Claudio marazzini – breve storia della lingua italiana



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CLAUDIO MARAZZINI – BREVE STORIA DELLA LINGUA ITALIANA

Riassunto del testo di Claudio Marazzini, Breve storia della lingua italiana, Il Mulino, Bologna, 2004.

 

INTRODUZIONE – STORIA DI CHI, STORIA DI CHE COSA

 

1. CENTRO E PERIFERIA



 

La storia linguistica italiana si caratterizza per un costante rapporto tra il centro (la Toscana) e la periferia. Nella sua espansione, il toscano ha incontrato le parlate locali. Il confronto non si è risolto quasi mai in una imposizione autoritaria: vi è stato piuttosto un libero consenso delle altre regioni.


La situazione dell’Italia è anomala: come osservava con imbarazzo Manzoni, l’Italia era l’unica nazione in cui la capitale politica (Roma) era destinata a non coincidere con la capitale linguistica (Firenze).
I dialetti sono da considerare sempre nel rapporto con l’italiano: ma per il periodo dalle origini al 1400, non ha senso parlare di dialetti. Se ne parlerà solo dopo l’affermazione della lingua. Quindi per i secoli XIII-XV si parla di “volgari italiani”.

 

2. I FORESTIERISMI: LE LINGUE NON SONO ISOLATE



 

Sono le lingue di maggiore prestigio a influenzare le altre, esercitando un’azione che si manifesta nei “prestiti”. Il rapporto con una lingua diversa produce anche i “calchi”, che possono essere di due tipi: il primo è il “calco traduzione”, quando si traduce alla lettera una parola straniera (es: skyscaper = grattacielo); il secondo è il calco semantico, quando una parola italiana assume un nuovo significato traendolo da una parola straniera, come accaduto per “autorizzare, che un tempo significava “rendere autorevole”.


I “prestiti di necessità” si hanno quando la parola giunge assieme ad un referente nuovo, privo di nome nella lingua che lo riceve (es: caffè, patata, canoa).
I “prestiti di lusso”, invece, potrebbero essere evitati perché la lingua possiede già un’alternativa alla parola forestiera.
Tutta la terminologia dell’informatica è fittamente intessuta di parole inglesi, prestiti o calchi, perché tutta la tecnologia dell’informatica è stata sviluppata lontano dall’Italia: è quindi naturale che il relativo linguaggio settoriale sia di importazione.
Tra le lingue con cui l’italiano è stato maggiormente in relazione, al primo posto stanno quelle europee, prima il provenzale e il francese, poi lo spagnolo e l’inglese. Ma bisogna anche tenere conto dei contatti con il latino e il greco, che forniscono prestiti di matrice colta.
Tra le lingue moderne, il francese fin dalle origini ha avuto maggiori rapporti con l’italiano e gli ha dato il più alto numero di parole, con influenza maggiore fra ‘700 e ‘800. All’ inizio dell’800 però il Purismo reagisce contro i gallicismi e contro l’’infranciosamento’ dell’italiano.
Il periodo della più forte influenza spagnola va dalla seconda metà del ‘500 alla fine del ‘600. Lo spagnolo era allora la lingua di una grande potenza militare presente nella penisola.
Il periodo di forte penetrazione degli anglismi comincia nell’800 e raggiunge il culmine nella nostra epoca. Il tedesco invece è stato molto meno importante. Fondamentale invece nel Medioevo il rapporto con l’arabo. Voci arabe ricorrono nel lessico della marineria, del commercio, nella medicina, nella matematica (zero, tariffa, sciroppo), e sono arabi molti nomi di stelle.

 

3. GLI SCRITTORI CHE CONTANO



 

E’ sbagliato mettere in secondo piano la lingua comune e d’uso, legata alla comunicazione quotidiana. Il linguaggio letterario ha influito spesso in maniera determinante sulla lingua italiana comune. Sono stati gli scrittori a fornire gli elementi sui quali grammatici e teorici hanno poi stabilito la “norma”.

 

4. IL MISTILINGUISMO



 

Il parlante o scrivente italiano si è trovato molto spesso al centro di una serie di campi di forza divergenti: è stato attirato dal toscano, lingua conosciuta attraverso i modelli della letteratura, è stato condizionato dal suo dialetto d’origine. Tale ambiente era favorevole allo svilupparsi di fenomeni di lingua mista. La contaminazione che ne deriva può essere definita con termine tecnico come “mistilinguismo”, e poteva manifestarsi sia involontariamente, per errore, sia volontariamente, per deliberata scelta stilistica.

 

5. NOTAI E MERCANTI DEL MEDIOEVO



 

Il notaio è senz’altro fra i protagonisti della fase iniziale della nostra storia linguistica: molti dei primi documenti del volgare sono stati scritti da notai, e proprio a costoro si deve la scelta di introdurre il volgare al posto del latino.


Inoltre, i notai sono stati tra i primi cultori dell’antica poesia italiana.
Il mercante medievale era certo meno istruito ma non gli mancava la conoscenza delle lingue straniere. Non sapeva il latino, ma leggeva, per proprio divertimento. Il suo rapporto con la scrittura era invece più sostanziale, aveva a che fare con la sua professione.
Un libro di conti del 1211 è la prima testimonianza di volgare fiorentino.
Il mercante utilizzò altre forme di scrittura, oltre alle lettere missive: i vademecum, in cui si trovano in maniera disorganica cose diverse; i libri di famiglia, quaderni in cui uno o più membri della famiglia annotavano avvenimenti familiari e cittadini, memorie, etc.
Nel ‘500 continuò infine la tradizione delle narrazioni di viaggi. In questi scritti il linguista può trovare le prime attestazioni di parole esotiche poi entrate stabilmente nell’italiano.

 

6. SCIENZIATI E TECNICI



 

Lo strumento della lingua scientifica fu per lungo tempo solo il latino. La base delle conoscenze sulla natura, del resto, era costituita dagli autori classici come Aristotele e Plinio. Ci volle tempo perché il volgare potesse competere col latino strappandogli il monopolio della cultura.


Dante ebbe la lungimiranza di antivedere una simile trasformazione, e scrisse in volgare il Convivio, opera di filosofia e poesia. Ma fu Galileo Galilei il protagonista della svolta che promosse al più alto livello scientifico l’uso del volgare toscano.
Il linguaggio scientifico moderno ha accentuato i caratteri specifici che lo distinguono dalla lingua comune, oltre che da quella letteraria, ed è quindi fortemente codificato, rivolto a specialisti. Esso risulta “economico” proprio grazie alla concentrazione di parole specialistiche. Oggi, molto spesso chi scrive saggi scientifici, usa l’inglese, ormai lingua internazionale come un tempo il latino.
Se questa tendenza dovesse estendersi, andremmo purtroppo incontro a una progressiva perdita del linguaggio scientifico italiano.

 

7. PER FORZA DI REGOLE: I GRAMMATICI



 

La prima breve grammatica italiana che si conosca è la cosiddetta Grammatichetta vaticana, di Leon Battista Alberti, composta nel ‘400. La prima grammatica a stampa risale all’inizio del secolo successivo: si tratta delle Regole grammaticali della volgar lingua di Giovanni Francesco Fortunio.


Pochi anni dopo, nel 1525, uscirono le Prose della volgar lingua di Pietro Bembo: nella terza ed ultima parte si trova una vera e propria grammatica dell’italiano.
Le norme fissate dai grammatici del ‘500 erano ricavate dagli scrittori che avevano reso grande la lingua: Dante, Petrarca e Boccaccio.
Lo sforzo di razionalizzazione grammaticale ebbe come effetto una maggiore omogeneità nell’uso da parte degli scriventi. A partire dal ‘700, la grammatica, in forma di ordinato manuale, divenne uno strumento fondamentale della pedagogia scolastica.

 

8. L’AUTORITA’ DELLE PAROLE: DIZIONARI E ACCADEMIE



 

Accanto alle grammatiche, l’altro grande presidio della norma linguistica è rappresentato dai dizionari. La concezione moderna di un vocabolario aperto alle innovazioni è molto diversa da quella che fu propria della più antica produzione lessicografica italiana, la quale, invece, ebbe l’obiettivo la definizione di un corpus chiuso di parole.


I più antichi vocabolari a stampa furono realizzati a Venezia.
La Crusca pubblicò nel 1612 un vocabolario molto più ampio di tutti quelli realizzati fino ad allora e lo presentò con un’autorevolezza tale da farlo diventare il termine di confronto obbligatorio in qualunque discussione sulla lingua.

 

9. LA POLITICA LINGUISTICA



 

La lingua toscana non deve la sua fortuna all’imposizione di un potere politico accentratore. La letteratura e la cultura sono stati i canali più importanti per la diffusione dell’italiano.


In Toscana, la lingua parlata era vicina a quella scritta e letteraria, e si aveva quindi un’omogeneità altrove impossibile. E’ naturale, quindi, che in Toscana il potere politico fosse disponibile ala promozione della lingua volgare.
Si ebbe una significativa promozione del toscano alla corte medicea, nel ‘400, e poi nel ‘500 sotto Cosimo I.
Il latino deteneva un primato quasi assoluto, in quanto lingue del diritto e della giurisprudenza. Eppure il volgare, già nel ‘400, fece la sua comparsa in alcune cancellerie signorili. E’ nella cancelleria che si forma la lingua che usiamo definire come “comune”, coinè.
Per uno stato, la scelta di una lingua ufficiale può significare una scelta di campo di grande portata storica. In Piemonte, durante il periodo napoleonico, fu introdotto il francese al posto dell’italiano: la francesizzazione si interruppe solo per la caduta dell’Impero.
Anche i dialetti esprimono una diversità regionale. Nel clima che portò all’Unità d’Italia, si formarono movimenti di opinione che avversarono i dialetti. Lo stesso Manzoni non fu loro favorevole. Tali posizioni antidialettali vengono definite “giacobinismi linguistici” (il linguista Ascoli faceva notare che lingua e dialetto possono convivere pacificamente).
Uno degli strumenti della politica linguistica è la scuola. Fino al ‘700, però, la scuola superiore fu in lingua latina. Il volgare non era insegnato, almeno ufficialmente.
Con le riforme del ‘700 il toscano entrò nella scuola superiore e nell’Università all’inizio con una posizione assai modesta.

 

10. EDITORI E TIPOGRAFIA



 

Nel ‘400 Venezia divenne la capitale della stampa. L’innovazione della stampa influenzò direttamente l’evoluzione della lingua, produsse una regolarizzazione sempre maggiore della scrittura: la tipografia italiana favorì nel ‘500 la diffusione di una norma omogenea, realizzando una maggiore uniformità linguistica dei testi, sottraendoli alle oscillazioni tipiche della coinè quattrocentesca.


Nel primo secolo della stampa, la produzione in latino ebbe di gran lunga il primo posto.
Il primo libro in volgare italiano oggi conosciuto non è un grande classico, ma un testo popolare devoto: un’edizione dei Fioretti di San Francesco (Roma, 1469).
Nel corso del ‘500 l’editoria raggiunse una considerevole omogeneità linguistica e acquistò sempre maggiore importanza la figura del “correttore tipografico”. Attraverso la stampa si arrivò così ad una progressiva regolarizzazione della grafia e dell’uso della punteggiatura. Si pensi che l’apostrofo fu introdotto da Bembo in occasione della stampa, nel 1501, delle Cose volgari di Petrarca.

 

11. DALLA STAMPA AI MODERNI “MASS-MEDIA”



 

Nel ‘700 acquistò una funzione particolare il giornale, rivolto allo stesso pubblico colto che acquistava i libri. E’ con l’800, tuttavia, che si diffusero giornali popolari e quotidiani rivolti a un pubblico più largo, favoriti dalla crescita dell’analfabetismo e dalla maggiore scolarizzazione.


Il giornale è testimone di molti neologismi e forestierismi. Non sempre i neologismi che compaiono sui giornali mettono radici nella lingua; a volte scompaiono in breve tempo.
La radio era già diventata un canale per raggiungere masse popolari negli anni precedenti la seconda guerra mondiale. Ma l’avvento della televisione fu un’occasione unica, per alcuni, di ascoltare una voce che parlava in lingua italiana, portando nelle campagne, in zone arretrate e legate alla più arcaica cultura rurale, un’immagine del mondo esterno.

 

12. LINGUA SCRITTA E LINGUA PARLATA



 

La lingua è per sua natura caratterizzata da varietà, e in questa varietà si esprime la creatività del parlante, determinata dal livello e dalla situazione in cui si svolge la comunicazione.


Una prima grande differenza va stabilita fra la lingua scritta e la lingua parlata.
Nell’oralità ci sono molti elementi che entrano nella comunicazione, assenti della scrittura: il gesto, l’espressione, il tono della voce, etc. Parola e azione si intrecciano. Inoltre la scrittura ha una maggiore “durata” del parlato, permette la correzione, il ripensamento, il succedersi di stesure diverse, fino al raggiungimento di un risultato soddisfacente e ordinato.
Lo storico della lingua si occupa generalmente di testi scritti. L’analisi di testi orali può essere messa in atto solo a partire dalla registrazione della voce su disco o nastro.
Dal ‘900, a volte, nelle scritture si avverte l’oralità, con differenti gradazioni. Un caso particolare è il “testo teatrale”, un “parlato recitato”. Il parlato viene anche introdotto nella narrativa, nelle novelle con i dialoghi.

 

13. L’ITALIANO DEL POPOLO



 

Nella tradizione italiana di riflessione sulla lingua, il ruolo del popolo è stato materia controversa. Pietro Bembo era fautore di un ideale letterario aristocratico e non riconosceva diritti alla parlata popolare, dove per popolo si intende quello toscano.


Ma anche una volta riconosciuta la parentela tra la lingua dei grandi scrittori del ‘300 (Dante, Petrarca e Boccaccio) e quella parlata dal popolo toscano, si trattava di stabilire quale fosse il principio di autorità: si trattava di scegliere tra la tradizione scritta e la vitalità della lingua viva.
I linguisti hanno scoperto l’esistenza del popolo grazie allo sviluppo delle scienze folcloristiche, della dialettologia e dello studio del periodo storico successivo all’Unità d’Italia. Si potè così osservare che il popolo post-unitario era arrivato ad utilizzare una modesta lingua “italiana”, piena di elementi dialettali ed errori.
Batoli Langeli, paleografo, afferma che “l’italiano popolare è un modo di scrivere, non di parlare”. Inizialmente, i documenti di italiano popolare vennero ricercati nei secoli XIX e XX.
Una serie di documenti dimostra come anche tra gli appartenenti ai ceti sociali più bassi, nelle grandi città, la capacità di leggere e scrivere non fosse totalmente assente, anche prima dell’800. Sempre più spesso escono dagli archivi testi risalenti al periodo tra il ‘500 e il ‘700, redatti in “italiano popolare”: si tratta di scritture di semicolti in un italiano scorretto, saturo di dialettismi, ma comunque diverso dal mero dialetto.
La storia dei dialetti italiani è strettamente legata a quella dell’italiano. Il processo è stato duplice: i dialetti si sono via via avvicinati alla lingua, mentre l’italiano ha acquisito elementi provenienti dai dialetti.

 

14. LA LINGUA COME VARIETA’



 

L’italiano popolare è l’italiano di chi non riesce a staccarsi dal dialetto e per conseguenza contamina i codici. I linguisti parlano di “varietà diastratiche” per indicare differenze che si riscontrano nell’uso dei diversi strati sociali.


A partire dal ‘500, l’italiano letterario divenne lingua della comunicazione scritta ai diversi livelli della società. Da allora in poi, quanto più modesto è il livello culturale dello scrivente, tanto più emergono vistosi gli elementi legati al dialetto.
Le varietà diatoniche della lingua sono definibili anche come varietà geografiche.
L’italiano parlato nel nostro paese non è uniforme, ma varia da regione a regione. Le differenze riguardano prima di tutto il livello fonetico e fonologico, ma anche quello morfologico e lessicale. I parlanti settentrionali, ad esempio, non distinguono tra le “e/o” rispettivamente aperte e chiuse (pèsca, pésca). Toscani e romani avvertono l’apertura e la chiusura delle “e/o” come rilevante.
Le differenze riguardano anche il livello lessicale e sintattico: le forme “tengo fame” per “ho fame” o “il pesce vuol cotto bene” sono chiaro segno di un italiano regionale di tipo meridionale.
Diafasico è il termine tecnico per indicare differenze linguistiche relative allo stile della comunicazione. Seguendo un’ideale scala discendente, potremmo parlare di livello molto elevato o aulico, colto, formale, medio, colloquiale, popolare, familiare, basso, etc.
E’ interessante notare che molte tendenze innovative proprie dell’italiano di oggi si manifestano prima di tutto ad un livello diafasico medio-basso: è il caso del pronome “gli” al posto di “a lei”, dell’uso del “ci” davanti ad “avere” (c’hai), del che polivalente (“questo è il locale che si balla tutta la notte”), della dislocazione a sinistra (Carlo l’ho visto), dell’uso dell’imperfetto nell’ipotetica dell’irrealtà o dell’indicativo al posto del congiuntivo nelle dipendenti (se sapevo, venivo prima; credo che Mario non viene).

 

CAPITOLO PRIMO – ORIGINI E PRIMI DOCUMENTI DELL’ITALIANO

 

1. DAL LATINO ALL’ITALIANO



 

L’italiano deriva dal latino, ma non dal latino classico degli scrittori, bensì dal cosiddetto latino volgare. Il latino non aveva dunque una unità linguistica assoluta. Uno dei mezzi per ricostruire gli elementi del latino volgare all’origine degli sviluppi romanzi è la comparizione tra le lingue neolatine.


Il latino volgare conteneva molte parole presenti anche nel latino scritto. Altre parole furono innovazioni del latino parlato, e non sono attestate nello scritto, come Putium. In altri casi ancora si ebbe un cambiamento nel significato della parola latina letteraria, la quale assunse un senso diverso nel latino volgare. E’ il caso di Testa(m), che era in origine un vaso di terracotta, ma che poco a poco sostituì Caput: evidentemente Testa(m) ebbe in un primo tempo un significato ironico, e designò il Caput in maniera scherzosa, come noi possiamo dire Zucca, Crapa, etc. Poi la sfumatura ironica sparì, e il termine assunse in toto il significato nuovo. Si consideri ancora l’italiano fuoco, derivato da focus, che in latino non era un fuoco qualunque (il latino letterario aveva il termine Ignis), ma il focolare domestico.
Esiste anche una serie di testi che possono darci informazioni utili per intravedere alcune caratteristiche del latino parlato di livello popolare. Alcuni autori classici hanno scritto a volte in maniera meno formale e sorvegliata.
Anche i testi teatrali latini contengono elementi di parlato, soprattutto quelli di Plauto. Importante è poi un romanzo come il Satyricon. In Petronio coesistono forme come Pulcher, Formosus e Bellus: il primo aggettivo era destinato a sparire nelle lingue moderne, mentre gli ultimi due sono all’origine delle forme romanze, lo spagnolo Hermoso, l’italiano Bello, il francese Beau.
Un particolare rilievo, tra i documenti del latino volgare, ha la cosiddetta Appendix Probi, una lista di 227 parole o forme o grafie non corrispondenti alla buona norma, tramandate da un codice scritto a Bobbio intorno al 700 d.C. Gli studiosi la collocano nel V o VI secolo d.C. Un maestro di quell’epoca raccolse le forme errate in uso presso i suoi allievi, affiancandole alle corrette, secondo il modello “A non B” (speculum non speclum, oculus non oclus).
L’Appendix Probi è l’occasione per riflettere su una serie di tendenze aberranti rispetto alla norma classica, che tuttavia contenevano gli sviluppi della successiva evoluzione verso la lingua nuova. L’errore dunque, è una deviazione rispetto alla norma, ma nell’errore medesimo possono manifestarsi tendenze innovative importantissime. Quando l’errore si generalizza, l’infrazione diventa essa stessa norma.
Gli studiosi fanno riferimento di solito a fenomeni di “sostrato”: il latino si impose su lingue preesistenti (etrusco, osco-umbro, etc.), che non mancarono di influenzare l’apprendimento della lingua di Roma.
Si è spiegata con il sostrato celtico la presenza delle vocali turbate nel settentrione d’Italia, con il sostrato osco-umbro si è spiegata la tendenza all’assimilazione di –nd- > -nn- e –mb- > -mm- nei dialetti centro-meridionali.
Un altro problema è il ruolo del “superstrato”: l’influenza esercitata da lingue che si sovrapposero al latino, come avvenne al tempo delle invasioni barbariche.
Di fatto, l’apporto lessicale all’italiano risalente a queste lingue non è di grande rilevanza. I termini gotici entrati nell’italiano sono meno di una settantina, e tra essi si possono citare le voci “astio”, “bega”, “melma”, “nastro”, “stecca” e “strappare”.
L’invasione dei longobardi fu più violenta e brutale e durò più a lungo. Le parole longobarde che sono state contate nell’italiano e nei dialetti italiani sono oltre duecento, tra arcaiche e moderne, dialettali e di lingua: i toponimi in –ingo e –engo, guancia, stinco, nocca, zazzera, grinfia, stamberga, panca, scaffale, federa, gruccia, palla, zaffata, staffa, spalto, termini giuridici e tecnici come faida e arimanno. Inoltre sono longobardi verbi concreti ed espressivi come arraffare, russare, schernire, scherzare, spaccare, spruzzare e tuffare.
I franchi furono un’elite che si insediò ai vertici del potere civile e militare. Sono probabilmente da considerare franchismi i termini come bosco, guanto, dardo e biondo. L’influenza d’oltralpe si fece sentire poi fortemente nei secc. XI e XII, con la diffusione anche da noi della letteratura francese e provenzale.
Ritornando comunque al periodo carolingio, entrarono allora termini relativi all’organizzazione politica e sociale: conte, marca, cameriere, barone, dama, lignaggio, sire e vassallo.

 

2. FONETICA E GRAMMATICA STORICA



 

Le modificazioni subite dal latino seguono determinate regole di sviluppo. Queste regole sono organizzate in forma sistematica dalla grammatica storica.


Le vocali possono essere classificate in base al loro punto di articolazione, centrale, anteriore o posteriore. La vocale “centrale” è la “a”, le tre vocali “anteriori o palatali” sono i, è, è, le tre “posteriori o velari” sono u, o, ò. La “e” e la “o” si distinguono in chiuse e aperte.
Vi sono lingue e dialetti che hanno anche le vocali cosiddette turbate, la ö e la ü, assenti nell’italiano ma presenti nel francese. La vocale indistinta o muta è presente nel francese “de”: la si indica convenzionalmente con “ë”.
Le vocali possono essere distinte, a secondo della loro durata, in lunghe e brevi. Le vocali che portano l’accento sono dette toniche, se no sono atone.
Combinazioni particolari di suoni sono i dittonghi, che possono essere ascendenti (piède, uòmo) o discendenti (fài, càusa). La “i” e la “u” nei dittonghi prendono il nome di “semiconsonanti”. Vengono rappresentate convenzionalmente con “j” e “w”.
Le consonanti vengono pronunciate con un restringimento o un’occlusione del flusso d’aria. Nel primo caso sono dette fricative, nel secondo caso occlusive. La combinazione delle prime e delle seconde produce le affricate. Le consonanti possono inoltre essere sorde o sonore: nelle sorde non di ha vibrazione delle corde vocali, nelle sonore sì.
Se l’occlusione della cavità orale si combina con il passaggio di aria nel naso, si ottengono le consonanti nasali. Se la lingua occlude solo la parte centrale della cavità orale, lasciando libere le zone laterali, avremo le consonanti laterali /l/ e /?/ (it. Figlio).
La consonante /r/ è vibrante.
La lingua italiana ha un sistema di sette vocali perché è ed è costituiscono opposizione fonematica. Il latino aveva dieci vocali, distinguibili in cinque lunghe e cinque brevi. Ad un certo punto, però, la quantità vocalica latina non fu più avvertita, cessò di avere rilevanza, e si trasformò in qualità: in parlanti pronunciarono le lunghe come strette e le brevi come aperte.
Lo sviluppo vocalico delle parole italiane è interessato inoltre dai fenomeni del dittongamento (pedem-piede, bonum-buono) e del monottongamento (aurum-oro, caudam-coda).
La metafonesi è invece una modificazione del timbro di una vocale per influenza di una vocale che segue. L’anafonesi invece è un fenomeno tipico del fiorentino e di una parte della Toscana: è il fenomeno per il quale una è tonica si trasforma in “i” davanti a /?/, mentre “o” tonica si trasforma in “u” davanti a /?/.
Hanno dato luogo quasi sempre a consonante doppia italiana anche i gruppi consonantici latini “ct” e “pt”: Lactem diventa latte, Septem sette. Un caso particolare di raddoppiamento è quello che si produce in fonosintassi, cioè nel contatto tra due parole: ad casam > akkasa.
La grafia italiana moderna registra il fenomeno solo quando si è prodotta l’univerbazione, cioè la riduzione a una sola parola (es: soprattutto, sebbene).
Nel passaggio dal latino alle lingue romanze, come abbiamo visto, si ebbe la perdita delle consonanti finali (ad esempio della “m” dell’accusativo) e la perdita dell’opposizione tra vocali brevi e vocali lunghe. Nella lingua latina si ebbe dunque un collasso del sistema delle declinazioni.
Le parole italiane derivano generalmente dall’accusativo delle parole latine.
Il latino è “sintetico”, mentre il passaggio dal latino classico a quello volgare implica l’introduzione di elementi morfologici analitici quali articoli e preposizioni. Gli articoli determinativi italiani il, lo, la, etc. derivano dai dimostrativi latini Illum, Illam, etc.
Dal numerale latino Unum deriva invece l’indeterminativo un, uno.
Il latino aveva tre generi di nomi, il maschile, il femminile e il neutro. Quest’ultimo è sparito nelle lingue romanze, lasciando rare tracce. Caratteristica, nello sviluppo dei verbi, è stata la formazione del futuro, completamente diverso da quello latino. Il futuro dell’italiano e delle lingue romanze deriva infatti dall’infinito del verbo unito al presente di Habere.
Anche il passivo latino fu sostituito da forme analitiche (amatus sum al posto di amor). Nel latino classico era normale la costruzione con il verbo postumo alla fine della frase.
Il latino volgare invece preferì l’ordine diretto, soggetto-verbo-oggetto-complemento indiretto. Mentre il latino mostrava una propensione per le frasi subordinate (ipotassi), l’italiano rivela una preferenza per la coordinazione (paratassi), come il latino volgare.

 

3. QUANDO NASCE UNA LINGUA



 

L’esistenza del volgare cominciò a farsi sentire nel latino medievale, che lascia trapelare i volgarismi. La caratteristica dei documenti antichi del volgare è la casualità: nella loro realizzazione e nel ritrovamento.


Il primo documento della lingua francese sono i Giuramenti di Strasburgo dell’842. Ludovico il Germanico e Carlo il Calvo, di fronte ai loro eserciti, giurarono alleanza contro il fratello Lotario. Ognuno dei due re giurò nella lingua dell’altro: Carlo giurò in tedesco, Ludovico in francese.
L’intenzionalità nell’uso del volgare è in questo caso evidente, perché è legata ad una situazione pubblica e ufficiale quale è un patto di alleanza fra due sovrani. L’atto di nascita della lingua italiana, il Placito Capuano, è una formula connessa a un giuramento, che nasce da una piccola controversia di portata locale.
Un codice scritto in Spagna, all’inizio dell’VIII sec, e approdato già in epoca antica a Verona, reca nel margine superiore di un foglio due note in scrittura corsiva. La seconda è in latino corretto, la prima invece si presenta in forma diversa (“se pareva boves…”).
La postilla è stata giudicata variamente: come italiano volgare, come semivolgare, come vero e proprio latino seppur scorretto. La questione è probabilmente irresolubile. Detto questo, sarà ben difficile attribuire il titolo di “primo documento della lingua italiana” a un testo così controverso.

 

4. UN GRAFFITO E UN AFFRESCO



 

Caso curioso è quello dell’iscrizione della catacomba romana di Commodilla, la quale è un anonimo graffito tracciato sul muro. Benché sembri a prima vista conservare un aspetto latineggiante, vistosamente rivela il suo reale carattere di registrazione del parlato.


Il graffito può essere fatto risalire a un periodo tra il VI-VII secolo e la metà del IX, ed è così trascrivibile: “Non dicere ille secrita a bboce”, ovvero “Non dire quei segreti a voce alta”. Tale grafia rende in maniera fedele la pronuncia con betacismo (passaggio di v a b: lat. Vocem diventa Boce) e raddoppiamento fonosintattico.
L’iscrizione della basilica di San Clemente rientra invece in un progetto grafico ben più complesso: si tratta di un affresco in cui parole in latino e in volgare sono state dipinte fin dall’inizio accanto ai personaggi rappresentati, per identificarli e per mostrare il loro ruolo nella storia narrata.
Il pittore ha aggiunto una serie di parole che hanno funzione di didascalia, o che indicano le frasi pronunciate dai personaggi raffigurati: queste frasi sono in un volgare vivace e popolarescamente espressivo. L’affresco fu dipinto alla fine dell’ XI secolo. Il latino è adottato nelle parti più elevate del testo, per indicare l’intenzione di chi ha fatto dipingere l’affresco o per esprimere il giudizio morale sull’accaduto.
Il volgare, per contro, esplode vivace nelle didascalie che registrano con marcato espressionismo plebeo voci e azioni dei personaggi (“Falite dereto co lo palo…”).

 

5. L’ATTO DI NASCITA DELL’ITALIANO: IL “PLACITO CAPUANO” DEL 960



 

Il “Placito Capuano”, un documento d’archivio, per la sua ufficialità gode del privilegio di essere comunemente considerato l’atto di nascita della nostra lingua. La scoperta risale al ‘700. Chi l’ha scritto si è reso perfettamente conto di utilizzare due lingue diverse, il latino notarile e il volgare parlato. Abbiamo dunque qui la prova di una cosciente distinzione tra i due codici linguistici.


Il Placito Capuano del 960 è un atto notarile, scritto su un foglio di pergamena, relativo ad una causa discussa di fronte al giudice capuano Arechisi. Rodelgrimo rivendicava il possesso, in lite giudiziaria, di certe terre. L’abate di Montecassino invece invocava il diritto all’usucapione.
Durante la redazione di questo verbale fu compiuta una scelta inconsueta rispetto alle abitudini del tempo. Il dibattito doveva svolgersi già allora in volgare, non in latino. Il latino però era impiegato in tutti i tipi di verbali. Nel caso del Placito Capuano, la verbalizzazione in latino arrivò a includere vere e proprie formule testimoniali volgari (“…et testificando dixit: Sao ko kelle terre, per kelle fini que ki contene…”).
La scelta di scriverla in volgare piuttosto che in latino non va spiegata tanto con il desiderio di essere fedeli al parlato dei testimoni, quanto come un modo per rivolgersi a un pubblico diverso, più vasto: come dire che era interesse dell’Abate che il risultato del processo fosse conosciuto per evitare altre analoghe contestazioni. In altre tre carte notarili analoghe, una di Sessa Aurunca e due di Teano, risalenti al 963, si trovano formule molto simili.

 

6. DOCUMENTI NOTARILI E GIUDIZIARI



 

Un buon numero dei più antichi documenti italiani è dovuto alla penna di notai. Il volgare può affiorare in forma di postilla, cioè in forma di testo aggiunto al rogito vero e proprio. E’ quanto accade nella cosiddetta Postilla amiatina del 1087. Il notaio estensore dell’atto in lingua latina aggiunse alla fine la seguente postilla: “Ista cartula est de caput coctu ille adiuvet de ill rebottu…”.


Dal punto di vista linguistico, si osserva la presenza delle u finali al posto delle o, una caratteristica presente nel territorio del Monte Amiata. I versi significherebbero: “Questa carta è di Capocotto: essa lo aiuti da quel ribaldo che tal consiglio gli mise in corpo”.
Gli studiosi hanno anche osservato che la postilla ha un andamento ritmico. Più di recente è stata avanzata l’interpretazione che rebottu alluda al Maligno.
Nella Carta osimana del 1151, il volgare affiora non in una postilla, ma all’interno del vero e proprio testo latino del rogito. Nella Carte fabrianese e in quella picena, si alternano latino e volgare.
Al gruppo delle carte giudiziarie vanno ricondotte due pergamene del 1158 conservate nell’archivio vescovile di Volterra. Nella sintesi di quanto hanno detto i testimoni affiora il volgare, nel bel mezzo del testo latino: “Sero ascendit murum et dixit: guaita, guaita male; non mangiai ma mezo pane”, ovvero “La sera salì sulle mura e disse: la guardia, fa male la guardia, perché non mangiai mai altro che mezzo pane”.
Il volgare viene così preferito la dove viene introdotto l’aneddoto.

 

7. IL FILONE RELIGIOSO NEI PRIMI DOCUMENTI DELL’ITALIANO



 

La Formula di confessione umbra, la cui datazione può essere fissata tra il 1037 e il 1080 ca., è un testo che il fedele deve leggere o recitare. I Sermoni subalpini invece sono una raccolta di prediche in volgare piemontese. Si tratta di un corpus di ben 22 testi piuttosto ampi. I testi alternano parti in latino al corpo vero e proprio del discorso, che è in volgare locale, caratterizzato da alcuni esiti propri anche del piemontese moderno.

 

8. DOCUMENTI PISANI



 

Ignazio Balzelli ha scoperto una carta pisana che si può collocare fra la metà dell’XI e la metà del XII secolo: l’antico documento ridotto al rango della nostra cartastraccia, già nel secolo XII fu tagliato, parzialmente cancellato e riscritto, e in seguito riciclato.


Balzelli qui ha avuto la ventura di scoprire il testo, che risulta essere un elenco di spese navali. Ancora a Pisa ci riporta un documento più tardo, anteriore però alla soglia nel XIII secolo: si tratta di una iscrizione su di un sarcofago del Camposanto, un’epigrafe che si inquadra nel ben noto tema del morto che parla al vivo. Si legge: “Homo ke vai per via prega deo dell’anima mia…”.

 

9. PRIMI DOCUMENTI LETTERARI



 

Un vero sviluppo della letteratura italiana si ebbe solamente nel XIII secolo a partire dalla scuola poetica fiorita alla corte di Federico II, la cosiddetta Scuola siciliana.


Se cerchiamo tracce di componimenti poetici italiani, qualche cosa è dato trovare a partire dalla seconda metà del XII secolo, nella forma che comunemente viene definita “ritmo”.
Si trovano quattro versi volgari in una memoria latina esaltante le vittorie delle milizie di Belluno e di Feltre su quelle di Treviso nel 1193 e 1196.
Il trovatore provenzale Rambaldo di Vaqueiras ha scritto “le prime strofe regolari che ci siano pervenute nella nostra lingua”. Per trovare versi italiani con intento letterario dobbiamo sfiorare e forse scavalcare la soglia del XIII secolo, visto che a quella data alcuni spostano ora il cosiddetto Ritmo laurenziano.
Il primo testo è quello di una canzone di decasillabi, il cui verso iniziale è “Quando eu stava in le tu’ catene”. Il secondo testo si compone di cinque endecasillabi: il primo è “Fra tuti qui ke fece lu Creature”. Sono le più antiche testimonianze di poesia lirica d’amore in volgare italiano.
Tali documenti potrebbero autorizzare l’ipotesi di una scuola poetica italiana già attiva prima della Scuola siciliana di Federico II.

 



Capitolo secondo – il duecento
Capitolo quinto – il cinquecento
Capitolo sesto – il seicento
Capitolo ottavo – l’ottocento



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