Comunicazione e conoscenza Per gli approfondimenti: U. Fabietti, Elementi di antropologia culturale, pp. 85-120 Oralità e scrittura



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Comunicazione e conoscenza

Per gli approfondimenti: U. Fabietti, Elementi di antropologia culturale, pp. 85-120

Oralità e scrittura

Al giorno d'oggi non esiste società che ignori l'esistenza della scrittura, ma ne esistono molte nelle quali la comunicazione ordinaria si svolge in forma orale e la scrittura non è ancora entrata a far parte del sistema di trasmissione del sapere. Apprendimento, memoria, selezione dei modelli operativi, in questo caso si muovono su un sistema di trasmissione orale, che a prescindere dal grado di complessità politica, economica o amministrativa di una data cultura regolamenta le forme del sapere e la memoria collettiva.

Fin quando la scrittura non fece la sua comparsa (nel III millennio a.C. in area mesopotamica) – e per tutti i secoli successivi, in tutte quelle culture in cui non ha avuto diffusione – il sapere si è trasmesso in regime di "oralità primaria". Ma va sottolineato che l'analfabetismo non ha mai pregiudicato la possibilità di dare vita a forme organizzate (e raffinatissime) di trasmissione del sapere.

Oggi possiamo parlare di culture a "oralità diffusa" per contesti nei quali prevale lo stile comunicativo orale e di di culture "a oralità ristretta" per contesti (come quello occidentale) nei quali le forme del pensiero e suoi modelli di trasmissione confidano e vengono guidati in modo dominante dalla scrittura.

La comunicazione orale e la dimensione orale della comunicazione determinano sistemi di pensiero del tutto diversi da quelli di chi ha interiorizzato la scrittura, che esercita sul pensiero forme imprevedibili di "imperialismo" comunicativo.

Ma anche in contesti occidentali, a ben vedere, l'imperialismo della scrittura va ridimensionato storicamente: basti pensare che ancora in epoca classica, nel Mediterraneo antico, la scrittura era appannaggio di pochi "maestri di verità", i poeti depositari del sapere sacro, ovvero i “narratori di miti”, portavoce ispirati di una tradizione che si depositava – come in ogni cultura orale – in un sapere condiviso e trasmissibile e la cui ortodossia dipendeva per l’appunto dal riconoscimento collettivo.

Prima ancora di essere affidati alla scrittura, i poemi epici a noi pervenuti (vere e proprie enciclopedie tribali della comunità) venivano tramandati per via orale; e nonostante la cristallizzazione dei motivi narrativi, una volta che presero forma scritta i racconti mitici contemplavano diverse varianti, a seconda del contesto politico e geografico nel quale si ricontestualizzavano e in base alla censura collettiva che le comunità a "oralità primaria" operavano su di essi.

Con un salto plurisecolare, ma con analoga procedura riflessiva, possiamo pensare all'Italia post-unitaria, nella quale il tasso di analfabetismo era elevatissimo (oltre l'80% della popolazione censita, con punte massime del 90% in alcune regioni del sud); mentre ancora nel 2008, un'indagine compiuta su campioni rappresentativi ha rivelato che soltanto il 20% della popolazione italiana possiede tutti gli strumenti di lettura, scrittura e calcolo necessari a orientarsi in una società come quella contemporanea. Possiamo parlare in questo caso di un analfabetismo funzionale.

Su scala mondiale, i dati più recenti dell'UNESCO ci dicono che la popolazione mondiale considerata analfabeta è rappresentata da circa 771 milioni di persone, (oltre il 10%) ,di cui 2/3 donne.

Sul piano antropologico è importante osservare che in assenza di scrittura le parole non hanno esistenza visiva: sono eventi, che "accadono" in un tempo preciso e con esso scompaiono. Per questo esigono una qualita di ascolto che le saldi nella memoria collettiva. Parliamo in questo caso di culture "verbomotorie", che adottano forme precise di comunicazione: modelli ritmici, respirazione, gesti, movimenti del corpo, norme non dette alle quali i parlanti si conformano. Laddove il corpo parlante come quello ascoltante diventano axis mundi dell'atto e del modello conoscitivo.

Altra importante differenza, la presenza presso le culture a oralità diffusa di elaborate specifiche procedure "mnemotecniche", ovvero di tecniche altamente elaborate della memoria, che consento l'affidabilità nella trasmissione del sapere. Si va quindi dai moduli mnemonici ripetitivi (temi, proverbi, scenari, allegorie, ripetizioni, antitesi) a procedure "omeostatiche" di selezione (tutto ciò che non coinvolge il presente può essere selezionato ed eliminato): l'uso omeostatico delle genealogie, ad esempio, in molte culture a oralità diffusa si sottomette non tanto alla salvaguardia della memoria passata, quanto alla validazione (politica, sociale, religiosa) di alleanze e parentele nel presente.

Dato cruciale delle culture a oralità diffusa, la dimensione dell'esperienza: il pensiero fondato sulla comunicazione orale ha un carattere "concreto" che si piega ad altre procedure di astrazione, rispetto a quelle formalizzate nelle culture a "oralità ristretta". Ne consegue che l'attività psico-cognitiva in contesti a oralità diffusa procede secondo altri schemi e si affida a processi combinati di natura psichica e sociale. (leggere esempi sul manuale pp. 92-95).



Carattere sacro della scrittura: in molte società a oralità diffusa la scrittura possiede ancora oggi una forma di autorevolezza quasi sacrale. Appannaggio di pochi individui, serve a tramandare formule sacre o magiche. Ma anche in contesti a oralità ristretta, un documento scritto può conservare il tratto di una "autorevolezza" dettata dalla fissazione di regole, prescrizioni, leggi, contratti regolamenti. Citare una legge significa richiamare un'autorità indiscussa che ratifica norme alle quali la società si sottomette consapevolmente.

Media, cultura e immaginazione globale

La diffusione dei media su scala globale problematizza quanto si è fin qui affertato. Essi sono produttori di cultura, i loro messaggi penetrano nella cultura che li recepisce suscitando risposte non sempre prevedibili, sono fattori attivi nel processo di produzione del cambiamento culturale e influiscono potentemente sulle relazioni tra esseri umani e sulla loro immaginazione. Ai media si deve l'emersione di una "immaginazione da spostamento", che ha dato luogo alle grandi diaspore migratorie incoraggiate da nuove forme di immaginazione, dalla visione di paesi ricchi, liberi, aperti a nuove esperienza, così come appaiono nella percezione dei media.

L'amplificazione dei mezzi mediatici ha dato luogo negli anni più recenti alla produzione di "sfere pubbliche" virtuali, dove si formano supercomunità immaginate, che si riconoscono e si rafforzano nel segno di un'appartenenza virtuale.

Un contesto culturale a oralità diffusa comporta regole di apprendimento peculiari, che danno luogo a forme di percezione e cognizione non meno caratterizzate dall'ambiente di riferimento. A titolo esemplificativo: gli Inuit dell'Artico risultavano in possesso di un numero strabiliante di termini con cui indicare la neve (a seconda di come cadeva, dell'intensità, della consistenza), ma non avevano un termine equivalente al nostro generico "neve". Ciò non significa che mancassero di capacità di sintesi, mapiuttosto che le loro classificazioni rispondevano alla conoscenza dettagliata e funzionale dell'ambiente nel quale vivevano e dal quale traevano le risorse produttive essenziali.

Tutti i popoli possiedono una conoscenza ricca e complessa del mondo naturale che li circonda, il che determina la necessità di affidare i diversi saperi a una etnoscienza che studi le conoscenze delle sintole culture dal punto di vista etnobotanico, etnomedico, ecc.

Che l'attività schematica sia proprietà universale della mente umana è indubbio: si tratta di comprendere e riconoscere che questa attività è culturalmente orientata (terminologia dei colori, pp. 110-112).



Tempo e spazio

Tempo e spazio sono due categorie del pensiero umano che Immanuel Kant definì "intuizioni a priori" universali. La loro percezione è infatti funzione primaria di ogni attività mentale. Senza tale funzione il pensiero non "prende forma". Sono pertanto due categorie che ben si prestano a chiarire le variabili culturali e gli stili di pensiero che caratterizzano le diverse culture.

A seconda che la comunicazione prevalente di una cultura sia scritta o orale, le categorie spazio-temporali si connettono più o meno alla dimensione dell'esperienza cognitiva concreta o astratta. L'etnografia è molto ricca di esempi relativi a culture prive di "pensiero cronometrico", ovvero culture nelle quali gli indicatori temporali impiegati fanno capo agli eventi ripetibili entro i quali si scandisce la vita associata (tempo lineare e tempo ciclico).

I Tiv della Nigeria, ad esempio, collocano gli eventi del tempo facendo riferimento all'organizzazione dei mercati su cicli di cinque giorni: cosicché dire che "due mercati fa" è successa una tale cosa significa collocarla in uno spazio temporale che approssimativamente va dai sei ai dieci giorni.

La scansione del tempo giornaliero presso molte popolazioni del Madagascar dipende dalla parte della casa illuminata dal sole, posto che le case sono tutte orientate nella stessa maniera rispetto al sorgere del sole.

In molte culture esiste un doppio regime temporale, cosicché si pensa l'anno in termini di stagioni e il giorno in termini di "fasi" solari. Esiste inoltre un tempo "qualitativo" non necessariamente quantificabile, di cui noi stessi, in regime di oralità ristretta, facciamo largo uso (quando andavamo all'asilo, all'epoca in cui i miei nonni erano giovani, quando i mandorli sono in fiore).

Tempo e spazio sono inestricabilmente connessi nel pensiero umano: un esempio per dire quanto le due entità (tempo cronometrico e spazio geometrico) diventino correlabili anche sul piano matematico, l'indicazione di un limite orario di 50 km all'ora.

Ma lo spazio non è sempre e ovunque lo spazio astratto della geometria: spesso si rivela elemento centrale per la memoria del gruppo (il Santo Sepolcro); spesso ancora testimonia la memoria sociale del gruppo (villaggi disposti a diverse altitudini che rispecchiano le stratigrafie storiche e le successioni delle generazioni, a partire da una coppia fondatrice).

Lo spazio, per poter essere vissuto, deve anche essere "addomesticato". Essere nello spazio significa allora entrare in un rapporto con un mondo noto o sconosciuto (esempio singolare, il campanile di Marcellinara del contadino incontrato da Ernesto De Martino).

La disposizione di uno spazo domestico parla in modo eloquente delle regole sociali vigenti nelle diverse culture (androceo e gineceo, haerm, case delle donne mestruate, ecc.)



La disposizione dello spazio sociale, a sua volta, esplicita i ritmi di un tempo ordinario e straordinario (il tempo della festa e il tempo quotidiano), di un tempo sacro e un tempo profano (un santuario o un'edicola votiva) e ci immette direttamente nelle categorie e nei sistemi di pensiero metaforico, magico, mitico, le cui funzioni di mediazione dialettica del pensiero razionale verranno a esplicitarsi progressivamente.



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