Compenso sensoriale e intelligenza dei ciechi



Scaricare 39 Kb.
22.12.2017
Dimensione del file39 Kb.

COMPENSO SENSORIALE E INTELLIGENZA DEI CIECHI*

[Abstract] Riflessioni sul compenso sensoriale nelle persone non vedenti e la sua importanza nel processo educativo [fine abstract]



Orfeo Ferri

Avere la mente aperta a ogni problema che implichi in sé una valutazione umana di fattori individuali e sociali, fisici e psichici, morali e intellettuali è condizione indispensabile perché le idee nuove si facciano strada e vengano comprese da tutti. Una tale posizione di pensiero constatiamo con piacere nel consenso intelli­gente col quale Libero de Libero si è espresso su ciò che egli pensa dei ciechi in genere. La sincerità dei giudizi nei nostri riguardi e la fiducia che riscuotiamo dalle persone colte e intelli­genti m'incoraggiano a chiarire nei limiti consentiti dallo spazio alcune questioni fondamentali circa i privi della vista.

L'idea della specializzazione, che ormai comincia a essere apprezzata e parzialmente attuata anche dai dirigenti più ostinati e tradizionalisti, si fa strada naturalmente dove sono da risolvere, come per i ciechi, situazioni particolari e specifiche: essa, ovviamente, richiede lavoro di analisi e quindi sfugge ai punti di vista panoramici, ai comuni schemi, alle informazioni succinte.

Simpatia e buon senso, delicati e utili frutti del sentimento, così come sono, non possono considerarsi elementi fondamentali per tracciare un profilo psicologico della cecità.

Le opinioni formulate in risposta al referendum promosso dalla Federazione delle Istituzioni Pro-Ciechi sono evidentemente di na­tura psicologica e fanno riferimento ad alcuni dinamismi psichici fondamentali che interessano il problema della cecità in tutta la sua estensione.

Per intendere in qual grado sia nel cieco una possibilità di potenziamento dei sensi residui (tatto, udito, ecc.) atta a fargli superare la privazione della vista, occorre rifarsi un poco a considerazioni essenziali, e accennare, sia pure sommariamente, ad alcuni punti chiave basati su realtà di fatto; così verranno chiariti, anche nel campo della immaginazione e della intelligenza, gli effetti dovuti alla minore differenziazione e quantità di stimoli a disposizione di chi non vede.

Le differenze, in rapporto all'individuale struttura organica e psichica, che notiamo tra i vedenti, fondamentalmente possiamo rilevarle anche tra i ciechi. Ora, però, quale influenza e quale peso ha la mancanza della vista sulla psiche? La cecità soprag­giunta in età adulta, quando la struttura cerebrale è nettamente differenziata, influisce relativamente sulla psiche. Desta preoccu­pazione e richiede la tempestiva e speciale cura dell'educatore la cecità del periodo della nascita o della prima infanzia: qui corpo e psiche cominciano a prendere una forma e perciò il fatto di non vedere ha un'influenza decisiva sulle future linee di sviluppo di tutta la personalità. Le condizioni favorevoli generali che l'educa­zione speciale e le conoscenze psicologiche dei maestri avranno saputo creare potranno senz'altro migliorare la situazione iniziale di grande svantaggio e di enormi difficoltà a cui va incontro il bimbo nato cieco. Infatti egli non può giovarsi di una immediata e ricca esperienza del mondo esterno, cioè non può contare sulla possibilità di acquisire spontaneamente e sinteticamente immagini visive numerose esatte e complesse, le quali, nella prima infanzia, per i fanciulli normali, vengono ripetutamente viste, immagazzi­nate, fissate in una forma, diciamo così, prelogica, in quanto esse a volte sostituiscono e, più spesso, completano il linguaggio.

L'elaborazione di tali immagini visive avviene contemporanea­mente allo sviluppo della genesi dei concetti di spazio e di forma, genesi strettamente condizionata alla motilità in genere, e, in par­ticolare, alla relazione tra percezioni e intelligenza. La limitazione del campo sensoriale proprio nel momento primo di un siffatto processo è da considerarsi perciò come causa di modificazione, d'impoverimento nella psiche di chi non vede. Infatti, tatto, udito e gli altri sensi secondari non fan più parte di una sintesi supe­riore e vastissima come quella che ci può dare la vista, ma si presentano quasi fossero campi sensorii distinti, dei quali chi non vede deve necessariamente cogliere gli elementi analitici per gio­varsene in pratica, o nella relazione col mondo esterno.

In conseguenza, l'educatore, riportando il piccolo come a una "infanzia dei sensi", provoca e favorisce autosservazioni sugli stati d'animo personali o meglio sugli stati di coscienza indivi­duali: si viene a stabilire così un sistema soggettivo di verifica delle percezioni e un'immediata utilizzazione pratica di esse. Ana­lisi di natura obbiettiva, condotte alla luce di metodi psicologici, possono, poi, e debbono, sempre più, migliorare la realizzazione di questi aspetti particolari alla pedagogia dei ciechi.

Certo, l'udito senza la vista ci dà immagini che noi utilizziamo semplicemente e subito nel dirigere la nostra deambulazione. Nella loro natura tali immagini uditive sono aspaziali, sono raggiformi e puntiformi; la loro estensione non ha carattere geometrico, sì da svelarci direttamente una forma vera e propria del sito dove esse si spandono. Le immagini uditive poi possono darci idee approssimative di luoghi e di ambienti solo quando vengano asso­ciate all'esplorazione tattile-muscolare di essi e quando l'imma­ginazione di chi non vede si riferisca a modelli tattili, architetto­nici di cui, per molti anni, in grande, dal vero, ha esperimentato l'acustica.

D'altro canto, il tatto dà immagini spaziali concrete, ma sono idee d'insieme non complesse, ristrette e mancanti del carattere essenziale alla forma — la totalità — la quale viene percepita normalmente mediante la rapidità, la contemporaneità, l'immedia­tezza di visione degli elementi particolari. Il vago concetto di movimento nella percezione e rappresentazione degli oggetti e quindi l'impossibilità di concepirne il dinamismo psichico, il punto di vista, la prospettiva — il tatto è fondamentalmente di per sé statico — la mancanza dell'idea di colore che i ciechi nati in nes­sun modo possono mai acquisire e quindi il tono un poco smorto e astratto della fantasia e del linguaggio sono altri fattori impor­tanti da aggiungere al quadro sintetico psico-sensoriale che ho cer­cato di delineare. L'esperienza che si stratifica nel periodo della infanzia, della fanciullezza e dell'adolescenza è la più determi­nante; è quella che poi portiamo con noi per tutta la vita. Ora, appunto, tale esperienza, formandosi nelle suaccennate condizioni, manca di alcune caratteristiche che ne facciano uno strumento assolutamente valido di conoscenza del mondo esterno e una pedana sicura per uno scambio sociale libero, pieno e spontaneo.

Nel caso che la carenza, l'imprecisione e la povertà dell'immaginativa, la mancata benevola influenza sociale della funzione palpatoria dello sguardo coesistano insieme con tare fisiche orga­niche generali un poco gravi e con condizioni ambientali non buone, si possono produrre degli squilibri difficilmente colmabili, cioè la minorazione sensoriale può degenerare in minorazione psi­chica, col prevalere nell'individuo cieco; per tutta la vita, del complesso d'inferiorità, che, si noti bene, in sé è una risultante e non una pura e semplice componente psichica. In un tal complesso si riassumono tutti i lati negativi di una personalità psichica malformata, di cui si è arrestato lo sviluppo: deficienza del compor­tamento motorio, difficoltà di carattere, scarsa socievolezza, falsa coscienza ed errata conoscenza delle proprie capacità, dei propri limiti, della propria dignità o indipendenza, improduttività, astenia psichica.

Le brevi riflessioni fatte sin qui circa i presupposti di un potenziamento e quindi di una funzione vicariante dei sensi resi­dui nei ciechi non ci debbono far cadere né in un estremo astratto pessimismo come quello del Lachelier e del Patner — questi autori negano addirittura qualunque idea di spazio nel cieco — né in un pessimismo, diciamo così, scientista o scientificista che annulli in certo modo l'opera pedagogica, cioè i frutti dell'amore misto alla scienza. D'altra parte, poi, noi stessi rifuggiamo quell'ottimi­smo che ci fa paghi della nostra segregazione e poco desiderosi di evadere!

La teoria, o meglio l'opinione dei compensi sensoriali si com­prende e in certa guisa si giustifica in quanto accade talvolta che un cieco dotato di facoltà eccezionali, eccezionalmente, sup­plisca alla privazione della vista. L'eccezione, però, nel caso nostro, non conferma la regola! Nessun cieco mai nel passato e nessuno di noi ha creduto e crede in senso assoluto a un potere speciale di facoltà sensorie suppletive. Augusto Romagnoli stesso — che pure veramente era una grande eccezione e un superdotato nell'arte sapiente di usare i suoi sensi residui — scrive: "non è vero che la natura sia così generosa che levando un senso offra prodigiosi compensi: ciò che toglie in un'ora, rende possibile compensare, nei casi più favorevoli, con lunghissimo sforzo di adattamento e di esercizio" (Ragazzi ciechi - pag. 85).

La cecità dunque non rende fiacchi gli altri sensi e ciò è importantissimo ai fini dell'educazione, per uno sviluppo armo­nico di tutta la personalità e per una conoscenza oggettiva e non verbalistica del mondo esterno. Profumi e sapori, onde sonore e impressioni anemestesiche, complessa sensazione degli ostacoli arricchiscono, stimolano, dinamizzano la nostra psiche, e agiscono sull'immaginazione con un'influenza forse paragonabile a quella degli "astratti inferiori" del Bergson. Tatto e localizzazione uditive determinate, invece, ci rivelano, non in tutta la sua estensione ma in parte, il mondo nella forma, nella figura, nella sua geometria intuitiva e razionale.

I ciechi non posseggono in grado eminente ed eccezionale udito, tatto, odorato, ecc. anche se, come già ho detto più sopra, l'analisi soggettiva, l'abitudine individuale a scomporre in elementi le sensazioni secondarie, utilizzandone i dati percettivi per fini pratici, lo lascerebbero supporre. Le conclusioni del Kunz e del Griesbach, dopo le loro esperienze sull'udito e sul tatto, sebbene abbiano lasciato il Villey scettico, hanno un certo fondamento.

L'orizzonte sensibile di chi non vede, privato del fluire vitale e continuo degli stimoli visivi, è, un poco angusto. Tali stimoli visivi normalmente si trasformano in immediati schemi dinamici sintetici, che hanno la proprietà di evocare, senza fatica, quasi spontaneamente, serie indefinite di immagini: quindi l'immaginare nel vedente è agevole. Nel cieco nato tutto si svolge con maggiore lentezza e lo sforzo di costruire, di evocare, di associare immagini richiede un dispendio superiore di energie. Il fatto che effettiva­mente nei ciechi prevalga spesso un'attenzione concentrata piut­tosto che un'attenzione distribuita, non può far credere né a un beneficio spirituale e intellettuale per il tolto incomodo degli stimoli visivi, né a una qualunque precocità mentale, né a una nostra intelligenza superiore alla media. "La intensità della intro­spezione", l'acuto senso di analisi, "la raccolta meditazione", "l'affinamento delle facoltà intellettive", sono strettamente condi­zionati alla esperienza che possiamo accumulare e fare mediante l'educazione ricevuta e, d'altra parte, sono indipendenti dal fatto della cecità. Quel principio fisiopsichico generale enunciato dallo Spearman: — La qualità dell'organizzazione nervosa e psichica fa sì che un individuo può aver più facilità di un altro a com­piere un lavoro mentale —, è valido anche per i ciechi.

Il pregiudizio circa le possibilità intellettuali dei privi della vista è dovuto al fatto di pensare comunemente l'intelligenza come qualche cosa di molto semplice e di astratto, di concepirla soltanto come concetto puro, come lavoro prodotto da giudizi, come attività razionale. Sappiamo bene che il concetto è lo strumento principale del pensiero logico. Ora, sebbene in sé il concetto sia un simbolo generale e astratto, tuttavia evoca in noi qualità e proprietà di dati concreti, giacché esso rimane pur sempre, diciamo così, un riassunto dell'esperienza. Infatti i concetti di qualunque uomo si originano nel mondo, al contatto di persone e di oggetti.

Nella logica s'insegna e s'insiste particolarmente sul principio che — il concetto è un sistema di giudizi virtuali, cioè possibili, dove il termine che lo designa entra sia come soggetto sia come attributo —; questa reversibilità è il segno evidente della espan­sione, del movimento necessario del concetto verso altri concetti, nella realtà.

È noto anche che la perfetta strumentalità logica del concetto, cioè di far proprie più categorie, senza astrarre naturalmente dalla esperienza, non è il fine ultimo dell'intelligenza.

L'intelligenza di ciechi o vedenti che sia è un fenomeno com­plesso che abbraccia in sé ogni forma di attività e di manifesta­zioni vitali: in una continua progressiva sublimazione degli istinti fondamentali dell'uomo essa si spande e penetra tutti i campi dell'operosità umana, senza distinzione. Esiste certamente nei cie­chi una maggiore necessità a riflettere, ad analizzare, a razionalizzare la propria particolare condizione di vita appunto per la scarsezza di elementi, diciamo pure, pratici coi quali noi necessa­riamente non veniamo in contatto. Questa tendenza, però, è suscettibile di moltissime sfumature; essa si supera e si colma con una buona educazione.

Quando vi sia la molla della riflessione e di un pensiero che lavori sulla base sopratutto di aspirazioni morali, allora si pos­sono raggiungere delle mete elevate ed eccezionali, perché con lo spandere intorno a noi luce d'amore e di intelligenza ci si conqui­sta realmente la società e si penetra in essa come uomini e non come ciechi.

Soltanto nel consorzio della comunità degli altri uomini si vince definitivamente quella nostra naturale tendenza ad astrarre e ad analizzare tutto. È ovvio che anche tra chi non vede ci sono tendenze pratiche e tendenze speculative, vi sono qualità, voca­zioni, inclinazioni, capacità.

La vista negli individui normali corregge, copre, nasconde molte anomalie di comportamento, di attitudini che potrebbero seriamente compromettere un avvenire.

Ora i ciechi suppliscono alle lacune suddette sopratutto con un buon carattere che brilli e si distingua per l'amabilità, per le doti interiori da cui muove, alle quali si potranno aggiungere agevolmente anche quelle intellettuali, se ve ne sono.

In conclusione: chi non vede, fin dalla più tenera età, si sotto­pone a un autocontrollo, a un dominio di sé a una ricerca riflessa e spontanea di espressioni consone al suo modo di sentire, vivendo il più possibile la vita dei vedenti e sempre tra loro. Ciò domanda uno sforzo di volontà non comune e dà come risultato non solo un sempre più cosciente specifico uso dei sensi residui, ma una interiorità, una ricchezza spirituale particolari. "Il commercio della vita non dà nulla senza ricevere: luce nostra è la benevolenza, è l'occhio altrui per guidarci sulle vie della terra; prezzo ne deve essere la magnanimità, la purezza, la fedeltà alle nostre stelle, rive­latori di esse agli abbacinati del sole" (Augusto Romagnoli: "Pagine vissute di un educatore cieco" pag. 206).



La diversità delle vie dei sensi, dunque, non diminuisce per nulla la personalità di chi non vede, purché i ciechi non vivano isolati, staccati dalla società, e a condizione che siano bene educati. La via è più lunga, più irta di difficoltà e perciò domanda una maggiore riserva di qualità e sopratutto di virtù morali. L'umanità dei fanciulli che riceviamo ancora piccolissimi nei nostri istituti, dopo gli anni della scuola, è arricchita e integra: essa dalla minora­zione sensoriale non ha subito menomazioni: si tratta di adattarci e di affinare, spiritualizzando, tutte le strade che ci restano per "la ricognizione del mondo", con gioia, senza nessuna malinconia, con la speranza di portare un poco di luce agli altri.
Orfeo Ferri


* Tratto da: Problemi pedagogici della scuola dei ciechi, a. 2 (1954), n. 5-6, pp. 3-9.






Condividi con i tuoi amici:


©astratto.info 2019
invia messaggio

    Pagina principale