Come si traduce 15/16 marzo 2013



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SIENA
Come si traduce

15/16 marzo 2013

Daniela Caracciolo, Liceo A. Pigafetta, Vicenza.

Innanzitutto desidero ringraziare Luigi Spina per l'invito a partecipare a questo convegno.E ringrazio anche i Classici Contro che immeritatamente rappresento.


Essere qui è per me infatti importante. E un vero piacere perché, oltre ad essere un'esperienza nuova, è stata una ghiotta occasione per ascoltare voci diverse di colleghi appassionati e di studiosi di prestigio, idee stimolanti per un'insegnante di latino e greco, che, da oltre 20 anni, entra in classe e quotidianamente affronta la necessità di inventare, sperimentare e, eventualmente, scartare le più diverse modalità volte ad accompagnare studenti di ginnasio e di liceo nel difficile percorso della traduzione.
È l'esperienza sul campo, dunque, anzi sul campo di battaglia, anche se è una bella battaglia, quella da cui ho tratto le considerazioni che seguono.
L'approccio odierno con le nuove leve del liceo classico è sempre più faticoso, ma lo è anche l'allenamento alla traduzione per gli studenti del triennio che implica l'esigenza forte e sentita di coinvolgere, appassionare, incoraggiare, ogni giorno, in classe, gli studenti, senza rinunciare a rigore e sistematicità.
Quella di tradurre infatti è un'operazione complessa che impone un quotidiano e graduale e costante esercizio, non sempre così piacevole per i ragazzi della generazione di Facebook e Twitter, abituati alla velocità della comunicazione e alla rapidità delle soluzioni.

Se però il lavoro in classe coinvolge tutti, anche un'operazione che richiede tanta pazienza e sistematicità può risultare appassionante. E ha un senso.


Vortere barbare, plautinamente parlando, è ciò che fanno spesso i nostri studenti e ciò di cui tanto ci lamentiamo.

Come la traduzione è una sfida continua, così lo è anche insegnare come si traduce bene ai liceali di oggi.

Intanto mi sento di dire che i ragazzi di oggi non sono meno studiosi o più distratti di quelli di qualche anno fa.

È che questi ragazzi, per quanto stiano attenti in classe e siano messi alla prova, gradualmente, ma tenacemente, in un lavoro di traduzione sempre e soltanto a partire da testi “veri”, sono irrimediabilmente liquidi: li alleni, li bombardi, li placchi da presso, ma gli aspetti grammaticali e lessicali importanti scivolano via in pochissimo tempo e devono essere continuamente richiamati alla memoria per tornare solidi.


La memoria breve che caratterizza le nuove generazioni, non aiuta, ma la lettura breve (sms, what's up, chat) è un'abilità da non sottovalutare e, piuttosto, da piegare alle nostre esigenze, trovando i giusti modi.

È importante non calare verità assolute dall'alto, ma confrontarsi, mettersi in discussione anche di fronte a passi critici o di non immediata comprensione, condividere con gli studenti i momenti di incertezza, i dubbi, perché deve essere chiaro che l'insegnante non è il depositario della traduzione perfetta.


È utile anche la traduzione contrastiva, il confronto tra traduzioni di studiosi diversi per valutare insieme la traduzione più sostanzialmente vicina al testo di partenza, più stilisticamente riuscita, anche nel rispetto delle ragioni dell'italiano.
È essenziale infatti imparare a formulare ipotesi, a porre attenzione al dettaglio, al particolare, a quella che potrebbe sembrare una minuzia, nella traduzione dei testi classici che ci uniscono idealmente al pensiero degli antichi e ce lo rendono attuale.
Con un esercizio pressante, un'esemplificazione chiara, potenziata da tecnologie come le LIM, con cui i ragazzi hanno più confidenza di noi, senza intaccare rigore e precisione, si possono ottenere soddisfacenti e insperati risultati.
Non bisogna poi presentare in partenza gli argomenti come ostici, ma neppure banalizzarli. Deve essere una sfida continua, che si può trasformare, a volte, in un gioco intrigante per individuare le ipotesi più plausibili, smontando, via via, quelle incongruenti col ragionamento e col senso, procedendo senza perdere di vista il contesto di civiltà che garantisce l'atto espressivo del singolo autore.
Occorre dunque indicare agli studenti le strade da seguire, per avere risultati soddisfacenti, senza costellarle di trappole mortali, un concentrato capzioso di pseudo-eccezioni, che metterebbero in difficoltà pure un Greco del V secolo a.C. o un Romano del I secolo a. C.
Sono frustrazioni che non portano a nulla. E' piuttosto necessario abituare i ragazzi a frequentare quelle che Luigi Spina, in un pregevole intervento nel Forum dei Classici Contro dell'anno scorso, ha definito “ cattive compagnie”, puntando, attraverso la pratica della traduzione, a quei temi universali di riflessione che attraversano le epoche e la geografia, e oggi come ieri ci emozionano, ci appassionano e ci salvano dalle nostre debolezze.
Dentro l'aula scolastica si deve far nascere, e si può fare, ed accade più spesso di quel che si pensi, l'amore per i Classici proprio grazie alla traduzione insieme -interattiva, noi e loro-, con una full immersion in autori forti e ricchi di spunti come, ad esempio, Cicerone, Seneca, Demostene, Platone.
Se si chiede a studenti di III liceo di descrivere le loro difficoltà di fronte ad un testo da tradurre, che cosa li confonda o li disorienti, ti rispondono di solito: la costruzione della frase; il riconoscimento dei costrutti verbali; la comprensione dei nessi tra le parti dei periodi più lunghi e complessi; le scelte lessicali, in particolare in greco; la scelta di una traduzione in equilibrio tra libera e letterale; la trasposizione dei tempi verbali.
Questa risposta la danno anche studenti di eccellenza (una ha vinto a ottobre la prima edizione del Certamen Bellunense su un impegnativo passo di Livio, la Praefatio).

Insomma l'approccio alla frase nella sua globalità per risolverne un po' alla volta i nessi risulta complicato anche per studenti preparati.


Bisogna poi memorizzare, fin dal primo anno di ginnasio, parole e locuzioni frequenti. Continuamente. Come nelle lingue straniere.
Spesso i ragazzi hanno fretta, fretta di trovare la soluzione per non fare la fatica di cercare, di pensare, perché stare lì a rompersi la testa su una frase non è divertente. Ma è importante che capiscano che non è sempre necessario trovare subito e presto la soluzione giusta, bisogna però provarci, perché solo attraverso gli errori si impara e si prende confidenza con i testi e con gli autori.

Attraverso la lettura dei testi infatti si arriva ad avere una conoscenza profonda della lingua da cui si traduce. E conoscere la lingua e il gusto dell'autore significa capire a fondo il suo stile e avere più chance di mantenere, nella traduzione, lo stile del testo di partenza.

Ancora oggi è difficile superare il muro linguistico che separa uomini di lingue diverse, figuriamoci se aggiungiamo la distanza temporale che ci separa da autori che hanno scritto più di 2000 anni fa!
Gli errori devono essere paradigmatici delle difficoltà che comunemente si incontrano in classe, devono indurre a ragionare su come superarle, su come usare il vocabolario, su come operare scelte lessicali appropriate.

Credo sia importante rendere partecipi i nostri studenti del fatto che tradurre non è un atto meccanico, un'applicazione astratta di regole, senza gusto, senz'anima, un travasare, da una lingua all'altra, le frasi in modo legnoso e letterale in modo tale che, alla fine, quel che ne risulta è un testo illeggibile, in una lingua che è un ibrido scolastico che sta solo nei compiti di latino e greco.


E di questo la responsabilità, a volte, è di noi insegnanti che, sollecitati dall'ansia di verificare la conoscenza di regole di morfosintassi che spesso stanno solo nelle pagine dei libri di grammatica, siamo schiavi di certe fissazioni e manie che non portano a nulla.
Un esempio banale: giorni fa, ad una riunione fra colleghi di disciplina esperti, alla proposta di accettare per buona da studenti di ultimo anno la traduzione “al suo ritorno” di un cum rediisset, c'è stata una sollevazione quasi generale: “ma...e la resa del gerundio?” “E poi come si fa con il commissario esterno all'esame?” “Dipende da chi viene”.
Ecco che bisogna fare i conti con le preoccupazioni di noi insegnanti che, vuoi per rendere le cose più semplici agli studenti (men...de...si traducono solo con “da una parte...dall'altra”, ad esempio), a volte per inscalfibili convinzioni radicatesi nel tempo, non insegniamo a rischiare ( c'è chi impone, ad esempio, la traduzione del participio aoristo SEMPRE col gerundio composto per avere la certezza che sia stato riconosciuto, e al diavolo le riflessioni sull'aspetto della puntuatività, e al diavolo pure le ragioni dell'italiano).

Queste sono abitudini difficili da scardinare negli studenti.


E si ripropone l'annosa questione della traduzione letterale versus traduzione libera che neanche esiste. Una buona traduzione non è infatti mai alla lettera, impossibile lo sia.

Del resto anche Cicerone si poneva il problema e Leonardo Bruni, ragionando sulla perfetta traduzione, si poneva due esigenze moderne, evitare la traduzione parola per parola e conoscere bene la lingua di partenza e quella di arrivo.


E più che di un'ottusa e pretesa fedeltà al testo, in un'illusoria idea di precisione, c'è bisogno di lasciarsi trasportare nel rapporto col testo. Inutile cercare la traduzione perfetta, ma, condividendo l'idea di Cicerone, si devono accompagnare i ragazzi ad acquisire la voglia, oltre che la capacità, di rendere la forza comunicativa di cui le parole sono dotate, anche se arrivano da lontano.
E una delle difficoltà maggiori nasce proprio dalla scarsa padronanza dell'italiano (sia a livello morfosintattico sia a livello lessicale), complice una scarsa applicazione alla lettura e un'attenzione distratta ai significati delle parole e alle loro infinite sfumature. Questo aspetto va curato, direi, ossessivamente, e tradurre è un altro modo per farlo.

Anche saper cercare sul vocabolario non è un'abilità di poco conto. L'uso del vocabolario non va demonizzato, ma pazientemente insegnato.

Una volta ho imposto un tempo di almeno 20 minuti prima di consultare il dizionario di greco: un mio alunno se n'è uscito con un convinto: “La prossima volta mi porto le carte!”.
Bisogna quindi sempre confrontare e mettere insieme voci diverse e uscire dagli stereotipi: ho letto per curiosità un testo destinato agli aspiranti docenti di latino e ancora li si esorta a non parlare di genitivo locativo e amenità del genere.
Peraltro nelle indicazioni ministeriali riportate in questo stesso testo non vi è cenno alcuno alla seconda prova d'esame del liceo classico. E su questa, secondo me, bisognerebbe avviare, invece, una riflessione seria.
Penso fermamente che la traduzione finale resti un caposaldo irrinunciabile del lavoro svolto durante i 5 anni di liceo, ma va certamente formulata con modalità diverse da quelle con cui viene proposta ancora oggi, sempre uguale a se stessa nei secoli, non si sa scelta da chi, senza una qualsivoglia contestualizzazione, un testo praticamente “sorteggiato” tra troppe possibilità, come se uno valesse l'altro, senza attenzione all'ordinaria e consueta prassi scolastica quinquennale, che prevede invece la contestualizzazione dei brani, lo studio preventivo dell'autore e tutte quelle note utili ad una comprensione completa e corretta del testo in questione.

(Nel primo anno invece, per scegliere i testi da tradurre, è opportuno approfittare della passione dei ragazzi che si iscrivono al liceo classico per i miti, un serbatoio inesauribile) .

Insomma la prova d'esame dovrebbe essere coerente con quello che si fa concretamente e realmente in classe, che è già molto.
Ora, se il testo da tradurre proposto all'esame di stato fosse corredato di brevi note introduttive- in italiano!- con riferimenti documentati alla fonte (a meno che non sia il De re publica di Cicerone, per carità), e magari si scegliesse fra una rosa ampia di autori chiave su cui effettivamente ci si è esercitati ed allenati, e non fra TUTTI i possibili, senza distinzione,sicuramente la traduzione d'esame non sarebbe un terno al lotto e non si starebbe in ansia davanti alla stampante che può sputare un testo che, il più delle volte, pare arrivare da un altro pianeta.
Come è capitato l'anno scorso con il lunghissimo passo di Aristotele, tratto dal De partibus animalium (e per fortuna una lettura espressiva ha evitato che il povero Eraclito fosse cucinato nel forno).
A quel punto la traduzione potrebbe essere accompagnata da un commento che desse conto e ragione delle scelte fatte a più livelli e le spiegasse adeguatamente.

Si potrebbe così trovare gusto nella traduzione - e nella correzione! -, estraendo la sostanza dal testo, il suo succo emotivo.

Con un'operazione di sintesi difficile, ma fondamentale per comprendere il mondo di un autore lontano nel tempo.
All'esame di stato, a mio parere, andrebbero evitati testi eccessivamente tecnici, poco congruenti coi canonici autori previsti anche dai programmi. Ti massacri anni su Cicerone, Seneca, Isocrate, Tucidide, ti sforzi di proporre come versioni e compiti in classe testi che non esauriscano la loro funzione nel riconoscimento di regole concentrate in poche righe, ma che mettano gli studenti a confronto diretto con temi e problemi significativi e valgano la fatica di capire veramente, di comprendere, che cosa ci stia dicendo quell'autore e poi ci si giocano i fatidici 15 punti su un testo tecnico, caratterizzato da un lessico specifico di un autore pure importante come Vitruvio.

Mettere a punto una seconda prova d'esame al Classico più calibrata sulla didattica di oggi, è un pensiero condiviso, credo.

Non posso poi pensare che la paura degli smartphone faccia proporre per un esame di stato la traduzione di testi in latino di Dante, Bracciolini, Valla, Galilei o Pascoli, come suggeriva poco tempo fa un insigne professore universitario su un importante quotidiano nazionale.

Una provocazione, certo, ma la seconda prova d'esame non può essere intesa come un esercizio fine a se stesso, avulso dalla prassi e dagli obiettivi metodologici e didattici che ci proponiamo di raggiungere per questa generazione “liquida” con cui abbiamo a che fare.


Quello che deve restare e che deve essere valutato è altro.
Scegliere testi che trasmettano idee forti e chiare è del resto anche la scommessa dei Classici Contro che sta riempiendo i teatri del Veneto di moltissimi giovani da quasi 3 anni.
Ecco, ho concluso il mio elogio della traduzione.
Grazie dell'attenzione e, ovviamente, vi invito tutti ai Classici Contro 2013 al teatro Olimpico di Vicenza il 12 e il 13 aprile e il 19 aprile a Venezia.

Il tema è quanto mai affascinante: la BELLEZZA.



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