Commento all’ecloga IV di virgilio elaborato dalla classe III d del li-ceo dettori – cagliari



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COMMENTO ALL’ECLOGA IV DI VIRGILIO ELABORATO DALLA CLASSE III D DEL LICEO DETTORI – CAGLIARI
silvae sint consule dignae...


v. 1: Sicelides Musae: Troviamo qui un aspetto caratteristico, l’invocazione alle Muse, perché assistano il poeta nel comporre. Essa si rende necessaria, perché egli si propone di elevare il tono del suo canto, dato che, come afferma nel v.

successivo, non tutti apprezzano una poesia che programmaticamente sia di tono minore e si occupi di aspetti considerati umili, come la vita della campagna e dei pastori. Sicelides è termine più ricercato di Sicilienses o Siculae, proprio a rimarcare la ricerca di un tono più elevato di quello utilizzato negli altri carmi bucolici. Grazie a tale invocazione Virgilio allude al suo modello, Teocrito, l’iniziatore secondo gli antichi del genere bucolico, poeta che era per l’appunto originario di Siracusa. “Il verso si apre con l’invocazione alle Muse, caratteristica tipica dei poemi omerici, sottolineata anche dalla presenza del verbo cano. A differenza dei tempi Omerici, però, il poeta si unisce al canto delle Muse, la persona del verbo è, infatti, plurale” (Elisa Tronci). paulo maiora canamus: “l’intento di cantare un argomento più impegnativo è affermato dal poeta ‘dall’interno’, senza abbandonare i confini del genere prescelto. La poesia bucolica d’altra parte, proprio per le sue caratteristiche, ben si adattava alla profezia di un’‘età dell’oro’ che ha in fondo caratteri non dissimili da quelli convenzionali della vita dei pastori idealizzati” (cfr. A. Roncoroni, La biblioteca dei classici, Signorelli, vol. I, p. 420). “Il verbo cano alla prima persona plurale di un congiuntivo esortativo si trova in posizione di rilievo alla fine del verso per sottolineare la collaborazione tra il poeta e le Muse e il lavoro che egli sta apprestandosi a compiere, ossia la composizione, messa anche in evidenza dal poliptoto canamus/ canimus” (v.3). Questo perché nei secoli l’uomo prende sempre maggiore consapevolezza della propria capacità di fare arte e del suo ruolo attivo nella creazione del componimento. I due punti a fine verso introducono la scelta poetica attuata in questa Ecloga.” (Francesca Musanti , Marta Sanna e Elisa Tronci). paulo: si tratta di un avv. di quantità nella forma ablativale che si usa normalmente dinanzi a comparativi, intensivi o comunque espressioni che indicano confronto (come ad es. il verbo malle).



v. 2: arbusta...myricae: “cioè le piante comuni, tipiche della vegetazione mediterranea. In particolare le myricae mantengono nella tradizione il ruolo attribuito loro dalla metafora virgiliana, continuando a significare una poesia volutamente disimpegnata, dimessa nell’argomentazione e di tono minore, come nella raccolta del Pascoli che a esse è intitolata” (cfr. A. Roncoroni cit.). In questo verso Virgilio ripercorre brevemente i temi ed i toni delle Bucoliche precedenti, mettendosi in contrapposizione con essi. La negazione non in posizione di rilievo indica, infatti, lo stacco che Virgilio intende dare alla sua IV Ecloga, allontanandosi dalle humiles myricae. Proprio le myricae, infatti, concludono il verso, racchiudendo in sé le caratteristiche di piante diffuse, comuni e poco pregiate, evidenziate anche dall’aggettivo umile, lett. basse, ma in senso traslato anche umili (Cfr. Roncoroni). A questa mancanza di ricercatezza Virgilio contrappone un tono più aulico, il paulo maiora evidenziato nel primo verso, quasi abbracciato dal canto delle Muse. Contrappone quella ricercatezza già evidenziata nell’aggettivo Sicelides. Del resto la poesia bucolica, per le sue caratteristiche, si prestava a diventare genere prescelto dell’età dell’oro. Era necessario quindi innalzare il registro e abbandonare i toni troppo umili (Cfr. Roncoroni; Tronci). iuvant: il verbo in latino si costruisce con il dat. della persona a cui una cosa piace, mentre in italiano la persona si esprime con il compl. di termine. humilesque: “lett. <>, come sono le tamerici, ma anche, continuando la metafora <> (da humus, <>)” (cfr. A. Roncoroni, cit.). “Da notare la litote non omnes che sottolinea la necessità di elevare il tono del canto, in quanto appunto non a tutti sono gradite composizioni disimpegnate” (Enrico Piga-Ugo Ruggiero).

v. 3: Tutto il verso è caratterizzato dall’allitterazione della “s” che richiama la tranquillità e la pace che la natura è in grado di dare e anche i suoni che produce. Sul piano grammaticale notiamo il periodo ipotetico della realtà (si + pres. ind. e apodosi al cong. esortativo) che esprime la determinazione del poeta a realizzare ciò che preannunciava al v. 1.”

( Musanti e Sanna). Il verso si caratterizza per il poliptoto silvas-silvae, termini in posizione speculare rispetto alla cesura che separa la protasi dall’apodosi. Nella prima appare come premessa l’argomento del canto, ovvero le silvae, e un’implicita lode alla poesia data dal poliptoto canimus”(V.3)



e canamus (V.1). Nella seconda invece emerge dalla messa in rilievo dell’aggettivo dignae la scelta di una mediazione tra il genere bucolico e il registro elevato. (Giulia Cara, Alessandra Rossi, Mara Portoghese). Metaforicamente le selve devono essere degne del console, termine abbracciato dal congiuntivo esortativo sint e dal nome del predicato dignae. (Portoghese). silvas, silvae: Il poliptoto serve a sottolineare l’immagine delle selve, evidenziando il passaggio dalla poesia di umile livello, identificata negli arbusta e nelle myricae (v. 2), a quella di alto livello, identificata dalle stesse selve (Andrea Durante e Jacopo Moret). consule: “il dedicatario dell’Ecloga, Asinio Pollione, personalità politica di spicco nella fase di passaggio dalla repubblica al principato, ricoprì il consolato nel 40 a.C., che è quindi la data presunta di composizione dell’Ecloga.” (Roncoroni, cit.).

v. 4: Cymaei: “di Cuma era la Sibilla, profetessa di Apollo, alla quale era legata una grande tradizione divinatoria, che ebbe una presenza importante nella storia della religione romana. Sul legame tra la Sibilla e il destino della nazione romana Virgilio tornerà in maniera più consistente e matura nell’Eneide; alla profetessa in persona tocca il compito di far da guida a Enea nel viaggio all’Ade che permetterà all’eroe, nel libro VI, di presagire la grandezza futura della sua stirpe e al poeta di connettere il tema mitico del suo epos con la celebrazione del destino fatale di Roma nella sua storia ”(ibidem). carminis: “carmen indica ogni forma di composizione ritmica espressa con la parola cantata, non solo la <
> propriamente detta, ma anche i versi divinatori e le formule magiche” (ibidem). Ai due estremi del verso, in posizione di rilievo e in forte iperbato, si trovano i termini concordati Ultima... aetas che sottolineano il periodo temporale a cui si è giunti, importante perché menzionato dall’oracolo cumano come il conclusivo di un ciclo di secoli, che si accingeva a riprendere; il concetto è ulteriormente rafforzato dal rilievo che viene dato con il secondo iperbato Cymaei... carminis all’oracolo cumano sottolineandone la solennità. L’anafora di iam ai versi 6 e 7 serve a dare l’idea di continuità, fluidità e velocità dello scorrere del tempo e del repentino ritorno dell’età dell’oro e la ripresa del ciclo senza fine delle ere. I verbi dei versi 4-5-6-7 al presente indicativo indicano che tutto accade nel presente dell’autore e del dedicatario.” (Musanti e Sanna). Al v. 4 l’iperbato ultima...aetas rimarca la differenza fra il periodo buio dell’età del ferro e quello della pacifica età dell’oro (Piga e Ruggiero).

v. 5: saeclorum...ordo: “saeculum (di cui saeclorum è genitivo plurale sincopato per ragioni metriche) significa genericamente <>, <> (non necessariamente di cento anni) e quindi in senso lato <>. La profezia della Sibilla annuncia l’arrivo di ‘tempi nuovi’. Non sappiamo se citando la Sibilla Virgilio intendesse far preciso riferimento a un’effettiva profezia da lui conosciuta, contenuta nei libri sibillini, oppure se fosse la fantasia del poeta a creare l’oracolo. E’ possibile che circolassero pubblicamente alcuni vaticinii tratti dai libri sibillini, ma la periodizzazione proposta da Virgilio è tutta poetica, e risale piuttosto a esempi letterari, come il celebre e già citato ‘mito delle età’ contenuto nelle Opere e i Giorni di Esiodo (vv. 636 ss.) e a suggestioni filosofiche, come la rigenerazione del mondo, che troverà spazio nell’Eneide (VI 724-751) per spiegare il destino delle anime dopo la morte. Proprio questa teoria sembra essere evocata dalla menzione del magnus... saeclorum...ordo, che ne è la ripresa terminologica specifica. Il fondamento filosofico resta però un accenno isolato, un’allusione: il parallelo tra la crescita del puer e la trasformazione del rapporto tra l’uomo e il mondo è svolto tutto sul terreno del mito, come un progressivo ritorno al ‘regno di Saturno’ primigenio e all’‘età dell’oro’ ” (Roncoroni, cit.). Ne Le Opere e i Giorni di Esiodo, il poeta aveva affermato che la vicenda umana si scandisce in quattro età: dell’Oro, dell’Argento, del Bronzo e del Ferro. La prima vede un idilliaco rapporto tra la natura e l’uomo privo di ogni desiderio e di ogni fatica; la Natura infatti, in un’ eterna primavera, produce spontaneamente i frutti e gli animali offrono la lana già pronta. L’uomo, immortale, vive lontano da ogni sofferenza e la giustizia regna sovrana. L’età dell’Argento vede un periodo di pace e felicità per l’uomo fino ai cento anni di vita, periodo in cui rimangono bambini. Subito dopo diventano violenti e non rispettano più gli dei, quindi Zeus li sprofonda nelle viscere della terra. Nell’età del Bronzo gli uomini sono guerrieri crudeli, avidi di lotte e di sangue tanto che finiscono con lo sterminarsi tra di loro. Infine, l’età del Ferro o degli Eroi, creata da Zeus e predestinata a tramontare nelle guerre di Tebe e Troia, è caratterizzata da fatiche e miserie e dal disprezzo di ogni legge umana e divina. (cfr. I. Biondi, Storia e antologia della letteratura greca, vol. I pag. 269; Cara, Rossi, Portoghese).

v. 6: Virgo: “in questa Virgo i commentatori vedono la vergine Astrea, dea della giustizia (cfr. Ovidio, Metamorfosi I 149-150: virgo caede madentes ultima caelestum terras Astrea reliquit, <>). Naturalmente la menzione di una Virgo con questo rilievo non ha mancato di gratificare gli interpreti medievali che hanno letto in questa Ecloga la profezia della venuta del Cristo ” (Roncoroni, cit.). Saturnia regna: “il <> (consueto plurale generalizzante per ragioni metriche) è la trasfigurazione mitica del ritorno allo stato di natura, precivilizzato, alla primigenia felicità della comunione spontanea tra uomo e ambiente, motivo ispiratorio dell’ Ecloga.” (ibidem). Su Crono-Saturno cfr. Approfondimento. Tutto il verso 7 è caratterizzato dall’allitterazione della “r” che sottolinea insieme al poliptoto di redit- redeunt il concetto del ritorno e della ciclicità, della rotazione. (Musanti e Sanna).

v. 7: nova progenies: “una generazione nuova e diversa. Dall’immaginazione mitica del poeta non è retorico intuire i sogni e le speranze che gli uomini dell’età di Virgilio, che avevano visto con i propri occhi gli orrori delle guerre civili, riponevano nella generazione nascente, che avrebbe trovato e diffuso nel mondo la pace. Il puer la cui nascita si annuncia già al verso seguente (nascenti puero) non è solo il simbolo dei tempi nuovi, ma anche un vero bambino, che venendo alla luce di per sé porta un messaggio di rinnovamento e di speranza” (Roncoroni, cit.). L’identificazione del puer è uno dei problemi più dibattuti dalla critica virgiliana antica e moderna. Partendo dall’unico dato storico contenuto nell’ecloga, il consolato di Asinio Pollione del 40 a.C., molti hanno indicato nel bambino un figlio dello stesso Pollione, oppure un figlio atteso da Ottaviano, o ancora il frutto che si sperava nascesse dal matrimonio di Antonio con Ottavia, sorella di Ottaviano. Altri hanno voluto vedere nel puer lo stesso Ottaviano; altri ancora, non un bambino storicamente determinato, ma semplicemente il simbolo della generazione aurea di cui si attende l’arrivo. (Gianmarco Mura, Marco Cappai, cfr. G. Garbarino, Opera, vol. II. p. 39, edizione Paravia). Su questo problema cfr. Approfondimento. caelo demittitur alto: “anche quest’ espressione figurata ben si adatta a un’interpretazione precristiana” (Roncoroni, cit.).

vv. 8-10: Questi vv. sono caratterizzati da una serie di iperbati e termini in posizione di rilievo che sottolineano la richiesta della protezione della dea Lucina per il bambino nascituro e la sua conseguente sacralizzazione. In posizione di rilievo al v. 8 troviamo il pronome tu caratterizzato da un forte iperbato con il vocativo Lucina messo in posizione di rilievo prima della forte cesura e dall’ulteriore iperbato con l’aggettivo casta ad inizio del v. 10. Tra i vv. 8 e 9 vi è l’enjambement che sottolinea il passaggio tra l’età del ferro e quella dell’oro, quest’ultima solennemente enfatizzata dalla presenza del sostantivo gens sottointeso invece per ferrea. Inoltre al v. 9 troviamo il forte iperbato toto...mundo che abbraccia il sintagma gens aurea, rimarcando il fatto che quest’era sorgerà in tutto il mondo grazie alla nascita di un puer. Quest’ultimo è posto al centro del v. 8 prima della cesura e in forte iperbato con l’imperativo fave. Infine il v. 10 è caratterizzato dalla presenza degli dei della luce Lucina e Apollo in posizione di forte rilievo.” (Cara, Rossi e Portoghese).

v. 8: quo: “ablativo con valore propriamente di tempo, come fosse <>, o <> (con nascente sottinteso che si desume dalla frase precedente) ” (Roncoroni, cit.).

vv. 9-10: La posizione di rilievo del verbo desinet e la posizione speculare dei termini ferrea e aurea rimarcano il ritorno alla primitiva età dell’oro. In più, l’iperbato di toto…mundo rappresenta l’universalità, potenzialmente emblema dell’età suddetta. (Viola Farci, Alessandra Manca Bitti ed Eleonora Melis ). tuus Apollo: “l’uso del possessivo, evidenziato anche dall’iperbato, sottolinea lo stretto rapporto tra Artemide e il fratello Apollo oltre che enfatizzare il parallelismo tra la divinità del giorno, Apollo,e quella della notte, Artemide.” (Piga-Ruggiero). Il possessivo tuus con la allitterazione e la figura etimologica (tu...tuus) e l’iperbato con il termine Apollo sottolinea il rapporto affettivo con Lucina, identificata con Diana, e il ruolo di Apollo nell’età aurea, che ha posto vari problemi interpretativi perché la visione di Virgilio immagina Apollo e Diana che presiedono alla nascita di un nuovo eroe si distacca dalle tradizioni precedenti esiodee e sibilline, nelle quali non era presente la figura di Apollo (Andrea Durante, Jacopo Moret e Alessandro Perra; cfr. Enciclopedia Virgiliana, s.v. “Apollo” e “Aurea”).



vv. 11-12: Teque...te: Il rilievo, l’anafora e la continua apostrofe serve a richiamare l’attenzione del destinatario e a sottolineare il concetto che tutto avverrà proprio sotto il suo consolato. (Musanti, Sanna e Tronci) decus hoc aevi: “astratto per il concreto: vale hoc decens aetas. Il concetto di decor racchiude in sé la bellezza e la giustizia (verbo decet impersonale)” (Roncoroni, cit.). inibit: “il verbo ineo, -is non compare prima di Virgilio in questo senso assoluto, come sinonimo di incipio, -is, se non al participio, in espressioni come ineunte anno” (ibidem). magni...menses : “Virgilio fa riferimento all’apparato dottrinale e filosofico sotteso alla teoria della ‘rigenerazione’. Magni menses debbono essere intesi come parti del magnus annus nel quale, secondo la dottrina stoica, si compie la purificazione e la rigenerazione del mondo. A questo complesso di teorie Virgilio tornerà a rifarsi nel libro VI dell’Eneide, descrivendo con le parole di Anchise nell’Ade l’itinerario di purificazione e reincarnazione delle anime.” (ibidem).

vv. 13-14: qua: è l’agg. indefinito qui o quis, quae, quod che, avendo valore ipotetico (cfr. Ghiselli, Il Libro di Latino, Laterza), si usa spesso congiunto con si, nisi, num ecc. sceleris ...nostri: “scelus è usato qui in senso ampio: è la <> dell’uomo” (cfr. A. Roncoroni, cit.). inrita: da in- e ratus, participio di reor, reris (= ‘credo, giudico,stimo’), quindi “non valido, reso inutile”. Forma più comune è irrita. formidine: “la ‘liberazione dalla paura’ era lo scopo che si proponevano le scuole filosofiche eudaimonistiche, in particolare l’epicureismo” (ibidem).

vv. 15-16: ille... illis: Notiamo qui: l’enjambement videbit/permixtos, i poliptoti ille…illis, deum...divis e videbit...videbitur. il chiasmo ille…videbit, videbitur illis. Queste figure retoriche evidenziano l’idilliaca comunione tra eroi e dei, eguagliati alla figura del puer (la posizione di rilievo del termine permixtos sottolinea il rapporto di parità tra dei ed eroi) (Cara, Michela Nateri, Francesca Pinna, Portoghese e Rossi). deum: è la forma del gen. pl. alternativa alla forma deorum ed è spesso preferita a quest’ultima in poesia. divisque...permixtos heroas: “dei ed eroi insieme. Il poeta, presentando l’‘età dell’oro’, come un mondo in cui gli dei camminano sulla terra accanto agli uomini allude sottilmente agli onori divini da tributare ai grandi uomini del suo tempo, Augusto in particolare, la cui divinizzazione, storicamente ancora lontana, era significativamente anticipata dalle parole del pastore Titiro nell’Ecloga I (v. 7)” (Roncoroni, cit.).

v. 17: patriis...virtutibus: Il pater a cui si allude potrebbe essere Antonio, poiché l’autore spera nell’unione tra lo stesso e Ottavia e la conseguente nascita del puer. La figura del padre è messa in risalto dai termini pacatum e orbem in forte iperbato e in posizione di rilievo che abbracciano le sue virtù e dall’allitterazione della “t” e della “r”. Il sintagma “patriis virtutibus” è messo in evidenza dall’allitterazione della dentale “t” e della liquida “r” e, specificamente, il sostantivo “patriis” si trova al centro del verso, a sua volta delimitato dall’iperbato “pacatum- orbem”. L’interpretazione dell’identità del pater è legata a quella del puer (vd. Approfondimento). (cfr. Epigrafia e territorio, politica e società: temi di antichità romana, Volume 4 di Marcella Chelotti e Mario Pani; Cara, Musanti, Portoghese, Rossi, Sanna e Tronci). “L’aggettivo patrius, riconducibile a pater, ha valore di “proprio del padre”, “paterno” e assume lo stesso significato in alcuni punti dell’Eneide (vedi libro I)” (Cfr. Enciclopedia Virgiliana Treccani, s.v. patrius; Valeria Aresu, Giulia Melis, Viola Onnis)

vv.18-20: nullo...cultu: La posizione di rilievo della congiunzione at, a inizio verso, segna la fine della parte introduttiva del carme e il passaggio all’inizio di quella narrativa. L’attenzione si sposta sulla prima fase di questa rinascita presente tanto nel bambino, quanto nella natura. Alla fine del verso, sempre in posizione di rilievo, troviamo cultu in iperbato con nullo che evidenzia l’evento eccezionale della terra che produce frutti senza essere coltivata. (Musanti, Sanna e Tronci). In questo riferimento all’età dell’oro, l’iperbato e l’allitterazione della vocale u ne sottolineano la caratterizzazione idilliaca ed esaltano il concetto espresso: la terra offrirà i suoi doni al puer in modo del tutto spontaneo, proprio come accadeva nell’età dell’oro (Cappai, Mura, Piga, Ruggiero). munuscula: è il diminutivo di munus, -eris (= dono).Vi è un secondo iperbato intrecciato al primo che evidenzia il fatto che siano i primi piccoli prodotti offerti dalla terra, le gemme dei fiori e le primizie sono anche un richiamo al primo stadio di vita del puer e dell’età dell’oro. (Musanti, Sanna e Tronci). baccare...colocasia...acanto: “piante odorose, variamente identificate: baccar con una forma di valeriana o di elicriso, colocasium con la incerta <> o <>, acanthus con l’elegante pianta omonima. Hanno in comune, insieme all’edera, la gradevolezza allo sguardo o all’olfatto” (Roncoroni, cit).


vv. 21-23: In questi vv. sono presenti alcune figure retoriche: gli iperbati ipsae...capellae, distenta… ubera, magnos… leones, blandos… flores e il poliptoto Ipsae...Ipsa, con la posizione in rilievo dei due termini. Il periodo così elaborato vuole rappresentare in modo edenico le caratteristiche dell’età dell’oro ed esprimere la comunione con ogni aspetto della natura. Se prima il poeta si riferiva all’aspetto floreale, ora è passato a quello faunistico: anche gli animali offrono i loro doni all’uomo e vivono in totale serenità gli uni con gli altri (Durante, Moret , Perra, Piga e Ruggiero). Fundent: riprende il fundet del v. 20: l’iterazione serve a dare simmetria alle immagini (Celeste Piantadosi).

vv. 24-25: Occidet: composto di cado. All’inizio del v. 24, in posizione di rilievo, troviamo il verbo occidet, in anafora al verso successivo, al quale è collegato con l’enjambement ; rilevante inoltre è la posizione chiastica dei termini occidet…serpens , fallax herba … occidet . In questo modo Virgilio evidenzia ancora una volta la fine di tutti i pericoli, conseguenza dell’avvento dell’età aurea; svaniranno gli aspetti negativi, come il serpente, che naturalmente è stato interpretato allegoricamente in contesto cristiano (Aresu, Farci, E. Melis, G. Melis, Manca Bitti, Onnis). Assyrium...

amomum: “l’amomum, pianta aromatica, è definito esornativamente Assyrium per illustrarne la provenienza orientale e la canonica raffinatezza” (Roncoroni, cit).

vv-26-27 : In posizione di rilievo notiamo l’espressione At simul , che sembra indicare il passaggio all’età del ferro, rafforzato dal chiasmo heroum laudes…facta parentis , che pone sullo stesso piano le imprese degli eroi con quelle del padre, esaltando il suo ruolo. Inoltre l’iperbato quae sit….virtus, con quest’ultimo termine in posizione di rilievo sottolinea la nuova virtù, prerogativa della nuova età dell’ oro (Durante, Farci, Manca Bitti, E. Melis, Moret, Perra).

vv. 28-30: Notiamo gli iperbati molli…arista al v.28, incultis…sentibus e Rubens…uva al v.29 in chiasmo tra di loro, la posizione di rilievo di uva (v. 29) contrapposto all’aggettivo incultis in posizione di rilievo nello stesso verso. In questi versi i sostantivi sono accompagnati da un attributo e tutti gli elementi descritti con le rispettive figure retoriche rimandano al modello del locus amoenus, evidenziano anche che l’avvento della nuova era e la nascita del puer sono ben graditi alla natura, che fa fiorire i campi, in particolare quelli non coltivati, come se fosse un miracolo. Notiamo la posizione simmetrica del soggetto e dell’oggetto al v. 30 che evidenzia gli effetti della seconda età, che gradualmente stravolge la precedente(Aresu, Farci, Manca Bitti, E. Melis, G. Melis, Onnis). molli...arista: è un abl. di causa retto da flavesco, -is. E’ stato notato che in questi versi il grano è prodotto non dai campi coltivati (arva), ma da una piana qualunque (campus), senza bisogno di coltivazione (cultus) (Roncoroni, cit). pendebit: il Roncoroni fa notare che il verbo è costruito alla maniera arcaica e cioè con l’ablativo, invece che con ab, ex o in e ablativo. “I due iperbati concatenati creano un efficace contrasto tra i due costrutti, enfatizzando la crescita del frutto in un ambiente incolto.” (Nateri, Pinna, Corona). Il verbo si trova al centro del verso e divide simmetricamente il chiasmo incultis…sentibus/ Rubens…

uva.” (Aresu, G. Melis, Onnis). sentibus: si tratta dei <>, che crescono solitamente nelle terre incolte e non producono frutti. Sudabunt: il verbo si costruisce normalmente con l’abl. di mezzo, mentre l’acc. è di uso poetico. Mella: il sost. mel , mellis viene usato quasi sempre al plurale (Roncoroni, cit).



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