Comincio subito con due ricordi personali ancora molto forti in me, che in questo momento ho rivissuto: ho appena rivisto le



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1.- Quasi una storia personale: il Progetto Carcere e Sport.

La storia comincia con un colloquio casuale fra un dirigente del Centro Sportivo Italiano (CSI) di Verona e colui che, a quel tempo, era il cappellano della Casa Circondariale di Verona.

Fu proprio lui che, incontrandomi per caso un giorno per strada, mi chiese: ” Perché voi del C.S.I. non proponete qualche attività sportiva anche nel mondo del carcere?”, ed io decisi di provarci.

Organizzai un incontro nella vecchia sede del C.S.I. di Verona, nel palazzo del vecchio Seminario diocesano, all’ultimo infuocato piano (si era nel bel mezzo di un rovente mese di luglio) con le persone che ritenevo potessero dare il via all’iniziativa nuova ed innovativa per il nostro Comitato provinciale: il presidente del C.S.I. Luciano Lupi, il cappellano della Casa Circondariale don Giuseppe Malizia e l’Assessore allo Sport del Comune Graziano Rugiadi.

Con l’aiuto di Giuseppe illustrai quale poteva essere il nostro impegno a favore della popolazione ristretta in carcere, l’Assessore promise un primo, piccolo ma significativo, intervento economico di sostegno (questa vuole essere una morale per gli illusi: senza un minimo progetto economico anche il più volenteroso ed ispirato volontario si avvilisce in poco tempo), ed il compianto Luciano Lupi (venne a mancare alcuni anni dopo ed ha lasciato un vuoto incolmabile non solamente per i suoi cari) si prodigò per far diventare una simile iniziativa patrimonio di tutta l’organizzazione.

Non fu nemmeno per lui un’impresa facile: anche in un’organizzazione di ispirazione cristiana non è facile far capire che si va a far “divertire” delle persone “criminali”; un conto è vederlo scritto su un libro, altro è renderlo pratica di tutti i giorni. Il sostegno morale e politico che mi assicurò fin alla fine fu per me di essenziale aiuto.

Era il 1985: ci volli provare e sono ancora in ballo.

Certo è che quando, in quell'ormai lontano settembre, organizzai la prima premiazione di un torneo di calcio svoltosi in carcere in nome e per conto del CSI di Verona, mai avrei potuto supporre di resistere fino ad oggi.

Generalmente lo sport in carcere è concepito e svolto seguendo sempre gli stessi schemi: si offre un supporto tecnico ed organizzativo ai detenuti che disputano campionati o tornei interni (sempre fra loro stessi) ed alla fine si organizza la cerimonia di premiazione per dare un certo rilievo all’attività svolta ed anche per creare una piacevole atmosfera tra i partecipanti; si promuovono inoltre corsi di ginnastica, pesistica o yoga, tutto ciò che ha attinenza con un’attività motoria che possa impegnare ed interessare la popolazione detenuta.

Oltre a quelle sportive si svolgono anche attività culturali facendo accedere istruttori o maestri all’interno della struttura carceraria per insegnare un’arte che è in ogni modo sempre ristretta nel vizioso circolo penitenziario (teatro, recitazione, pittura, suono di vari strumenti).

Avvicinare il mondo al carcere ed avvicinare il carcere al mondo: questa è stata la sfida che lanciai a me stesso dopo il primo impatto con quel gran cortile che c’era al “Campone” (il nome popolare assegnato al vecchio carcere di Verona, oggi ormai abbandonato e fatiscente). Penso che pochi ormai possano ricordarlo; era una distesa di terra con una piccola porzione pavimentata di cemento da un lato, le lavanderie e qualche vetusto laboratorio, abbandonati, dall’altro.

In quel gran cortile, durante le poche ore d’aria, stazionava un’umanità variegata: s’incontravano dai più giovani, forse i primi tossicodipendenti che entravano in carcere, ai più anziani.

Nei primi tempi c’erano ancora i “delinquenti” di vecchia memoria: quelli che commettevano qualche piccolo furtarello per passare l’inverno in carcere, non sapendo altrimenti dove andare.

Nel corso degli anni è cambiata la “fisionomia” dei reclusi, ma è rimasta inalterata la sensazione di isolamento e segregazione, percepiti ancor più fortemente in quanto vissuti in un luogo di Verona che è nel centro della città (il “Campone” è vicinissimo alla tomba di Giulietta, in fianco all’Istituto Tecnico Galileo Ferraris, a due passi dall’Arena).

Questa sensazione non è cambiata, anzi affermerei che è aumentata, da quando si ha a che fare con una struttura più moderna come sono ora i due carceri nei quali opero: Verona e Vicenza.

Si incomincia a provarla ancora prima di varcare i cancelli, poiché questi nuovi penitenziari (con caratteristiche comuni ad ambedue le citate realtà) sono spesso costruiti in mezzo ad un deserto, isolati dalle abitazioni della città, dalla gente e dalla vita di tutti i giorni.

Da Giuseppe Malizia molti, fra i quali devo necessariamente collocarmi, hanno imparato che fra i peggiori nemici della persona detenuta ci sono l’ozio e la noia. Ed è stato proprio partendo da questa considerazione che il nostro modo di proporre lo sport in carcere non è più stato quello di organizzare incontri tra detenuti (che sarebbero solo un palliativo all’ozio), ma di mettere in piedi un’organizzazione che fosse in grado di far incontrare periodicamente ma con continuità i detenuti con la comunità esterna.

Vedere facce nuove, avere una porzione, sebbene minima, della giornata sconvolta dall’incontro con la gente libera è certamente un antidoto non solamente all’ozio ma anche alla noia quotidiana e già nel primo anno di impegno riuscii a creare un buon numero di queste occasioni.

Questo fece sorgere però dei problemi con gli esterni: perché andare a giocare con delle persone detenute? Per curiosità, per filantropismo, per spirito di servizio o per qualcos’altro? Nulla posso supporre, anche se nei miei ricordi posso dire di aver trovato, oltre a quelle citate, anche motivazioni più profonde.

Il problema era, però, un altro: diventava assolutamente necessario far crescere nel mondo esterno la conoscenza del carcere e delle relative problematiche di modo che, come recita il nostro statuto, lo sport potesse diventare mezzo e strumento per una crescita complessiva delle persone. Ma anche questo lavoro, pur valido, mi sembrò limitante.

Solo coloro che erano in grado di proporsi come giocatori, e qualche raro accompagnatore, poteva permettersi “il lusso” di incontrare una parte della comunità carceraria. Aggiungiamo che la divisione fra i sessi era ed è pressoché assoluta e che tutti i minorenni sono in ogni modo esclusi.

E’ per questa ragione che, dopo un paio d’anni, decisi di portare il carcere “in trasferta”.

Sì, il carcere ed i suoi “ospiti”, sfruttando l’articolo 30/ter della legge Gozzini (approvata nel frattempo dal Parlamento), potevano avere la possibilità di incontrarsi con la comunità esterna AL DI FUORI del carcere stesso.

Non posso nascondere che le difficoltà da superare siano state tante, non da ultima un certo timore ad accompagnare AL DI FUORI le persone che, condannate, sarebbero dovute stare DENTRO. La paura di un’eventuale fuga non era così remota.

La lunga serie delle uscite inizia il 6 giugno 1987 con quattro detenuti che Educatori, Direzione della Casa Circondariale di Verona e Magistrato di Sorveglianza ritennero idonei a compiere questa esperienza che allora sembrava dovesse essere unica e quasi fine a se stessa.

Da allora sono invece passati più di 20 anni e le uscite si susseguono a ritmo quasi regolare e non più solamente dal carcere di Verona ma, già da qualche anno, anche da quella di Vicenza; si è dovuto, per ragioni di tempo, logistiche e di condivisione abbandonare invece la medesima esperienza, durata più di un decennio, con la casa di Reclusione di Padova.

Le comunità che ci hanno accolto (o che ci vorranno in futuro accogliere) non si contano ormai più ed i detenuti che hanno potuto usufruire di questa speciale iniziativa hanno superato, anche se di poco, le duemila unità! (2 115 al 30.06.2010, per la precisione).

Ma che cosa si realizza con questa iniziativa? Perché continuo a proporla ad ogni comunità con la quale riesco ad entrare in comunicazione?

La prima cosa da dire è che, se fatta con continuità, realizza scopi plurimi che vanno a vantaggio sia degli ospiti sia degli ospitanti.

Da parte del detenuto la cosa più evidente è che può uscire per un certo numero di ore dal carcere: già questo basterebbe a giustificare sacrifici, rischi ed impegno profusi.

Devo rilevare inoltre che, per più di qualche detenuto, quella dell’accompagnamento - individuale o collettivo - è l’unica maniera possibile che gli può venire offerta per uscire dal carcere per una varietà di motivi fra i quali segnaliamo: pericolosità, possibilità di fuga, mancanza di punti di riferimento, mancanza di possibilità economiche, etc.

A questo scopo, mi preme evidenziare come, da qualche anno a questa parte, la composizione del gruppo che esce rispecchia le mutate condizioni delle carceri di questi anni.

All’avvio quelli che uscivano erano quasi tutti “veronesi”, oggi siamo in presenza di una massiccia componente di extracomunitari che trovano in quest’iniziativa l’unica possibilità di fruire di un diritto, previsto dalla legge, che altrimenti sarebbe loro negato. Allo stesso tempo, trovano l’occasione per far conoscere la loro realtà alla comunità esterna che così può uscire dagli stereotipi dei luoghi comuni e dei preconcetti.

Per gran parte dei detenuti (oltre che per gli Educatori ed i Magistrati) questa esperienza serve come punto di partenza per ottenere, in un momento successivo, quei permessi personali da godere a casa propria: si vuol affermare con questo che se non fosse loro data questa prima possibilità, a molti non verrebbero, in più di qualche caso, concessi i benefici previsti dall’art. 30\ter della legge 354/75 e successive modifiche.

Da ultimo, ma non per importanza, vi è da registrare l’opportunità che il detenuto ha di potersi incontrare liberamente con i propri familiari od, a volte, con gli amici con i quali non ha mai la possibilità di stare insieme almeno fino a quando si trova ristretto in carcere.

La comunità ospitante ha la possibilità di incontrare il detenuto e cominciare ad interessarsi del problema carcere al quale, magari, non aveva mai posto attenzione.

Non è l’incontro sportivo il nucleo centrale dell’iniziativa bensì L’ACCOGLIENZA.

Chi non ha questa disponibilità, non è preso in considerazione.

E’ questa la ragione per la quale non vogliamo nemmeno sentir parlare di incontri con le varie “nazionali” siano esse di preti, cantanti o piloti, dove il detenuto è presentato come una specie di attrazione da circo e poi lasciato solo con i propri compagni, dove in sostanza è solamente “messo in mostra”.

Ognuna delle nostre uscite è invece un’accoglienza nella quale per alcune ore non si mette in gioco solo l’ospite ma anche la comunità che ospita: è solo parlando con l’ospite ed i suoi familiari, sedendosi alla stessa tavola che viene la voglia anche di conoscere (e di capire).

Sentire direttamente dal detenuto come si sta LA’ DENTRO, che cosa si aspetta fuori dal mondo esterno una volta uscito, come valuta il giudizio della gente, se è disposto a cambiare vita e quali problemi si trova ad affrontare nel tornare alla libertà.

Da questi scambi può nascere un’amicizia, una corrispondenza, un’offerta di lavoro per il momento in cui la pena finisce, ma nasce soprattutto la consapevolezza del carcere ed ancora di più che il detenuto è UNA PERSONA con i suoi limiti, con i suoi errori, ma anche con i suoi diritti che non gli possono essere negati mai, per nessuna ragione.

Ho detto prima che si è superata la bella cifra di 2100 detenuti portati fuori.

Non posso dire con esattezza quante sono state invece le persone delle comunità ospitanti che abbiamo avvicinato e quante di queste abbiano cambiato il loro modo di intendere il carcere e/o il carcerato.

I riscontri che abbiamo sono però positivi se a più di venti anni dall’inizio sperimentale dell’iniziativa ci sono sempre parrocchie e\o associazioni che ci chiedono di POTER OSPITARE i detenuti.

Questa è la ragione che mi ha sempre dato la forza di continuare anche quando le cose non sono andate per il meglio, quando qualcuno mi ha sfruttato per propri fini personali ed anche quando qualche detenuto mi ha messo nei guai andandosene per i fatti propri nel corso di un permesso.

Ciò che più conta è che non solo io ho continuato ma anche che la fiducia riposta nel progetto non è mai venuta meno, le richieste non si sono fermate di fronte a casi di insuccesso ma si è insistito perché il progetto continuasse.

Dall’agosto 2006 è necessario però fare una riflessione in più.

Questa è la data della concessione dell’ultimo beneficio dell’indulto che non ha certamente svuotato le carceri, come si può tristemente constatare in questi giorni, ma, a livello di Case Circondariali (dove si possono scontare pene definitive o residue inferiori ai 5 anni) ha fatto uscire la quasi totalità dei detenuti “definitivi” (ossia quelli con sentenza passata in giudicato) ovvero quelli che possono, secondo la legge, beneficiare dei “permessi premiali”.

Questo fatto ha determinato il prosciugamento pressoché totale dei possibili fruitori con la conseguenza che le nostre richieste al Magistrato di Sorveglianza sono rimaste, da quella data, per lungo tempo inevase od hanno avuto un numero molto esiguo di partecipanti.

Essendo, per scelta, contrari ad “esibire” dei detenuti (ovvero portare il reo, unico e riconoscibile, di fronte ad una società o parrocchia od associazione che sia) questo fatto ci ha costretto ad inventare, in questo ultimo anno, le motivazioni più disparate per mantenere in vita l’iniziativa.

Questa è continuata, ma è, per forza di cose, cessato il coinvolgimento della comunità esterna: stiamo vivendo questo momento come una grave malattia.

Posso aggiungere che, a quattro anni dal provvedimento, non si è ancora ricostruito “il giro” virtuoso e che si soffre un difetto di rappresentanza da parte dei detenuti che ottengono il permesso – premio; più volte abbiamo pregato il Magistrato di Sorveglianza ad allargare le maglie senza ottenere nessun risultato.

2.- PROGETTO CARCERE 663 – ACTA NON VERBA.

Questa filosofia, come ho già avuto modo di dire, fu esportata fin dalla fine degli anni ottanta al Penale di Padova, che in quegli anni si trovava nelle stesse condizioni del Campone (un edificio vecchio e fatiscente nel centro della città, in Piazza Castello, oggi sede del Provveditorato Regionale dell’Amministrazione Penitenziaria) e qualche anno più tardi alla Casa Circondariale di Vicenza.

Pur dedicando a Padova ed a Vicenza un impegno inferiore, per limiti pratici ed umani, si creava un problema di gestione dell’attività in queste due strutture fuori dalla provincia di Verona.

Il CSI è un’associazione presente in tutte le province del Veneto e quindi anche nelle due città che avevo coinvolto nell’esperienza del carcere. Come era possibile però che il CSI di Verona operasse nel territorio di competenza di altri comitati provinciali del CSI?

Fu per questo motivo che, d’accordo col presidente del CSI di Verona, il citato Luciano Lupi, si decise di separare l’attività nelle carceri dalle altre attività promosse direttamente dal Consiglio Provinciale nel territorio di sua competenza. Fu così che, assieme ai più stretti collaboratori, fondai un’associazione che scegliemmo di chiamare PROGETTO CARCERE 663 – ACTA NON VERBA.

Questa associazione ha una propria autonomia ed è libera di agire come e dove meglio gli aggrada anche se, per il territorio di Verona, si stipulò in contemporanea una convenzione formale col CSI (analoga cosa fu fatta, più tardi col CSI di Vicenza). Tale intesa non ebbe, però, il seguito sperato. La morte colse Luciano troppo presto e la nuova dirigenza del CSI veronese decise nel 2007 di troncarla unilateralmente, adducendo risibili ragioni che non le hanno fatto certamente onore, mettendo la parola fine al rapporto che durava da vent’anni.

Il compito iniziale per i promotori non fu facile; si dovette redigere una statuto che tenesse conto del fatto che all’associazione partecipavano persone detenute quindi solo parzialmente in grado di partecipare attivamente alla vita democratica dell’associazione.

Ci aiutò in quest’opera uno dei massimi esperti del volontariato che ho conosciuto: l’avvocato Giambattista Rossi che, interpretando al meglio i nostri bisogni e le nostre proposte, redasse uno statuto che ancora regge ai tempi ed alle verifiche regionali (avendo oggi la qualifica di Onlus).

Solo una cosa non poteva (e non potevamo) prevedere: il cambiamento totale della popolazione detenuta che passò, in poco tempo, da una maggioranza autoctona, per non dire cittadina, ad una quasi totalità straniera.

Questo fatto ha comportato una sempre minore voglia o possibilità o capacità di contare nell’associazione dei detenuti: anche progetto Carcere 663 si trasforma negli anni più recenti in una associazione di volontari (una ONLUS) che “propongono e realizzano” delle iniziative a favore di persone svantaggiate.

Il detenuto si trasforma da promotore di iniziative ad utente delle stesse: una rivoluzione che ho dovuto subire con rassegnazione, ma che è altrettanto inevitabile.

La nuova associazione muove i suoi primi passi all’inizio degli anni ’90 ed ha, da subito, la necessità di allargarsi e di aumentare numero di soci e di volontari per potersi reggere da sola.

Gioca in questo un ruolo importante l’iniziativa che presentiamo, ossia “Carcere & Scuola”, che, prendendo sempre più piede nel tessuto scolastico veronese, vede aumentare in maniera vertiginosa le adesioni delle scuole.

Per far fronte a questa nuova necessità fu ideato e propagandato fra gli studenti universitari dapprima e poi a mezzo stampa a tutti, il primo corso per “Accompagnatori di Carcere & Scuola” che verrà in seguito ripetuto ogni anno prima dell’inizio di Carcere & Scuola.

E’ da questi corsi che attingiamo la nuova linfa umana indispensabile a reggere le nuove sfide (rappresentate dalle nuove iniziative che via, via vengono messe in cantiere) che l’associazione si prepara a gestire.

Mi preme ricordare in ogni caso come nel carcere di Verona, col trascorrere degli anni e con l’allargarsi della formazione e della cultura specifiche, si sia stati in grado di differenziare la proposta ai detenuti non limitandola solamente alle attività sportive ma allargandola alla musica (da parecchi anni si svolgono concerti di musica dal vivo all’interno del carcere di Montorio, con la partecipazione di numerosi gruppi musicali e cantautori), alle arti figurative (con il coinvolgimento del Direttore della Galleria d’arte Moderna, dott. Giorgio Cortenova), alla conoscenza delle bellezze artistiche della città (con l’aiuto di Italia Nostra).

Questo per citare solo le più importanti e che si ripetono con una certa frequenza; altre attività, di tipo più episodico, sono continuamente svolte all’interno delle mura.

Tenendo conto di quanto detto poc’anzi, va aggiunto che ultimamente non sono disdegnate le attività più tipiche ed usuali nei vari carceri quali corsi di ginnastica o di yoga uniti all’organizzazione di tornei sportivi o di giochi da tavolo che coinvolgono unicamente la popolazione ristretta.



3.- IL PROGETTO CARCERE E SCUOLA.

A Verona, e da qualche anno anche a Vicenza seppure in modi e tempi più ridotti, nel carcere ha luogo un’altra importantissima esperienza: Carcere e Scuola.

Già ho detto delle ragioni per cui la nostra filosofia si ispira allo slogan “da fuori a dentro e da dentro a fuori”, ed anche perché si è cercato di fare “cultura” e non solo sport.

Essendo insegnante da più di trent’anni, sentivo che questa proposta la dovevo sottoporre anche alle persone che più di altre si stanno costruendo il proprio bagaglio di conoscenza ed esperienza: gli studenti della scuola secondaria superiore.

Il ragionamento è estremamente semplice: i giovani a scuola acquisiscono le conoscenze che permettono loro di diventare i cittadini del futuro; fra queste, manca certamente la coscienza di quel circuito che Nicolò Amato – un tempo Direttore Generale degli Istituti di Prevenzione e Pena - definì, in una sua celebre pubblicazione, “Diritto, delitto, pena”.

Far incontrare gli studenti con l’ambiente del carcere poteva essere un’occasione per avviare un processo di conoscenza di tutte le problematiche ad esso connesse.

In questo modo lo sport (o, meglio, l’evento sportivo) avrebbe certamente fornito un suo specifico contribuito alla crescita complessiva dell’individuo.

Avviai i contatti con l’allora Provveditore agli Studi di Verona dott. Marco Janeselli che si dimostrò entusiasta della cosa tanto da emanare il 08.03.88 una circolare che permetteva alle scuole secondarie superiori della provincia che lo avessero voluto, di aderire all’iniziativa previa autorizzazione deliberata dagli Organi Collegiali.

E fu così che si partì. Il primo anno vi presero parte un paio di scuole nelle quali avevo presidi amici od insegnanti particolarmente sensibili.

Fu un susseguirsi di alti e bassi, di aperture ed improvvise difficoltà burocratiche soprattutto quando, dopo alcuni anni, l’adesione cominciò a diventare massiccia.

In effetti, da poche scuole si è arrivati, e lo dico con grande orgoglio, alle cinquantotto scuole superiori di Verona e provincia - pubbliche e private – nel corso dell’edizione del 2010 che ha visto coinvolti nell’iniziativa un totale di 1234 persone (573 studenti e 496 studentesse accompagnati da 165 insegnanti) che hanno incontrato la popolazione detenuta tutti i giorni feriali dal 159 marzo 2010 al 4 giugno in 105 partite in carcere (51 di calcio nella sezione maschile e 54 di pallavolo in quella femminile).

Una massa tanto imponente di studenti ed insegnanti ha varcato le porte del carcere con uno spirito di conoscenza e di confronto e questo dato in sé è una gran soddisfazione ma anche una grande responsabilità dal momento che, anche se si cerca di evitare, anche le migliori iniziative possono generare frutti anomali e diametralmente opposti a quelli sperati.

Non è certo la prima volta che mi sono posto questa domanda; già nelle prime edizioni di carcere & Scuola, con onestà, mi sono chiesto: tutto questo è realmente utile? Esiste una qualche ricaduta positiva di quest’esperienza?

Una risposta affermativa mi veniva dai colloqui che avevo con gli studenti stessi e con i loro professori; entrambi attestavano la bontà dell’esperienza con valutazioni estremamente positive.

Nel 1991 raccolsi le impressioni di alcuni studenti attraverso dei temi che feci pubblicare e che costituiscono tutt’ora una preziosa testimonianza di quanto ho affermato.

La necessità di rendere sempre più incisiva l’iniziativa m’impose di andare per le scuole a fare assemblee sul tema della legalità con gli studenti stessi. Anche qui, da puri incontri informativi, si è giunti a veri dibattiti in assemblea di Istituto, a volte accesi, come sempre possono esserli quelli che vedono i giovani protagonisti.

L’iniziativa “Carcere e Scuola” assumeva sempre più organicità, ma era ancora difficile verificare in maniera scientifica quanto questa esperienza potesse contribuire ad una maggior presa di coscienza della realtà carceraria.

Per questa ragione mi affidai al Dott. Franco Fraccaroli, psicologo, ricercatore presso l’Università di Bologna, che fornì una ricerca originale, pubblicata nel 1995.

In questo studio ho trovato, messe a nudo, le perplessità ed i difetti e le manchevolezze di cui avevo già avuto la percezione e che ora erano confermate.

Ma la conferma più importante, che aspettavo da qualche tempo, era quella che il progetto “Carcere e Scuola” è utile e non lo è solamente per i detenuti, che possono così godere di una ventata di aria fresca, di una giornata diversa che spezza, seppure in un breve intervallo, noia e monotonia e di esempi positivi (i giovani sono sempre molto considerati dalla persona detenuta), ma anche e soprattutto per gli studenti.

In una scuola che da più parti, ed ingiustamente, è accusata di versare nella più profonda delle crisi se non addirittura di essere allo sfascio, si è riusciti a creare, proporre e realizzare un’iniziativa che è veramente positiva ed efficace.

Nel corso dell’edizione dell’anno 2000 si diede alle stampe la raccolta dei temi del Concorso realizzato fra gli studenti nelle edizioni del 1996 e 1997 con la prefazione del prof. Vittorino Andreoli, pubblicazione presentata nel febbraio del 2001 all’Università di Verona con la presenza dello stesso prof. Andreoli e del prof. Larocca e di Vincenzo Andraous, ergastolano e poeta.

Fu stabilito, proprio in quel contesto, di vedere se, ed in quale maniera, potesse cambiare nell’immaginario giovanile questo impatto, emotivamente forte, fra due realtà cosi profondamente diverse fra loro.

Fu scelta una scansione temporale di cinque anni (una generazione scolastica, nelle superiori) per poter saggiare l’eventuale cambiamento.

Per questa ragione furono raccolti temi dagli studenti entrati in carcere nel 2002 e poi nel 2007, continuando la formula del concorso fra i giovani partecipanti, e si pubblicò il secondo volume ”Studenti in carcere 2” (titolo invero senza molta fantasia ma che vuole ricollegarsi in maniera evidente al primo) pubblicato nel 2005 e presentato con un convegno organizzato sempre presso ‘Università di Verona il 30 aprile dello stesso anno con la partecipazione, fra gli altri, di don Luigi Ciotti seguito da “Studenti in carcere 3” presentato nell’aula magna del Liceo Fra castoro con don Antonio Mazzi e il prof. Ernesto Guidorizzi dell’Università di Ca’ Foscari di Venezia.

In mezzo a queste si colloca una seconda ricerca coordinata dal prof. Giuseppe Mosconi dell’Università di Padova.

Nel 1999 di concerto col Dipartimento di Sociologia, nel quale il prof. Mosconi insegna, decidemmo di somministrare agli studenti partecipanti all’edizione del 2000 un questionario in grado di testare le opinioni dei giovani sui concetti di “legalità” e di “devianza”.

Nella precedente esperienza, quella già nominata della ricerca del prof. Fraccaroli, si erano presi in esame TUTTI gli studenti che erano entrati in carcere, ai quali fu fatto compilare un questionario da cui prese avvio lo studio e la successiva pubblicazione.

Questa volta si volle lavorare in parallelo con un’esperienza di Padova che portò a contatto col carcere penale di quella città gli studenti dell’Istituto Tecnico Commerciale Gramsci.

Si convenne pertanto di dividere le scuole veronesi in due insiemi: nel primo si misero gli istituti tecnici commerciali, nel secondo tutte le altre.

Gli Istituti Tecnici commerciali che parteciparono a quell’edizione di Carcere e Scuola furono: Bolisani di Isola della Scala – sez. staccata di Villafranca, Calabrese di S. Pietro Incariano, Lorgna, Pasoli e Pindemonte della città.

A tutti gli studenti di queste scuole che sarebbero entrati, a tempo debito, in carcere, fu portato, nelle settimane precedenti, un questionario da compilare.

Lo stesso fu ritirato a tutti all’ingresso in carcere e ne fu distribuito un secondo, sempre a tutti i partecipanti, da compilare dopo che avevano vissuto l’esperienza.

Per ottenere un campione di controllo tutte le altre scuole furono inserite nel secondo insieme con un peso proporzionale alla loro distribuzione e tipologia.

A tutti questi fu consegnato il questionario da compilare al momento della loro uscita dal carcere e ritirato dopo pochi giorni; si può senz’altro affermare pertanto che si riferisce e prende spunto dall’esperienza vissuta.

I questionari relativi al “PRIMA” degli Istituti Tecnici Commerciali furono associati ai corrispettivi “DOPO” della stessa scuola che, nel frattempo e fra non poche difficoltà causate dall’imminente fine dell’anno scolastico, si provvide a raccogliere scuola per scuola con la collaborazione degli insegnanti che avevano partecipato all’iniziativa.

Nello stesso tempo si raccolsero anche tutti gli altri dalle varie scuole che dovevano costituire il “campione di controllo”.

Il tutto fu consegnato al prof. Giuseppe Mosconi che assunse l’onere della elaborazione e della interpretazione che divennero il materiale raccolto nel volume “Legalità e devianza nel mondo giovanile” presentato anch’esso alle scuole ed alla città, in un pubblico convegno, dallo stesso prof. Giuseppe Mosconi.

Tutta questa mole di lavoro non ci lascia però del tutto soddisfatti in quanto consideriamo ancora troppo esiguo il coinvolgimento ottenuto con le scuole e soprattutto con gli studenti.

Sono sempre più convinto che non basta certo un ingresso in carcere ed un’assemblea per tentare di approcciarsi ad un tema complesso come quello della legalità, di cui la giustizia e la sua amministrazione - della quale il carcere rappresenta la sfaccettatura più evidente ed anche più parziale - siano sufficienti, non dico per crearsi o mutare una opinione, ma, a volte, nemmeno per farsi un’idea.

Certamente non è compito primario di un’associazione di volontariato che opera a favore della popolazione detenuta quello di fare cultura di legalità ma le considerazioni che ci hanno spinto sulle strade che illustro fra breve sono soprattutto due.

La prima, e più semplice da spiegare, è che sento come nostro compito quello di fare prevenzione.

Se con queste iniziative si fosse ottenuto di far stare lontano dall’esperienza carceraria anche un solo ragazzo, direi che il tempo impiegato e tutti i sacrifici affrontati sono stati ben spesi.

Credo, e me lo confermano decine di incontri effettuati nelle scuole, che spesso, soprattutto quando si è giovani, si pecchi più per ignoranza che per cattiveria e mettere qualcuno sull’avviso rappresenta già di per sé un buon risultato.

La seconda, molto più complessa, da spiegare e da far sedimentare, è basata sul fatto incontrovertibile che la nostra società non è preparata per riaccogliere, se non in minima parte e per di più riservata a pochi casi noti, le persone che, dopo un’esperienza deviante ed una conseguente carcerazione, tentano di rientrare nel tessuto sociale.

Credo siano ancora sotto gli occhi di tutte le persone di buona volontà le immagini dei primi giorni di agosto del 2006 quando, in seguito al provvedimento di indulto, migliaia di persone lasciarono gli istituti penitenziari per riversarsi, con tanto di sacchi neri delle immondizie colmati di ogni loro avere, nelle strade cittadine senza meta alcuna, almeno in tantissimi casi.

Mi stupisco ancora, e con me penso molti altri operatori in campo della giustizia, che a fronte di un provvedimento così maldestro (per non dire peggio) solo il 20/30% circa abbia dato luogo a recidiva.

Chi non ha alle spalle una famiglia (od una situazione) solida ed in grado di far fronte alle prime elementari esigenze che si presentano all’uscita dal carcere, ha davanti a sé quasi solo una via obbligata: continuare a delinquere … e quindi ripetere l’esperienza del carcere fino alla fine.

Non credo sia utile continuare qui una dissertazione su questo argomento, altri hanno già scritto e pensato molto meglio di me, ho dovuto però citarlo per far capire lo stimolo che si lancia fra i giovani quando li si provoca facendoli pensare che:


    • il detenuto non è “un marziano, ma potrebbe appartenere alla nostra stessa famiglia se non proprio alla nostra comunità;

    • in ogni caso la pena ha una fine temporale ed il detenuto ritorna libero all’interno del corpo sociale.

In questi ultimi anni abbiamo, di conseguenza, lanciato tre nuove di iniziative correlate con l’ingresso in carcere per l’incontro puramente sportivo e di presa di coscienza.

La prima è chiamata “incontro lungo” e la scuola che vi aderisce entra in carcere non più verso le 13.30 (inizio della fatidica ora d’aria) ma in tarda mattinata, verso le 11.00.

Viene accompagnata subito nelle aule scolastiche del carcere dove i ragazzi incontrano con i loro colleghi “ristretti”.

Ne risulta un’esperienza molto forte: studenti liberi si confrontano con colleghi detenuti non solo sulle materie, sul modo ed i tempi di studio, ma anche sulle ragioni che li hanno spinti in quel luogo, chi per un verso, chi da un altro.

Dopo un’oretta (sempre difficile far rispettare i tempi) si va ad incontrare l’Amministrazione Penitenziaria, di solito rappresentata dal Direttore del Carcere, dal Responsabile del reperto della Polizia Penitenziaria e dal coordinatore dell’Area Pedagogico-trattamentale.

Qui le discussioni si fanno spesso accese e le domande, a volte le provocazioni, non si contano.

Siedono di fronte a coloro che la legge la applicano quotidianamente e nella situazione spesso più difficile. A volte bisogna farli smettere di porre domande o proporre riflessioni intervenendo d’autorità, in quanto i tempi, in carcere, sono rigorosissimi.

Alle 13.00 infatti si devono accompagnare nella mensa della Polizia Penitenziaria dove consumano il pasto rendendosi anche conto che il poliziotto, con il quale mangiano a contatto di gomito, è una persona normalissima e che, spesso, li avvicina per parlare dei propri figli che sono loro compagni di classe.

Per coloro che sanno quale concetto abbia mediamente lo studente della polizia (comunemente gli appartenenti alle forze dell’ordine vengono chiamati col lo spregiativo epiteto di “sbirro”), riesce a non sottostimare questo momento.

Terminato il pasto, si prosegue con l’incontro ordinario e con i tempi soliti.

Purtroppo, per ragioni economiche e di impegno, non è possibile organizzare più di un paio di questi incontri lunghi al mese, ragion per cui, in un anno, solamente sei - otto scuole riescono a godere una simile esperienza. Si tratta di una visita molto ambita e richiesta da parecchie scuole, ma per la quale non si può sperare in una futura espansione.

La seconda, quasi un trait d’union, consiste nel preparare gli “Accompagnatori di Carcere & Scuola”.

Figura ormai indispensabile perché i volontari dell’associazione non potrebbero reggere il peso, anche fisico e di presenza, dell’iniziativa.

In altri posti ci si meraviglia che un centinaio di studenti entrino in un carcere per disputare qualche partita, da noi, qui a Verona, alcuni ignorano un’esperienza che coinvolge un così alto numero di partecipanti e riesca a farlo da ormai quindici anni.

Per ottenere con estrema precisione e professionalità tutto ciò è necessario che ogni classe (e sono due per giorno) sia accompagnata in istituto e che sia preparata a quanto dovrà fare ed aiutata a comportarsi in maniera appropriata al luogo in cui ci si è recati.

Ecco che all’appuntamento fuori del carcere una o due coppie di volontari accolgono i giovani e, raccogliendo i documenti necessari per la loro identificazione, cominciano la serie di raccomandazioni in merito a quanto si può portare con sé all’interno.

Molto stupore accoglie la necessità di abbandonare il cellulare ma anche altri divieti suscitano proteste non sempre sopite.

Indispensabile è la figura del mediatore, prima nominata.

Si vuole agevolare il compito alla Polizia Penitenziaria, ma anche far passare certe restrizioni in maniera più soft.

L’accompagnatore ha poi compito di mediazione fra la classe e i detenuti che sono mandati al campo (questo vale per il settore maschile dove, ogni giorno cambiano le persone a rotazione fra le varie sezioni) non essendo esclusa qualche punta di litigiosità, anche fra gli stessi ristretti, o qualche maldestro tentativo di raggirare un povero o sprovveduto studente (ad esempio cercando di farsi regalare maglia o le scarpe da calcio …).

Questi accompagnatori non sono scelti a caso ma selezionati attraverso un corso della durata di 20 ore di lezioni teoriche ed un tirocinio sul campo che, solo, li potrà qualificare come “accompagnatori”.

Il giudizio della commissione, formata dai più vecchi ed esperti volontari dell’associazione, è insindacabile e inappellabile.

Un accompagnatore sprovveduto potrebbe mandare, da solo, in fumo anni ed anni di lavoro: ben lo sa chi opera in carcere che un solo sbaglio è più pesante di tanti anni di lavoro svolto con certosina precisione; perdere credibilità, anche per l’associazione stessa, nei confronti della Direzione o della Polizia, è un rischio da non correre assolutamente.

Durante le lezioni teoriche, gli aspiranti sono informati sulla legge e sul regolamento applicativo, sulle peculiarità del carcere di Verona - Montorio, sullo svolgimento dei loro specifici compiti e venono fatti incontrare con la Direzione, la responsabile dell’Area Pedagogica e il Comandante della Polizia Penitenziaria. Sono infine aiutati a comprendere meglio le dinamiche ed i rapporti con i detenuti dai responsabili della Polizia Penitenziaria. L’ultimo incontro viene poi dedicato alla disamina, il più possibile completa, di quello che sarà il loro comportamento e delle problematiche che potranno affrontare.

La terza ed ultima iniziativa cui, come completamento del progetto, abbiamo dato vita sono i corsi di “Educazione alla legalità” che hanno generato quanto è descritto in questo libro.

La filosofia che muove la nostra associazione è di mettere in comunicazione la società civile con il problema della devianza che genera la necessità del carcere.

In estrema sintesi, vogliamo qui affermare che abbiamo la pretesa di compiere un’opera sociale nel senso che non ci accontentiamo di occuparci solamente alla persona detenuta ma abbiamo la pretesa di far sì che il carcere diventi una parte della società civile e non, come spesso accade, sia considerato il posto dove sono rinchiusi “i mostri”.

Tentiamo di far capire alla gente, ed agli studenti in particolare con questa iniziativa, che il carcere è luogo di sofferenza e che il detenuto non va abbandonato a se stesso non fosse per altra ragione che, alla fine, tornerà a pieno titolo, anche se con qualche problema in più, nella nostra società.

Abbiamo intenzione di far capire che se il nostro carcere accoglie un 70% di detenuti extra comunitari, non è perché a Verona si sono dati appuntamento i peggiori individui dei Paesi a noi vicini, ma perché è affrontata col carcere un’emergenza sociale che non siamo in grado, o non vogliamo, affrontare in altre maniere.

Vogliamo dimostrare ai giovani, dando loro la possibilità di rendersene conto di persona, che nel carcere finiscono in genere le persone più “povere”, intendendo con ciò non solamente quelle sprovviste di consistenti risorse economiche, ma anche culturali, famigliari di studio e di occasioni di vita.

I grandi criminali, quelli che con i loro crimini solleticano ed indirizzano la pubblica opinione, sono una minoranza esigua, statisticamente irrilevante, della popolazione carceraria; la stragrande maggioranza è fatta di individui che, qualora il carcere fosse veramente quel luogo di espiazione ma anche di rieducazione che si vorrebbe fosse, potrebbero essere recuperati nel tessuto sociale di una società sana.

Ma è noto che le cose non stanno così.

Ci siamo pertanto interrogati su quale potesse essere il modo per far percepire ai giovani studenti la complessità del mondo che affrontano utilizzando non esclusivamente il “canale” sportivo ed abbiamo messo in opera questi corsi.

Gli incontri sporadici che qualche insegnante ci chiamava a fare sono diventati una serie di assemblee studentesche con la partecipazione, spesso, di detenuti in permesso premio provenienti dal carcere e, soprattutto, si sono avviati, col tempo, dei veri e propri corsi.

Proposti dapprima per offrire un’opportunità a coloro che partecipavano a “Carcere & Scuola” di poter raggiungere il numero di ore necessario al conseguimento di un credito formativo, si sono successivamente strutturati in un servizio reso a tutte le scuole che ce ne fanno richiesta.

Non esiste una formula precisa: i corsi vengono adattati alle esigenze della scuola che li richiede in modo da ottenere il massimo beneficio possibile, e sono stati aperti anche agli studenti più giovani, che non potrebbero vivere in quell’anno l’esperienza diretta, essendo quest’ultima, come più volte detto, necessariamente rivolta ai maggiorenni.

In alcuni casi sono gli insegnanti stessi che desiderano preparare per tempo i giovani al futuro contatto col carcere attraverso un percorso anche biennale.

Lo scorso anno abbiamo organizzato dieci corsi di “Educazione alla legalità” e partecipato ad otto assemblee scolastiche coinvolgendo in questa organizzazione magistrati, avvocati, medici, Polizia di Stato, Penitenziaria e Carabinieri, i SERT, altre associazioni di volontariato carcerario e non, cooperative che danno lavoro a detenuti ed ex detenuti, detenuti stessi.

Come sempre, non si tratta di “pacchi preconfezionati” da prendere (o lasciare): si costruisce con l’insegnante che lo richiede e si tara sui suoi studenti e sulle loro necessità o curiosità.

Ogni scuola che chiede un corso, lo concepisce e lo desidera diverso da ogni altro e, spesso, anche diverso di anno in anno, quando lo ripete: cambiano gli utenti e cambia anche il taglio del corso.

Nel corso del tempo, grazie alle mie personali esperienze ed all’aiuto di alcuni amici cinefili, abbiamo raccolto un buon numero di film a carattere “giudiziario” che costituisce un sicuro riferimento per quelle scuole dove si sceglie anche una sola assemblea preceduta dalla visione di un film (tanto per far passare tutta la mattinata).

In questi corsi, con la prima obbligatoria lezione, si parte necessariamente dalla costruzione - o scoperta - del concetto di legalità e del suo mutamento spazio - temporale.

Si cerca di far riflettere i giovani sulla indispensabilità, nella comune, civile convivenza, di paletti, riconosciuti e riconoscibili, che stanno alla base della tanto invocata, ma spesso poco praticata in proprio, sicurezza ed anche della legalità che si vede, quasi sempre, applicabile solo agli altri, quasi che gli appartenenti alla nostra comunità abbiano la possibilità di esserne esentati.

Su questo terreno, in successivi incontri, si possono far riflettere i giovani sulle loro tipiche trasgressioni che possono avere (e spesso si portano dietro) conseguenze penali; li si può far conoscere il ruolo preventivo della Polizia o dei Carabinieri, ma anche il loro ruolo giudiziario svolto dal Giudice per le indagini preliminari.

Genesi del reato, commissione dello stesso e … incontro con la giustizia.

Incontro con un Magistrato e con un avvocato per capire come avviene un processo, come si può giungere ad una condanna e che il giudizio del crimine non è affidato trasmissioni televisive tipo “Porta a porta” ed al suo conduttore.

Segue la disamina di quello che succede dopo la condanna: carcere o affidamento ai Servizi Sociali. Incontro con detenuti, Magistrato di Sorveglianza, responsabile od operatori dell’Ufficio Esecuzione Penale Esterna che ti aiutano a trovare una nuova via, una nuova vita per ricominciare.

Ed allora ecco ancora un incontro con detenuto/i od ex e con quelle associazioni di volontariato che operano in questo specifico campo.

Ho fatto un po’ la lista della spesa tanto per far capire non solo quanto vasto sia il campo del quale possiamo occuparci, ma anche quanto possa essere variegata la struttura di un corso.

Con questo materiale, si cerca di formulare un progetto nel modo più adatto ai ragazzi che parteciperanno al corso, col loro insegnante in quanto conoscitore degli stessi, dei valori che hanno e delle aspettative che nel corso ripongono.

Non sempre siamo riusciti a catturare appieno l’attenzione dei ragazzi, ma posso dire, senza pretesa, di essere riusciti a far aprire gli occhi a più di qualcuno.

Come dissi prima rispetto alla visita in carcere, anche se avessimo evitato le funeste conseguenze uno solo dei giovani incontrati, la nostra fatica avrebbe trovato grandissima ricompensa.

Diamo ora una esemplificazione di come si sviluppa un “tipico” nostro corso di Educazione alla Legalità riportando degl esempi di interventi che vengono fatti nelle scuole.

Già abbiamo detto della scansione degli incontri, che sono minimamente tre.

Il primo serve per fissare il concetto di regola, devianza e conseguenze della stessa. Riportiamo una scaletta di massimi che utilizziamo allo scopo.

PRIMO INCONTRO: IL CIRCUITO DELLA DEVIANZA

Prima di iniziare qualsiasi discorso sul carcere è importante avere ben chiare le idee su quello che viene definito il CIRCUITO DELLA DEVIANZA.

Alla base di tutto ci deve essere il concetto di società e di vita sociale: l’eremita che se ne sta in una grotta non ha bisogno di alcuno dei ragionamenti che seguiranno.

La filosofia del diritto ci informa che ogni convivenza genera delle norme, delle regole che diventano via, via più complesse col “crescere” della società stessa. Condurre un'autovettura senza patente è reato grave e con conseguenze penali in alcuni stati, da altre parti è una violazione molto lieve, in altri ancora una normalità.

Le norme possono essere redatte con estrema e certosina cura (scuola che deriva dal diritto romano attraverso il codice giustinianeo e che è tipico del nostro ordinamento) oppure derivanti da usi e costumi comunemente accettati e dalle precedenti sentenze (la cosiddetta Common Law di derivazione anglosassone).

Le norme non sono assolute, ma variano (o possono mutare) nello spazio e nel tempo.

Esempi di questi cambiamenti se ne possono fare quanti se ne vuole.

Il cambiamento della norma nel tempo apre il problema della “retroattività” della norma: un principio di carattere generale vorrebbe che nessuna legge fosse retroattiva, ma…

Una norma si definisce efficace quando è comunemente rispettata.

Un sistema giuridico è tanto più valido quanto più è composto di norme efficaci.

La trasgressione alla regola è, d’altra parte, fisiologica.

Potrebbe sparire in una utopica società in cui non esistessero contrasti tra gli interessi degli uomini, oppure laddove esistesse una forza talmente soverchiante da impedire di fatto qualsiasi violazione.

In ambedue questi casi, però, il diritto stesso non avrebbe ragione d’essere: sarebbe sostituito dalla ragione pura nel primo caso e dall’arbitrio assoluto nel secondo.

La norma deve pertanto contenere l’ipotesi della sua violazione e la sanzione da infliggere in questo malaugurato caso.

La norma sanzionatoria è basata sul concetto di forza (tipo da non imitare è quella delle famose “grida” manzoniane).

Le norme del diritto sono relative.

Le norme della morale sono assolute ma valgono solo per l’individuo che se le autoimpone e che si autosanziona (sono esclusi quei casi in cui le norme morali entrano a far parte del diritto: in questo caso è però facile sfociare nell’ideologia e in regole da stato teocratico).

Il delitto consiste nel violare consapevolmente e volutamente la norma.

Sulla volontarietà si potrebbero sprecare fiumi di parole.

Preferiamo solo accennarne, ricordando però nello stesso tempo, che i vari gradi di volontarietà implicano una diversificazione sanzionatoria.

Si possono distinguere alcuni tipi di delitti:



    • professionali = commessi da chi ne ha fatto un sistema di vita per se stesso o in associazione con altri;

    • occasionali = determinati da emozioni, sentimenti, passioni che esplodono senza preavviso (o che, viceversa, vengono a lungo meditati o rimuginati) con turbamento della volontà e dei relativi freni inibitori;

    • dovuti a malattia = per alterazione della psiche o fragilità di mente;

    • dettati dal bisogno = hanno come causa principale l’emarginazione (miseria, solitudine, angosce o frustrazioni). Su quest’ultima tipologia spesso ci si interroga su quanta parte di colpa abbia l’individuo e quanta se ne possa attribuire alla società.

Quando si è di fronte ad una norma violata, è il diritto stesso (almeno nel nostro ordinamento) che stabilisce la sanzione da infliggere.

La pena può essere giuridica, fisica o mista.

La pena è utile se limita il numero delle trasgressioni.

Dovrebbe avere caratteristiche di:



  • neutralizzazione (impedire successive violazioni);

  • prevenzione o deterrenza personale o generale;

  • risarcimento (o restaurazione dell’interesse leso);

  • rieducazione e risocializzazione del condannato.

In merito soprattutto alla seconda caratteristica occorre andare molto cauti in quanto, ragionando per assurdo, potremmo essere tentati di cercare una pena assoluta che, portando in sé un potere deterrente assoluto, provoca la scomparsa totale delle violazioni.

Senza cadere nelle speranze utopiche, bisogna riconoscere i limiti della deterrenza della pena. Non vanno bene per la società né la legge violata spesso perché mancano o sono risibili le norme sanzionatorie, né quella violata troppo poco ma per il solo timore di gravi, pesantissime sanzioni.

Un ordinamento è, infatti, efficace se si basa sul consenso e quanto più generale possibile diventa questo.

Reali freni alla infrazione della norma sono: certezza, rapidità, immodificabilità e irrevocabilità di una pena.

La pena invece, in un ordinamento sano, non deve essere mai vendetta privata o punizione pubblica.

All’interno di queste norme sanzionatorie si colloca l’invenzione del carcere.

Quello che conosciamo è un’invenzione abbastanza recente: quello antico era del tutto diverso e, soprattutto, con diverse finalità.

Risponde, quello odierno, a due principi affermatisi nella società calvinista nordamericana all’indomani della rivoluzione e attraverso i quali si riesce a punire il colpevole ottenendo al contempo un’utilità sociale associata ad un carattere “umano e civile” verso il colpevole. Essi rappresentano:



    • la possibilità di quantificare esattamente la pena rapportandola al reato commesso;

    • la privazione della libertà personale e, quindi, l’impossibilità, per l’individuo colpito dalla sanzione, di lavorare e produrre.

SECONDO INCONTRO: PRIMA DEL CARCERE

INTERVENTO DELLA POLIZIA DI STATO

Il compito fondamentale della Polizia di Stato è quello di assicurare le condizioni di un ordinato e tranquillo vivere sociale, garantendo l’osservanza delle leggi e il rispetto delle norme democratiche che regolano la vita civile, senza le quali ognuno di noi vivrebbe nell’interesse egoistico di soddisfacimento dei propri bisogni e delle proprie esigenze e senza le quali non sarebbe possibile una convivenza pacifica tra gli uomini.

L’attività della Polizia di Stato si distingue in:



  • attività di prevenzione, diretta a prevenire il compimento di illeciti e a garantire la tutela della sicurezza e dell’ordine pubblico;

  • attività di repressione, diretta a reprimere violazioni già commesse di norme penali, ossia reati commessi, impedendone eventuali ulteriori effetti e conseguenze.

E’ pertanto attività di prevenzione, definita anche attività di polizia amministrativa, quella svolta dalle pattuglie che effettuano servizio di controllo del territorio al fine di impedire la commissione di reati e al fine di garantire il rispetto delle disposizioni dettate dalla legge.

E’ altresì attività di prevenzione quella svolta dal personale della Polizia di Stato in occasione di manifestazioni sportive ed è diretta a impedire che le condotte violente di singoli o gruppi possano turbare la tranquillità pubblica.

L’attività di repressione invece, o attività di polizia giudiziaria, viene svolta dopo che si è verificato un reato per reprimerlo e per impedirne ulteriori effetti, ricercandone gli autori e compiendo quanto più necessario per assicurare la punizione dei soggetti ritenuti responsabili dell’illecito.

L’attività della polizia giudiziaria insomma interviene quando si è verificata una violazione della legge penale che l’attività di prevenzione della polizia non è valsa ad evitare.

Nella gran parte dei casi l’attività di polizia giudiziaria è una sorta di progressione dell’attività di polizia amministrativa, nel senso che la notizia della commissione di un reato emerge solitamente nell’ambito delle attività di osservazione e vigilanza compiute durante i servizi di prevenzione.

Una pattuglia che, ad esempio, durante un servizio di controllo del territorio e quindi durante un servizio di prevenzione assiste ad un furto, nello stesso istante in cui interviene per bloccare il ladro, “trasforma” la sua attività di polizia amministrativa in attività di polizia giudiziaria, facendo in modo che l’illecito non venga portato ad ulteriori conseguenze.

Una volta acquisita la notizia di reato la polizia ha l’obbligo di riferire immediatamente al Pubblico Ministero, colui che valuterà la sussistenza o meno dei presupposti per dare inizio all’azione penale.

Dal momento che il Pubblico Ministero ha concretamente assunto la direzione delle indagini, la polizia giudiziaria deve rispettare le linee di intervento investigativo da lui tracciate pur se non le è impedito svolgere in autonomia ogni attività ritenuta necessaria per la prosecuzione delle indagini.

Riassumendo si può concludere dicendo che la Polizia di Stato ha il compito di vigilare sull’osservanza e il rispetto delle leggi, di intervenire nel momento in cui queste non vengono rispettate assicurando alla giustizia gli autori dell’azione criminale, svolgendo tutte le indagini necessarie a chiarire nei dettagli l’evento reato.

Giampaolo Trevisi Ispettore

Dirigente Squadra Mobile Sonia Bonomi

Questura di Verona

INTERVENTO DEL MAGISTRATO

(N. d. R.) Abbiamo voluto registrare tre tipi di intervento del magistrato. Un primo di carattere generale, uno molto esplicativo della funzione ed uno meramente tecnico.



PRIMO 1. La Costituzione italiana è nata all’indomani di tragedie che avevano sconvolto l’umanità ed ha voluto codificare la nuova tavola di valori e di garanzie dirette a far sì che fosse realizzata per tutti una società più sicura, più libera e più giusta. Di qui, non soltanto “il ripudio della guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali” (art. 11 ); non soltanto l 'affermazione che la sovranità appartiene “al popolo”, ai cittadini - uomini e donne - che tornano ad essere arbitri del proprio destino e quella sovranità esercitano “nelle forme e nei limiti della costituzione” (art. 1, secondo comma), ma anche la scelta di far precedere la descrizione dei diritti e dei doveri a quello delle norme sugli organi dello Stato, per rendere ancora più chiaro che l'attuazione dei primi costituisce un vincolo e la stessa ragion d'essere dei secondi. Dalle disposizioni relative alle libertà classiche, che si esprimono come diniego di invasione da parte di ogni altro potere, a quelle relative ai rapporti etico-sociali; dai diritti pubblici collettivi, come il diritto al voto e quello di associarsi in partiti politici per concorrere a determinare la politica dello Stato, in cui si manifesta uno dei passaggi più netti dalla condizione di suddito a quella di cittadino, ai diritti sociali, in un quadro in cui il riferimento ai valori di solidarietà che debbono improntare anche i rapporti economici si cementa ad altri due cardini della nuova costituzione repubblicana: l’art. 3, primo comma, secondo cui “tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”, e l’art. 3, secondo comma, che indica l'uguaglianza non come proclama astratto, ma come compito concreto che impegna la Repubblica e tutte le sue istituzioni “a rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l'uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del paese”: affinché possa realizzarsi il progetto di persone libere che, potendo contare su un lavoro, una casa, un reddito decoroso, un’istruzione adeguata, possano formarsi una famiglia, educare e assistere i loro figli, coltivare le proprie aspirazioni in un contesto di sicurezza, manifestare liberamente il proprio pensiero, concorrere nelle forme democratiche alla vita politica dello Stato, accedere alla giustizia per tutelare i propri diritti, condurre una vita dignitosa anche quando si è ammalati, o vecchi o disoccupati.



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