Clientelismo, scambio e voto personale La politica campana negli anni Ottanta



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Panel: Clientelismo, scambio e voto personale
La politica campana negli anni Ottanta.

Strumenti, metodi e mutamenti di un sistema politico-clientelare egemonico
Il potere politico in Campania all’inizio degli anni Ottanta
Le elezioni del 1983 furono determinanti nel modificare alcuni equilibri interni al pentapartito tanto a livello nazionale quanto locale. La Democrazia cristiana pagava le conseguenze dello scandalo Lockheed e arretrando nettamente si indeboliva nei confronti del Psi che, viceversa, superava la quota psicologica del 10%. L’arretramento scudocrociato causava una rinnovata e accentuata concorrenzialità tra le forze del pentapartito1, infatti «il declino della Dc come partito dominante –notava lo storico Musella- di fatto attribuiva alle forze intermedie, ma soprattutto al Psi, un potere di condizionamento di proporzioni inedite»2. In questo contesto avveniva la nomina di Craxi a presidente del Consiglio e a cascata si andavano a rimodulare anche gli assetti locali. Si modificavano equilibri di lungo periodo e iniziava una nuova fase di protagonismo socialista nella vita politica italiana, già anticipata da una notevole vivacità dei suoi gruppi dirigenti periferici. Non mancarono critiche sul modo aggressivo con cui i socialisti rivendicavano spazi di potere, in particolare la sinistra Dc, capeggiata da De Mita, esprimeva un giudizio preoccupato sull'agire spregiudicato dei socialisti «in una competizione esclusivamente rivolta alla conquista di spazi di potere, rispetto a cui programmi e riforme avevano poco peso»3. Tuttavia doveva riconoscere che la sua era una posizione minoritaria perché:

purtroppo, all'interno del partito, l'esperienza del pentapartito presieduto da Craxi ebbe una duplice interpretazione. Da una parte coloro che ritenevano quel tipo di alleanza non avrebbe agevolato l'evoluzione del processo democratico, anzi l'avrebbe reso più fragile e vulnerabile. Io la pensavo come loro. Dall'altra parte non c'erano quelli che sostenevano una posizione favorevole al modo di Craxi di fare politica e di stringere alleanze, bensì quelli che pensavano che, tutto sommato, la sua guida del governo era funzionale alla conservazione della posizione di dominio della Dc. Così ragionando, finivano per sottovalutare le gravi questioni che derivavano dalla loro condiscendenza al craxismo4.


In seguito alle elezioni un riassetto dell’ordine politico era di attualità soprattutto in Campania, dove i risultati decretavano uno spazio di manovra ancora maggiore per i rivali della Dc: il calo qui era di ben sette punti percentuali rispetto alle elezioni precedenti. Scalpitavano i socialisti, che confermando una costante crescita conseguivano la loro migliore prestazione elettorale dal dopoguerra, con un picco in provincia di Salerno dove erano cinque punti percentuali sopra le medie nazionali5.

Le elezioni furono anche il momento della definitiva consacrazione di una nuova generazione di politici locali. Nel collegio Napoli-Caserta Enzo Scotti e Paolo Cirino Pomicino ottenevano un'affermazione personale notevole e solo Antonio Gava, tra i parlamentari di lungo corso, riusciva ad arrivare a un numero di preferenze analogo. Per il Psi Giulio Di Donato entrava per la prima volta alla Camera dei deputati, ma da subito come primo eletto, scalzando la storica leadership di Antonio Caldoro. Nell’altro collegio rinsaldava la sua leadership Ciriaco De Mita, da poco anche segretario nazionale Dc, legittimato da una valanga di preferenze, ben 207 mila. Ma dietro di lui scalavano le gerarchie interne i giovani Clemente Mastella e Giuseppe Gargani, al contrario era relegato agli ultimi posti il vecchio riferimento della sinistra democristiana Fiorentino Sullo. Nel Psi appariva incontrastata l’ascesa del salernitano Carmelo Conte, che inoltre trascinava i socialisti a un risultato storico nella provincia di Salerno. Questa era la generazione che avrebbe affrontato il nuovo decennio poggiandosi a un’alleanza politica ormai matura e che avrebbe avuto un impatto politico e istituzionale probabilmente mai raggiunto dalla regione negli anni della Repubblica6. «Sarebbe stata una grande stagione politica per la Campania e il Mezzogiorno. A Roma democristiani e socialisti campani, ma anche loro alleati, avevano un notevole peso, mai raggiunto prima, mai eguagliato in seguito. Un potere di interdizione che rendeva la Campania protagonista assoluta»7.

L'alleanza di pentapartito aveva trovato una definitiva stabilizzazione in seguito alla fine dell’esperienza della giunta di sinistra a Napoli8. Nel 1980 l'alleanza di sinistra aveva nuovamente vinto confermando sindaco Valenzi, ma lo scenario era rapidamente cambiato rispetto alla legislazione precedente: «per i socialisti, infatti, non era più vicesindaco Carpino, un demartiniano, ma l'emergente Giulio Di Donato, molto più vicino ad un'idea di competizione tra socialisti e comunisti». Fu proprio la rottura dei rapporti tra comunisti e socialisti a portare alla fine anticipata della consiliatura, con la conseguente caduta di Valenzi dopo sette anni di sindacato.

La fase commissariale che precedette le elezioni fu fondamentale, con la Dc, che gestendo la Regione con una rinnovata capacità di fare consenso di massa, arrivò alle elezioni con una forza rinnovata, mentre «noi comunisti vi giungemmo ormai sfiniti»9. In un clima di incertezza, nel novembre del 1983, si celebrò la consultazione per il rinnovo del Consiglio comunale a Napoli. La Dc perdeva un seggio rispetto alla composizione precedente, ma, in confronto alle politiche, era un risultato considerevole. Rimaneva però, con 20 eletti, secondo partito. Il Psi dava segnali di vitalità anche a livello amministrativo passando da sei a nove componenti, il Psdi saliva a cinque e il Pri raddoppiava la propria compagine arrivando a quattro. Il Pci scendeva a 23 consiglieri e pur rimanendo primo partito in città, perdeva voti e soprattutto nessuno degli altri partiti era più disposto a collaborare per includerlo in maggioranza. Declinazioni locali di strategie nazionali ponevano i comunisti in una posizione marginale e di isolamento. L'intesa tra le principali forze politiche si orientava verso la composizione, anche a Napoli, di una nuova maggioranza di pentapartito. Dopo il comune capoluogo, venne il momento anche per l'ente regionale di adeguarsi agli assetti della nuova maggioranza. La presidenza della Regione era ancora sotto la guida del fanfaniano De Feo, vicino sia a De Mita che a Gava: una soluzione provvisoria, che si era prolungata in conseguenza della crisi dettata dal sequestro Cirillo. Ma nel 1983 i tempi erano maturi «per porre la questione della successione» anche in Regione10. Come ha raccontato Alfredo Vito:

il candidato doroteo più naturale era De Rosa, sia per la collocazione interna che per esperienza maturata nell'istituzione. Avvenne invece che, non avendo Gava fiducia illimitata in questa persona per la sua eccessiva propensione all'autonomia venne eletto presidente Antonio Fantini, candidato di mediazione. La spiegazione di questa scelta deve partire dalla constatazione che Gava preferì ottenere due assessori: De Rosa all'agricoltura e io al personale ed enti locali, piuttosto che la presidenza11.
Antonio Fantini soddisfaceva, invece, tutte le correnti Dc e aveva un rapporto di confidenza, preferenziale, sia con Gaspare Russo, ex presidente del gruppo della sinistra di Base, che con Antonio Gava. Tali rapporti erano addirittura «così facili e personali che spesso saltavano il canale degli assessori gavianei, che invece era prassi attivare in condizioni normali»12. Fantini riuscì ad ottenere il gradimento non solo di tutte le correnti Dc e dei suoi principali leader, ma dei socialdemocratici, dei laici repubblicani e liberali, e delle due correnti campane dei socialisti, quelle di Giulio Di Donato e di Carmelo Conte. Insomma, come ha osservato Carmine Pinto, «i tempi erano maturi per la nuova fase del centro sinistra in Campania e per la definizione dei nuovi assetti di potere»13. L'elezione di Fantini e la composizione della giunta sanciva l'inizio dell’egemonia del pentapartito sull’ente regionale. Aumentava in contemporanea il peso dei gruppi dirigenti locali in conseguenza del trasferimento di competenze alle amministrazioni locali, in particolare alla Regione. Carmelo Conte, ex ministro che aveva avviato la sua ascesa proprio dagli enti locali, ne ha descritto le ragioni:

il potere dei gruppi dei dirigenti locali in Campania aumentò per il maggior ruolo delle istituzioni locali e in particolare della Regione. La crescita politica della Campania e del Mezzogiorno in gran parte fu dovuta all’avvento delle Regioni, perché per la prima volta i meridionali cominciarono a decidere e a deliberare per conto proprio. Gli equilibri non erano più dati da un ministro che concedeva il finanziamento per un porto, ma la decisione era presa sul posto. Quando, per esempio, Craxi ha voluto che si eleggesse a Salerno Francesco Tempestini, che era un funzionario della direzione, ha dovuto chiederlo e non l’ha potuto più imporre. Lo dovette discutere e così riconobbe chi aveva successo sui territori. Per cui e di conseguenza anche le cariche ministeriali, cariche nazionali e anche quelle di partito, lentamente cominciarono a rispettare con più fedeltà gli equilibri di forza territoriale14.


Con il 1983 pertanto giungevano a maturazione, in Campania, le condizioni politiche affinché il pentapartito, rinnovato nei gruppi dirigenti, potesse saldamente gestire la fase culminante della ricostruzione e dei nuovi interventi per lo sviluppo del Mezzogiorno che avrebbero sostituito la Cassa in liquidazione. Il pentapartito risultava dominante sia al centro che in periferia: Ciriaco De Mita era segretario nazionale della Dc, Scotti e Gava ministri, Pomicino alla presidenza della commissione Bilancio, Di Donato e Conte guidavano il Psi campano e avevano un peso determinante anche nel partito nazionale, De Lorenzo guidava i liberali. L’indirizzo generalizzato governativo per gestire l’emergenza post-sismica fu la delega per gli interventi alle autonomie locali. Antonio Fantini, grazie ai poteri commissariali che gli derivavano come presidente della Regione, avocò a sé competenze e progetti mai realizzati della Cassa per il Mezzogiorno, dell’Anas, delle Ferrovie dello Stato, ecc. ecc, mentre il presidente della commissione Bilancio, Cirino Pomicino, provvedeva a stanziare rapidamente le risorse per gli investimenti. Gli affidamenti e gli appalti venivano approvati direttamente a livello locale e beneficiari risultavano gli stessi consorzi d’impresa che erano intervenuti per l’edilizia abitativa. Il potere locale si stava evidentemente ridefinendo intorno alle novità della legislazione straordinaria che concedeva maggiori possibilità di incidere agli enti locali sul territorio.

Alla fine di ottobre del 1983, i partiti della maggioranza erano pronti a presentare alla Camera anche la proposta di legge per il rilancio della politica di intervento al Sud. L’indirizzo era lo stesso delle leggi straordinarie per la ricostruzione: maggiore delega alle autonomie locali e in particolare alle Regioni. Primo firmatario era l'instancabile Cirino Pomicino e relatore di maggioranza l’emergente socialista salernitano Carmelo Conte, che partendo da una lettura delle trasformazioni economiche e sociali dei primi anni Settanta e da un differente approccio allo sviluppo del Sud, individuava nel territorio e negli enti locali i protagonismi della futura programmazione straordinaria. I comuni, le province e le regioni sarebbero dovuti diventare il supporto determinante, sovvertendo la prospettiva verticale della Cassa. Vignola, membro della commissione per i comunisti, assicurò un impegno a favore di una rapida approvazione dei nuovi strumenti al fine di dare continuità ai flussi finanziari per il Mezzogiorno. L'intesa si trovò nonostante qualche resistenza residua dei comunisti riguardo la gestione dei fondi, ma mai al punto di mettere in discussione il piano15. Su queste basi si formò un ampio schieramento e tutte le forze politiche trovarono una convergenza sulla necessità di dotare di maggiori poteri le amministrazioni locali. In Campania, dopo i 50 mila miliardi per la ricostruzione, giungevano i fondi per la “nuova Cassa”16. Sicuramente si trattava del più imponente investimento pubblico dell’età repubblicana e attorno al nuovo “piano di sviluppo” si trovò il favore di tutte le forze politiche. Questo il ricordo del relatore di maggioranza Carmelo Conte:

venni nominato relatore della nuova legge sul Mezzogiorno, bisognava mettere fine alla Cassa del Mezzogiorno e far andare a regime la nuova legge di finanziamento per l’Intervento straordinario, in valenza per 9 anni, fino al ’92-’93. La legge prevedeva uno stanziamento di 130 mila miliardi dell’epoca. Un importo più alto di tutti i finanziamenti che il Mezzogiorno aveva ottenuto nel passato. E questo finanziamento veniva disciplinato in maniera nuova, attraverso una programmazione triennale, ma con proposte che venivano dal sistema degli enti locali dopo un'approvazione della Regione. Quindi si aboliva la Cassa per il Mezzogiorno, ma si creava l’Agenzia e i programmi venivano solo coordinati dalla presidenza del Consiglio, la gestione veniva affidata per la realizzazione al sistema locale. Questa legge mise in condizione il Mezzogiorno, per la prima volta nella sua storia, di guadagnare punti nel prodotto interno lordo rispetto al Nord. E avrebbe viaggiato ad un buon ritmo fino al crollo del ’92, o almeno fino all'abrogazione attraverso il referendum per abrogare l'intervento straordinario voluto dalla Lega17.
Sulla sostenibilità economica del piano sempre Carmelo Conte ha aggiunto:

Certo che era sostenibile. Il supporto massiccio all’Italia meridionale era un investimento che fu studiato insieme al premio Nobel Modigliani. Il ragionamento che giustificava l'intervento era piuttosto semplice e poteva essere riassunto così: se un cittadino meridionale produce il 60% del Pil rispetto ad uno del centro-nord, se voglio far aumentare il Pil del paese è più facile agire su quello che produce il sessanta, cercando di portarlo a cento. Al contrario mi è difficile aumentare la capacità produttiva di chi è a cento18.


Dunque, mentre a livello nazionale si radicalizzava la critica dei comunisti alla maggioranza19, in Campania la ripresa del dibattito sulle prospettive del Mezzogiorno rilanciava una solidarietà trasversale e la conflittualità interferiva solo marginalmente sul sistema politico campano. Anzi, Pomicino nuovamente si sarebbe fatto interprete del malcontento meridionale nel momento in cui il governo, concentrato contemporaneamente sulla riconversione industriale settentrionale, avrebbe accumulato dei ritardi nell’attuazione del programma di intervento straordinario. Rivolgendo, pertanto, un appello alle opposizioni, innanzitutto ai comunisti al fine di costruire un fronte comune per pressare l'esecutivo. Barbagallo ha giudicato in sede storiografica la proposta di Pomicino un «rivendicazionismo sudista, adeguato ai tempi, ma ricorrente nelle diverse fasi della storia italiana»20. Tuttavia il consenso dei partiti attorno a questo tipo di strategia era unanime: forze politiche, imprenditoriali, sociali e le comunità locali condividevano l’indirizzo interventista del governo e premiavano i partiti di governo legittimandoli costantemente in occasione delle consultazioni elettorali.


I flussi elettorali e la stabilizzazione del sistema
Le elezioni europee del 1984 sono ricordate per lo storico sorpasso realizzato dal Pci ai danni della Dc. Benché non fosse difficile collegarlo all'onda emotiva generata dalla morte di Enrico Berlinguer, non poteva essere sottovalutato lo sforzo propagandistico e organizzativo dei comunisti sul nuovo terreno della denuncia morale degli avversari, una tematica a cui si mostrava sensibile una parte consistente dell'elettorato. Al contrario, la Campania, si confermava, anche in questa occasione, il serbatoio di emergenza del pentapartito e, in controtendenza rispetto a tutto il paese, lì il sorpasso non avveniva. I comunisti ottenevano indubbiamente un ottimo risultato con il 29%, ma rimanevano secondo partito ad una distanza di sicurezza dalla Dc ( 35%). I risultati delle europee pertanto non costituirono una rottura così netta da modificare sostanzialmente il quadro politico, in particolare a livello locale. Sarebbero state le elezioni regionali del 1985, invece, a segnare una svolta, marcando l'ormai sopraggiunta egemonia del pentapartito. L'alleanza superava largamente la quota del cinquanta per cento e si allargava sensibilmente la forbice tra Dc e Pci. In Campania le forze del pentapartito andavano addirittura ben oltre il sessanta per cento e il divario tra Dc e Pci era di oltre sedici punti percentuali (38,97 % per la Dc, 22,71% per il Pci). La Dc inoltre riusciva a sopravanzare i comunisti anche nella città di Napoli invertendo una tendenza decennale21. In realtà l'emarginazione dei comunisti non sembrava essere dettata esclusivamente dalle posizioni adottate dal pentapartito, ma era la logica conseguenza della strategia di "alternativa democratica" che isolava il Pci dagli altri interlocutori politici. Vinceva, al contrario, De Mita, dimostrando che la Dc non era in liquidazione. L'interrogativo si era posto con le elezioni politiche del 1983 e le europee del 1984 non lo avevano risolto, tant'è che la sua segreteria era rimasta in bilico. Con questo risultato De Mita consolidava la sua segreteria e poteva riequilibrare i rapporti di forza con le formazioni laiche e i socialisti22. Il Psi poteva essere soddisfatto, avendo migliorato le proprie posizioni rispetto alle ultime precedenti consultazioni, al punto che Claudio Martelli avrebbe parlato di migliore risultato conseguito negli ultimi venticinque anni dal partito23.

Anche la ripartizione dei seggi del nuovo Consiglio regionale rispecchiava la raggiunta egemonia del pentapartito in Campania. La coalizione avrebbe potuto contare su una maggioranza schiacciante, con quaranta consiglieri su sessanta. Tra i nuovi eletti spiccava Alfredo Vito, cresciuto sotto l'ala protettiva di Antonio Gava e che adesso si affermava con un risultato straordinario: 120.248 preferenze. Superava di gran lunga anche il presidente uscente Antonio Fantini, che si fermava a 68.560. Dopo le prime due legislature caratterizzate da una forte instabilità, dal marzo 1983 la convergenza sulla presidenza Fantini aveva garantito stabilità e la possibilità di operare incisivamente sul territorio. Non mancavano le denunce dell'opposizione sul sistema di potere clientelare istaurato dal pentapartito, ma al contempo era innegabile che ancora nel 1985 il gruppo dirigente locale godeva di un consenso generalizzato da parte della comunità campana. Gli elettori alle urne rispondevano premiando i partiti di maggioranza, anche al di là delle aspettative e delle previsioni degli analisti. L'astensione, tipico indicatore del disimpegno e della disaffezione, era ai minimi storici: si erano recati alle urne l'85% degli aventi diritto24, un dato addirittura superiore alle medie nazionali e delle altre democrazie Occidentali.

Le indicazioni prodotte dalle elezioni regionali furono confermate dalle politiche del 1987. Benché i partiti della maggioranza si fossero presentati in ordine sparso, ciascuno più o meno in polemica con l'altro e con l'aggiunta della costante disputa negli ultimi anni di legislatura tra Craxi e De Mita. Eppure, come titolava "il Mattino": «la battaglia tra Craxi e De Mita si concludeva con la sconfitta di Natta»25. Il responso delle urne premiava la Dc e il Psi, mentre continuava il graduale calo comunista. In Campania si rafforzava la tendenza positiva del pentapartito, sia la Dc che il Psi si collocavano sopra le medie nazionali; nel collegio di Benevento-Avellino-Salerno la Dc superava da sola il 45% e il Psi col 16% ormai era vicino al sorpasso ai cugini comunisti che calavano di altri due punti dal 20 al 18%26. A Napoli-Caserta il responso era tradizionalmente più favorevole ai comunisti, che però comunque arretravano di tre punti, scendendo al 22%, mentre soli tre anni prima si era consumato il sorpasso. La Dc con questo risultato si consolidava come fulcro della vita politica locale attorno al quale ruotavano gli alleati, sancito dalla proiezione dei suoi gruppi dirigenti negli esecutivi nazionali. Dopo la breve parentesi del governo Goria nel quale sarebbero stati nominati Gava e Iervolino, fu con De Mita e con Andreotti che questa leadership veniva riconosciuta. De Mita sarebbe stato il primo presidente del Consiglio campano e Gava, Scotti, Pomicino, Maccanico e gli alleati De Lorenzo e Conte diventavano tutti esponenti di spicco dei governi nazionali. Mai prima di allora la Campania aveva avuto un tale riconoscimento per i propri gruppi dirigenti.

Il risultato delle amministrative avrebbe potenziato ulteriormente il pentapartito. Alle elezioni per il rinnovo del Consiglio comunale di Napoli, dopo dodici anni di giunte di minoranza, si affermava una maggioranza autonoma. La Dc superava il 30% e il Psi confermava la sua crescita anche in città valicando il 15%. In termini di ripartizione di seggi la Dc ne otteneva sei in più, il Psi passava da nove a tredici, mentre il Pci ne perdeva quattro, scendendo da 23 a 1927. Nel complesso la maggioranza deteneva oltre cinquanta consiglieri e il sessanta per cento dei voti. Le due vittorie, alle politiche e alle amministrative, decretavano il predominio ormai incontrastato del pentapartito sul sistema politico campano. La Dc ricacciava indietro gli spettri del risultato delle politiche del 1983 e ritornando ad essere nettamente primo partito nella città capoluogo riaffermava il ruolo di fulcro del sistema dei partiti in Campania. Pure l'avanzata socialista era coronata da un successo e ormai il gruppo dirigente campano era pronto a sfidare la leadership comunista per l’egemonia della guida della sinistra. Il ceto politico campano, tra l'altro, si mostrava più coeso e meno propenso alle scaramucce che caratterizzavano la scena politica nazionale: le leadership interne ai principali partiti di governo erano ormai consolidate e alcuni rapporti trasversali contribuivano sia a stabilizzare il sistema che a organizzare un’attività di pressione che facilitava e moltiplicava gli interventi verso il territorio.

La trasformazione dei partiti: dal confronto ideologico alla personalizzazione dei rapporti politici
A inizio anni Ottanta, dunque, il controllo delle principali leve di potere locale era saldamente nelle mani del partito dello scudocrociato. A livello nazionale, però, la crisi della Dc di inizio decennio aveva prodotto la perdita della presidenza del Consiglio dei Ministri, spezzando la tradizionale guida democristiana degli esecutivi repubblicani. Pertanto nel gruppo dirigente si era sentita l'urgenza di un rilancio dell'azione politica che avrebbe dovuto portare a un rinnovamento organizzativo e culturale28. «Il cammino della Dc era in salita - avrebbe scritto Antonio Gava nelle sue memorie- e stava venendo meno la sintonia con la società che cambiava velocemente, Piccoli intuì che era giunta l'ora di immettere linfa nuova nelle vene del partito: De Mita, [...], gli appariva l'uomo nuovo in grado di garantire il futuro nella continuità»29. Il XV° Congresso avrebbe sancito questo passaggio portando Ciriaco De Mita alla guida del partito col determinante sostegno garantito in sede locale proprio da Antonio Gava:

nacque così, in quell'inizio di primavera del 1982, il cosiddetto accordo De Mita-Gava, che governò la Dc per gli anni Ottanta e oltre, e che non volli mai chiamare intesa. Fu un rapporto leale quello tra noi due leader campani: avevamo più o meno la stessa età, da tempo ci conoscevamo e ci stimavamo. [...] Controllavamo i rispettivi collegi elettorali, ci divideva solo Napoli: nel capoluogo la Dc napoletana non consentì ai basisti di De Mita di entrare mai in maniera significativa e i basisti non consentirono mai a noi dorotei di entrare nella zona interna dell'avellinese. Divenni punto di equilibrio dei difficili rapporti interni della Democrazia cristiana. Al Congresso giunsi con un forte consenso: con De Mita sfioravamo il 70% dei voti congressuali30.




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