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11/10/2011, 2a lezione


  • La psicologia sociale studia l'individuo, enfatizzandone i processi interiori; ma quello che più interessa a tale disciplina è l'individuo calato in un contesto di situazione sociale. In particolare, la psicologia sociale studia il modo attraverso cui i comportamenti, gli atteggiamenti, ecc sono influenzati e condizionati da altre persone, che siano reali o immaginari (pubblicità).

Tale disciplina studia dunque i processi che le persone condividono e che le rendono sensibili all'influenza sociale, e come ad essa reagiscono.

A causa dei processi di selezione naturale, si mantengono nell'individuo delle tendenze e delle articolazioni mentali tali che è sempre spinto ad entrare a far parte di gruppi: infatti, chi è isolato è sin dalla preistoria vittima di predatori (paura per gli estranei). D'altro canto, per stare in gruppo serviranno specifiche competenze e comportamenti.




  • La psicologia sociale è differente dalla sociologia.

    • La sociologia fornisce leggi e teorie generali sulla società, non sull'individuo: l'enfasi è posta sui fenomeni sociali.

    • La psicologia sociale, invece, studia come sono gli individui nel sociale.

Ad inizio '900 non vi era una grande differenza tra le due discipline di sociologia e psicologia sociale; infatti, uno dei primi manuali di psicologia sociale fu scritto da un sociologo.

    • Il manuale di McDougall, orientato sul versante psicologico del sociale, focalizzava l'attenzione sulle modalità attraverso cui avvengono articolazioni tra la psiche individuale e il mondo sociale.

    • Quello di Ross, di impronta più sociologica, studiava con maggiore approfondimento i fenomeni collettivi e le reazioni di massa, basandosi sull'intuizione fondamentale per cui l'altro influenza gli individui non solo quando è presente, ma anche quando non lo è.

Questi due manuali enfatizzano le due anime della psicologia sociale; dal manuale di McDougall nacque la psicologia sociale psicologica, basata sull'analisi quantitativa e concentrata sullo studio dell'individuo nelle sue relazioni con l'altro. Dal manuale di Ross nacque invece la psicologia sociale sociologica, basata su indagini di tipo quantitativo.

  • La psicologia sociale non è però differente solo dalla sociologia, ma anche dalle altre branche della psicologia.

    • La psicologia generale studia i processi cognitivi superiori;

    • la psicologia della personalità si propone di analizzare le caratteristiche per cui gli individui son diversi l'uno dall'altro (ma di questo si occupa, in parte, anche la psicologia sociale, con la teoria dell'attaccamento);

    • la psicologia dello sviluppo studia invece come la mente si evolve nel tempo.




  • Nella psicologia sociale psicologica, dunque, le analisi vengono condotte a livello quantitativo, mediante varie tecniche come test proiettivi, questionari, osservazioni dirette e partecipanti, discussioni di gruppo, in modo tale da poter identificare ciò che accomuna gli individui (quindi i caratteri universali dell'uomo) e ciò che li separa (i caratteri distintivi di ogni individuo).




  • La psicologia sociale cerca anche di capire le motivazioni umane sottostanti ai comportamenti umani. Possono essere annoverati quattro approcci in questo ambito:

    • approccio dell'autostima: ci si comporta in determinati modi per mantenere la visione positiva che si ha di noi stessi (semaforo rosso, errore fondamentale di attribuzione);

    • approccio della cognizione sociale. L'uomo aspira ad avere una visione accurata del mondo, ma è unavaro cognitivo, nel senso che cerca sempre di risparmiare energie per giungere a tale conoscenzateoria della Gestalt, percezione della totalità al di del singolo;

    • bisogno di controllo. L'uomo ha bisogno di controllare il proprio ambiente, il caso, il caos. Si ha un ottimismo irrealistico nel rapporto con la realtà;

    • istinti biologici. L'uomo è condizionato fortemente da tendenze innate: fame, sete, sopravvivenza, successo riproduttivo. Come successo riproduttivo, si intende il bisogno da parte degli uomini di lasciare le proprie caratteristiche in quanti più individui possibili; è come un bisogno di non morire, ispirato dall'istinto di autoconservazione (pulizia etnica, stupri in guerra).




  • La sociologia e la psicologia condividono un comune inizio. Entrambe le discipline trovano il loro sviluppo verso la fine del 700 e l'inizio dell'800, nel confronto come problemi uguali: l'industrializzazione, le rivoluzioni, gli scioperi. Lo studio dei fenomeni destabilizzanti e collettivi accomuna in questo primo momento gli approcci sociologico e psicologico.

    • Tra gli autori più importanti vanno annoverati Gabriel Tarde e Gustave Le Bon (Psicologia delle folle, 1905), che si occuparono, appunti, di fenomeni collettivi: l'interesse per il sociale era propriamente l'interesse per il sociale distruttivo.

In questo periodo, infatti, il concetto di gruppo viene equiparato a quello di una massa con tendenze destabilizzanti, tale per cui l'individuo in un gruppo è come una bomba costantemente a rischio di esplodere. Due sono stati i modelli utilizzati dagli studiosi per spiegare il comportamento dell'individuo nella massa:

      • modello della suggestione, per cui gli individui, all'interno della massa, non hanno capacità di pensare perchè suggestionati;

      • modello del contagio (periodo di Pasteur).

    • Philip Sigmund Freud scrive nel 1921 Psicologia delle masse ed analisi dell'io, in cui dipinge le masse come collettivi nei quali entrano gli individui allo scopo di liberare le proprie pulsioni.

    • Philip Zimbardo, nel 1969, parla invece del fenomeno della disindividuazione, che causa la violenze all'interno di gruppi; per questo fenomeno, le persone non possiedono più un'identità individuale.

L'individuo perde il controllo del proprio comportamento, è meno attento agli standard normativi, meno consapevole della propria identità personale, che viene sostituita da un'identità di gruppo, per cui il successo del gruppo di appartenza provoca una crescita dell'autostima: l'identità passa per l'appartenenza. Inoltre, l'individuo disindividuato darà meno considerazione alle conseguenze del suo comportamento, col risultato di un proliferare di tendenze aggressive; si potranno notare fenomeni di conformismo, atteggiamenti negativi (discriminatori) verso l'outgroup e favoritismi verso l'ingroup.

Quanto più il gruppo sarà numeroso, tanto più grande sarà l'anonimato, maggiore sarà la violenza. Il gruppo disindividuato, infatti, mimetizza e provoca diffusione di responsabilità.



La violenza all'interno del gruppo non sarà favorita sempre e solo dalla diffusione di responsabilità, ma anche da norme emergenti (sassai dal cavalcavia). Alcuna devianza sarà data proprio dalla difficoltà di sottrarsi a tali norme emergenti (Mafia).


  • Dopo il periodo delle grandi immigrazioni negli USA a seguito della seconda guerra mondiale, con lo scoppiare dell'idelogia dell'american dream, l'interesse degli psicologi sociali si è concentrato sui gruppi costruttivi più che sulle masse distruttive.




  • Alcuni studiosi si sono dedicati all'analisi degli effetti degli altri nelle prestazioni.

    • Triplett, 1891. Lo psicologo notò che i ciclisti pedalavano di più se in compagnia. Elaborò dunque un esperimento per cercare di trarre delle conclusioni da tale osservazione.

L'ipotesi era che la presenza di altri facilitasse prestazioni in genere.

Divise dei bambini in due gruppi, e gli chiese di prestare una specifica prestazione, uguale tra i due gruppi. In un gruppo, i bambini stavano con altri bambini; nell'altro, stavano da soli. Triplett calcolò i tempi, e dedusse così che i bambini con altri svolgevano il loro compito in modo più rapido.



Giunse dunque alla conclusione che gli altri hanno effetti di facilitazione sociale.

    • Pussin, 1933. Lo studioso fece imparare ad individui vari delle parole senza senso, e gli chiese di ripeterle, sia da soli che in gruppo. Notò che quando ripetevano tali parole con altre persone, ci mettevano più tempo.

Secondo Pussin, dunque, l'altro ha effetti di indolenza sociale.

    • Zajonc, 1965. Secondo l'autore, la cui teoria è di stampo innatista, l'eccitazione cerebrale favorisce la presenza di risposte dominanti arousal. La presenza di altri ha di per stessa la capacità di produrre arousal. In compiti semplici o che si conosce molto bene, dunque, la presenza degli altri migliora le prestazioni. Questo è effetto di un'eredità biologica: l'uomo è un animale sociale. Da soli, viene meno il senso della vita, l'eccitazione automatica dell'arousal; essa fa emergere più facilmente risposte dominanti, a patto che siano di nostra competenza.

    • Cotrell, 1968. Ha parlato di apprensione per la valutazione. Gli individui offriranno migliori prestazioni se insieme a concorrenti migliori (competizione). Per l'autore, dunque, l'eccitazione decresce se si sta con persone che non si stimano. L'arousal sarà maggiore in presenza di estranei; Cotrell rifiuta dunque l'impostazione innatista di Zajonc.

    • Baron (1986). La prestazione in pubblico può diminuire a causa del conflitto tra l'attenzione da riservare al pubblico e quella da riservare al compito.




  • Ringelmann (1880) si è occupato invece di indagare l'influenza del lavoro di gruppo sulla produttività, partendo dalla dicotomia tra compiti additivi, in cui il risultato dipende dalla somma dei compiti di tutti, e compiti non additivi.

L'autore misurò la capacità di una serie di persone di tirare la corda, e risultò che la media era di 85kg; mise poi queste persone a tirare insieme la corda, e il risultato fu che ogni persone tirava in media 65kg. Nei compiti additivi, il risultato collettivo dunque è la metà della somma del possibile impegni di ognuno.

L'effetto Ringelmann causa quindi indolenza sociale nei lavori di gruppo. La produzione di un gruppo decresce quanto più aumenta il numero di componenti del gruppo stesso.

Due sono le cause principali dell'effetto Ringelmann:



    • perdita di motivazione (effetto free-rider: chi si impegna di meno non può essere individuato, se in gruppo);

    • perdita di coordinazione.




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