Claudio marazzini – breve storia della lingua italiana


CAPITOLO OTTAVO – L’OTTOCENTO



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CAPITOLO OTTAVO – L’OTTOCENTO

 

1. PURISMO E CLASSICISMO



 

All’inizio dell’800 si sviluppò un movimento che va sotto il nome di “Purismo”. Questo termine indica in sostanza l’intolleranza di fronte ad ogni innovazione, il culto dell’epoca d’oro della lingua, il ‘300.


Il tradizionalismo cruscante e il culto del fiorentino arcaico offriva salde basi al Purismo.
Il capofila del Purismo italiano è Padre Antonio Cesari, veronese, autore di libri religiosi, di novelle, di studi danteschi ma soprattutto lessicografo. Secondo Cesari, “tutti in quel benedetto tempo del ‘300 parlavano e scrivevano bene. I libri delle ragione de’ mercatanti, i maestri delle dogane, gli stratti delle gabelle e d’ogni bottega menavano il medesimo oro…”.
Egli non stabilì che cosa fosse quella bellezza della lingua di cui parlava misticamente.
Il marchese Basilio Puoti, napoletano, tenne una scuola libera e privata, dedicata all’insegnamento della lingua italiana, intesa in base a una concezione puristica meno rigida di quella di Cesari, più disponibile verso gli autori del ‘500.
Lo scrittore Carlo Botta fu autore di una Storia della guerra della indipendenza degli Stati Uniti d’America (1809) in cui la lingua piena di arcaismi cozza col contenuto moderno.
Lo scrittore Vincenzo Monti ebbe la forza e l’autorevolezza per porre un freno alle esagerazioni del Purismo. Definì Cesari il “grammuffastronzolo di Verona”, rinfacciandogli di aver dato una versione del Vocabolario della Crusca apparentemente più ampia, in realtà di aver solamente “raccolto ed insaccato a ribocco tutte quelle voci ch’eransi a bello studio degli Accademici repudiate e dannate come lordure”.
Le polemiche linguistiche montiane compongo la serie di volumi intitolata Proposta di alcune correzioni ed aggiunte al Vocabolario della Crusca, uscita dal 1817 al 1824. Gran parte della Proposta era costituita dalla ricerca di errori compiuti dai vocabolaristi fiorentini, dovuti anche alla loro scarsa preparazione filologica.
Tra i romantici milanesi circolò uno scritto di Stendhal intitolato “I pericoli della lingua italiana”. Questo scritto condannava con forza il Purismo e la particolare situazione linguistica del nostro paese, caratterizzato dalla vitalità dei dialetti e dall’artificiosità della lingua letteraria.

 

2. LA SOLUZIONE MANZONIANA ALLA “QUESTIONE DELLA LINGUA”



 

Tra i romantici milanesi si dibatteva attorno al problema, già sollevato nel ‘700, dell’italiano in tutto o in parte simile ad una lingua morta.


Manzoni, con le sue idee, maturate nella stesura dei Promessi Sposi, rende la nostra lingua più viva e meno letteraria.
Manzoni affrontò la “questione della lingua” a partire dalle sue personali esigenze di romanziere. Iniziò ad occuparsi del problema della prosa italiana fin dal 1821, con la stesura del Fermo e Lucia, redazione iniziale dei Promessi Sposi. Questa prima fase eclettica cercava di raggiungere uno stile duttile e moderno utilizzando il linguaggio letterario, ma senza vincolarsi ai puristi, anzi accettando francesismi e milanesismi, o applicando la regola dell’analogia. Questa descrizione della propria lingua letteraria fu data da Manzoni stesso nella seconda introduzione al Fermo e Lucia, del 1823, dove prendeva ormai le distanze dallo stile “composito”, e lamentava la propria naturale tendenza al dialettismo, ammettendo il provvisorio fallimento. La seconda fase, che Manzoni chiamò toscano-milanese, corrisponde alla stesura dei Promessi Sposi per l’edizione del 1825-27. In questo caso lo scrittore cercava di utilizzare una lingua genericamente toscana, ma ottenuta per via libresca.
Questo studio libresco, comunque, non poteva bastare. In lui maturò un concetto di uso molto più vitale e innovativo. Nel 1827 Manzoni fu a Firenze, e il contatto diretto con la lingua toscana suscitò una reazione decisiva. La nuova edizione dei Promessi Sposi, nel 1840-42, corretta per adeguarla all’ideale di una lingua d’uso, resa scorrevole, piana, purificata da latinismo, dialettismi ed espressioni letterarie di sapore arcaico. Si trattava del linguaggio fiorentino dell’uso colto.
Nel 1847, in una lettera al lessicografo piemontese Giacinto Carena, Manzoni espresse la propria posizione definitiva, auspicando che la lingua di Firenze completasse quell’opera di unificazione che già in parte si era realizzata proprio sulla base di quanto vi era di vivo nella lingua letteraria toscana.
Nel 1868 lo scrittore, in una Relazione al ministro Broglio, spiegò come il fiorentino dovesse essere diffuso attraverso una capillare politica linguistica, messa in atto nella scuola, a opera degli insegnanti, e proposta in forma di generalizzata educazione popolare. Proponeva anche che si realizzasse un vocabolario della lingua italiana concepito su basi nuove, affiancato da agili vocabolari bilingui, capaci di suggerire le parole toscane corrispondenti a quelle proprie delle varie parlate d’Italia.
Tommaseo e Lambruschini presero le distanze da Manzoni, rivendicando la funzione degli scrittori nella regolamentazione della lingua, sollevando dubbi di varia natura sul primato assoluto dell’uso vivo di Firenze.
Quel modello sembrava aver la capacità di liberare la prosa italiana dall’impaccio della retorica; era l’antidoto ai difetti messi in evidenza dal manzoniano Ruggero Borghi nel bel saggio Perché la letteratura italiana non sia popolare in Italia (1855). I difetti di costruzione e le inversioni, infatti, ne rendevano faticosa la lettura. In alternativa proponeva uno stile piano, adatto a una piacevole conversazione, senza paludamenti classici.
L’esempio di Manzoni, inoltre, favorì la prassi della “risciacquatura in Arno”, il soggiorno culturale a Firenze allo scopo di acquisire familiarità con la lingua parlata in quella città. Influì sugli insegnamenti un libro come l’Idioma gentile di De Amicis (1905). La borghesia italiana, nella babele linguistica della nazione appena unificata, aveva appunto bisogno di libri del genere, facili e concreti.
L’unico freno al diffondersi della teoria manzoniana nel mondo della scuola fu probabilmente il prestigio di un poeta-professore come Carducci, irriducibile avversario del “popolanesimo” toscaneggiante, pronto a sferzarlo con la sua satira.

 

3. UNA STAGIONE D’ORO DELLA LESSICOGRAFIA



 

L’800 è stato il secolo dei dizionari: una stagione splendida per ricchezza di produzione e per qualità. La “Crusca veronese”, fondata nel 1806-11 da padre Antonio Cesari di Verona, aveva riproposto il Vocabolario della Crusca con una serie di giunte, allo scopo di esplorare ancor più a fondo il repertorio della lingua antica, la lingua trecentesca, ripescata non solamente negli scritti dei grandi autori, ma anche nei minori e minimi, poco colti e semipopolari.


Tra il 1833 e il 1842 fu pubblicato il Vocabolario della lingua italiana di Giuseppe Manuzzi, anch’esso nato da una revisione della Crusca. Manuzzi fu un purista come Cesari.
Le opere citate possono dare l’impressione di una certa monotonia, di una mancanza di originalità, per il tentativo di sommare l’esistente mediante l’accumulo di giunte, aggiunte al vocabolario di base.
La somma delle giunte avveniva in maniera piuttosto meccanica, e ciò indica la difficoltà nell’amalgamare l’insieme, l’impossibilità di tagliare di netto con il passato. Persino gli esperimenti lessicografici più notevoli e innovativi prendevano pur sempre le mosse della Crusca, anche se poi se ne distanziavano in maniera critica.
Tra il 1829 e il 1840 la società tipografica napoletana Tramater diede alle stampe il Vocabolario universale italiano, la cui base era ancora la Crusca; l’opera aveva però un taglio tendenzialmente enciclopedico e dedicava particolare attenzione alle voce tecniche, di scienze, lettere, arti e mestieri.
L’opera si segnala per il superamento delle definizioni tradizionali: i vocabolari del passato avevano fatto riferimento a cane come “animal noto” o il cavolo come “erba nota”; nel Tramater, invece, la definizione zoologica e botanica poggia sulla precisa classificazione scientifica, per cui il cane è la “specie di mammifero domestico…che ha sei denti incisori…”.
Nessun vocabolario dell’800 si avvicina nemmeno lontanamente alla qualità del Dizionario di Tommaseo (poi portato a termine da Bellini). Tommaseo si preoccupò di illustrare attraverso il proprio dizionario le idee morali, civili e letterarie. Tra queste, comunismo e positivismo, entrambe accompagnate da una definizione umorale e per nulla oggettiva.
Uno dei punti di forza del nuovo vocabolario era, oltre alla mole e all’abbondanza dei termini, la strutturazione delle voci. Il criterio seguito non consisteva nel privilegiare il significato più antico o etimologico, ma nel dichiarare “l’ordine delle idee”, seguendo un criterio logico, a partire dal significato più comune ed universale, ordinando gerarchicamente gli eventuali significati diversi di una parola, individuati da numeri progressivi, e privilegiando sostanzialmente l’uso moderno.
Della soggettività di Tommaseo, è rimasta celebre la faziosità contro Leopardi, dimostrata nel compilare la voce “procombere”: “l’adopra un verseggiatore moderno, che per la patria diceva di voler incontrare la morte…Non avendo egli dato saggio di sostenere virilmente i dolori, la bravata appare non essere che retorica pedanteria”.
Si realizzò anche un vocabolario coerente con l’impostazione manzoniana, ispirata al fiorentinismo dell’uso vivo. Nella relazione Dell’unità della lingua e dei mezzi di diffonderla del 1868, Manzoni aveva guardato al Dictionnaire de l’Acadèmie française: erano stati aboliti gli esempi di autore. Al posto delle citazioni tratte dagli scrittori, il Giorgini-Broglio presentava una serie di frasi anonime, testimonianza dell’uso generale. Allo stesso tempo, venivano eliminate le voci arcaiche. Secondo Manzoni, si trattava di scindere le due funzioni che si erano confuse nei vocabolari italiani, i quali avevano voluto allo stesso tempo mostrare l’uso vivente, e documentare gli esempi degli scrittori del passato. Questa seconda finalità doveva essere invece rinviata a lessici appositi, di tipo esclusivamente storico, mentre la funzione primaria doveva essere quella di indicare l’uso vivo di Firenze.
Il secondo obiettivo proposto da Manzoni nella Relazione del 1868 stava nella realizzazione di una serie di vocabolari dialettali i quali suggerissero l’esatto equivalente fiorentino.
L’800 fu anche il secolo d’oro della lessicografia dialettale. L’interesse romantico per il popolo e la cultura popolare, a cui seguì la curiosità della linguistica per il dialetto, considerato non più italiano corrotto, ma una parlata con la sua dignità, i suoi documenti, la sua storia parallela a quella della lingua italiana. Lo studio dei dialetti si accompagnò a una profonda curiosità per le tradizioni popolari e anche per le forme letterarie della cultura orale, canti e racconti.
Mentre si realizzava l’unità d’Italia, lo studio dei dialetti serviva proprio per scoprire le tradizioni italiane.

 

4. GLI EFFETTI LINGUISTICI DELL’UNITA’ POLITICA



 

In comune, tra i vari stati italiani, c’era soltanto un modello di italiano letterario, elaborato dalle élite. Mancava quasi completamente una lingua invece comune della conversazione.


Il numero degli italofoni, era allora incredibilmente basso. De Mauro, al momento della fondazione del Regno d’Italia, sostiene che quasi l’80% degli abitanti era analfabeta ufficialmente. Non tutto il restante 20% però sapeva utilizzare l’italiano.
Alfabeta dunque non significava avere un reale possesso della lingua scritta. De Mauro ha supposto che per raggiungere una padronanza accettabile della lingua occorresse almeno la frequenza della scuola superiore postelementare, la quale nel 1862-63 toccava solamente l’8,9 per mille della popolazione tra gli 11 e i 18 anni, ovvero 160000 individui. A questi, si aggiungano i 40000 toscani e 70000 romani che hanno un possesso naturale della lingua. Essi infatti, se hanno conseguito anche solo un’istruzione elementare, hanno un possesso accettabile della lingua.
In totale sarebbero dunque 600000 gli italiani capaci a parlare italiano su una popolazione totale di 25 milioni, ovvero il 2,5%.
Castellani ha invece posto il problema dell’esistenza di una fascia geografica mediana, corrispondente almeno a una parte della Marche, del Lazio e dell’Umbria, in cui la natura delle parlate locali è tale da far ritenere che un grado di istruzione anche elementare sia sufficiente per arrivare al possesso dell’italiano.
Il nocciolo del problema sta nel tipo di rapporto che si ritiene intercorra tra la lingua toscana parlata, i dialetti dell’area mediana e l’italiano. Il nuovo calcolo del Castellani alza la percentuale di parlanti in italiano al 10% della popolazione totale.
Con la formazione dell’Italia unita, per la prima volta la scuola elementare divenne ovunque gratuita ed obbligatoria grazie all’estensione della legge piemontese Casati del 1859 in tutto il territorio statale. La legge Coppino del 1877 rese effettivo l’obbligo della frequenza, almeno per il primo biennio, punendo gli inadempienti.
Nel 1861, almeno la metà della popolazione infantile evadeva l’obbligo scolastico. Nel 1906, evadeva l’obbligo ancora il 47% dei ragazzi.
Esistevano gravi condizioni di disagio: certi maestri infatti usavano il dialetto per tenere lezione, essendo incapaci di fare di meglio; inoltre nelle scuole superiori si confrontarono posizioni teoriche diverse, con la presenza di insegnanti puristi, manzoniani e classicisti.
Giosuè Carducci diede il suo parere su programma e libri scolastici, progettando un percorso basato su di un sentimento classico della lingua letteraria.
Le cause che hanno portato all’unificazione linguistica italiana dopo la formazione dello stato unitario, individuate da Tullio De Mauro, possono essere così riassunte:
1) azione unificante della burocrazia e dell’esercito. 2) azione della stampa periodica e quotidiana. 3) effetti di fenomeni demografici quali l’emigrazione, che porta fuori dall’Italia molti analfabeti. 4) l’aggregazione attorno ai poli urbani che significa abbandono dei dialetti rurali.

 

5. IL RUOLO DELLA TOSCANA E LE TEORIE DI ASCOLI



 

Nel 1873 le idee e le proposte manzoniane furono contrastate da Graziadio Isaia Ascoli, il fondatore della linguistica e della dialettologia italiana.


La polemica prendeva le mosse dal titolo del Novo vocabolario della lingua italiana secondo l’uso di Firenze di Giorgini-Broglio, titolo in cui era stato usato l’aggettivo novo alla maniere fiorentina moderna, con il monottongamento in –ò- di –uo-, contro al tipo nuovo, ormai largamente accolto nella lingua letteraria comune. In sostanza Ascoli escludeva che si potesse disinvoltamente identificare l’italiano nel fiorentino vivente, e affermava che era inutile quanto dannoso aspirare a un’assoluta unità della lingua.
L’unificazione linguistica italiana non poteva essere la conseguenza di un intervento pilotato, doveva essere una conquista reale, che sarebbe avvenuta solo quando lo scambio culturale nella società italiana si fosse fatto fitto.
Ascoli, inoltre, contestava che si potesse applicare in Italia il modello centralistico francese, a cui si era ispirato Manzoni. L’Italia andava considerata insomma un paese policentrico, in cui Ascoli individuava la mancanza di quadri intermedi che si ponessero a mezza strada tra i pochissimi dotti e l’ignoranza delle masse, e la malattia era la retorica.
Ascoli è severo con la Toscana. La giudica una terra fertile di analfabeti, con una cultura stagnate: perciò meglio guardare a Roma.
Castellani invece ha difeso il ruolo e la funzione di questa regione, insistendo sull’importanza del manzonismo.

 

6. IL LINGUAGGIO GIORNALISTICO



 

Nel XIX secolo il linguaggio giornalistico acquistò un’importanza superiore. Proliferavano infatti periodici che raggiungevano un pubblico nuovo. Ma inizialmente non era stato facile, e il giornale primo-ottocentesco infatti restava ancora un prodotto di èlite.


Nella seconda metà del secolo, in ogni modo, il giornalismo diventò fenomeno di massa. Ancora in questo periodo, nel giornale di alternavano voci culte e libresche a voci popolari, anche se vengono in genere evitati i dialettismi più vistosi. Alcune voci regionali si diffondono attraverso questo canale, come camorra e picciotto.
La sintassi giornalistica sviluppò la tendenza al periodare breve, e spesso alla frase nominale. Il giornale è oggi linguisticamente interessante perché composto da parti diverse: la lingua della cronaca infatti non è la stessa di quella politica o economica.
Compare anche la pubblicità sotto forma di annunzi che spesso contenevano termini nuovi o parole regionali.
Michele Ponza, insegnante e lessicografo piemontese, nel 1830 se la prendeva con un foglio periodico in cui trovava regionalismi come grotta per cantina e pristinaio per panettiere. Il direttore si difese dicendo: “Non so come siami lasciata cadere dalla penna questa marcia voce di pristinaio, voce lombarda”.

 

7. LA PROSA LETTERARIA



 

Nell’800, si fonda la moderna letteratura narrativa. Manzoni ebbe il merito di rinnovare il linguaggio non solo del genere romanzo, ma anche della saggistica, avvicinando decisamente lo scritto al parlato.


Una svolta nella prosa letteraria è comunque quella segnata da Manzoni nei Promessi Sposi, che uscì in prima edizione del 1825-27 già indirizzata verso la lingua media e comune. Seguì una lunga e meditata revisione, la cosiddetta risciacquatura dei panni in Arno, cioè la correzione della lingua del suo capolavoro, che egli voleva perfettamente adeguato al fiorentino delle persone colte.
Possiamo così sintetizzare i criteri della prassi correttoria manzoniana:
1) espunzione abbastanza ampia della forme lombardo-milanesi, come l’eliminazione del termine marrone per sproposito: ho fatto un marrone diventa ho sbagliato.
2) Eliminazione di forme eleganti, pretenziose, scelte, preziosistiche, auliche, affettate, arcaicizzanti, o letterarie rare: lunghesso la parete per strisciando il muro e l’affisò per lo guardò, per esempio.
3) Assunzione di forme tipicamente fiorentine come i monottongamenti di –uo-: avremo quindi spagnuolo per spagnolo; poi l’uso di lei e lui come soggetti al posto dei letterari ella ed egli. E ancora citeremo pranzo per desinare.
4) Eliminazione di doppioni di forme e di voci, avendo quindi eguaglianza per uguaglianza e quistione per questione.
La risciacquatura dei panni in Arno determinò in linea di massima l’adozione di uno stile più naturale, più sciolto, slegato dalla tradizione aulica allora imperante.
Ecco alcuni esempi da due edizioni dei Promessi Sposi:

ed. 1827: Renzo rimase lì gramo e scontento, a pensar d’altro albergo. […] La casa era fuori del villaggio, a pochissima distanza. Quivi egli deliberò di rivolgersi a chiedere ospizio. Ed. 1840: Renzo rimase lì tristo e scontento, a pensar dove anderebbe a fermarsi. […] La casa era a pochi passi fuori dal paese. Pensò di andar lì.

Si noti in particolare la frase finale, in cui il pesante costrutto indotto da quivi, costituito da ben tre verbi di fila, viene sostituito dall’agilissimo “Pensò d’andar lì”; poi vi è l’eliminazione del troppo letterario gramo a favore di triste. A livello fonomorfologico invece si nota giovinotto al posto di giovanotto.
Modelli di prosa toscana che stanno a margine rispetto al Manzoni sono quelli di Fucini e di Collodi. Quest’ultimo, in particolare, ebbe una grande influenza sul pubblico giovanile, con il celeberrimo Le avventure di Pinocchio (1883). Di fatto, lo stile di quel libro collaborò con il manzonismo a diffondere la lingua toscana in tutta Italia.
Un diverso uso del toscanismo si ha negli scrittori del “multilinguismo” come Carlo Dossi, Giovanni Faldella e Vittorio Imbriani. Usavano forme linguistiche attinte a fonti diverse: toscano arcaico, toscano moderno, linguaggio comune e dialetto si trovano a coesistere in una miscela composita.
Ben altra importanza ebbe la svolta inaugurata da Verga, soprattutto nei Malavoglia. Verga non abusa del dialetto e non lo usa come macchia locale.
Il procedimento sta nell’adattare la lingua italiana a plausibile strumento di comunicazione per i personaggi siciliani appartenenti al ceto popolare, senza peraltro regredire ad un dialetto usato in maniera integrale. Lo scrittore adotta dunque alcune parole siciliane note in tutt’Italia, e poi ricorre ad innesti fraseologici, come quando usa l’espressione “pagare col violino”, ovvero a rate.
Tratti popolari sono anche i soprannomi dei personaggi, l’uso del che polivalente, la ridondanza pronominale, il ci attualizzante (es: averci), gli per loro. Questi tratti popolari servono a simulare un’oralità viva, suggerita anche da raddoppiamenti e ripetizioni (“ci levano la camicia di dosso, ci levano!”).
Molto nuova risulta la sintassi usata da Verga, in particolare per il discorso indiretto libero (o “discorso rivissuto”): esso è un miscuglio del discorso diretto e del discorso indiretto. Non vengono aperte le virgolette, ma nella voce dello scrittore affiorano modi e forme che sono propri del discorso diretto: “Gli venivano tanti ricordi piacevoli. Ne aveva portate delle pietre sulle spalle, prima di fabbricare quel magazzino!”.
Abbiamo insomma un’oscillazione tra l’autore e il suo personaggio.

 

8. LA POESIA



 

Il linguaggio poetico dell’800 si caratterizza, almeno all’inizio del secolo, per una fedeltà alla tradizione aulica e illustre, in coincidenza con l’affermarsi del Neoclassicismo, in Vincenzo Monti, ma anche in Foscolo. Il lessico viene selezionato in modo da ascriversi alla serie delle parole nobili, cultismi (bronchi per rami e avelli per tombe) e latinismi (cure per affanni), diverse da quelle proprie della quotidianità.


Nel caso di parole che non erano diverse in prosa e in poesia, per nobilitarle nella forma, si ricorreva con facilità alla sincope (spirto per spirito, pria per prima) o al troncamento: nei Sepolcri troviamo mar e non mare, per esempio.
Un maestro di retorica dell’inizio dell’800, diceva così: “Poesia è favella degli iddii, e tanto migliore è, quanto più dai parlari del profano vulgo si sprolunga. Dalle idee basse, che rammentano cose troppo a noi vicine abborri, figliuol mio. Ai nomi propri sostituisci una bella circonlocuzione; non dirai amore, ma il bendato arciero, etc.”.
Anche Leopardi dichiara che gli arcaismi si confanno alla poesia. Il suo linguaggio poetico si riallaccia alla tradizione petrarchesca e tassiana; ma attraverso Tasso, Leopardi acquisisce anche il principio del carattere vago del linguaggio poetico, parole che evocano e suggeriscono qualche cosa di indefinito, e quindi di poetico.
Il linguaggio poetico dell’800 ha difficoltà ad accettare vistose novità formali. Lo stesso Manzoni, come poeta si attenne sostanzialmente alla forma tradizionale. Il tono, comunque, è sempre alto, anzi sublime.
Quando i romantici vollero introdurre in poesia contenuti realistici, urtarono proprio contro questo ostacolo. I poeti classicisti, quando avevano avuto la necessità di menzionare oggetti comuni, avevano fatto ricorso alla perifrasi: Gian Luigi Beccaria ricorda le “rauche di stagno abitatrici (rane) del Monti.
L’800 fu un secolo in cui ebbe eccezionale sviluppo qualitativo la poesia in dialetto. Il Porta milanese e il romano Belli (introdusse fregarsene, cazzata e fesso nella lingua nazionale) rappresentarono i più alti esponenti di questo tipo di letteratura.
Il classicista Pietro Giordani, nel 1816, afferma che l’uso dei dialetti era nocivo alla nazione, che i dialetti erano “moneta di rame” da spendere con gente rozza, o con i bambini, nelle circostanze banali della vita comune. Giordani riteneva che la poesia dialettale fosse da collocare su di un piano basso.
Bisogna prendere atto che romantici e classicisti, sul tema della letteratura in dialetto, partivano da presupposti completamente diversi. I romantici si ponevano come difensori del dialetto, mentre i classicisti diffidavano di ogni discesa verso il livello basso della comunicazione e guardavano alla tradizione letteraria nazionale nelle sue forme nobili.
Tornando al Porta, egli entrò direttamente nella polemica contro Giordani, scrivendo una serie di dodici sonetti satirici.

 

CAPITOLO NONO – IL NOVECENTO

 

1. IL LINGUAGGIO LETTERARIO NELLA PRIMA META’ DEL SECOLO



 

La lingua italiana si presenta nel ‘900 con un ribollire di novità. Probabilmente Carducci è l’ultimo scrittore che incarna il ruolo tradizionale del vate.


Anche la poesia di D’Annunzio non rinuncia alla nobilitazione attraverso la selezione lessicale. G.L. Beccaria ricorda che ippopotamo diventa “pachidermo fiumale”.
D’altra parte, la poesia di D’Annunzio si presenta come innovativa, per la capacità di sperimentare una miriade di forme diverse (anche metriche, fino a preludere ormai al verso libero), e per il gusto di citare e utilizzare lingua, esempi, stilemi antichi. D’Annunzio è un consumatore onnivoro di parole, è un compulsatore di vocabolari e di lessici specialistici. Gli si devono, fra l’altro, alcuni neologismi tra i quali velivolo per aeroplano, così come ha avuto fortuna il nome da lui suggerito per la Rinascente (grande emporio milanese distrutto da un incendio e rinato dalle proprie ceneri).
Inoltre collaborò con la nascente cinematografia del muto, fornendo le didascalie e i nomi di persona latini e punici per il colossal del 1914 Cabiria.
Una prima rottura col linguaggio poetico tradizionale si ha con Pascoli, con i crepuscolari e le avanguardie.
Benché Pascoli utilizzi parole colte e latinismi, benché sappia maneggiare perfettamente la forma antica, con lui “cade” la distinzione fra parole poetiche e non poetiche, fino ad includere dialettismi, regionalismi e persino un po’ di italoamericano in Italy.
La poesia crepuscolare accentuò nel verso la tendenza verso la prosasticità, rovesciò il tono sublime. In Gozzano, il rovesciamento dei toni si ha mediante una dissacrante ironia.
Quanto all’avanguardia, in Italia essa si identifica sostanzialmente col futurismo. Fra le innovazioni più vistose ed effimere ricordiamo l’uso di parole miste a immagini, l’uso di caratteri tipografici di dimensioni diverse per rendere l’intensità e il “volume fonico” delle parole, l’abolizione della punteggiatura e il largo uso di onomatopee.
Le punte più innovative della prosa dannunziana si possono indicare nel Notturno e nel tardo Libro segreto. La prosa del Notturno si caratterizza per il periodare breve e brevissimo, per la sintassi nominale, per i frequenti “a capo”, per la presenza di elementi fonici e ritmici nella frase di andamento lirico.
Ecco un esempio in cui D’Annunzio, cieco, si impersona in una rondine:
“Entra nella Corte Contarina. Un grido, due gridi. / Viene dalla riva degli Schiavoni. / Passò sopra Chioggia. / Volò a San Francesco del deserto”.
D’Annunzio, dunque, col suo gusto per lo sperimentalismo, è una sorta di Giano bifronte: si pone a chiusura di un ciclo storico e al tempo stesso inaugura nuove tendenze.
Un interessante riflesso del parlato si ha nella prosa di Pirandello, nelle opere teatrali, dove si ha la presenza di una serie di interiezioni frequentissime come “ah sì!”, “eh via!”, e connettivi come “è vero”, “ si sa”.
Va ricordato inoltre che Pirandello “è sempre stato programmaticamente diffidente verso il dialetto come strumento letterario”.
L’altro grande scrittore del primo ‘900, Italo Svevo, è famoso per il rapporto non facile con la lingua italiana, determinato dalla sua provenienza da un’area periferica come quella di Trieste. A lui fu rivolta l’accusa di “scriver male”.
La mancata adesione ai modelli del bello scrivere, in una tradizione iperletteraria e culta come quella italiana poteva essere persino una forza, una verginità; e forse effettivamente lo fu, nel senso che favorì una diversità e leggibilità del testo.
Uno dei punti di riferimento per gli scrittori rimane sempre però il dialetto. Bisogna distinguere fra l’utilizzazione diretta e le varie miscele che sono possibili combinando dialetto e lingua. Nel ‘900, anche il toscano può essere considerato alla stregua di un dialetto: Federico Tozzi introduce senesismi dei suoi romanzi (parole come astiare per odiare). Negli scrittori invece mistilinguisti come Carlo Emilio Gadda, non c’è un solo dialetto, ma una varietà: lombardo, fiorentino, romanesco, molisano, etc.

 

2. L’ORATORIA E LA PROSA D’AZIONE



 

L’oratoria del primo ‘900 richiama il tema dei discorsi rivolti alle masse da Mussolini. Gran parte del loro fascino stava nel rapporto diretto con la folla, secondo i dettami, appunto, dell’oratoria tradizionale.


Se dovessimo indicare un modello che, meglio di quello mussoliniano, rappresenta le tendenze di un’oratoria letteraria e magniloquente, coltissima, efficace, ben radicata anche nel militarismo patriottico della Grande Guerra, dovremmo riferirci ancora una volta a D’Annunzio.
Sicuramente il modello dannunziano influì sulla retorica del Fascismo. Nella lingua del fascismo e di Mussolini sono stati individuati i seguenti caratteri: abbondanza di metafore religiose (martire, asceta, etc.), militari (falangi, veliti), equestri (redini del proprio destino), oltre a tecnicismi di sapore romano, come Duce, littore, centurione e manipolo.
Si aggiunga l’ossessione dei numeri: l’insistenza, ad esempio, sui milioni di italiani, sulle migliaia o decine di migliaia di caduti, di feriti, etc. Rispetto ai modelli di retorica alta prima esaminati, l’oratoria mussoliniana rivolta al popolo si distingue per un particolare tipo di dialogo con la folla, la quale risponde con l’ovazione collettiva. Ovviamente nel discorso mussoliniano ha largo posto lo slogan, l’esagerazione e il luogo comune: massa compatta, compiti poderosi, pagine di sangue e di gloria, fermissima incrollabile decisione, etc.

 

3. LA POLITICA LINGUISTICA DEL FASCISMO



 

Il fascismo ebbe una chiara politica linguistica: la battaglia contro i forestierismi in nome dell’autarchia culturale, la repressione delle minoranze etniche e la polemica antidialettale erano i punti fermi.


Nel 1930 si ordinò la sospensione nei film di scene in lingua straniera. Nel 1940 l’Accademia d’Italia fu incaricata di esercitare una sorveglianza sulle parole forestiere e di indicare alternative, anche perché una legge dello stesso 1940 vietò l’uso di parole straniere nell’intestazione delle ditte, nelle attività professionali e nelle varie forme pubblicitarie.
Durante il fascismo venne fondata la rivista “Lingua Nostra”, in cui agli interventi scientifici si affiancarono discussioni normative. Bruno Migliorini, in particolare, elaborò una concezione moderatamente avversa ai forestierismi, definita “neopurismo”.
A Migliorini si deve fra l’altro la brillante sostituzione della parola resgista al francese regisseur.
Con l’avvento della Repubblica è stata abrogata la normativa linguistica esterofoba. Ora in campo linguistico esiste una certa vitalità, dopo che è stata approvata una legge molto radicale sulla protezione delle minoranze, nella quale si riconosce tuttavia che l’italiano è la lingua ufficiale della Repubblica (legge 15 dicembre 1999, n.482).
Tornando alla battaglia fascista contro i forestierismi, va ricordato che furono pubblicati vari elenchi di parole proscritte, con indicazione dei relativi sostituti.
Nella lingua comune, le parole suggerite dall’Accademia si affiancarono al forestierismo; ancora permane ai tempi nostri una concorrenza, diventata una pacifica convivenza, tra termini come “rimessa/garage” e “villetta/chalet”.
Durante il Fascismo vi fu anche una campagna per abolire l’allocutivo “Lei” (febbraio 1938), e sostituirlo col “Tu”, considerato più romano, e con il “Voi” (di rispetto, rivolgendosi ai superiori). La campagna non ebbe molto successo.
All’inizio del ‘900 la Crusca tentava ancora di concludere una nuova versione del suo vocabolario, la quinta, avviata nel 1863. La mole dell’opera era davvero notevole, ma la realizzazione si trascinò stancamente.
Quando nel 1923 divenne ministro della Pubblica istruzione Giovanni Gentile, filosofo vicino al regime fascista, fu tolto alla Crusca il compito di preparare il vocabolario. Si interruppe così la quinta impressione, giunta in tanti anni alla lettera “o”.
Il ventennio fascista si inaugurava, dal punto di vista lessicografico, con la soppressione dell’antico vocabolario dell’Accademia di Firenze; ma anche il nuovo e moderno vocabolario del fascismo, prodotto dall’Accademia d’Italia, non ebbe esito felice: la pubblicazione di Giulio Bertoni arrivò infatti solo al primo volume (1941, lettere da A a C).
Il vocabolario dell’Accademia d’Italia procedette, rispetto al Tommaseo, all’eliminazione di molte voci antiche.
Nelle linee programmatiche, gli autori accennavano alla necessità dell’accettazione di vocaboli nuovi per designare idee e cose nuove. Ci si mostrava coscienti che i vocaboli non si impongono per autorità né di Accademie, né di decreti. Di fatto i forestierismi erano registrati nel nuovo vocabolario, e anche nella forma di prestiti non adattati, come boxe, bulldog e camion, posti in parentesi quadra al fine di segnalare la loro estraneità alla sostanza della lingua.
Un aspetto innovativo è il criterio di citazione degli esempi, un compromesso fra la forma tradizionale della Crusca e di Tommaseo (ampia citazione degli autori) e quella del Giorgini-Broglio (elimina il riferimento agli autori): sono infatti citati gli scrittori, ma solo come documentazione di un uso comune, senza riferimento preciso all’opera.
Questo vocabolario non ebbe tuttavia influenza. Troppo ridotta risultò la parte realizzata rispetto al progetto, interrottosi con la caduta del Fascismo.
Un certo rilievo ebbe invece la realizzazione di un piccolo vocabolario destinato a fornire la pronuncia esatta delle parole italiane, a uso primario degli annunciatori della radio. Nel 1939, infatti, Bertoni e Ugolini pubblicarono il Prontuario di pronunzia e di ortografia, nel quale si affrontava la questione della pronuncia romana, là dove essa divergeva dalla fiorentina, rivendicando il ruolo di Roma nella questione della lingua.
Veniva proposto, per conseguenza, nei casi di divergenza con Firenze, di accettare l’uso romano.

 

4. DAL “NEOITALIANO” DI PASOLINI ALLA LINGUA “STANDA”



 

A Pasolini si deve un clamoroso intervento nella “questione della lingua”. Nato come conferenza, questo intervento fu infine pubblicato sulla rivista “Rinascita” del 16 dicembre 1964 con il titolo “Nuove questioni linguistiche”.


Partendo da queste premesse marxiste e gramsciane, sosteneva che era nato un nuovo italiano, i cui centri irradiatori stavano al Nord del paese, dove avevano sede le grandi fabbriche, dove era diffusa e sviluppata la moderna cultura industriale.
Egli annunciava che era nato “l’italiano come lingua nazionale”, nel senso che per la prima volta una borghesia egemone era in grado di imporre in maniera omogenea i suoi modelli alle classi subalterne. Tale nuovo italiano poteva contare su:
1) la semplificazione sintattica, con la caduta di forme idiomatiche e metaforiche.
2) La drastica diminuzione dei latinismi.
3) La prevalenze dell’influenza tecnica rispetto a quella della letteratura.

Un coro di fischi accolse queste acute intuizioni di Pasolini. Diversi anni dopo Pasolini intervenne per rivendicare una funzione rivoluzionaria dei dialetti e per lamentare l’imbarbarimento del linguaggio dei giovani.


Egli utilizzava come sistema di riferimento il rapporto con la “lingua media” (negativa). Sembrava privilegiare viceversa gli esperimenti di plurilinguismo, alla maniera di Gadda.
Vittorio Coletti, parlando di narratori come Calvino, Tomasi di Lampedusa, Nathalie Ginzburg etc., osserva che la scelta da essi compiuta in favore della “lingua media e comune, dopo gli abbassamenti del neorealismo e le infrazioni espressionistiche o d’avanguardia, è innanzitutto una scelta di una lingua più ricca e più complessa di quella ammessa dal romanzo nell’immediato dopoguerra”.
Si noti inoltre che gli scrittori della normalità stilistica, sono alla fin fine gli autori oggi più letti dal grande pubblico.
Lo scrittore gode oggi di una libertà grandissima: può anche arrivare alle soglie di una lingua semidistrutta e massificata, che è stata ironicamente definita anziché standard, standa (Antonelli), in riferimento alla nota catena di supermercati.
Nei poeti come Saba, Ungaretti e Montale, il ‘900 sperimenta una grande varietà di soluzioni stilistiche, dall’apertura al linguaggio comune e quotidiano, fino agli esiti arditi di Zanzotto. Montale, dopo aver sapientemente selezionato quanto gli offriva la tradizione primo-novecentesca, è arrivato, in Satura (1971) a una lingua spesso ironica, distaccata, prosastica, intrisa di citazioni di elementi quotidiani, tuttavia calcolata con straordinaria eleganza e letterarietà.

 

5. VERSO L’UNIFICAZIONE: “MASS-MEDIA”, DIALETTI, IMMIGRAZIONE



 

Vi era stata indubbiamente nel corso del ‘900 una perdita nei dialetti e nell’espressività gergale. Era nata un’Italia ben diversa da quella povera, contadina e patriarcale della prima metà del secolo. C’era stato un cambiamento al livello della scolarizzazione, prima di tutto.


L’analfabetismo, dal 75% del 1861 e dal 40% del 1911, era passato poi al 14% nel 1951, all’8,3% nel 1961 e al 5,2% nel 1971. I sondaggi ci dicono anche che è progressivamente diminuito lo spazio del dialetto. Si aggiunga che i dialetti hanno subito un processo di avvicinamento alla lingua comune e che quindi oggi sono più “italianizzati”.
Negli anni ’60 e ’70, anche la fabbrica ha svolto una funzione di scuola, promuovendo ed integrando nella realtà cittadina e industriale, masse di origine contadina.
La radio italiana nacque nel 1924. La televisione del gennaio del 1954. De Mauro ne ha messo in evidenza gli effetti, decisivi per l’unificazione linguistica, legati alla Rai.
L’effettiva influenza odierna linguistica della televisione è assai minore comunque a quella del suo primo decennio di vita.
Per la diffusione di forme della varietà regionale romana, ha avuto largo spazio la Rai; quanto alle reti private Mediaste, esse diffondono spesso il modello linguistico settentrionale, in genere milanese, il cui prestigio è andato crescendo.
Il quotidiano è il “tramite fondamentale fra l’uso colto e letterario dell’italiano e la lingua parlata” (Beccaria), e inoltre il giornale può essere assunto come un indice della lingua media.
Nel giornale troviamo una pluralità di sottocodici (politico e finanziario, per es.) e di registri (aulico, brillante, etc.). Il luogo di maggiore originalità del linguaggio del giornale sta nei titoli. Lo slogan deve colpire il lettore, e spesso consiste in una frase nominale.
Gran parte della fortuna recente di parole come ABS, retrofit o air-bag è affidata alla martellante pubblicità delle case automobilistiche.
La lingua della pubblicità tende sovente a forzare, ad esempio mediante un marcato uso dei superlativi, sia con desinenza –issimo, sia mediante i prefissi extra, iper, super, etc.

 

6. L’ITALIANO DELL’USO MEDIO E LA LINGUA SELVAGGIA



 

L’italiano dell’uso medio è comunemente parlato a livello non formale. La differenza rispetto all’italiano che si usa chiamare standard sta nel fatto che questo italiano dell’uso medio accoglierebbe fenomeni del parlato, presenti magari da tempo nello scritto, ma generalmente tenuti a freno dalla norma grammaticale, che ha sempre tentato di respingerli ed emarginarli. Lo standard rappresenta dunque un italiano ufficiale ed astratto, mentre l’italiano dell’uso medio rappresenta una realtà diffusa. Questi ne sono tratti caratteristici:

 

1) lui, lei, loro usati come soggetto.


2) Gli generalizzato anche con il valore di le e loro.
3) Diffusione delle forme ‘sto e ‘sta.
4) Tipo ridondante a me mi.
5) Costrutti preposizionali con il partitivo, alla maniera francese (con degli amici).
6) Ci attualizzante con il verbo avere e altri verbi (che c’hai?).
7) Dislocazione a destra o a sinistra.
8) Anacoluti nel parlato (Giorgio, non gli ho detto nulla).
9) Che polivalente.
10) Cosa interrogativo al posto di che cosa.
11) Imperfetto al posto del congiuntivo e condizionale nel periodo ipotetico dell’irrealtà.

 

L’italiano unitario medio è essenzialmente parlato. Tappa importante sul cammino di un’omologazione di tutti gli italiani fu, nel 1962, l’introduzione della scuola media unica, uguale per tutti, con obbligo scolastico fino ai 14 anni.


Per la sua forte incidenza sociale, la scuola è diventata, a partire dagli anni ’70, l’obiettivo privilegiato degli interventi di coloro che vedevano nelle forme tradizionali di insegnamento della lingua uno strumento di repressione.
Don Milani mette a nudo le condizioni di vera indigenza linguistica in cui si trovavano i ragazzi delle classi povere. Don Milani mette anche in discussione qualunque norma linguistica, qualunque forma alta di comunicazione, identificandovi un trabocchetto repressivo ai danni degli umili.
Messi sotto accusa per aver tramandato un italiano “puristico-scolastico”, in cui non si dice arrabbiarsi ma adirarsi, in cui fare è ritenuto generico e improprio (svolgere i compiti), alcuni docenti si sono buttati sulla sponda opposta, limitandosi a prendere atto del modo di esprimersi e del modo personale che ogni alunno si è formato negli ambienti pre ed extrascolastici, senza arricchirli.
Oggi si riscontrano carenze linguistiche di base non soltanto negli studenti della scuola dell’obbligo, ma anche in allievi assai avanzati nel corso dei loro studi. Francesco Bruni a questo proposito ha parlato di un italiano selvaggio.

 

CAPITOLO DECIMO – QUADRO LINGUISTICO DELL’ITALIA ATTUALE

 

1. DOVE SI PARLA ITALIANO



 

E’ facile incontrare persone che lo comprendono, nel Nizzardo e nel Principato di Monaco, nei territori delle ex colonie italiane, nell’ex protettorato di Rodi, in Istria, in alcune località della Dalmazia e a Malta. Alla televisione si deve anche la recente influenza dell’italiano in Albania.


L’italiano è parlato da circa 58 milioni di persone, quindi, e da oltre 300000 in Svizzera.

 

2. GLI ALLOGLOTTI



 

Entro i confini politici della Repubblica italiana sono presenti alcuni gruppi alloglotti (dal greco allos, altro e glotta, lingua), di origine romanza e non romanza.


In maniera più precisa, parliamo inoltre di propaggini o penisole di alloglotti quando aree linguistiche più grandi, situate al di fuori del nostro territorio nazionale, si estendono in parte anche all’interno dei nostri confini. Usiamo il concetto di isole linguistiche per indicare comunità di alloglotti che sono molto piccole e isolate (greci e albanesi).
Oggi la legge 482 del 1999 tutela le minoranze albanesi, catalane, greche etc.. Molti alloglotti parlano lingue del gruppo romanzo. In Piemonte occidentale si hanno propaggini provenzali, in Valle d’Aosta franco-provenzali.
Nello Statuto speciale per la Valle d’Aosta, l’art. 38 stabilisce: “Nella Valle d’Aosta la lingua francese è parificata a quella italiana”.
Nella valli alpine dolomitiche che fanno corona al Gruppo del Sella, si trovano le parlate della cosiddetta sezione centrale dell’area ladina. Lo Statuto di autonomia del Trentino-Alto Adige, nell’art. 87, decreta che l’insegnamento del ladino è garantito nelle scuole elementari delle località dove è parlato.
Accanto al ladino, anche il sardo può essere considerato dal punto di vista glottologico una lingua vera e propria, per le sue particolari ed uniche caratteristiche all’interno del gruppo romanzo (basti pensare alla derivazione degli articoli so, sa). Coloro che parlano il sardo sono circa un milione.
Si parla di isole linguistiche quando ci si trova in presenza di comunità caratterizzate da una loro specifica diversità, ma numericamente molto ridotte, isolate e geograficamente circoscritte a un territorio piccolissimo.
Ad Alghero, in Sardegna, ad esempio, la popolazione è catalana in seguito alla conquista militare della città da parte di Pietro IV d’Aragona (1354). Per la ribellione della città, la popolazione originaria fu allontanata e sostituita da un contingente di catalani. A Guardia Piemontese (CS) ci sono i resti di una antica colonia valdese di lingua provenzale.
Accanto ai gruppi alloglotti romanzi, abbiamo quelli non romanzi. Ci sono propaggini tedesche, che hanno grande importanza, come nel Sud Tirolo e in special modo nella provincia di Bolzano.
Il tedesco ha qui lo status di lingua ufficiale accanto all’italiano e viene insegnato a scuola come prima lingua agli appartenenti alla comunità tedesca, i quali imparano l’italiano come lingua seconda. In provincia di Bolzano la toponomastica è attualmente bilingue.
Al gruppo vallese (i Walser) appartengono invece le comunità tedesche del Piemonte e della Valle d’Aosta, insediatesi nel Medioevo alla testa delle valli attorno al Monte Rosa: la comunità di Gressoney, di Alagna e di Macugnaga.
Grande interesse tra gli studiosi hanno sempre suscitato le due colonie greche presenti nel territorio italiano. L’una è in Calabria, nelle località di Bova, Condofuri e Rogudi, sulle pendici dell’Aspromonte. L’altra è nel Salento.
Le propaggini slave erano molto importanti prima dell’ultima guerra, ma si sono ridotte notevolmente quando l’Istria passò a quella che era allora la Jugoslavia. Rimangono in territorio italiano alcuni gruppi sloveni nelle province di Udine, Gorizia e Trieste.
Ci sono inoltre alcune antiche colonie slave (serbo-croate) nel Molise.
Vi sono in Italia numerose antiche colonie di albanesi. Sono distribuite tra la provincia di Campobasso e l’estremità settentrionale della provincia di Foggia.

 

3. AREE DIALETTALI E CLASSIFICAZIONE DEI DIALETTI



 

Da gran tempo si è posto il problema (lo si trova per la prima volta del De vulgari eloquentia di Dante) della classificazione delle aree dialettali. In Italia vi sono tre aree diverse, la Settentrionale, la Centrale e la Meridionale, separate da due grandi linee, la La Spezia –Rimini e la Roma-Ancona.


La linea La Spezia-Rimini fu la frontiera etnica fra i popoli gallici e l’elemento etrusco; in seguito fu la frontiera che divideva l’arcidiocesi di Ravenna dall’Arcidiocesi di Roma.
Nelle parlate dialettali, a nord di questa linea, si ha:
1) l’indebolimento (sonorizzazione o caduta) delle occlusive sorde in posizione intravocalica (fradel invece che fratello, formiga o furmia invece di formica).
2) Lo scempiamente delle consonanti geminate (spala per spalla, gata per gatta, bela per bella).
3) La caduta delle vocali finali (an per anno, sal per sale) eccetto la a che resiste.
4) La contrazione delle sillabe atone (slar per sellaio, tlar per telaio).

La linea Roma-Ancona invece dà altri risultati. Al di sotto infatti arrivano:


1) la sonorizzazione delle consonanti sorde in posizione postnasale (mondone per montone, angora per ancora).
2) La metafonesi delle vocali toniche e ed o per influsso di i e u finali (acitu per aceto, e il dittongo metfonetico dienti per denti).
3) L’uso di tenere al posto di avere.
4) L’uso del possessivo in posizione proclitica (figliomo per “figlio mio”).

La classificazione delle aree dialettali non è in realtà una cosa semplice. Non sempre i confini sono chiari e univoci. Molto forte è la variabilità dei dialetti, che mutano da luogo a luogo, anche all’interno di una stessa regione o di una stessa città.

 

4. GLI ITALIANI REGIONALI



 

Le varietà di italiano, dipendenti dalla distribuzione geografica, dall’influenza esercitata dai dialetti locali, prendono il nome tecnico di varietà diatopiche dell’italiano o di varietà regionali di italiano, o italiani regionali.


La caratterizzazione più evidente e immediata dei vari italiani regionali si ha a livello di pronuncia. Quattro sono le principali varietà di pronuncia dell’italiano: la varietà meridionale, la varietà settentrionale, la varietà toscana e la varietà romana.
Roma, accogliendo molti elementi estranei, ha nello stesso tempo influenzato le altre varietà attraverso la radio, il cinema, la televisione. Parole come abboccarsi, caciara, fasullo, frocio, inghippo e intrallazzo sono entrate nel vocabolario.
L’italiano è una lingua che per tradizione è ricca di termini ufficiali, elevati, letterari, ma quando si passa a un contesto familiare e domestico le differenze regionali si fanno marcate. Si possono ricordare a questo proposito le denominazioni della tazza senza manico, che al Nord è scodella, in Toscana è ciotola, ma è anche tazza, soprattutto al Sud.

 

5. ITALIANO, FIORENTINO E TOSCANO



 

Il toscano è la parlata regionale che più si avvicina alla lingua letteraria, poiché la lingua letteraria deriva appunto dal toscano trecentesco. Il toscano ha avuto una posizione privilegiata. Firenze è stata considerata la città in cui si poteva imparare a conversare nella lingua migliore. Fra le altre parlate toscane, ha goduto di un certo prestigio culturale quella senese.


L’italiano ha in comune con il fiorentino classico:
1) l’anafonesi.
2) La dittongazione di e e o del latino.
3) Il passaggio di e atona protonica a i (nipote diventa nipote, dicembre dicembre, etc.).
4) Il passaggio di ar atono a er nel futuro della prima coniugazione (amarò-amerò), il passaggio di rj intervocalico a j (gennaio-gennaro).
5) L’italiano, inoltre, non conosce (come il fiorentino) la metafonesi, presente e diffusa nei dialetti settentrionali e meridionali.

Vi sono elementi che distinguono il fiorentino dall’italiano. Il più vistoso è la cosiddetta gorgia, cioè la spirantizzazione delle occlusive sorde intervocaliche, per cui amico viene pronunciato amiho.


Un’altra caratteristica che distingue oggi il fiorentino dall’italiano comune è la tendenza alla monottongazione di uò: buono e nuovo sono in Toscana bòno e nòvo.

 

LETTURE CONSIGLIATE

 

1. LA RIFLESSIONE ANTICA SULLA FORMAZIONE DELL’ITALIANO



Il più antico trattato in cui vennero affrontati temi storico-linguistici è il De vulgari eloquentia di Dante, che risale all’inizio del ‘300. In esso si trova una interessantissima rassegna delle varietà di volgare parlate nella penisola italiana e anche un esame della tradizione poetica nella nuova lingua. Si può affermare che una vera tradizione di studi sulla storia della lingua ebbe inizio con gli umanisti della prima metà del ‘400.
Secondo Biondo Flavio, il latino di era corrotto per una causa esterna: la venuta dei popoli barbari. Secondo l’umanista fiorentino Leonardo Bruni, al tempo di Roma antica non si parlava un latino omogeneo, poi corrottosi con la barbarie, ma c’erano già due diversi livelli di lingua, uno “alto”, letterario, l’altro “basso”, popolare. Da quest’ultimo si sarebbe poi sviluppato l’italiano.
Lodovico Castelvetro (1505-1571) spiegò come al tempo di Roma antica doveva essere esistito un latino popolare (la lingua vulgare latina), il quale nella grammatica non differiva dal latino vero e proprio; il lessico però era diverso da quello del latino nobile.
Queste parole del latino popolare erano poi sopravvissute nell’italiano, in una sostanziale continuità. Il senese Celso Cittadini, autore del Trattato della vera origine e del processo e nome della nostra lingua (1601), tendeva a escludere che le invasioni barbariche avessero avuto importanza per lo sviluppo della lingua italiana.
Nei documenti epigrafici Cittadini potè identificare e descrivere una serie di errori o devianze linguistiche rispetto alla norma del latino classico non soltanto in testi successivi alle invasioni barbariche, ma anche in lapidi arcaiche e di epoca imperiale.
Ludovico Antonio Muratori, storico e ricercatore accanito di documenti archivistici, aveva il desiderio di trovare in Italia qualche cose di paragonabile al primo documento della lingua francese, il Giuramento di Strasburgo dell’842.
Il Giuramento di Strasburgo, per la sua antichità, sembrava appartenere ad una fase in cui il latino non esisteva più come lingua viva, ma d’altra parte non esistevano ancora le lingue moderne. Fu considerato dunque come appartenente a una lingua intermedia.
Muratori però non credette mai ad un ipotesi del genere. Era convinto che le lingue germaniche avessero avuto un peso determinante nella trasformazione del latino, che la “lingua intermedia” non fosse mai esistita.
Tra il latino classico e il moderno francese, dunque, alcuni studiosi collocarono l’ipotetica lingua intermedia o romana.
All’inizio dell’800 uno studioso e lessicografo piemontese, Giuseppe Grassi, progettava un libro di storia della lingua italiana: nasceva l’idea che la storia linguistica fosse parte della storia della civiltà nazionale, oltre che base della storia letteraria.

 

2. DALLA LINGUISTICA PRESCIENTIFICA ALLA LINGUISTICA SCIENTIFICA



Friedrich Schlegel pubblicò nel 1808 un saggio in tedesco intitolato Sulla lingua e la sapienza degli Indù, nel quale venivano mostrati i rapporti che intercorrono tra le lingue d’Europa e il sanscrito (la lingua sacra dell’India). Si dice di solito che con questo libro nacque il moderno comparativismo.
Quanto alla separazione tra linguistica prescientifica e scientifica, sono stati gli Schlegel stessi a fissare tale distinzione, presentando un’immagine molto negativa degli studi precedenti.
Secondo gli Schlegel le lingue possono essere di tre tipi:
1) senza struttura grammaticale (cinese, con parole immutabili, con radici sterili).
2) Ad affissi (indigeni d’America, permettono la combinazione di composti).
3) Flessive (sanscrito, latino, greco, idiomi europei, sistema grammaticale strutturato).

Nelle lingue flessive, la desinenza, unendosi alla radice, permette di esprimere molte idee con poche parole, a differenza di quanto accade nelle lingue delle categorie 1) e 2).


Stabilito il principio della superiorità delle lingue indoeuropee flessive, Schlegel introduceva un’altra distinzione tipologica, tra le lingue sintetiche e le lingue analitiche.
Le caratteristiche delle lingue analitiche venivano individuate nella presenza dell’articolo, nei pronomi davanti ai verbi, nell’uso degli ausiliari nella coniugazione dei verbi, nelle preposizioni adoperate per supplire all’uso dei casi. Le lingue analitiche, secondo Schlegel, erano nate dalla decomposizione delle sintetiche.
La formazione di una grammatica analitica al posto di quella sintetica era spiegabile con l’influenza esercitata dai barbari e dai provinciali, incapaci di usare in maniera corretta le desinenze e i casi del latino classico.
Graziadio Isaia Ascoli (1829-1907) fu il primo a dare una descrizione accurata e completa della distribuzione dei dialetti italiani e delle loro caratteristiche, in uno studio, rimasto classico, intitolato L’Italia dialettale.
Rielaborò inoltre la teoria del sostrato, in base alla quale veniva stabilita l’importanza dell’azione svolta dalle lingue vinte su quelle dei vincitori.
Secondo Ascoli, un popolo conquistato perde, in certe condizioni, la propria lingua, ma assoggetta la lingua del vincitore alle abitudini del proprio organo vocale.
Ascoli attribuiva all’influenza del sostrato celtico prelatino la presenza in alcuni dialetti italiani della vocale turbata U (la u alla francese).
Nel proemio all’Archivio Glottologico, egli polemizzò anche contro la soluzione manzoniana alla questione della lingua. Dimostrò che l’unificazione italiana non era avvenuta secondo il modello centralista proprio del latino e del francese.

 

3. I MANUALI DI STORIA DELLA LINGUA ITALIANA



Nel XIX secolo, in tutta Europa, seguendo il modello della Germania, furono istituite cattedre di glottologia e di linguistica comparata.
Molto più recente è invece la definizione della “storia della lingua italiana” come disciplina universitaria autonoma (1938, Facoltà di Lettere di Firenze).
La prima sintesi completa di storia della nostra lingua fu portata a termine da Giacomo Devoto, che nel 1940 pubblicò una Storia della lingua di Roma, e in seguito nel 1953 un sintetico Profilo di storia della lingua italiana.
Migliorini invece volle che l’opera più importante della sua carriera di studioso (Storia della lingua italiana) uscisse nel 1960, in coincidenza con il millenario della lingua italiana (960 era la data del Placito Capuano.
L’articolazione del manuale di Migliorini è la più neutra possibilee, per secoli, con poche eccezioni (sulle Origini e su Dante, padre fondatore).
Nel 1938 apparve un suo volumetto intitolato Lingua contemporanea. Nella prefazione, l’autore osservava che ormai la critica letteraria aveva acquisito come fatto certo che fosse legittimo lo studio degli autori contemporanei, superando il pregiudizio che solo gli antichi fossero degni di attenzione.
La Storia linguistica dell’Italia unita di Tullio De Mauro, uscita nel 1963, si fregia dell’uso rilevante di dati statistici ed economici. La storia della lingua viene così collegata ancora più strettamente alla sfera sociale. Risulta quindi che l’unificazione linguistica è stata favorita dall’emigrazione, dall’urbanesimo, dalla nascita di grandi poli industriali, dalla diffusione della stampa, della radio, della televisione, dalla burocrazia e dagli effetti del servizio militare obbligatorio.
Dopo l’uscita del manuale di Migliorini, in diverse occasioni gli studiosi si posero il problema di realizzare una storia linguistica nella quale trovassero adeguato spazio i caratteri di una nazione come l’Italia, con la sua grande quantità di vivaci centri culturali, con la sua grande quantità di dialetti, in vario modo entrati in contatto con la lingua nazionale. Tra i primi studiosi che hanno voluto restituire un quadro della storia linguistica italiana variato e attento alla periferia, si deve ricordare Alfredo Stussi, con il suo Lingua, dialetto e letteratura.
Francesco Bruni ha progettato e guidato la realizzazione di un’opera di grande mole, intitolata appunto L’italiano nelle Regioni, in due tomi, uno di monografia, l’altro di testi commentati. Le varie sezioni dell’opera sono dedicate ciascuna alla storia dell’italiano in una regione della penisola. Ogni monografia regionale è stata affidata ad un singolo specialista. Sono presenti monografie anche su Malta, Dalmazia, Canton Ticino e Corsica.
Luca Serianni e Pietro Trifone hanno coordinato un’importante Storia della lingua italiana in tre volumi, con una serie di monografie, sempre affidate a singoli specialisti, raggruppate secondo analogie tematiche. Dei tre volumi, il primo, I luoghi della codificazione, contiene studi che hanno per oggetto la storia della nostra grammatica, della lessicografia, della grafia, delle teorie linguistiche, la lingua letteraria. Il secondo volume, Scritto e parlato, comprende saggi sull’italiano dei semicolti, sulla lingua del teatro, sull’italiano contemporaneo, sul parlato del cinema e della televisione, etc.
Il terzo volume infine, Le altre lingue, contiene il capitolo dedicato ai più antichi documenti dei volgari italiani e anche una serie di profili dei volgari medievali.
Il volume contiene poi uno studio dell’uso letterario dei dialetti, sul dialetto nella scuola, nella giustizie, nella chesa, etc; inoltre si parla dei movimenti migratori e dell’influsso esercitato sull’italiano dalle altre lingue.

 

4. STRUMENTI DI LAVORO NELLE DISCIPLINE AFFINI



Il volume di C. Tagliavini, Le origini delle lingue neolatine. Introduzione alla filologia romanza, si apre con un capitolo che traccia una rapida storia degli studi dal comparativismo in poi. Segue un capitolo dedicato al sostrato preromano.
Seguono quindi capitoli che trattano le trasformazioni del latino nell Impero romano, e dopo un esame delle caratteristiche del “latino volgare”, viene descritta la formazione delle lingue romanze e vengono presentati i loro più antichi documenti scritti.
Un manuale assai originale e innovativo è L’introduzione alla filologia romanza di Lorenzo Renzi, meno noioso e più moderno rispetto agli altri, che rivolge attenzioni anche per le idee linguistiche del passato.
Fino a poco tampo fa il concetto stesso di filologia si identificava con lo studio della tradizione manoscritta, oggi è nata anche una filologia dei testi a stampa. Si aggiunga che lo studio dei testi popolari, orali o stampati, rende ancora più complesso e variegato l’interesse per le questioni filologiche.
Chi si occupa di testi antichi, dovrà per forza acquisire conoscenze nel campo della paleografia, la disciplina che studia la storia della scrittura.

 

5. LA GRAMMATICA DELL’ITALIANO



La grammatica non nasce prima che le lingua abbiano espresso una tradizione letteraria.
Tra le grammatiche vi sono due manuali di riferimento, La grammatica italiana di Serianni e Castelvecchi, e la Grande grammatica italiana di consultazone di Lorenzo Renzi, Giampaolo Salvi e Anna Cardinaletti.
La Grammatica italiana di Serianni e Castelvecchi è uscita nel 1988, e fornisce norme e indicazioni pratiche. Serianni ha saputo ricucire l’anima linguistica moderna e quella antica, inserendo anche sovente delle notazioni relative all’uso del passato. Perciò è utilizzabile anche come grammatica storica.
La Grande grammatica italiana di consultazione ha una struttura innovativa: la trattazione inizia con la frase e poi scende via via alle parti del discorso anziché viceversa.
La “grammatica storica” si occupa di descrivere le regole nel loro mutamento, a partire dalla formazione della lingua volgare. Non dà le regole della lingua in atto, ma chiarisce lo sviluppo della fonetica, morfologia e sintassi e ne segue gli sviluppi.
Tale tipologia si è sviluppata nella seconda metà dell’800 e i primi esempi di grammatica storica dell’italiano sono l’Italienische Grammatik dello svizzero Meyer Lubke e la Grammatica storica della lingua italiana e dei suoi dialetti del tedesco Gerhard Rohlfs.

 

6. DIZIONARI, CONCORDANZE E CORPORA ELETTRONICI



Il più importante dizionario storico della lingua italiana è noto come il “Battaglia”, dal nome del suo fondatore, filologo romanzo. Egli ripropone, aggiornandolo, il più grande dizionario dell’800, quello di Tommaseo.
Sotto la direzione successiva di Barbieri Squarotti il Grande Dizionario della Lingua Italiana ha assunto una fisionomia definitiva, con i suoi 21 volumi e una vastissima raccolta di esempi di scrittori. Gli autori contemporanei sono citati con larghezza.
Oltre ai vocabolari, uno strumento di ricerca lessicale sono le concordanze, in cui sono raccolte tutte le parole utilizzate da un determinato autore ordinate in chiave alfabetica, quasi sempre con il contesto in cui la parola stessa compare. Oggi, però, l’idea stessa di concordanza è rivoluzionata dall’uso degli strumenti dell’informatica.
I dizionari storici documentano il passato della lingua, la sua storia ed evoluzione, mentre quelli dell’uso informano sulla lingua moderna, al suo stato attuale.
I due grandi dizionari dell’uso sono oggi il vocabolario della lingua italiana diretto da Aldo Duro (Treccani) e il Grande dizionario italiano dell’Uso diretto da Tullio De Mauro (Gradit).

 

7. DIZIONARI ETIMOLOGICI



Il dizionario etimologico dà conto dell’origine delle parole di una lingua, suggerendo la loro etimologia. Il DELI, Dizionario etimologico della lingua italiana di Cortellazzo-Zolli (Zanichelli) dà prima di tutto la definizione della parola. Segue la prima attestazione, con riferimento al testo o all’autore, e quindi vi è la trattazione etimologica vera e propria, che si allarga spesso ad una sintetica storia del termine, del suo uso, delle varie accezioni e dei diversi significati, talora con rinvii bibliografici.

 

 



Sintesi del testo di Marazzini a cura di Gerson Maceri

Da http://gerson.ilblog.it/2006/08/13/breve-storia-della-lingua-italiana-claudio-marazzini-riassunto/



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domenica, 03 dic 2006 Ore. 17.20

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Claudio marazzini – breve storia della lingua italiana
Capitolo secondo – il duecento
Capitolo quinto – il cinquecento
Capitolo sesto – il seicento



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