Clientelismo, scambio e voto personale La politica campana negli anni Ottanta



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Il leader irpino riusciva così ad essere eletto con un ampio margine, ma legava la sua sorte ad Antonio Gava e ai dorotei. Gava, per conto suo, «raggiungeva un duplice obiettivo: da un lato stringeva un rapporto con De Mita che era stato il centro della sua opera politica negli anni precedenti; da un altro lato, collocando Piccoli in un ruolo rappresentativo e non politico, si proponeva egli stesso come personaggio leader della corrente dorotea (anche perché l’unico capo di quella corrente, Toni Bisaglia, si era autoescluso collocandosi all’opposizione su quella manovra)»31. Inoltre, dopo esser stato per qualche anno lontano dai centri di potere, Gava, con la carina di Ministro delle Poste tornava a un forte interessamento sul territorio. In un rinnovato protagonismo del gruppo dirigente democristiano campano, nel primo governo Craxi, oltre Gava, venivano nominati ministri anche Salverino De Vito e Vincenzo Scotti, mentre Paolo Cirino Pomicino otteneva l'importante presidenza della commissione Bilancio. Questi processi confermavano il dinamismo e la centralità del gruppo dirigente campano in seno alla dirigenza nazionale della Dc. La segreteria De Mita aveva l’obiettivo di portare delle innovazioni sia dibattito pubblico che sull'analisi della situazione socio-economica e dell'organizzazione interna, ma secondo il ricordo di De Mita «il mio progetto si scontrò con l’indifferenza di Craxi, del suo partito e con l’incomprensione e le incertezze del Pci»32. Per di più, in seguito ai successi elettorali della Dc a partire dal 1985, superato il momento di difficoltà molti dirigenti avrebbero ritenuto sufficienti le azioni già messe in campo e avrebbero frenato le iniziative del segretario.

Il dibattito sulla "riforma", però, sarebbe rimasto al centro delle discussioni interne della Democrazia cristiana, dimostrando l'esistenza di un tessuto di partecipazione ancora vivo e dinamico. Si percepiva il problema di un'organizzazione che stava diventando troppo pragmatica ed eccessivamente legata all'iniziativa personale degli eletti e capicorrente. La Dc, insomma, si trovava per la prima volta a fare i conti seriamente con un voto veicolato in modo crescente dai leader locali e dalla loro capacità di utilizzare le leve della spesa pubblica come meccanismo di creazione del consenso33. Il fenomeno era pericoloso per la compattezza del gruppo dirigente, ma, d’altro canto, incentivando la competizione esasperata tra capicorrente contribuiva al contempo ad innescare canali sempre nuovi di partecipazione. I “capi” finanziavano l'apertura di nuove sezioni, associazioni e circoli ricreativi, e contribuendo alla loro attività, animavano senza sosta la vita interna del partito e delle strutture associate. Nonostante i percorsi personali fossero sempre più difficili da controllare e governare, gli organismi direttivi interni conservavano ancora a metà degli anni Ottanta un’autorità su alcune decisioni fondamentali. Sia il comitato direttivo provinciale che la semplice sezione locale, infatti, avevano potestà vincolante per tutti gli associati in alcune decisioni strategiche. Alfredo Vito ha spiegato quali durante un interrogatorio:

la sezione del partito aveva un grande rilievo nella scelta del Sindaco sia perché centro d'imputazione delle scelte politiche, sia perché, essendo il sindaco scelto dai consiglieri comunali, ed essendo questi in qualche modo condizionati dalla sezione al momento del loro inserimento in lista, la cui composizione era di competenza della sezione34.
Le liste per le elezioni amministrative così come per le politiche dovevano sempre avere l'approvazione finale dalla direzione del partito, che veniva composta sulla base delle percentuali ottenute nei congressi di sezioni, dunque rimaneva determinante per i principali esponenti politici organizzare costantemente il consenso della base. Il momento centrale per determinare gli equilibri tra differenti fazioni era il tesseramento: chi poteva gestire enormi pacchetti di tessere oppure poteva contare su un forte consenso nelle sezioni avrebbe inciso a cascata sugli organismi interni, sulla composizione delle liste alle amministrative, sulla selezione dei sindaci, fino alla scelta di chi inserire nella lista di partito per le politiche, insomma sui rapporti di forza del sistema politico locale. La "corrente del Golfo", come abbiamo descritto, grazie all’imponente mobilitazione al momento del tesseramento sarebbe arrivata a determinare l'elezione del segretario nazionale.

In alcuni casi, però, non si giungeva a uno scontro, si sanciva un accordo riconoscendo la rispettive forze su un territorio:

nella vita delle sezione era centrale il momento del tesseramento, che avveniva mediante la sottoscrizione di quote da parte dei soci, sulla base di un tabulato che ogni anno veniva inviato al segretario da parte del comitato provinciale. [...] Erano abbastanza frequenti alcune deviazioni: innanzitutto era abitudine del segretario favorire in ogni modo le adesioni di coloro che egli sapeva appartenere alla sua corrente, e ostacolare (chiudendo anzitempo la sezione, non facendosi trovare agli orari di aperture, ecc.) quelle degli avversari di corrente; in secondo luogo avveniva assai spesso che non si tenessero le elezioni, ma che invece i capigruppo concordassero semplicemente il riconoscimento di voti rapportati ai consensi che essi sapevano avrebbero ricevuto in caso di elezioni35.
La Dc campana degli anni Ottanta proprio per queste ragioni, con tutti i limiti derivanti dalle possibili degenerazioni di questo sistema, dalle guerre sul tesseramento e dai percorsi individuali sempre più spregiudicati, era un partito profondamente legato al territorio: con centinaia di migliaia di iscritti, più di mille sezioni, una presenza costante in tutte le amministrazioni locali e un fiorire di associazioni e circoli legati ai più disparati rappresentanti locali. Tutti gli esponenti democristiani avevano un rapporto intimo col territorio di elezione e appartenenza, che poteva essere una macroarea provinciale, oppure il proprio rione di residenza. La cultura politica democristiana si basava sul legame col territorio: sul rapporto tra consenso e potere che ogni leader della Dc legava alla sua terra. Il dirigente democristiano era innanzitutto il rappresentante del proprio “campanile”. Era la forza del collegio e del radicamento da cui derivava essere sindaco o consigliere, che conferiva un ruolo politico nelle gerarchie del partito36. Era il consenso ad attribuire la legittimità di rappresentanza nei centri di potere e la capacità di mediare le risorse che da lì provenivano e che avrebbero cementato ancor di più il legame. «Era un rapporto strettissimo quello col territorio –ha confermato Cirino Pomicono-. Ogni deputato aveva un suo punto fisico di riferimento nel quale riceveva consiglieri comunali, imprenditori e cittadini normali»37.

Da questi presupposti era ripartita la riorganizzazione locale condotta con una rinnovata aggressività dalla nuova generazione democristiana. La strategia della Dc, dopo il 1983, fu di consolidamento delle posizioni di potere in tutti gli enti, esercitando un rigido controllo della spesa pubblica attraverso gli stanziamenti ministeriali. Il partito scudocrociato non aveva mai perso il contatto con la società, il suo elettorato e i luoghi di potere, ma dovendo reagire a una battuta d'arresto elettorale ritornò a interpretare con rinnovata determinazione la sua funzione e il suo ruolo nelle istituzioni. Oltre a riaffermare il controllo sull'ente regionale, investito di nuove e più incisive competenze, rinnovò l'alleanza con i soggetti economici e sociali più importanti sul territorio. «Il Mattino», il quotidiano più letto in regione, già da sempre vicino alla democrazia cristiana, fu affidato alla direzione di Pasquale Nonno, sostenitore del progetto di riforma di Ciriaco De Mita. Pure il Banco di Napoli rimaneva solidamente sotto il controllo del partito. Ma furono la riforma sanitaria e la legge 219 a moltiplicare gli spazi di manovra dei nuovi emergenti capicorrente scudocrociati. I primi interventi di emergenza non diedero una buona immagine del partito e fecero scalpore le parole di Pertini e Berlinguer che accusavano di ritardi e inefficienze le istituzioni locali. Ad ogni buon conto, la partita enorme che si generò sulla gestione della 219 fu vinta dalla Dc.

«Il 1980 è l'anno in cui per Napoli cambia tutto. Come l'epidemia di colera era stata la ragione del successo del Pci e dell'ascesa di Valenzi, così il terremoto è la ragione della sconfitta alle comunali del 1983, delle regionali del 1985 e della fine dell'esperienza Valenzi. Due catastrofi. In una il Pci ne fa una leva. Il terremoto invece avrebbe cambiato tutto, la Dc si sarebbe sentita più forte e avrebbe cominciato a togliere ossigeno alla giunta Valenzi. Il terremoto, non mi stancherò di dirlo, è lo spartiacque tra prima e dopo»38.

Il risultato della elezioni politiche e locali, dopo il calo del 1983, avrebbe confermato questa tendenza, segnando una costante ripresa durante tutto il decennio. In questa fase ci fu una trasformazione del personale interno del partito, che avrebbe continuato a esercitare attrazione nei confronti dei cattolici e dell'elettorato moderato di stampo tradizionale, ma avrebbe reclutato come nuove energie soprattutto "clienti" mobilitati dai potenti capicorrente in ascesa. Questa fu una delle conseguenze del potere di mediazione economica concesso agli enti locali dalla riforma sanitaria e dalle normative sulla ricostruzione. La "riforma", insomma, non aveva dato i frutti sperati, alla lunga si sarebbe tornati ad un linea politica meno innovatrice e soprattutto alla fine del suo mandato De Mita lasciava la guida di un partito che aveva riacquisito una nuova egemonia strategica, ma senza correggere i suoi difetti, che anzi stavano degenerando in maniera irreversibile.

Il Partito comunista fu all'opposto il grande antagonista della vita democratica campana. Partendo da un dieci per cento alle elezioni del '48 sarebbe riuscito nella non facile impresa di riuscire a compenetrarsi, nonostante le rigidità ideologiche, al tessuto sociale di un territorio estremamente complesso come quello campano, arrivando negli anni Settanta a rappresentare un terzo dell'elettorato regionale. Dal punto di vista ideologico e organizzativo il partito, fino alla "svolta", si sarebbe ispirato al modello forgiato da Togliatti. A Roma, a Napoli o Benevento il "centralismo democratico" sarebbe rimasto il dogma culturale fondamentale, accettato da tutto il gruppo dirigente al fine di preservare l’unità del partito. Proprio questa attenta combinazione di carica ideologica e di disciplina organizzativa avrebbe rappresentato l’indubbio punto di forza del partito. Il gruppo dirigente, "l'apparato", veniva selezionato con criteri totalmente differenti rispetto alla Dc: non erano le istituzioni e la rappresentanza del territorio a costituire il percorso formativo dei quadri, ma la lenta e graduale cooptazione interna alla struttura di partito. Da Giorgio Napolitano ad Abdon Alinovi, fino ai giovani Bassolino e De Luca tutti erano funzionari dell'organizzazione cooptati dal vertice: una nuova generazione di "rivoluzionari di professione" che raccoglieva l’eredità di Amendola.

Gli anni Settanta rappresentarono il culmine dell’espansione comunista in regione. Oltre la presenza nelle battaglie sociali operaie e contadine, il partito riuscì a diventare il polo di attrazione per un’intera generazione di intellettuali e di una borghesia colta che occupava luoghi strategici per la creazione di opinione: come le redazioni dei giornali, le scuole e le Università. Tutto il decennio fu costellato da una costante crescita elettorale e il partito riuscì a conquistare consensi anche in una parte dei ceti medi cittadini e infine, grazie agli interventi a sostegno della popolazione durante l’epidemia di colera, pure del sottoproletariato urbano napoletano. Con le elezioni del ’79, però, si sarebbe interrotta bruscamente l’ascesa del Pci campano, che con il sopraggiungere degli anni Ottanta si trovò a dover sbrogliare la matassa di quale fosse la nuova missione del partito in una società che si stava trasformando rapidamente. Il partito affrontava il passaggio storico intrappolato nei suoi stessi dogmi e la capacità del Pci di contribuire alla modernizzazione si scontrava con un vincoli di fondo di un’ideologia che stava naufragando. Nonostante proprio in Campania fossero presenti alcuni dei dirigenti che più coraggiosamente spingevano il partito verso una più audace revisione ideologica e organizzativa, intendiamo Giorgio Napolitano e i suoi sodali, il tentativo rimase senza successo. Oltre le denunce del sistema democristiano non era presente una diversa elaborazione di un modello di sviluppo produttivo e sociale per il territorio. Dopo la sconfitta dei basisti nella Dc e dell’ala sinistra interna al Psi, non rimanevano neppure potenziali alleati per la prospettiva berlingueriana. Il Pci campano, in ossequio al principio del "centralismo democratico", non mise in discussione la linea politica del partito centrale, ma si ritrovò isolato all'interno del sistema politico. Tutto ciò si sarebbe tradotto in una graduale, tuttavia il partito non subì mai un tracollo, rimaneva intatta infatti l'organizzazione, la credibilità e l'autorevolezza del gruppo dirigente in vasti settori della società. E quando il sistema sarebbe entrato in crisi nel ‘93 gli eredi del Pci, non a caso, sarebbero stati i più pronti, seppur per un breve frangente, a condurre il sistema campano oltre il momento di frattura.

Il partito socialista dopo la lunga crisi degli anni Settanta appariva il più pronto, tra i grandi partiti, a reagire al profondo cambiamento degli strumenti della politica locale. I risultati elettorali confortanti testimoniavano una crescita che appariva inarrestabile e la ritrovata stabilità del vertice nazionale dopo il congresso del Midas favoriva il dinamismo del gruppo dirigente campano, sempre più legato alla leadership di Craxi39. Per bilanciare il potere locale i socialisti utilizzavano pienamente le possibilità offerte dalle politiche della "ricostruzione" e dalle nuove competenze in capo alle amministrazioni locali, in particolare nel settore sanitario e urbanistico, lanciando la sfida al monopolio democristiano:

in Campania, più che altrove, con la Dc il rapporto divenne di collaborazione-competizione. Anche perché in Campania c’era mezzo gruppo dirigente della Dc nazionale. Da Ciriaco De Mita ad Antonio Gava, da Enzo Scotti a Cirino Pomicino. Si trattava di una grande forza politica, vicina al 40%, con forti radicamenti associativi e diffusissimi supporti istituzionali. Noi a fine anni Settanta contavamo poco, legati in un rapporto subordinato ai comunisti e senza una reale autonomia. Ma col nuovo decennio partimmo all’offensiva, il messaggio della segreteria nazionale era chiaro, noi sui territori lo interpretammo nel modo più aggressivo, dopo anni di subalternità ci sentivamo pronti a ribaltare gli assetti di potere40.

I socialisti inoltre introducevano il tema che la ricostruzione post-terremoto non dovesse solo riparare ciò che era stato distrutto, ma doveva rappresentare un’occasione di sviluppo e di “risarcimento”. L’iniziativa fu presa dal relatore di maggioranza della legge 219, l'emergente socialista salernitano Carmelo Conte, e approvata dalla direzione che per l’occasione fu celebrata a Napoli. «Con la legge 219 si passava ad una fase successiva. All’esigenza di intervenire in maniera programmatica e non casuale, scegliendo due fronti principali: la ricostruzione edilizia e lo sviluppo del territorio. Ciò portò ad un incremento vertiginoso delle risorse destinate alla nostra regione. Noi socialisti fummo in prima linea tentando di farle destinare ad investimenti che avessero un impatto sul territorio. Nel salernitano, per esempio, riuscimmo con quei finanziamenti realizzammo il campus universitario»41.

Anche la riforma sanitaria diede un'ulteriore possibilità ai socialisti di penetrare in un settore che in precedenza con le "mutue" era stato quasi esclusivamente appannaggio della Dc. L'istituzione delle Usl consentiva ai socialisti di partecipare al governo della sanità attraverso le nomine nei comitati direttivi e iniziò una competizione tutta interna al pentapartito per accaparrarsi questo importante strumento di gestione. Con il varo della nuova legge, infatti, si aprivano spazi enormi per la intermediazione politica: «Si riunivano tutti i consiglieri di una Usl e in proporzione si eleggevano i rappresentanti, che naturalmente erano dei rappresentanti politici»42, quindi si politicizzava la gestione delle sanità e diventava un momento di confronto tra partiti. Carmelo Conte, all’epoca dirigente nazionale e locale del Psi, ha chiarito l’importanza di queste cariche:

il presidente di una Usl di città capoluogo era un posizionamento ambito per tutti i partiti. Per esempio, il presidente di Salerno gestiva gli ospedali riuniti e la sanità sul territorio relativo, un potere notevole. La carica veniva equiparata a quella del sindaco o del Presidente della Provincia. Quando noi abbiamo fatto l’accordo per eleggere sindaco di Salerno Vincenzo Giordano, abbiamo concordato che poi andasse al Pci la presidente della Provincia come compensazione43.

In conseguenza della riforma, dunque, aumentava il potere delle amministrazioni locali e degli eletti chiamati a votare per la composizione dei comitati di gestione. Il Psi si mostrò pronto alla sfida in Campania e avrebbe investito molta attenzione negli appuntamenti elettorali locali. Per mettere in discussione l’ordine democristiano i socialisti avrebbero utilizzato non solo le politiche della "ricostruzione" e le competenze dei comuni in materia sanitaria, ma ottenuta una forte presenza nelle amministrazioni locali si sarebbero caratterizzati per la spinta alla trasformazione urbana, intercettando il sostegno del mondo dei professionisti del settore. I socialisti disegnarono un progetto organico di trasformazione che mancava alla Dc. «L'idea dominante dei socialisti nelle amministrazioni locali divenne la progettualità del territorio. Cioè il legare l’azione politica ad una definizione di progettualità non astratta generica ideologica ma concreta, radicata, sulle condizioni del territorio»44. Come ha raccontato Claudio Signorile questa nuova strategia fu anche alla base di un avvicendamento generazionale nel Psi:

cambiò l’identità del Partito socialista nel Mezzogiorno. Da essere partito di notabili, laici e massoni, diventò un partito fortemente urbanizzato, progettuale e attraversato da un nuovo legame col territorio. Perché dico questo? Per queste furono le premesse organizzative pratiche per la costruzione di una rete a maglia corta che poi sarebbe stata la ragione dell’esplosione elettorale e dell'emersione di nuovi protagonisti45.

Il partito in questo modo riusciva ad attrarre settori differenti della società, il ceto urbano borghese, liberi professionisti, commercianti e piccoli imprenditori. Questa generazione penetrava nelle amministrazioni locali, scalzando funzionari, esponenti del sindacato e del notabilato locale. Il Psi, tuttavia, proprio a causa dell'aggressività con cui interpretava il suo ruolo di sfida al potere e alla gestione democristiana, cominciò ad attrarre adesioni effimere, se non opportunistiche. Molti tecnici e imprenditori si avvicinavano al partito ingolositi dal nuovo canale per attingere risorse e investimenti pubblici, non per una condivisione progettuale. Questo fu un tema sottovalutato da gran parte dei dirigenti centrali, che anzi lo utilizzarono per mostrare la loro capacità di consenso e mobilitazione, ma che poi avrebbe avuto ricadute tragiche sul futuro del partito:

durante gli anni Settanta –avrebbe confermato Di Donato- avevamo attinto dal mondo del lavoro dipendente e avevamo presenze marginali di piccola borghesia. Poi con la crescita cambiò tutto, ed entro di tutto, gente nuova e per bene, professionisti, professori, intellettuali, imprenditori, ma anche affaristi, e cialtroni di varia natura, il partito, era ormai consolidato al potere, pullulava di clientes, e insomma avremmo dovuto vigilare di più, ma nel vortice della crescita e in un partito organizzato in correnti, selezionare era difficile. Avremmo dovuto farlo46.

Il Psi, però, durante gli anni Ottanta sentiva vicino l’obiettivo di vincere la sua battaglia corsara incuneandosi tra le corazzate democristiana e comunista. Il partito socialista era passato dal 8% medio alle elezioni del 1976 al 15% del 1987 e appariva in continua crescita, nel collegio di Salerno-Avellino-Benevento il Psi era salito dall'8% addirittura al 16% e ormai era vicino a eguagliare il rapporto di forza col Pci che si collocava al 19,5%. Rispetto a dieci anni prima era penetrato nelle istituzioni e incideva in alcune posizioni economiche importanti della società locale. Ma la vera rivoluzione consisteva nell'aver modificato la geografia del potere locale spezzando il monopolio democristiano e il suo canale di dialogo preferenziale con i comunisti. I socialisti si erano inseriti come un cuneo e determinavano senza ombra di dubbio lo scenario locale del pentapartito.



Profili politici a confronto: i casi di Cirino Pomicino, Di Donato, De Lorenzo e Conte

Durante gli anni Ottanta, nella realtà campana, il reticolo delle relazioni personali, familiari, amicali e professionali, si sarebbe rinsaldato divenendo il principale canale nella costruzione di relazioni politiche ed economiche. Mentre si espandeva la rete di alleanze tra politici e ceti produttivi, i leader locali, contestualmente, acquisivano una crescente autonomia politica e finanziaria. In conseguenza di queste ragioni si sarebbe affermata una nuova generazione di politici che avrebbe agito in modo molto più autonomo e slegato dalla direzione dei partiti, alla continua ricerca di canali per controllare le risorse provenienti dallo Stato al fine di fidelizzare e ampliare le rispettive reti clientelari ed elettorali. La capacità, dunque, di costruire “reti” personali, anche trasversali, non ideologiche, cementate attraverso la forza dei blocchi di potere che si costituivano intorno alle risorse pubbliche, sarebbe diventato lo strumento fondamentale di mobilitazione del “nuovo politico” locale. Tale processo fu determinante per consolidare un sistema di potere egemonico-clientelare in Campania. Il pentapartito locale si sarebbe affermato come l’alleanza predominante sul territorio e i suoi gruppi dirigenti avrebbero goduto di una proiezione senza precedenti in ruoli istituzionali sulla scena politica nazionale, in una dinamica in cui il potere locale e nazionale si rafforzavano reciprocamente. Con la conclusione del decennio si sarebbe giunti all’ultima stagione del pentapartito, che avrebbe coinciso anche con il momento di più alto consenso elettorale per i partiti che componevano la maggioranza e di capillare controllo del territorio da parte dei suoi principali esponenti. Mentre a livello nazionale non mancavano alcuni segnali preoccupanti per la tenuta complessiva del sistema, come l’improvvisa emersione della Lega Nord nel Veneto “bianco”, nel contesto locale campano le maggiori forze politiche continuavano a godere del favore elettorale, dimostrando una forte compenetrazione con la società campana.

Per queste ragioni la trasformazione dei partiti campani e del suo personale politico si presenta come particolarmente significativa rispetto al resto del paese. La struttura dei principali partiti governativi nel Mezzogiorno, tradizionalmente, si era basata su una sorta di confederazione dei notabili locali, spesso provenienti da ambienti sociali simili, e non raramente i leader nazionali erano accomunati a quelli locali da rapporti di consuetudine e familiarità personale. Un primo cambiamento si era registrato nel periodo del boom economico con il rafforzamento della struttura impersonale dei partiti e l'esplosione dell'intervento straordinario, fenomeni che avevano favorito l'ascesa di una nuova generazione di politici che derivava il suo potere dal controllo della spesa pubblica e si legittimava attraverso il consenso locale. Alle risorse patrimoniali dei notabili si sostituirono i finanziamenti pubblici che dal centro si diffondevano verso la periferia, contribuendo all'affermazione di rinnovate leadership. Da questo punto di vista l'intervento dello Stato nel Mezzogiorno aveva innescato un processo di notevole mobilità del personale politico. Ciò non escludeva che ci fossero ancora dei notabili a capo di alcuni sistemi locali, anzi al Sud non di rado furono i figli a sostituire i padri, ma in una differente prospettiva che si adattava all’evoluzione del contesto. Silvio e Antonio Gava, da questo punto di vista, avrebbero rappresentato un esempio per entrambi i modelli. Silvio, tipico notabile democristiano del dopoguerra, seguì un percorso che lo portò prima all’occupazione di rilevanti cariche direttamente a livello nazionale e solo in seguito si dedicò alla conquista dell'egemonia del sistema politico napoletano47. La parabola del figlio sarebbe stata opposta: sfruttando il potere ereditato dal padre riuscì ad imporsi in periferia, lì consolidò il suo sistema di potere controllando la gestione degli investimenti verso il proprio territorio, per poi ottenere una successiva affermazione sul palcoscenico nazionale, senza però potere e voler mai trascurare il legame con i luoghi delle sue origini. I Gava, dunque, si affermarono utilizzando in maniera crescente relazioni autonome e personalizzate, ma sottoposte ancora all’autorità, ai riti e alle gerarchie del partito. Dal padre al figlio già era mutato il vincolo tra notabile e/o capocorrente e seguace, sempre meno ideologico e più clientelare, anche se rimaneva immutato il carattere personale del legame, mentre persisteva una disciplina verso la direzione del partito.




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