Commento alle modifiche apportate al codice penale dal d lgs. 4 marzo 2914 n. 24 di «attuazione della direttiva 2011/36/UE, relativa alla prevenzione e alla repressione della tratta di esseri umani e alla protezione delle vittime»



Scaricare 116.66 Kb.
Pagina1/5
01.06.2018
Dimensione del file116.66 Kb.
  1   2   3   4   5


Commento alle modifiche apportate al codice penale dal d.lgs. 4 marzo 2914 n. 24 di «attuazione della direttiva 2011/36/UE, relativa alla  prevenzione  e alla repressione della tratta di esseri umani e alla protezione delle vittime».
SOMMARIO: 1. Una necessaria premessa concettuale e terminologica. – 1.1. La Convenzione ONU contro la criminalità organizzata transnazionale – 1.2. La Direttiva 36/2011/UE – 2. La fattispecie di cui all’art. 600 c.p. dopo il d.lgs. 24/2014. – 3. Il nuovo volto della tratta di persone in base al novellato art. 601 c.p.. – 4. Inutilità dell’art. 602 c.p..



  1. Una necessaria premessa concettuale e terminologica.

Nonostante la schiavitù esista fin dai tempi antichi e abbia destato sempre più allarme nella coscienza collettiva, manifestandosi sotto nuove e dannose vesti, il relativo processo di abolizione è stato estremamente lento e contraddittorio1.

In modo analogo, il correlativo fenomeno della “tratta” di persone ha mutato fisionomia in seguito all’avvento della globalizzazione. Tanto che ormai si allude alle vicende relative con la formula “traffico internazionale di persone”.

In Italia, la necessità di adattare il quadro normativo e culturale in tema di tratta di persone e schiavitù, risalente all’epoca fascista, alle dimensioni e alle caratteristiche dell’attuale mercato di esseri umani ha costretto il legislatore penale a diversi interventi mirati. L’esigenza è stata quella di dotarsi di fattispecie ad hoc, finalizzate a contrastare e reprimere il dilagante e drammatico fenomeno del traffico di persone.

Le riforme sono state diverse. Alcune definite epocali, altre solamente di dettaglio.

L’ultima è di qualche mese fa. Sulla Gazzetta Ufficiale del 13 marzo 2014 è stato pubblicato il Decreto legislativo 4 marzo 2014 n. 24, recante “attuazione della Direttiva 2011/36/UE, relativa alla prevenzione e alla repressione della tratta di esseri umani e alla protezione delle vittime”. Il Decreto è entrato in vigore il 28 marzo 2014.

La Direttiva 2011/36, ha sostituito la Decisione quadro 2002/629GAI e prevede norme minime a livello di Unione Europea relative alla definizione dei reati e delle sanzioni in materia di tratta di esseri umani, nonché le misure necessarie a rafforzare la prevenzione del fenomeno e la protezione delle vittime.

Il d.lgs. 24/2014 in commento, nel dare attuazione alla citata Direttiva, ha apportato nuove modifiche alle disposizioni di cui agli artt. 600 e 601 del codice penale, nonché al codice di procedura penale, prevedendo l’applicazione di particolari modalità di espletamento dell’incidente probatorio anche nell’ipotesi di persone maggiorenni in condizione di particolare vulnerabilità2.

Una vera novità è indubbiamente rappresentata dal diritto di indennizzo delle vittime di tratta, previsto dall’art. 6 del decreto legislativo. L’indennizzo è corrisposto nella misura di euro 1.500,00 per  ogni  vittima, entro i limiti delle disponibilità finanziarie annuali del Fondo per le misure anti tratta, detratte le somme erogate alle vittime, a qualunque titolo, da soggetti pubblici3.

Prima di esaminare le modifiche apportate dal decreto al codice penale, è opportuna una premessa di ordine terminologico e concettuale.

L’espressione “traffico internazionale di persone”, che indica genericamente tutte le forme di attività criminose che si fondano sul trasferimento illegale di persone da uno Stato all’altro, è comprensiva di distinti tipi di situazioni.

Dal punto di vista criminale, infatti, il traffico di esseri umani è un’espressione ampia, poiché a tale formula sono state ricondotte diverse forme di manifestazione rilevate nella prassi: dal reclutamento all’illegale trasferimento e successiva introduzione, anch’essa illegale, di una o più persone da un luogo ad un altro, ossia dal territorio di uno Stato ad un altro, ovvero all’interno dello stesso Stato, prevalentemente per fini di lucro. Il fine di lucro è stato individuato o nella mera acquisizione, da parte delle organizzazioni a ciò preposte, del prezzo pattuito per la realizzazione dell’illegale trasferimento, ovvero, e più gravemente, nello stesso sfruttamento delle persone trasferite, in quanto avviate ai mercati illegali della prostituzione, del lavoro nero e dell’accattonaggio.

L’espressione in analisi, allora, riguarda sia il fenomeno della tratta di persone, intesa quest’ultima quale traffico di esseri umani finalizzato al loro successivo sfruttamento, sia quello del favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Il primo viene definito convenzionalmente, nei testi normativi internazionali, trafficking of human beings, il secondo smuggling of migrants, essendo quest’ultimo finalizzato all’introduzione illegale, realizzata attraverso forme associative più o meno strutturate, di un elevato numero di immigrati clandestini.

La distinzione di due sottocategorie nell’ambito del macro concetto di “traffico o tratta” è stata determinata dalla ripartizione dei compiti operativi esistenti nelle prassi degli organi investigativi nazionali e internazionali4, oltre che per meglio descrivere il fenomeno.

Le due categorie in esame riflettono anche la differenza degli interessi giuridici lesi dai relativi comportamenti delittuosi: nello smuggling, i confini nazionali e la corretta attuazione delle politiche migratorie, nelle condotte di trafficking, la persona umana, che viene pesantemente lesa nella sua dignità a seguito dei relativi comportamenti illeciti.

Da sottolineare come, dal punto di vista politico, le legislazioni vigenti all’interno degli Stati sviluppati, hanno manifestato maggiore attenzione allo smuggling attuato attraverso organizzazioni criminali, rispetto che al fenomeno del trafficking. Determinante in proposito la circostanza che il primo aspetto risulta strettamente correlato a problemi di sicurezza nazionale.

Si può ritenere che con l’espressione “favoreggiamento dell’immigrazione clandestina” ci si riferisce generalmente a quelle molteplici attività illecite, tendenzialmente gestite da organizzazioni criminali, di matrice transnazionale, strumentali al trasporto ed al successivo ingresso illegale degli immigrati clandestini in uno Stato straniero, sulla base di una loro domanda, e quindi consensualmente. La fattispecie delittuosa finisce per incentrarsi, dunque, sulla valutazione della condotta di trasporto organizzato, sul presupposto indispensabile che lo stesso sia gestito da gruppi criminali transnazionali e, soprattutto, risulti funzionale all’ingresso illegale degli immigrati clandestini nel territorio di uno Stato straniero. Attraverso le relative condotte si punta a ricavare, direttamente o indirettamente, un vantaggio di carattere finanziario o materiale, sfruttando l’ingresso illegale di una o più persone in uno Stato straniero, di cui i soggetti trasportati non sono cittadini o residenti permanenti.

Invece, la differente espressione “tratta di persone” comprende tutte quelle complesse attività delittuose, che consistono nell’offerta iniziale di servizi di trasporto migratorio illegale ovvero nel successivo reclutamento, tramite l’impiego della forza fisica o di altre invasive forme di coercizione morale, di immigrati clandestini o, in generale, di donne, uomini e bambini, in funzione del loro sistematico sfruttamento per scopi criminali, una volta giunti nel luogo di destinazione finale, dopo il trasporto migratorio illegale.

In questo ultimo caso, la fattispecie delittuosa si incentra in prevalenza sulla condotta finale di sfruttamento del migrante: anche qui vi può essere un offerta di servizi di trasporto migratorio illegale, ma, una volta perfezionato il viaggio di trasporto nello Stato straniero, diviene determinante il profilo riguardante la sottomissione personale dell’immigrato clandestino in funzione della sua immissione in un mercato illegale.

Risulta evidente come, nelle due forme di manifestazione del fenomeno, il rapporto trafficante-emigrante venga a differenziarsi, il più delle volte, nella fase finale del rapporto, che si instaura successivamente nel paese di destinazione: nel caso dello smuggling, il rapporto è limitato al trasferimento delle persone, sia pure attraverso forme illegali, nel caso del trafficking of human beings, esso prosegue anche nel paese di destinazione, mirando i trafficanti allo sfruttamento della persona.

Questa distinzione terminologica, che ha avuto origine nella prassi applicativa degli organismi investigativi internazionali, ha trovato spazio in alcuni documenti ufficiali, finendo per essere utilizzata nell’ambito di strumenti normativi di diritto interno e di diritto comunitario europeo e, ancora prima, nell’ambito nel diritto internazionale promosso dalle Nazioni Unite.

E’ opportuno anticipare fin da ora come sul piano nazionale, l’approvazione delle misure normative contro la tratta di persone, di cui alla Legge 11 agosto 2003, n. 228, abbia reso l’assetto normativo organicamente previsto dal legislatore italiano obiettivamente conforme alla differenziazione tipologica in analisi. In particolare, la riforma degli artt. 600, 601 e 602 c.p., introdotta dalla citata legge n. 228/2003, rende evidente quale sia la disciplina complessiva, funzionale a contrastare il fenomeno criminale in esame: da una parte la fattispecie del favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, disciplinata dalla Legge 6 marzo 1998, n. 40 e dalla successiva Legge 10 settembre 2002, n. 189; dall’altro, attraverso la riforma degli articoli del codice penale richiamati, la canonizzazione della figura della tratta di persone.

A questo punto diventa fondamentale delimitare con sufficiente chiarezza quali siano i confini applicativi delle due discipline. Anche perché il filo che separa i due concetti di smuggling e trafficking è talvolta molto sottile: spesso le persone che si rivolgono alla organizzazione di trafficanti per ottenere il loro trasferimento illegale, non dispongono di un capitale proprio e quindi contraggono dei debiti con l’organizzazione che si occupa del loro trasferimento. Ciò comporta che quando terzi (familiari, conoscenti) non intervengono per il pagamento del prezzo contratto per l’introduzione clandestina, sono le stesse persone trafficate ad essere asservite e condizionate, in quanto dovranno mettersi a disposizione o dell’organizzazione criminale che ha curato il trasferimento, o di quella di destinazione per poter liberarsi del debito, spesso con sacrificio della propria persona: con il proprio corpo o attraverso l’attività di prostituzione o in altre forme illegali.

Come si vede, quella che potrebbe apparire una mera operazione d’illegale trasferimento, può presentare dei connotati di violenza e sfruttamento della persona che consentono di ricondurre il caso concreto alla fattispecie della tratta.

Un’utile ausilio interpretativo nella delimitazione dei due fenomeni criminali in analisi può venire dalle fonti internazionali.

Nell’impossibilità di analizzare in questa sede la lunga evoluzione normativa internazionale ed europea in materia di traffico di esseri umani, risulta fondamentale ai fini del presente lavoro, soffermarsi su alcune tappe decisive5.




    1. La Convenzione ONU contro la criminalità organizzata transnazionale.

Un importante contributo definitorio, nell’ottica di una visione integrata del fenomeno, è stato apportato, senza dubbio, dalla Convenzione delle Nazioni Unite contro la criminalità organizzata transnazionale, adottata a Palermo nel dicembre del 2000, e dai Protocolli addizionali “sulla prevenzione, soppressione e persecuzione del traffico di esseri umani, in particolar modo donne e bambini” e “contro il traffico di migranti per terra, aria e mare”.

Con tale Convenzione e con i due annessi Protocolli, è giunto a conclusione un percorso normativo lento ma inarrestabile, che ha portato all’affermazione, all’interno dell’unitario fenomeno del traffico internazionale di persone, delle due fattispecie del favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e della tratta di persone.

La Convenzione ed i suoi Protocolli, infatti, si caratterizzano per la esistenza di una chiara distinzione tra trafficking e smuggling, come premessa per una corretta analisi del fenomeno.

Il “Protocol to prevent, suppress and punish trafficking in persons, especially women and children, supplementing the United Nations Convention against transnational organized crime”, riguarda, in particolare, il fenomeno della tratta.

L’obiettivo che ci si prefigge è quello di garantire la protezione degli esseri umani che subiscono coattivamente, ossia con violenza, minaccia o frode, un trasferimento presso territori diversi da quello di provenienza, finalizzato al loro successivo sfruttamento.

In un’ottica di armonizzazione si è avvertita, innanzitutto, la necessità di definire in concreto le attività nelle quali consiste lo sfruttamento delle persone umane. La definizione di tratta è contenuta all’art. 3, paragrafo a), in cui è precisato che per essa si intende “il reclutamento, il trasporto, il trasferimento, l’ospitare o l’accogliere persone, tramite l’impiego o la minaccia di impiego della forza o di altre forme di coercizione, di rapimento, frode, inganno, abuso di potere o di una posizione di vulnerabilità o tramite il dare o ricevere somme di danaro o vantaggi per ottenere il consenso di una persona che ha un autorità su un’altra, a scopo di sfruttamento”.

La nozione di sfruttamento, come si può notare, risulta assai ampia: essa “comprende, come minimo, lo sfruttamento della prostituzione altrui o altre forme di sfruttamento sessuale, il lavoro forzato, o prestazioni forzate, la schiavitù o pratiche analoghe, l’asservimento o il prelievo di organi”.

Lo sfruttamento, dunque, rappresenta l’obiettivo finale della tratta e ciò a prescindere dall’effettivo verificarsi di tale evento. Ne consegue che, sul piano dell’elemento soggettivo, accanto al dolo generico della singola condotta di reclutamento, trasferimento ecc., elemento essenziale per la valutazione di responsabilità dell’autore del reato sarà anche il dolo specifico, rappresentato dalla finalità di sfruttamento del migrante, finalità che non dovrà necessariamente essere integrata e realizzata.

In relazione all’elemento della coercizione, è evidente come esso caratterizzi tutte le forme di sfruttamento finale in cui si articola la tratta, in quanto è difficile immagine i risultati finali della relativa condotta (servizi sessuali forzati, schiavitù, ecc.) in assenza di elementi di coercizione. Inoltre, ai sensi dell’art. 3 del Protocollo, il consenso di una vittima della tratta di persone al proprio personale sfruttamento, quale precisato nella medesima norma, è irrilevante nei casi in cui sia stato adoperato qualsiasi mezzo in essa indicato e precisato (forme di coercizione, fisica o psichica, frode, inganno, abuso di potere, ecc.).

L’autonomo rilievo conferito a tale elemento è utile in quanto serve a differenziare, o almeno contribuisce a distinguere, le vere e proprie forme di tratta rispetto alla sottoposizione di una persona a condizioni di lavoro disagevoli ovvero pericolose. La irrilevanza, nel contesto dell’atto normativo, del consenso prestato, qualora sia utilizzata qualsiasi forma di coercizione fisica o psichica, rende inutile e fuorviante la distinzione tra vittime innocenti e vittime colpevoli.

Infine, è necessario sottolineare che, qualora vittima della tratta sia un minore di anni 18 (definito bambino nel linguaggio del Protocollo), il reclutamento, il trasporto, il trasferimento, l’ospitare o accogliere tale persona ai fini dello sfruttamento sono considerati tratta anche se non comportano l’utilizzo di nessuno dei mezzi di violenza fisica o psichica, quali indicati al comma primo dell’art. 3.

Tali disposizioni sono fondate sul principio di assoluta indisponibilità dei diritti in gioco tutelati dalle fattispecie criminose previste dal Protocollo, che ha indotto a ritenere irrilevante qualsiasi forma di apparente consenso prestato.

Quanto sia importante tale precisazione è assolutamente evidente in quei fenomeni di tratta che coinvolgono soprattutto donne e bambini, trattandosi spesso di persone appena adolescenti, il cui consenso viene il più delle volte carpito con inganno o altre forme fraudolente, ovvero estorto con violenza anche sui familiari6.

Il secondo dei Protocolli addizionali “against the smuggling of migrants by land, air and sea, supplementing the Unite Nations Convention against transnational organized crime”, ha ad oggetto il contrasto del traffico finalizzato all’immigrazione clandestina.

Il concetto di smuggling (traffico di migranti) si sostanzia nel procurare l’ingresso illegale in uno Stato Parte, di una persona che non ne abbia la nazionalità e che non ha titolo a risiedervi in via permanente, con lo scopo di ottenere da ciò, direttamente o indirettamente, vantaggi finanziari o materiali.

Ciò che risulta importante evidenziare, a questo punto, è la seguente circostanza.

L’elemento del movimento è comune ad entrambi i Protocolli. Il fattore che vale a differenziare le condotte considerate punibili è dato dallo scopo: questo, nel traffico di migranti, è dato dall’attraversamento illegale delle frontiere, mentre lo scopo della tratta è lo sfruttamento finale della persona “trafficata”. Pertanto, la criminalizzazione del traffico dei migranti mira soprattutto ad accordare protezione agli Statti contro la migrazione irregolare, mentre la tratta interessa in prima persona la vittima di fenomeni di sfruttamento o di abuso.

Lo scopo finale può essere considerato l’elemento cruciale della distinzione e della definizione ed è solo quando tale elemento è presente in concreto che gli altri elementi, del movimento e della coercizione, diventano rilevanti. Senza questo risultato finale, nonostante possano verificarsi violazioni di diritti umani o della normativa nazionale o internazionale, le relative condotte non possono essere catalogate come tratta né si può ritenere applicabile il protocollo.

Purtroppo, quella che in teoria appare una distinzione agevole, diventa più problematica da cogliere nella prassi: non è semplice accertare se una persona sia vittima di un tratta o solo clandestina.

Spesso, nelle fasi del movimento e del trasporto, lo scopo ultimo non è chiaro ed evidente e non poche volte accade che alcune persone entrano in un dato paese legalmente per poi essere trafficate in una fase successiva. Solamente a destinazione la persona potrà essere oggetto di condotte di sfruttamento che rendono evidente il verificarsi della tratta.


    1. La Direttiva 36/2011/UE.

Data la generale e costante preoccupazione verso il fenomeno della reificazione delle persone, e in particolare dei minori e delle donne, era inevitabile che il quadro normativo di riferimento non coinvolgesse anche il diritto del Consiglio d’Europa e, in ambito regionale, il diritto dell’Unione Europea.

L’evoluzione in materia è stata nel senso di soddisfare l’esigenza di evitare vuoti di tutela e, contemporaneamente, garantire un adeguato livello di armonizzazione delle scelte incriminatrici dei singoli Stati.

Nell’ambito della cosiddetta “Grande Europa”, la definizione di “traffico di esseri umani”, contenuta nell’art. 3 del Protocollo addizionale alla Convenzione di Palermo, è stata ripresa dall’art. 4 della Convenzione del Consiglio d’Europa sulla lotta contro il traffico di esseri umani, adottata il 3 maggio 2005, aperta il successivo 16 maggio, in occasione del Vertice dei Capi di Stati e di Governo svoltosi a Varsavia, alla firma degli Stati membri, nonché degli Stati che hanno partecipato alla sua elaborazione e della Comunità europea.

La nozione di traffico contenuta nell’art. 4 della Convenzione è fondata su tre elementi costitutivi quali: la condotta di “reclutamento, trasporto, trasferimento, ospitalità ovvero accoglienza di persone”; i mezzi dell’azione, descritti come “impiego o minaccia di impiego della forza o di altre forme di coercizione, di rapimento, frode, inganno, abuso di potere o di una posizione di vulnerabilità, ovvero il dare o ricevere somme di denaro o vantaggi per ottenere il consenso di una persona che ha un’autorità su un’altra”; infine, lo scopo di sfruttamento, che comprende, come minimo, “lo sfruttamento della prostituzione altrui o altre forme di sfruttamento sessuale, il lavoro forzato o prestazioni forzate, schiavitù o pratiche analoghe alla schiavitù o pratiche analoghe alla schiavitù, l’asservimento o il prelievo di organi”.

Tali elementi devono concorrere perché vi sia traffico di esseri umani, con l’eccezione riguardante i soggetti minori di anni 18, rispetto ai quali sono irrilevanti i mezzi adoperati, sempre che la condotta di reclutamento, trasporto, accoglienza, ecc. sia sorretta dal fine dello sfruttamento finale.

Anche nel contesto della “Piccola Europa” sono state numerose le prese di posizione nei confronti del turpe fenomeno della tratta di esseri umani.

Una tappa fondamentale è stata l’adozione, da parte del Consiglio, della Decisione Quadro sulla Lotta alla tratta degli esseri umani, cui ha fatto seguito la Decisione Quadro del Consiglio del 28 novembre 2002, relativa al rafforzamento della tutela penale per la repressione del favoreggiamento dell’ingresso, del transito e del soggiorno illegali.

Si tratta, in particolare, di atti normativi con cui sono state adottate una serie di misure volte a combattere l’attività di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, tanto correlata all’attraversamento illegale delle frontiere in senso stretto, quanto perpetrata allo scopo di alimentare le reti di sfruttamento di esseri umani.

Le definizioni relative a questi fenomeni comprendono in larga misura i medesimi elementi dello strumento multilaterale della Convenzione Onu sopra esaminata. Infatti, come in quest’ultima, anche nei citati atti normativi, l’Unione Europea distingue tra tratta di esseri umani (trafficking) e traffico di migranti (smuggling), prevedendo l’obbligo della incriminazione delle condotte di agevolazione dell’ingresso illegale di migranti in uno Stato.

Si rinvengono, tuttavia, alcune differenze tra l’atto normativo del Consiglio UE e la Convenzione ONU del 2000: la Decisione quadro sulla tratta degli esseri umani non contiene, ad esempio, tutti gli elementi strutturali contenuti nella definizione di tratta adottata dalle Nazioni Unite. Essa, infatti, non è applicabile alla tratta avente come scopo l’espianto di organi; alcune parti della definizione della condotta, all’interno della Decisione quadro, sono più precise, riflettendo il carattere di questo strumento legislativo, caratterizzato dalla obbligatorietà per tutti gli Stati membri dell’Unione europea di recepirne i contenuti, adattando la loro legislazione nazionale, al fine di adeguarsi agli obblighi imposti a livello europeo per ragioni di armonizzazione. Come esempio di tale maggiore precisione, si consideri che l’art. 1, par. 1, della Decisione quadro sulla lotta alla tratta degli esseri umani, afferma la sussistenza del requisito dell’abuso di potere o di una posizione di vulnerabilità quando la persona offesa non ha altra scelta effettiva ed accettabile se non cedere all’abuso di cui è vittima.

Altra differenza è che i Protocolli delle Nazioni Unite considerano i fenomeni della tratta degli esseri umani e del traffico di migranti in modo onnicomprensivo: essi affrontano sia gli aspetti definitori e di incriminazione, sia gli aspetti connessi alla protezione delle vittime, così come le misure di controllo alla frontiera e le esigenze di sicurezza dei documenti. Gli strumenti adottati in ambito europeo, invece, sono atti normativi dell’UE nelle aree del diritto e della procedura penale.

Le lacune presenti nella Decisione, nonchè la persistenza di forme di sfruttamento degli individui, evidenziate da varie Organizzazioni Internazionali, hanno portato le istituzioni europee ad intervenire nuovamente al fine di realizzare una più rigorosa prevenzione e repressione della tratta di esseri umani, assicurando al contempo una più efficace protezione dei diritti delle vittime. Il risultato degli sforzi è stata la Direttiva 2011/36/UE.

Da notare, incidentalmente, che si tratta della prima direttiva penale dell’Unione Europea, adottata sulla base del nuovo contesto normativo definito dal Trattato di Lisbona (e in particolare sulla base dell’art. 83, par. 1, TFUE). 

Essa va a sostituire la Decisione quadro 2002/629, sopracitata, ampliando il raggio d’azione dell’Unione con riguardo a forme di sfruttamento non espressamente previste in precedenza, allineando così l’ordinamento europeo agli standard internazionali del Protocollo allegato alla Convenzione delle Nazioni Unite contro la criminalità organizzata transnazionale del 2000.

Tra le principali novità introdotte dalla Direttiva (il cui termine di attuazione scadeva il 6 aprile 2013) si segnala, innanzitutto, l’adozione di un approccio globale, non più circoscritto alla repressione e prevenzione della tratta, ambito operativo privilegiato della criminalità organizzata, ma teso a ricomprendere anche una maggiore protezione dei diritti delle vittime, come richiesto dalla Convenzione del Consiglio d’Europa del 16 maggio 2005.

In particolare, il considerando n. 7 della Direttiva fa espresso riferimento ad un approccio globale, integrato e incentrato sui diritti umani, alla lotta contro la tratta di esseri umani. A tal fine e nell’attuazione della Direttiva stessa, è necessario tener conto della Direttiva 2004/81/CE del Consiglio, del 29 aprile 2004, riguardante il titolo di soggiorno da rilasciare ai cittadini di paesi terzi vittime della tratta di esseri umani o coinvolti in un’azione di favoreggiamento dell’immigrazione illegale che cooperino con le autorità competenti, e della Direttiva 2009/52/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 18 giugno 2009, che introduce norme minime relative a sanzioni e a provvedimenti nei confronti di datori di lavoro che impiegano cittadini di paesi terzi il cui soggiorno è irregolare.

L’approccio integrato è esplicitato anche negli obiettivi della Direttiva: una più rigorosa prevenzione e repressione e la protezione dei diritti delle vittime, oltre all’adozione di una comprensione contestuale delle varie forme della tratta, in modo da garantire che ogni forma sia combattuta con le misure più efficaci.

La filosofia di fondo della Direttiva è perfettamente in linea con la dimensione “di frontiera” del tema affrontato. Se le questioni problematiche relative al traffico di persone coinvolgono diverse discipline, allora una razionale risposta normativa deve muoversi obbligatoriamente su diversi fronti7.

Venendo ad esaminare i contenuti della Direttiva, risulta interessante il riconoscimento, in essa contenuto, della specificità di genere del fenomeno: in base al considerando n. 3, infatti, “la tratta degli uomini e quella delle donne hanno spesso fini diversi. Per questo motivo, anche le misure di assistenza e sostegno dovrebbero integrare una specificità di genere laddove opportuno. I fattori che spingono le persone a lasciare il proprio paese d’origine (fattori “push”) e quelli che le attraggono nei paesi di destinazione (fattori “pull”) possono divergere in base ai settori interessati, ad esempio l’industria del sesso o lo sfruttamento del lavoro nel settore edile, agricolo o della servitù domestica”.

Ciò che è stato da subito segnalato come un importante passo in avanti, è sicuramente l’adozione di una definizione della nozione di tratta più ampia rispetto alla Decisione quadro del 2002. Secondo quanto disposto nell’art. 2, paragrafo 1, della Direttiva, essa comprende “il reclutamento, il trasporto, il trasferimento, l’alloggio o l’accoglienza di persone, compreso il passaggio o il trasferimento dell’autorità su queste persone, con la minaccia dell’uso o con l’uso stesso della forza o di altre forme di coercizione, con il rapimento, la frode, l’inganno, l’abuso di potere o della posizione di vulnerabilità o con l’offerta o l’accettazione di somme di denaro o di vantaggi per ottenere il consenso di una persona che ha autorità su un’altra, a fini di sfruttamento”. In relazione a quest’ultimo concetto, la Direttiva specifica che esso “comprende, come minimo, lo sfruttamento della prostituzione altrui o altre forme di sfruttamento sessuale, il lavoro o i servizi forzati, compreso l’accattonaggio, la schiavitù o pratiche simili alla schiavitù, la servitù, lo sfruttamento di attività illecite o il prelievo di organi”.

In base alla Direttiva, dunque, sono compresi nella finalità di sfruttamento, che accomuna le diverse modalità della condotta delineate all’art. 2, par. 1, anche l’accattonaggio e il prelievo di organi, non previsti nella Decisione quadro del 2002. Da notare che tali situazioni sono considerate espressamente, invece, dalla l. 228/2003, la quale, riformulando gli artt. 600 e 601 c.p. ha inserito nel testo delle disposizioni citate il riferimento alla costrizione all’accattonaggio, mentre il fine di sottoporre un soggetto al prelievo di organi costituisce un’aggravante dei reati ivi previsti. Inoltre, con Legge 15 luglio 2009 n. 94 è stato inserito nel codice penale l’art. 600 octies, il quale stabilisce che “salvo che il fatto costituisca più grave reato, chiunque si avvale per mendicare di una persona minore degli anni quattordici, o comunque, non imputabile, ovvero permette che tale persona, ove sottoposta alla sua autorità o affidata alla sua custodia e vigilanza, mendichi, o che altri se ne avvalga per mendicare è punito con la reclusione fino a tre anni”.

La Direttiva contiene anche il riferimento allo sfruttamento di attività illecite, formula ampia che consente di includere lo sfruttamento di una persona affinché commetta, tra l’altro, atti di borseggio, taccheggio, traffico di stupefacenti e ogni altra attività analoga che sia oggetto di sanzioni e che implichi un profitto economico.

La definizione contempla, come già accennato, anche la tratta di esseri umani perpetrata ai fini del prelievo di organi, pratica che costituisce una grave violazione della dignità umana e dell’integrità fisica, nonché, ad esempio, altri comportamenti quali l’adozione illegale o il matrimonio forzato nella misura in cui soddisfano gli elementi costitutivi della tratta di esseri umani (come precisato nel considerando n. 11 della Direttiva).

La particolare attenzione per le vittime del traffico di persone risalta da diverse disposizioni. In base al considerando n. 12, “quando il reato è commesso in determinate circostanze, per esempio se la vittima è particolarmente vulnerabile, la pena dovrebbe essere più severa. … fra le persone vulnerabili dovrebbero essere compresi almeno i minori. Altri elementi che si potrebbero prendere in considerazione nel valutare la vulnerabilità della vittima comprendono, ad esempio, il sesso, la gravidanza, lo stato di salute e la disabilità”.

La definizione di vulnerabilità è contenuta nell’art. 2, paragrafo 2, a mente del quale tale posizione integra “una situazione in cui la persona in questione non ha altra scelta effettiva ed accettabile se non cedere all’abuso di cui è vittima”.

Come si vedrà, il d.lgs. 24/2014 contiene un espresso riferimento a tale situazione di fatto.

Sempre in un’ottica di protezione dei soggetti reificati, la Direttiva precisa che “è opportuno tutelare le vittime della tratta di esseri umani, conformemente ai principi fondamentali degli ordinamenti giuridici degli Stati membri interessati, dall’azione penale e dalle sanzioni per le attività criminali, quali l’uso di documenti falsi o la commissione di reati previsti dalla legislazione sulla prostituzione o l’immigrazione, che siano state costrette a compiere come conseguenza diretta dell’essere oggetto della tratta. Tale protezione mira a salvaguardare i diritti umani delle vittime, a prevenire un’ulteriore vittimizzazione e ad incoraggiarle a testimoniare nei procedimenti penali contro gli autori dei reati. Tale protezione non dovrebbe escludere azioni giudiziarie o sanzioni penali per i reati commessi intenzionalmente o nei quali si ravvisa una partecipazione intenzionale”.

In base all’art. 2, paragrafo 4, poi, “il consenso della vittima della tratta di esseri umani allo sfruttamento, programmato o effettivo, è irrilevante in presenza di uno dei mezzi” coercitivi indicati in precedenza.

Il maggiore sforzo di tutela è rivolto ai minori: sulla base della considerazione che essi “costituiscono una categoria più vulnerabile rispetto agli adulti e corrono quindi maggiori rischi di divenire vittime della tratta di esseri umani, è necessario che la presente direttiva sia applicata tenendo conto dell’interesse superiore del minore conformemente alla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea e alla Convenzione ONU del 1989 sui diritti del fanciullo”. Risulta logico, allora, prevedere che quando la condotta di reato sopra definita coinvolga minori, essa sia punita come tratta di esseri umani anche in assenza di uno dei mezzi di coercizione indicati all'art. 2, paragrafo 1.

La Direttiva contempla poi l’inasprimento del trattamento sanzionatorio, attraverso la previsione della reclusione della durata massima di almeno 5 anni per le ipotesi base (la l. 228/2003, in effetti, ha superato tale soglia, prevedendo, per i reati di cui agli artt. 600, 601 e 602 c.p., la reclusione da otto a venti anni), laddove la Decisione quadro si limitava a richiedere l’adozione di sanzioni penali efficaci, proporzionate e dissuasive. Le ipotesi aggravate, invece, devono essere punibili con la reclusione della durata massima di almeno 10 anni, anziché otto anni come richiesto dalla Decisione quadro (anche stavolta il trattamento sanzionatorio previsto dalla l. 228/2003 è più severo, essendo previsto l’utilizzo di circostanze aggravanti ad effetto speciale). Tra le situazioni meritevoli di un più rigoroso trattamento sanzionatorio la direttiva inserisce il caso in cui il fatto sia stato commesso da pubblici ufficiali nell’esercizio delle loro funzioni (ipotesi assente nella decisione quadro e inserita tra le circostanze aggravanti speciali degli artt. 600, 601 e 602 del codice penale dalla Legge 1 ottobre 2012 n. 172, di attuazione della Convenzione di Lanzarote).

Si devono segnalare, inoltre, l’introduzione della possibilità di far ricorso al sequestro e alla confisca degli strumenti e dei proventi della tratta e dei reati a essa connessi (in senso analogo a quanto disposto dall’art. 600 septies c.p., che prevede anche la confisca per equivalente) e la previsione della responsabilità delle persone giuridiche in caso di fatti commessi a loro vantaggio8.

Infine, è opportuna la seguente considerazione. Tutte le nuove forme di sfruttamento dell’individuo vengono in rilievo nel contesto di un’ampia e articolata attività di tipo imprenditoriale, diretta a soddisfare esigenze (biasimevoli) di vario tipo e gli scopi di lucro degli autori dei reati. Per arginare questi fenomeni, allora, non basta perseguire e criminalizzare l’offerta di tali “beni”: fintanto che ci sarà una domanda, ci sarà qualcuno disposto ad approfittare di altri individui per ricavarne profitti di vario genere. E’ necessario, dunque, dissuadere anche coloro che si collocano dal lato della domanda.

In proposito, il considerando n. 25 della Direttiva afferma che «gli Stati membri dovrebbero stabilire e/o rafforzare le politiche di prevenzione della tratta di esseri umani, prevedendo anche misure che scoraggino e riducano la domanda, fonte di tutte le forme di sfruttamento».

Da questo punto di vista, risultano perfettamente in linea con le indicazioni provenienti dall’UE tutte quelle fattispecie delittuose presenti nell’ordinamento italiano che prevedono l’incriminazione di condotte prodromiche o successive allo sfruttamento degli individui. E ciò anche se tali ipotesi di reato anticipino la soglia della punibilità o non risultino in concreto lesive dei beni giuridici tutelati dalle corrispondenti norme. Pur ammettendo la possibilità di derogare eccezionalmente al principio di offensività, al fine di ottenere una più ampia strategia di lotta ai fenomeni di sfruttamento, non si potranno giustificare, tuttavia, sanzioni da “diritto penale del nemico”.




  1. Condividi con i tuoi amici:
  1   2   3   4   5


©astratto.info 2019
invia messaggio

    Pagina principale