Clientelismo, scambio e voto personale La politica campana negli anni Ottanta



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Ma fu con gli anni Ottanta che si ebbe il definitivo salto di qualità nell'utilizzo del canale delle reti private e sarebbe diventato sempre più stretto il collegamento tra «professionismo politico e raccolta individuale del consenso»48. Bettino Craxi, benché in contesto locale differente, avrebbe raccontato:

un tempo la vita del partito, per i suoi aderenti, se non era tutto rappresentava certamente moltissimo. Il partito non era solo uno strumento di lotta politica e di lotta elettorale ma rispondeva a bisogni associativi, sociali, culturali, umani. Ma l'associazionismo interno perde di peso, si insterilisce. [...] Il partito soprattutto nelle grandi città, tende a trasformarsi, il suo ruolo cambia, mentre si rianima e vive solo e soprattutto in funzione delle fasi elettorali e pre-elettorali. [...] mentre da un lato si riduce e si insterilisce il ruolo dei partiti, dall'altro tende ad aumentare il numero degli iscritti. È il segno inequivocabile di una degenerazione che penetra nella vita dei partiti, o almeno in una parte importante del sistema partitico49.
Il ruolo del partito cambiava, subiva una trasformazione e perdeva valore la militanza interna. La capacità di indirizzare e gestire le risorse pubbliche, costruendo attorno ad esse blocchi di potere trasversali diveniva lo strumento fondamentale di mobilitazione dei nuovi gruppi dirigenti. Si rafforzava in tal senso anche il legame con l’imprenditoria e la società locale, in uno scambio che non aveva vinti, ma solo beneficiari. I notabili erano sempre più rari, mentre cresceva la presenza di esponenti politici provenienti dalla piccola e media borghesia o dalle libere professioni, che erano riusciti ad emergere come amministratori locali ponendosi come intermediari tra "centro" e "periferia"50. Si modificavano inoltre i luoghi della partecipazione: non più solo sezioni, ma anche circoli e associazioni. I giornali e le televisioni invece segnalarono a livello locale la «forma espressiva e organizzativa di vere e proprie alleanze»51. Ancora Craxi, proseguendo il suo ragionamento, avrebbe scritto:

ci troviamo di fronte ad un'estrema personalizzazione così come era avvenuto nella seconda metà dell'Ottocento. La differenza sta nei numeri e nella modernità di una macchina prevista per un elettorato di massa. Si potrebbe dunque parlare di un sistema personalizzato di massa. [...] Gli elettori hanno iniziato a riconoscersi in precisi leader facendo saltare processi di identificazione sovraindividuali. L'accentuarsi del voto di preferenza a partire dalla metà degli anni Settanta ci fa capire come si sia affermato proprio nella società civile un comportamento politico che ha riconosciuto agli individui la leadership52.


Paolo Cirino Pomicino ha rappresentato probabilmente il modello più valido “dell’uomo nuovo” campano. Nato a Napoli nel 1939 da una famiglia di commercianti residenti nel popolare rione Sanità, dopo la laurea in medicina si sarebbe specializzato in malattie nervose e mentali presso la clinica Mediterranea, una delle più importanti in città, in seguito sarebbe diventato primario dell'ospedale Cardarelli. Durante il periodo da aiuto ospedaliero si impegnò fortemente nel loro sindacato, ANAAO, di cui sarebbe diventato segretario nazionale dal 1971 al 1981. Sorretto dalla rete parentale, di quartiere, dell’Azione cattolica, professionale e del sindacato ANAAO già nel 1970 veniva eletto consigliere comunale a Napoli:

l’Azione cattolica –ha dichiarato Pomicino- per me sarebbe stata più importante nella formazione della persona, più che della politica. Le relazioni del sindacalismo medico invece furono fondamentali per l’elezione. Io non ero un tesserato Dc, già la mia candidatura nacque nel mondo medico, me la propose Vittorio Pellegrino, uno specialista in malattie nervose e mentali. Fui eletto e mantenni le relazioni durante il mio mandato. Poi però la mia formazione avvenne all’interno dell’istituzione comunale, lì cominciai a formarmi, anche politicamente. Lì strutturai legami con tutta una serie di altre categorie. Io sono stato assessore alla Pubblica istruzione fino al ’75, e il ’76 circa 900 maestri d’asilo, buona parte, diventarono miei elettori durante la campagna elettorale per le politiche; così come una parte della borghesia professionale che guardava a me in maniera molto positiva53.


In amministrazione fino al 1979, avrebbe ricoperto l'incarico di assessore ai cimiteri e alla Pubblica istruzione. Nel 1976 si candidava per la prima volta alla Camera dei deputati e avrebbe ottenuto non senza sorpresa un suffragio superiore a quello di Gava. Come abbiamo accennato, proveniente da una famiglia di commercianti senza alcun trascorso politico, con notevole ingegno e determinazione avrebbe costruito una base elettorale sempre più ampia e autonoma. Fondamentale, al contrario, sarebbe stato il punto partenza dell'elezione in Comune, da dove prima come consigliere e poi come assessore avrebbe allargato la sua rete di rapporti con l’imprenditoria locale e singoli gruppi di cittadini; e infatti, non avrebbe abbandonato l'ente locale fino al 1979. Entrato, in seguito, anche all’interno delle dinamiche della Democrazia cristiana si sarebbe mosso abilmente tra la varie correnti democristiane fino a diventare un riferimento di Giulio Andreotti: avrebbe così ottenuto incarichi progressivamente più prestigiosi, ma soprattutto ciò gli avrebbe consentito di diventare un mediatore fondamentale di risorse verso il territorio. Così ha raccontato lo stesso Pomicino il suo passaggio alla corrente di Andreotti:

una volta entrato in consiglio fui indicato come doroteo, ma solo perché ero entrato in lista grazie al sostegno di Vittorio Pellegrino, doroteo appunto. Ma dopo un po’ mi collocai nel gruppo dei fanfaniani di Paolo Barbi, che erano più propositivi e innovativi. In quel periodo avevamo intercettato anche Enzo Scotti che si era reso autonomo dai basisti di De Mita. Ma in particolare all’interno del consiglio si era formato un gruppo di professionisti, per esempio con l’amico Pino Amato, e lo avevamo chiamato “Nuova Napoli”. Facemmo una prima battaglia contro i dorotei per sostituire il capogruppo Bruno Milanesi. Ma il 1975 fu l’anno della svolta, decidemmo che questa nuova esperienza napoletana doveva collocarsi nel gruppo degli amici di Giulio Andreotti. L’anno dopo fu piuttosto naturale che maturasse la mia candidatura alle politiche come espressione di quel gruppo e in seguito, dal 1983, mi fu assegnata la presidenza della commissione Bilancio54.


Durante il suo mandato da presidente della Commissione Bilancio sarebbero stati destinati all'area campana ingenti risorse. Ecco una breve sintesi dei principali interventi: 750 miliardi per la metropolitana campana, 350 per il sistema dei trasporti dell'area flegrea, 100 per l'edilizia universitaria, 150 al comune di Napoli per l'acquisto di case, 6500 per il piano dei 20000 alloggi, 80 per i policlinici universitari, 1750 per il piano regionale di sviluppo che prevedeva grandi opere in tutto il territorio campano, 35 per la realizzazione del centro ricerche aerospaziali. Nella nuova legge per l'intervento straordinario del 1986 avrebbe ottenuto anche degli impegni supplementari: 5000 miliardi per il trasporto ferroviario al Sud, 5000 per l'alta velocità Napoli-Milano, 1000 per la Salerno-Reggio Calabria, altri 1000 per l'edilizia universitaria, 3000 per le borse di studio universitarie a studenti meridionali, 3500 per un piano di industrializzazione della Basilicata e della Campania. Cirino Pomicino ha sempre rivendicato come un merito la sua capacità di far spendere tanto e “per il suo Sud”. «Io rivendico come presidente della commissione numerosi interventi strategici per completare alcuni dei principali assi di trasporto, ingenti finanziamenti alla ricerca scientifica e universitaria, e il sostegno all’industria locale. Gli anni della mia presidenza sono stati il momento del boom dei finanziamenti verso il Mezzogiorno, la Campania e Napoli. L’ultima volta in cui lo stato centrale, sollecitato da un classe dirigente di cui facevo parte, si è impegnato in un’opera di recupero vero delle aree meno sviluppate. I nuovi gruppi dirigenti hanno rimosso la “questione mezzogiorno”. In parte poggiandosi alla risorse europee. Ma dagli anni Novanta è mancato un intervento dello stato sistemico e strategico per recuperare il divario regionale»55.

Ma gli anni di presidenza della commissione sarebbero stati determinanti anche per strutturare solidi rapporti con l'imprenditoria locale soprattutto nel campo edilizio. Nella rete di Pomicino, infatti, gravitavano Eugenio Cabib, che sarebbe stato presidente dell'associazione dei costruttori napoletani e Agostino Di Falco, amministratore dell'Icla, impresa plurivincitrice di appalti della "ricostruzione". I sostenitori erano raccolti attorno all'associazione Itinerario a cui concedevano cospicue donazioni, giustificate dalle spese di pubblicazione della rivista, così ha descritto lo stesso Di Falco il suo rapporto con Pomicino: «con lui avevamo istaurato dal 1984 un rapporto di amicizia. Preciso: lo aiutai nelle campagne elettorali, e sostenevo le spese per la rivista Itinerario alla quale versavo 50 milioni l'anno. [...] L'Icla infine assumeva persone segnalate da Pomicino, soprattutto in prossimità delle elezioni, ci venivano indicati anche professionisti o architetti come collaboratori esterni»56. Ma contemporaneamente Pomicino non trascurava le alleanze con altri esponenti del mondo politico napoletano, tesseva una tela di rapporti che coinvolgeva principalmente il socialista Giulio Di Donato e il liberale Francesco De Lorenzo, strutturando una rete trasversale di legami esterni al partito, benché determinante per influenzare l’ordine politico locale57.

Giulio Di Donato sarebbe stato il più rilevante esponente del mondo socialista a Napoli negli anni Ottanta, riproducendo un profilo in parte simile a quello di Pomicino. Nato a Calvizzano, in provincia di Napoli, nel 1947, dopo la laurea in Giurisprudenza avrebbe lavorato presso l'ufficio legale del Banco di Napoli. Di estrazione borghese, il padre era un avvocato e il nonno era stato un prefetto58, avrebbe iniziato la sua militanza politica entrando nel Partito socialista seguendo la guida di Antonio Caldoro, allora uno dei maggiori riferimenti del socialismo napoletano:

io ero manciniano, -ha raccontato lo stesso Di Donato- e il capo della corrente era Antonio Caldoro, ferroviere, ex segretario della Camera del lavoro, fondatore del circolo Turati, padre di Stefano, poi governatore regionale. Giacomo Mancini era un leader di valore, amato, odiato, rispettato. Autonomista, nel partito era un po’ la voce del sud. L’autonomia socialista, cioè l’indipendenza dalla Dc e dal Pci, un partito di sinistra, riformista, anti comunista, in quegli anni, era l’«isola che non c’è». In sostanza non crescevamo perché la nostra posizione era debole, ambigua, contraddittoria. Un partito oscillante tra Dc e Pci, governo e opposizione, riformismo ed estremismo (in quegli anni si parlava di riforme di struttura per distinguere un riformismo pesante da quello socialdemocratico giudicato leggero) era difficile che potesse superare il 10%59.


Il partito a cui si approcciava, invece, gli appariva come estremamente rissoso e disorganizzato:

a Napoli il Psi era demartiniano, nel senso peggiore del termine. Il professore, naturalmente, non si occupava della federazione napoletana, ma nel partito a Napoli dilagava il “demartinismo”, che in verità poco aveva a che fare con lui. I socialisti erano pochi, rissosi, qualche volta generosi, altre valorosi, ma avevano un piede nella staffa Dc e un altro in quella comunista, con i primi nelle giunte, con i “cugini” nelle piazze. Il risultato era di non essere credibili né come partito di governo né come partito di opposizione60.


A ventuno anni fu eletto consigliere a Calvizzano e poi a ventotto il grande salto con l’ingresso nel Consiglio comunale a Napoli. Era il 1975, cominciava l'esperienza delle giunte di sinistra e Di Donato, alla sua prima elezione, andava subito a ricoprire l'incarico prima di assessore ai Lavori pubblici e in seguito all'Urbanistica, agli interventi straordinari e alla Legge straordinaria per Napoli. Ecco come ha raccontato la sua esperienza in una città complessa, dove, soprattutto dopo la tragedia del colera, tante erano le rivendicazioni della popolazione:

fu una straordinaria esperienza. Senzatetto, senza lavoro, «cantieristi» (quelli reclutati nel dopo colera che volevano essere assunti dal Comune), disoccupati organizzati, ex detenuti, quattrocentomila vani abusivi, occupazione delle case popolari, illegalità generalizzate e diffuse all’ombra delle cosche di camorra, insomma la città dolente e malsana, povera, miserabile, lazzarona, criminale che si riversava contro il palazzo rosso alla ricerca di riscatto, alcuni, di favori, altri, di spazi d’illegalità e criminalità, altri ancora. Furono anni difficili, esaltanti, formativi. Facemmo molti errori ma tenemmo diritta e in piedi la città, riuscimmo a non farla capitolare61. Tensioni sociali, i NAP, la camorra, i senzatetto, i disoccupati organizzati, veri ma anche falsi, le ferite del colera e le macerie del terremoto, la Dc all’angolo e perciò ringhiosa e di traverso, il Pci al 40% ma impreparato sul fronte amministrativo, il Psi debole e diviso.


Veniva rieletto nel 1980 e diventava subito vicesindaco. Ma ormai si stava modificando il quadro politico e proprio Di Donato si fece interprete del malessere socialista verso l’amministrazione Valenzi: «per noi non aveva senso vivacchiare all’ombra di un Pci che concordava tutto con la Dc. Per questo, da vicesindaco, nel 1982, superata la fase acuta del terremoto, decisi di rompere l’incantesimo e mi dimisi chiedendo un sindaco laico col sostegno dei due partiti maggiori. Scoppiò l’ira di Dio»62.

In occasione del nuovo appuntamento elettorale del 1983, seguendo il nuovo indirizzo politico della segreteria nazionale, condusse una campagna incentrata sulla critica agli ex alleati comunisti, rivendicando la centralità socialista cercando l'appoggio dei ceti medi emergenti in città. Riconfermato in consiglio comunale, nello stesso anno veniva eletto per la prima volta alla Camera dei deputati con 64.127 preferenze, secondo solo dopo il capolista Bettino Craxi. Lo strappo col vecchio partito e la linea anticomunista gli avevano giovato ed entrava anche in direzione nazionale, in seguito sarebbe stato nominato responsabile per l’ambiente e poi per il Mezzogiorno. Appartenente alla generazione di socialisti che mossero i primi importanti passi proprio all'ombra delle giunte rosse, «Di Donato è espressione di una diversa identità e fisionomia che il Psi napoletano va acquisendo in quegli anni grazie ad uno spregiudicato dinamismo e all'attenzione che presta al mutare delle figure sociali»63.



Di Donato negli anni Ottanta sarebbe diventato una figura di spicco all'interno del Partito socialista, legato inizialmente al ministro Claudio Signorile, quando la sua stella avrebbe cominciato a tramontare se ne sarebbe distaccato, avvicinandosi e aderendo alle posizioni del segretario nazionale64. Ma soprattutto per determinare un’ascesa interna al mondo socialista, in quel frangete, era fondamentale l'influenza che un esponente riusciva ad esprimere localmente. Di Donato, che rapidamente avrebbe esteso la sua struttura di potere a tutto il napoletano, circondandosi di imprenditori, professionisti e conquistando la lealtà di un cospicuo drappello di amministratori locali, sarebbe giunto a ricoprire l’incarico di vicesegretario nazionale. Leader della nuova generazione dei socialisti napoletani, nel diverso ordine politico nato dalle amministrazioni di pentapartito, sarebbe riuscito in quegli anni ad inserire suoi uomini nelle principali società pubbliche gestite dal comune di Napoli e ad avere un controllo sui grandi appalti della "ricostruzione" e di quelli per i Mondiali del 1990. Egli stesso avrebbe dichiarato di essere legato ad uno «strettissimo rapporto di amicizia» ad alcuni costruttori come Eugenio Buontempo e Ugo Vitolo, Leonida Parrella, altro importante imprenditore edile, era suo cognato65. Inoltre, insieme al democristiano Pomicino e al liberale De Lorenzo avrebbe condiviso la necessità di estendere l'influenza ad alcuni mezzi di informazione, di cui avrebbe personalmente controllato il 20% di Canale 8 e il 30% del Giornale di Napoli. Si formava un asse trasversale, esterno e slegato dai propri partiti di provenienza, ma che legava i tre principali esponenti del pentapartito napoletano.

Francesco De Lorenzo era il terzo vertice di questo triangolo. Una figura dalle origini differenti rispetto agli altri due esponenti politici. De Lorenzo, infatti, benché rientrasse in un prototipo politico che avrebbe utilizzato gli stessi strumenti di affermazione politica di Pomicino e Di Donato, proveniva da una famiglia in cui già il padre, Ferruccio, era stato un importante esponente del mondo liberale. Nato a Napoli nel 1939, aveva cominciato il cursus honorum con l'elezione al Consiglio comunale di Napoli nel 1975, lo stesso anno di Giulio Di Donato, appoggiando però, da subito, l'opposizione democristiana al sindaco Valenzi. Da poco eletto divenne protagonista insieme al socialista Claudio Signorile e al democristiano Enzo Scotti di un tentativo trasversale di salvataggio del quotidiano Roma, la più antica testata giornalistica napoletana. Rieletto nel 1980 alla Sala dei Baroni entrava contestualmente nel consiglio di amministrazione per l'Intervento straordinario nel Mezzogiorno. Nel 1983, alla rielezione in Consiglio comunale, aggiungeva l'ingresso alla Camera come primo eletto nelle liste dei liberali nel collegio Napoli-Caserta. Nonostante le nuove responsabilità che gli derivavano dal ruolo parlamentare non avrebbe trascurato l'amministrazione comunale, di cui era diventato assessore alla Programmazione, statistica e censimenti. Nel 1985 avrebbe puntato anche alla carica di sindaco di Capri, località in cui amava trascorrere le vacanze. Contemporaneamente crescevano il suo peso a livello nazionale e nel 1984 era stato nominato sottosegretario alla Sanità, poi sarebbe stato ministro dell'Ambiente, fino a diventare, nel 1989, ministro alla Sanità durante il secondo governo Craxi. La carica, anche per provenienza professionale e familiare a cui aveva sempre ambito. Negli anni avrebbe continuato a mantenere i rapporti con l’universo medico e farmaceutico, una consolidata rete di relazioni che ereditava dal padre Ferruccio, «mio padre ha avuto rapporti con la società civile che io ho ereditato»66. Il padre aveva militato lungamente nel Pli, venendo eletto tre volte alla Camera e anticipando il figlio nella carica di Sottosegretario alla Sanità. Inoltre, Ferruccio era stato per quindici anni presidente dell'Enpam, per vent'anni capo dell'Ordine dei medici napoletani, per nove della federazione nazionale. Il fratello Renato, invece, era docente universitario e uno degli avvocati amministrativisti più famosi del napoletano, e avrebbe ricoperto il ruolo di consigliere d'amministrazione nelle due televisioni vicine al fratello: Canale 7 e Canale 8. In seguito sarebbe entrato nei consigli di gestione della Mededil, industria medica legata al gruppo Iri e dell’Usl 40, la più grande del Mezzogiorno. Francesco De Lorenzo pertanto partiva da un’estesa rete di rapporti familiari, il partito locale gradualmente sarebbe stato totalmente asservito alla sua egemonia, finendo per identificarsi con la sua persona. A Napoli, per intenderci, erano ubicate nella stessa sede simultaneamente la segreteria politica di De Lorenzo, la direzione regionale, provinciale e cittadina del Pli. Rispetto a Di Donato e Pomicino, De Lorenzo sarebbe diventato un mediatore politico della lobby medica e farmaceutica, ereditando i legami paterni, ma poi ampliandoli. Francesco De Lorenzo, dunque, era erede di un notabile liberale, ma avrebbe organizzato i suoi rapporti utilizzando strumenti e metodi del tutto simili a Cirino Pomicino e Di Donato. Questi tre esponenti, provenienti da contesti diversi, dirigenti di differenti partiti, però avevano seguito una parabola politica simile diventando, infine, espressione di un nuovo ceto politico che rappresentava l'evoluzione e l'estremizzazione di un modello di personalizzazione che aveva avuto un predecessore locale nei Gava. «Si trattava –come ha scritto Luigi Musella- di uomini con appartenenza partitica, ma che non hanno utilizzato prevalentemente il partito per fare carriera e soprattutto le strutture di partito per controllare la piramide del potere costruita intorno alla loro persona»67. Tra di loro inoltre formarono un sodalizio informale, che aveva il suo epicentro nella provincia di Napoli, che gli avrebbe consentito di assumere il ruolo di regolatori dei destini del pentapartito e di mediatori per i grandi investimenti verso il territorio regionale.

Carmelo Conte, nonostante provenisse da un territorio periferico e da una famiglia marginale nel sistema delle relazioni locali, sarebbe riuscito a diventare uno dei principali riferimenti del socialismo meridionale e del pentapartito campano. Nato a Piaggine, in provincia di Salerno, nel 1939, la sua era addirittura una famiglia di pastori. Dopo laureato in Giurisprudenza a Napoli, grazie a una borsa di studio, era rientrato a Eboli, dove intanto si era trasferita la sua famiglia e lì iniziò ad esercitare la professione di avvocato. La sua carriera politica partì dalla piccola cittadina di provincia, in cui venne eletto nel 1970 consigliere comunale divenendone due anni dopo sindaco. «Ho fatto il sindaco di Eboli dal ’72 al ’74, due anni pieni di grandi realizzazioni per quanto ha riguardato le infrastrutture comunali: dal sistema fognario, alle nuove strade, diverse trasformazioni urbane e inaugurammo anche cinque asili nido. Avemmo molti trasferimenti dal centro e li sfruttammo per dotare la città di numerose infrastrutture fondamentali»68. Gli anni Settanta furono un momento in cui molti comuni del meridione ebbero delle dotazioni finanziarie straordinarie per compiere una infrastrutturazione di base e così il giovane Conte si trovò a essere sindaco proprio nel momento in cui avvenne la grande trasformazione meridionale da area rurale a urbanizzata. Nel 1974, durante il congresso provinciale dei socialisti salernitani, una maggioranza si consolidò attorno a lui consentendogli di diventare segretario per un solo voto. «Questo per me fu il salto decisivo –ha dichiarato Conte-. Muovevo da una città di provincia, piuttosto marginale e dove non ero neanche più sindaco69, al capoluogo, arrivandoci come segretario provinciale in un momento di espansione dei socialisti». Inoltre nella città capoluogo si sarebbe radicato rapidamente, soprattutto stringendo rapporti con tutto il mondo delle libere professioni ignorato dal Pci e non omologato ai democristiani. Per Carmelo Conte, dunque, la militanza interna al partito avrebbe rivestito un’importanza maggiore rispetto ai colleghi napoletani. L'elezione a segretario provinciale lo aveva catapultato da protagonista nella politica della città capoluogo, e probabilmente solo un percorso di quel tipo poteva emanciparlo così rapidamente dalla periferia provinciale. Intanto avrebbe impostato la sua segretaria non finalizzandola a una battaglia ideologica, ma orientandola verso l’affermazione una linea politica più concreta e che avrebbe rappresentato gli interessi emergenti della borghesia urbana. Sfruttando a pieno le potenzialità del nuovo incarico nel 1975 otteneva anche la candidatura al Consiglio regionale, risultando poi l'unico eletto socialista in provincia di Salerno. Scalzava Vittorio Martuscelli, un magistrato ed ex parlamentare, di buona famiglia, presidente nazionale dei probiviri e molto legato a Francesco De Martino, evidenziando così anche nel salernitano il passaggio di consegne generazionale tra demartiniani e lombardiani, tra notabili e “uomini nuovi”. Eletto in Consiglio, al primo rimpasto di giunta, continuando la sua rapida ascesa, veniva nominato assessore ai Lavori pubblici:

divenni assessore in un momento particolare di trasferimento di competenze. Ebbi importanti deleghe in campo edilizio, di gestione delle acque e acquedotti, e dopo un po' di pressione tutta l'autorità di intervento fu trasferita alla Regione e io ne feci un uso importante, avendo pure una cospicua dotazione di risorse. Ancora il mio predecessore era stato Ciro Cirillo, che aveva predisposto dei piani intelligenti, ma senza spendere molto. Insomma mi trovai in una situazione operativa molto vantaggiosa70.




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