Community work



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03.11.2019
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Groupwork

Le teorie dei gruppi nascono in America a metà degli anni Cinquanta, quando molti studiosi iniziarono ad ipotizzare che agire sul sistema gruppo poteva essere essenziale per lo sviluppo di una comunità civile e democratica.

Il gruppo è tale quando è costituito da due o più persone che si percepiscono in interazioni e in cui vige un senso di appartenenza, di identità e di rispetto per le relative diversità, ma che sono accomunate da uno scopo, da un problema, da una credenza o ideologia.

L’assistente sociale che lavora in un gruppo è di aiuto e stimolo per la costituzione dello stesso e per il progredire sia dell’insieme che di ciascun singolo membro. È necessario accettare le persone, ma non necessariamente tutti i loro comportamenti. L’operatore non deve intervenire per imporre uno standard di sviluppo al gruppo nel suo insieme, ma deve aiutarlo nel mantenere un equilibrio, favorendo l’espressione di possibili conflitti e placando le tensioni troppo dannose. Contemporaneamente aiuta l’individuo a sentirsi un’entità senza perdersi nella massa e a comprendere il suo personale modo di mettersi in relazione con gli altri.



Community work

In Italia il lavoro sociale di comunità iniziò a svilupparsi negli anni Cinquanta, in seguito ad una revisione del case-work e all’evolversi del group-work.

Il ruolo dell’assistente sociale era quello di aiutare la popolazione a risollevarsi dalla guerra, per la ricostruzione del Paese, ma anche per promuovere delle attività volte a informare e far conoscere i diritti e i doveri derivanti dall’essere cittadini di una repubblica. Lo scopo era, infatti, proprio quello di far sentire e diventare le persone dei cittadini attivi e attenti ai bisogni della propria comunità.

Successivamente tale ruolo si è esteso anche ad altri settori per aiutare le persone che vivono nella stessa zona o che sono accomunate da uno stesso problema a relazionarsi tra loro ed intraprendere azioni unanimi per raggiungere il benessere sia personale che collettivo.

Tale modello comprende, quindi, tutte quelle iniziative che sono rivolte ad una comunità anziché a singoli utenti o a gruppi ristretti, come ad esempio i progetti di animazione del tempo libero, l’avvio di tavoli di lavoro per una programmazione partecipata dei servizi, azioni per far crescere un dialogo attivo tra persone di culture diverse, ecc.

Modello Clinico

Questo modello di intervento trova i suoi fondamenti teorici nella psicologia analitica. Il processo di aiuto viene concettualizzato attraverso le fasi di studio-diagnosi-trattamento dell’individuo, tralasciando il sistema ambiente.

L’assistente sociale svolge un lavoro di insight delle personalità, ossia attua l’intervento sull’Io, cioè la parte conscia dell’individuo, la parte del pensiero, il contatto con la realtà, dell’agire, dell’organizzazione e dell’organizzarsi. Si concentra, infatti, soprattutto sui meccanismi di difesa dell’Io (quali la sublimazione, la negazione, la proiezione, l’introiezione, la rimozione, la formazione reattiva, l’annullamento, la regressione).



In questo modello il transfert e il controtransfert devono essere tenuti ben presenti dall’assistente sociale, la quale deve mantenere sempre la consapevolezza degli effetti che un caso può avere sui processi interni, pensieri, fantasie e mondi profondi, sia personali che dell’utente, considerando che non può essere mai estraneo ai fatti che deve osservare e comprendere. Nel senso che l’operatore riconosce nell’altro parti di sé e ne coglie la sofferenza emotiva, ma ne deve evitare la collusione, cioè quando la vicinanza all’altro diventa eccessiva corre il rischio di non riuscire a diversificarsi in modo netto.

Questo modello introduceva anche l’importanza del setting, cioè della necessità di creare uno spazio e un tempo precostituiti per garantire un intervento professionale adeguato.

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