola!

Non deve stupirci più di tanto il fatto che, alla luce delle obiezioni dell’Amministrazione Nixon e dei tentativi di quest’ultima di spaccare il fronte europeo (tentativi ispirati alla kissingeriana “step by step diplomacy”) il Dialogo Euro-Arabo sia stato, almeno in un primo tempo, del tutto “depoliticizzato” e avesse portato a discutere, quindi, di temi aventi carattere esclusivamente economico. Così, si parlò di commercio, d’agricoltura, di sviluppo industriale, di nuove tecnologie, di cooperazione finanziaria e di cultura, avendo ben cura, tuttavia, di non sollevare il problema degli approvvigionamenti energetici.

Per la verità, tuttavia, l’insistenza dei Paesi della Lega Araba nel volere l’inclusione dell’OLP come membro a pieno titolo nel Dialogo Euro-Arabo non aveva facilitato le cose, almeno fino al febbraio del 1975 allorquando i Ministri degli Esteri degli Stati Membri della Comunità Europea erano pervenuti, con il Compromesso di Dublino, a superare lo stallo. Forse i primi mesi del 1977 erano stati i più produttivi perché proprio dai lavori preparatori dei Comitati del Dialogo, riunitisi a Tunisi e a Bruxelles, era scaturita in giugno a Londra la Dichiarazione con la quale la Comunità affermava la necessità di creare “a Homeland for the Palestinian people” e di dare “effective expression to Palestinian national identity”.

Poi, gli Accordi di Pace di Camp David avevano assestato al dialogo il colpo di grazia definitivo; anche se da parte europea si era cercato, purtroppo inutilmente, di riavviarlo con la Dichiarazione di Venezia del 13 giugno 1980 con la quale i Nove affermavano il diritto all’esistenza e alla sicurezza di tutti gli Stati del Medio Oriente compresa Israele e la giustizia per tutti i popoli, ciò che implicava il riconoscimento dei diritti legittimi del popolo palestinese, del diritto di quest’ultimo all’autodeterminazione e del ruolo dell’OLP.

La Dichiarazione di Barcellona ha rappresentato una svolta e, direi anche, è stata un atto di coraggio alla luce, soprattutto dei moniti che l’Amministrazione statunitense continuava a rivolgere all’Unione Europea. Occorre, però, ricordare che, a seguito dell’accurata preparazione avvenuta nel corso del 1994 ad opera dei Consigli Europei di Corfù e di Essen, i tre cesti contemplati dalla Dichiarazione - sicurezza e cooperazione, economia e finanza e dialogo socio-culturale – avevano trovato la loro base materiale nella diplomazia mediterranea e mediorientale degli Stati europei degli anni Ottanta, quando anche l’Italia dette il proprio contributo, oggi apprezzabile nella sua dimensione storica. La nostra memoria corre alla proposta, avanzata da Gianni De Michelis, di una “CSCE per il Mediterraneo” e alla paziente opera svolta da Giulio Andreotti per il rafforzamento delle correnti moderate dell’OLP.

Che cosa intendo dimostrare con ciò che sono venuto dicendo finora? La risposta, da un punto di vista metodologico, è duplice. Da un lato, occorre guardare le cose in faccia e guardarsi bene, attraverso il retorico riferimento a un insieme integrato, dall’esimersi d’affrontare il problema del confronto e dei rapporti di forza tra mondi diversi troppo spesso in tensione tra loro e al loro interno; dall’altro, bisogna fare prova di realismo e di buon senso giacché l’Europa e il Mondo Islamico s’incontrano e si scontrano proprio nel Mediterraneo, una realtà in un certo senso “autonoma” e, quindi, “neutrale” ma vittima di disinvolture che minacciano di distruggerlo proprio attraverso il mancato superamento di linee di demarcazione vecchie e nuove a detrimento soprattutto, ma non soltanto, di quella parte d’umanità meno favorita dalla sorte.

Bisogna cercare, in via preliminare, di dare una risposta convincente ai sentimenti di diffidenza che il mondo arabo nutre nei confronti della globalizzazione: una globalizzazione che, essendo percepita come tentativo d’imporre a tutto il pianeta idee, tradizioni e istituzioni aventi la loro origine in Occidente, è percepita come minaccia esterna anziché come opportunità da cogliere e da coltivare.

Questo sentimento della diffidenza può assumere concretamente le forme le più disparate: perché. accanto ai paladini di un Islam radicale, che vedono, pertanto, nella globalizzazione il tentativo d’eliminare ogni differenza tra Dar al-Islam e Dar al-Kufr, vi sono coloro che concepiscono questo fenomeno come una minaccia verso una religione che non è soltanto materia di fede ma che ha una “Sharia”, una legge, cioè, che regola ogni aspetto della vita quotidiana. E, ancora, vi é sa cogliere nella globalizzazione alcuni aspetti positivi legati all’applicazione delle tecnologie avanzate applicate ai trasporti, alla comunicazione e all’informazione.

Insomma, sarebbe un errore – e le recenti vicende dell’ISIS ce lo confermano - considerare l’Islam come un blocco monolitico. Senza contare che, all’epoca del suo maggiore splendore nel X secolo, Baghdad era diventata un centro di straordinaria fioritura culturale: e, sotto il califfato degli Abbasidi, i cristiani non soltanto potevano professare la loro fede ma avevano potuto dare vita non soltanto ad una cultura laica e scientifica ma addirittura ad una apologetica cristiana spesso in polemica - assolutamente tollerata - contro l’Islam.

Permettetemi una considerazione generale. Troppo spesso noi – ma non soltanto noi – siamo prigionieri di una logica che definirei manichea: tutte le volte, ad esempio, che contrapponiamo la tradizione alla modernità, la civiltà alle barbarie, l’Occidente all’Oriente… Sicché troppo spesso cadiamo prigionieri di stereotipi che limitano la conoscenza delle vicende umane e della loro evoluzione. Si parla, così di un Occidente laico, materialista, razionale e democratico e di un Oriente mistico, irrazionale e violento. Pertanto, sorge l’immagine del Mediterraneo come epicentro della frattura tra Occidente e Oriente: una frattura tutt’altro che rimarginata anche alla luce della storia che ci parla, da un lato, delle Crociate e degli Imperialismi coloniali e, dall’altro, della conquista della Spagna e dell’assedio di Vienna oltre che dell’occupazione dei Balcani.

Entro questa cornice si colloca la chiara consapevolezza della natura e della portata delle violente tensioni che scuotono il Mondo Arabo dal 2011: tensioni che, come ho già osservato, altro non sono per il momento che il segno di un’accelerazione violenta della storia.

La Umma sta vivendo delle enormi lacerazioni, di colore diverso rispetto agli albori della fede musulmana, tuttavia non trascurabili nel loro portato storicamente drammatico. La globalizzazione dei conflitti in corso, in Siria, in Iraq, in Libia ma anche in Pakistan e in Afghanistan mostra quanto i turbamenti del mondo islamico assumano immediatamente un carattere sia religioso che sociale, poiché lo scontro non è più soltanto fra sciiti, sunniti e alauiti ma virulento all’interno del sunnismo e alle sue predicazioni. Il carattere globale di tale conflitto è piuttosto lampante, come testimonia inequivocabilmente l’afflusso di europei e americani, convertiti o discendenti di immigrati di religione islamica, nei teatri di guerra mediorientale. Questo fenomeno, che investe pienamente il Mediterraneo, ci mostra altri aspetti della globalizzazione, quelli di un villaggio globale che permette ai giovani di tutte le sponde del Mediterraneo di ascoltare non soltanto la stessa musica pop, ma anche di udire le sirene dell’odio istigato dai predicatori dell’ISIS, che trova terreno fertile nel disagio sociale delle metropoli d’Oriente e d’Occidente.

Allora il Mediterraneo diventa politicamente ancor più grande, perché ciò che accade nei suoi Paesi rivieraschi riguarda e coinvolge buona parte del pianeta. È possibile quindi pensare che una tutela e un’integrazione del Mediterraneo possano sortire effetti positivi su tante dinamiche distruttive in corso nelle grandi aree di crisi?

Quale tutela, quale integrazione? Sicuramente il dialogo interreligioso trova nel Mediterraneo un suo ambito naturale ed esso è il miglior anticorpo verso le derive estremiste e violente che, sebbene manifeste nel mondo islamico, possono esplodere con rapidità e virulenza anche in altre confessioni. Su tale piano, gli Stati laici della riva settentrionale possono rinnovare proficue comunità di interessi non solo con gli esponenti della cristianità e dell’ebraismo ma anche con le relativamente nuove rappresentanze religiose islamiche della recente immigrazione. La tutela della libertà di credo che, lo ricordiamo, era stata garantita nel mondo arabo prima che l’estremismo avviasse le persecuzioni degli ultimi decenni contro i Cristiani d’Oriente, è un modo per prospettare un futuro di pace nel Mediterraneo.

Il punto di partenza è un punto di metodo: il Mediterraneo non deve essere una frontiera bensì uno spazio integrato così come esso si presentava all’epoca delle grandi civiltà fiorite attorno al suo bacino. Significa pensarlo come un ambiente comune, come un “all people’s sea”, nella convinzione che un atteggiamento aperto, fatto di comprensione e di solidarietà, aiuti, pur tra mille difficoltà, il processo di “modernizzazione” e, quindi, di adattamento coinvolgente tutte le parti direttamente interessate.

Bisogna, con molto realismo, prendere atto della realtà che abbiamo davanti. La maggioranza della popolazione musulmana può non essere d’accordo con le ideologie alle quali l’ISIS fa riferimento; può, cioè, non essere convinta che la via da seguire sia quella voluta dal Califfato ma non v’è dubbio che la nozione di un’entità politica e sociale ispirata alla legge e alla tradizione islamiche sia ben radicata nel mondo musulmano. Le Costituzioni di alcuni Stati che si proclamano laici sono una riprova di questo assunto ma il divario tra ciò che i musulmani erano e ciò che i musulmani sono resta al centro di quell’odio e di quella umiliazione che si trasformano in violenza in tutto il Grande Medio Oriente.

L’ISIS appare come una forza, come una potenza straordinaria che si muove e che nessuno è in grado d’arrestare; ma non lasciamoci ingannare perché quel sentimento di rivincita – che incute paura e che i musulmani chiamano la Sahwah, cioè il Risveglio – è in realtà indicativo di una crisi profonda, denuncia l'incapacità di adeguarsi al mondo moderno. Per coloro, come i Fratelli Musulmani, che perseguono il progetto di un Islam politico la "colpa" di tale crisi ricade sull'Occidente e in ultima analisi è attribuibile all’Occidente. Ma vi è anche chi è convinto che il male è dentro l’Islam, nell'interpretazione che si dà del Corano, dell'Islam come sistema religioso, politico, sociale e culturale.

Queste opposte percezioni, presenti nel mondo musulmano in genere e in quello arabo in modo particolare, hanno tuttavia un punto in comune: la necessità, cioè, di riformare l’Islam quale è attualmente per dischiudere “la porta dell’ijtihad” inteso come sforzo morale e intellettuale di “interpretazione" del Corano e, direi, di riscatto dal grande crollo religioso-politico di un Islam trovatosi d’un tratto - dopo la caduta dell’Impero Ottomano, la secolarizzazione della Turchia e la stagione dei mandati - diviso in nazioni, senza califfo, né capi, né guide.

L’argomento che mosse negli anni venti il Fondatore della Fratellanza ad opporsi a quei riformisti che volevano imitare l'Occidente era semplice: nel senso che, di fronte ad un’Europa che aveva smantellato, anche con l’inganno, il mondo islamico, non c’era alcun bisogno di ricorrere ai modelli occidentali dato che la soluzione dei problemi della società stava nel Corano e nella Tradizione del Profeta, l’uno e l’altra applicati alla lettera.

Nel tentativo di uscire dalla crisi, tale posizione cercò non di innovare ma di tornare alle origini, prendendo come modello l'Islam primitivo. Quando parliamo di “Islam delle origini", intendiamo Islam conquistatore: quello che, appoggiandosi alla seconda fase nella vita di Maometto, si era organizzato politicamente sfociando, poi, all'epoca dei primi califfi detti "ben guidati", nella conquista del Medio Oriente, dell’Africa Settentrionale, della Sicilia e della Penisola Iberica.

Che dire di questo atteggiamento sfociato nei movimenti fondamentalisti attuali? La verità è che nel Corano ci sono molte contraddizioni e, come suole ripetere Samir Khalil Samir, l’esigenza d’operare dei cambiamenti viene dallo stesso Corano, là dove Dio, rivolgendosi al Profeta, afferma: "Non abroghiamo un versetto né te lo facciamo dimenticare senza dartene uno migliore o uguale”. Il discorso, allora, si sposta sul terreno della reinterpretazione della legge islamica e, per voler essere concreti, esso investe, tra l’altro, la nozione di democrazia, la soppressione di quella parte della sharia che contempla le pene corporali, la giustizia sociale e il diritto di famiglia. Indicativo, al riguardo, è l’interesse con il quale in tutto il Medio Oriente si guarda alla scuola dei cosiddetti neoriformisti che si propone di “reinterpretare”, appunto, il ruolo della religione negli Stati. Ma non v’è dubbio che la sfida che oggi abbiamo davanti e che investe le tante società che vivono attorno al bacino del Mediterraneo consiste nel dare vita ad uno spazio integrato, rappresentativo, in particolare, del superamento di due tendenze non necessariamente opposte: di coloro che, partendo dalla creazione di un mercato unico, intendono regolare a livello planetario l’ampio spettro dell’attività umana e di coloro, invece, che, pur di non cadere in una sorta d’anonimato, ricorrono alla violenza per cercare di recuperare le loro identità.



Jacques andréani: i/ le mythe méditerranéen
Khalid chaouki: (testo dell’intervento al momento non disponibile)
Claudio pacifico:
Massimo maria caneva:
Franco pittau:
Maurizio melani:
Antonio catena:



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