Comunicazione, mezzi e forme



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Parole contemporanee modulo 13 TU 2008 lezione 7

comunicazione: mezzi e forme




Comunicazione, mezzi e forme
1. situazioni di comunicazione in prima proposta

1.1. Italo Calvino. Nei suoi giri solitari per i boschi, gli incontri umani erano, se pur più rari, tali da imprimersi nell’animo, incontri con gente che noi non s’incontra. A quei tempi tutta una povera gente girovaga veniva ad accamparsi nelle foreste: carbonai, calderai, vetrai, famiglie spinte dalla fame lontano dalle loro campagne, a buscarsi il pane con instabili mestieri. Piazzavano i loro laboratori all’aperto, e tiravano su capannucce di rami per dormire. Dapprincipio, il giovinetto coperto di pelo che passava sugli alberi faceva loro paura, specie alle donne che lo prendevano per uno spirito folletto; ma poi egli entrava in amicizia, stava delle ore a vederli lavorare e la sera quando si sedevano attorno al fuoco lui si metteva su un ramo vicino, a sentite le storie che narravano.
I carbonai, sullo spiazzo battuto di terra cenerina, erano i più numerosi. Urlavano «Hura! Hota! » perché erano gente bergamasca e non la si capiva nel parlare. Erano i più forti e chiusi e legati tra loro: una corporazione che si propagava in tutti i boschi, con parentele e legami e liti. Cosimo alle volte faceva da tramite tra un gruppo e l’altro, dava notizie, veniva incaricato di commissioni.
— M’hanno detto quelli di sotto la Rovere Rossa di dirvi che Hanfa la Hapa Hota ‘1 Hoc!
— Rispondigli che Hegn Hobet Hò de Hot!
Lui teneva a mente i misteriosi suoni aspirati, e cercava di ripeterli, come cercava di ripetere gli zirli degli uccelli che lo svegliavano il mattino.
Calvino Italo, Il barone rampante, ed.Einaudi, Torino 1957, p.78
1.2 Lewis Carroll. Il Bruco e Alice si guardarono in silenzio per qualche tempo. Da ultimo il Bruco si tolse di bocca il narghilé e l’apostrofò con voce languida, assonnata. «E chi sei tu?» disse il Bruco. Come inizio di conversazione non era incoraggiante. Alice rispose, un po’ imbarazzata: «Ehm... veramente non saprei, signore, almeno per ora... cioè, stamattina quando mi sono alzata lo sapevo, ma da allora credo di essere cambiata diverse volte.» «Che vorresti dire?» disse il Bruco, secco, «Spiegati meglio!» «Temo di non potermi spiegate, signore» disse Alice «perché non sono io.» «Non capisco» disse il Bruco. «Temo di non poter essere più chiara di così» rispose Alice con molto garbo, «perché purtroppo io sono la prima a non capirci nulla; e poi cambiare dimensioni tante volte in un giorno solo finisce per scombussolarti parecchio.» «Macché» disse il Bruco. «Non le sarà ancora capitato » disse Alice; « ma quando dovrà trasformarsi in crisalide... io sa che le succederà, un giorno o l’altro, no... e poi in farfalla; io dico che si sentirà un po’ strano, non crede?» «Neanche per sogno» disse il Bruco. «Si vede che lei la pensa in un altro modo» disse Alice. «Io so solo che io mi sentirei molto strana.» «Tu!» disse il Bruco con disprezzo. «E chi sei tu?»
Col che la conversazione tornava al punto di partenza. Alice provò una certa irritazione per la secchezza dei commenti del Bruco. Si raddrizzò e gli disse, molto seria: «Secondo me, toccherebbe a lei presentarsi per primo.» «Perché?» disse il Bruco.
Era un’altra domanda imbarazzante; e siccome non le veniva in mente una buona risposta, e l’umore del Bruco sembrava sempre più scorbutico, Alice si voltò per andarsene.

Carroll Lewis, Le avventure di Alice nel paese delle meraviglie. Mondadori, Milano 1978, pp. 49-50

1.2.01. Le due citazioni mettono in scena eventi del comunicare; o meglio comunicano la difficoltà del comunicare e lasciano intendere che la non comunicazione costituisca un tratto specifico e centrale (non solo un problema ma un dato costituente) della comunicazione.

1.2.02. la comunicazione della difficoltà del comunicare pone di nuovo a tema la dinamica logica delle situazioni totali (quelle per le quali non è a disposizione un punto di vista esterno) che si presuppongono in autoriferimento, in cui occorre stare, affrontare, agire e risolvere: per chiarire la conoscenza ne faccio uso, mi esprimo secondo logica presentando i fondamenti della logica, affronto i temi del linguaggio parlando, analizzo il problema della comunicazione comunicando. Si tratta di situazioni totali autoreferenziali che impongono un procedimento di tipo circolare, affidato, nel corso del ‘900 filosofico, alle procedure proprie della fenomenologia (più o meno trascendentale). La questione si pone in modo specifico a proposito del comunicare se si parte della convinzione che la comunicazione costituisca il contesto della conoscenza (e anche di conoscenza della conoscenza). Come per Alice e il Bruco, anche per la filosofia, la riuscita di una comunicazione è legata a problemi di priorità.



1.3. problemi di priorità, consapevolezza di un errore di impostazione (?)

1.3.1. precedenza della comunicazione sulla rappresentazione e sulla conoscenza; condizionamento della prima sulla seconda. Affrontando il tema degli “stereotipi e pubblica opinione” è emersa l’opportunità di porre in dubbio la sequenza tradizionale con cui la filosofia tende talvolta ad impostare il problema conoscitivo: la persona, la mente, il soggetto si apre conoscitivamente alla realtà all’oggetto; segue poi la comunicazione della conoscenza. È un’impostazione che parte da un presupposto “autistico”: di un soggetto, formato e pienamente tale nella sua solitudine, che si apre all’esterno e comunica. In realtà la comunicazione è il contesto della conoscenza, è il presupposto e la condizione (non necessariamente in senso negativo, ma inoppugnabilmente) del conoscere. Perciò la «problematica filosofica quindi non deve più incentrarsi tanto sulla costituzione dell’esperienza, ma sulla condivisione dell’esperienza».

«È la comunicazione, e non la rappresentazione, a presupporre la realtà. Tuttavia, è importante precisare che, ai due poli della relazione, l’esistenza dell’altro non viene presupposta al fatto di rappresentarsi le sue espressioni, ma al fatto di rivolgersi a lui; e quindi l’esistenza non è che un presupposto formale.»
Ferry, Jean-Marc 2004 Le grammatiche dell’intelligenza, Medusa, Milano 2008 p. 10-11
1.3.2. struttura della mente (le definite forme a priori) e la funzione comunicativa:

«La struttura stessa della nostra mente è in buona parte determinata dal fatto che l’uomo è stato impegnato nella comunicazione per tante centinaia di migliaia d’anni, per tutto l’intero corso della sua evoluzione storica, e perfino oltre. Una buona parte delle caratteristiche distintive della mente dipende dal fatto che essa è uno strumento per la comunicazione. Senza dubbio, un’esperienza deve prendere forma prima che sia possibile comunicarla, ma la forma che prende è in gran parte determinata in funzione di tale possibilità. La selezione naturale ha dato un enorme rilievo all’abilità nella comunicazione.»

Richards I.A. I fondamenti della critica letteraria, (in Fubini, Enrico 1980 L’estetica contemporanea, Loescher, Torino)

1.3.3. La costruzione tradizionale del cammino storico della filosofia pone all’inizio, come prima comparsa e primo obiettivo, il logos, la ragione, in antitesi con l’opinione, l’apparenza, l’illusione, il pensiero comune. Porre il concetto di logos all’inizio del filosofare, e come sua causa e fondamento, significa collocare il fine come principio non solo in senso etico e scientifico (posizione corretta e auspicabile) ma anche in senso gnoseologico e metafisico. La conoscenza privilegiata diventa quella razionale e logica, alla stessa realtà viene attribuita una struttura razionale, come insegna da subito l’ontologia, scienza delle forme supreme, ideali e reali, dell’essere. Le forme della comunicazione diventano solo appendici e processi per l’esposizione di una razionalità in sé già strutturata nel pensiero e nell’essere. La tradizione scettica e la filosofia trascendentale, che ad essa deve la propria impostazione, accusano in questa impostazione la reificazione del pensiero nell’essere e per contrastarla avviano lo studio delle condizioni ideali e linguistiche a partire dalle quali nascono le interpretazioni della realtà. La logica diventa allora un uso particolare del linguaggio e non più la struttura del mondo in sé; il linguaggio è contesto di analisi fenomenologica dei modi con cui si definiscono percorsi di orientamento e lettura della realtà.


2. filosofia analitica degli atti linguistici
2.1 La svolta che pone al centro la comunicazione inizia in modo irreversibile con l’opera di John Langshaw Austin “Come fare cose con le parole” [FCP] (How to Do Things with Words) , scritta tra il 1951 e il 1955, pubblicata postuma nel 1962. Ha inizio cioè quando si vede il linguaggio «come azione piuttosto che come struttura o risultato di un processo conoscitivo» e al centro dell’attenzione analitica si pongono gli “atti linguistici” (gli “speech acts”). Si tratta di una innovazione non solo tematica, ma di metodo. L’impostazione analitica pragmatica che caratterizza gli studi di Austin differenzia le sue teorie dalle indagini che contemporaneamente Wittgenstein stava svolgendo (Ricerche filosofiche 1953) in particolare sul linguaggio quotidiano. Anche Wittgenstein “postula l’unità azione-linguaggio, considerando il nesso tra linguaggio e mondo come nesso tra una pluralità di giochi linguistici diversi, connessi a diverse forme di vita. Secondo Wittgenstein, parlare un linguaggio costituisce un’attività, e il significato di una parola è il suo uso nel linguaggio stesso. Per comprendere il significato di quanto espresso dal linguaggio è necessario conoscere le regole del gioco entro il quale il linguaggio stesso viene usato; e, dal momento che le regole del gioco sono stabilite per convenzione intersoggettiva (in altre parole, sono definite socialmente), ne deriva che l’analisi del linguaggio costituisce uno strumento per la comprensione dell’azione (dell’interazione) sociale”. È sull’aspetto pragmatico, contesto poi di catalogazione e di riflessione teoretica, che insiste l’impostazione analitica di Austin. In richiamo, alcuni passaggi centrali della analisi e proposta di Austin:

2.1.1. enunciati performativi: enunciati (alla prima persona del presente indicativo) che non descrivono un atto, ma servono a compierlo, cioè «alcuni casi o sensi (solo alcuni, per amore del cielo!) in cui dire qualcosa è fare qualcosa; o in cui col dire o nel dire qualcosa noi facciamo qualcosa.»

«Per troppo tempo i filosofi hanno assunto che il compito di una « asserzione » possa essere solo quello di « descrivere » un certo stato di cose, o di « esporre un qualche fatto », cosa che deve fare in modo vero o falso. Gli studiosi di grammatica, in realtà, hanno regolarmente fatto notare che non tutte le e frasi » sono (usate per fare) asserzioni: ci sono, tradizionalmente, oltre alle asserzioni (degli studiosi di grammatica), anche domande ed esclamazioni, e frasi che esprimono ordini o desideri o concessioni. E sicuramente i filosofi non intendevano negare ciò, nonostante qualche uso impreciso di « frase » per « asserzione ». […] Esempi:
(E. a) « Sì (prendo questa donna come mia legittima sposa) » pronunciato nel corso di una cerimonia nuziale .
(E. h) « Battezzo questa nave Queen Elizaheth » — pronunciato quando si rompe la bottiglia contro la prua.
(E. e) « Lascio il mio orologio in eredità a mio fratello » — quando ricorre in un testamento.
(E. d) « Scommetto mezzo scellino che domani pioverà ».
In questi esempi risulta chiaro che enunciare la frase (ovviamente in circostanze appropriate) non è descrivere il mio fare ciò che si direbbe io stia facendo mentre la enuncio o asserire che lo sto facendo: è farlo. Nessuno degli enunciati citati è o vero o falso: lo asserisco come ovvio e non lo dimostro. Ciò ha tanto bisogno di discussione quanto ne ha il dire che « dannazione » non è vero o falso: può darsi che l’enunciato « serva ad informarti » — ma questa è una cosa abbastanza diversa. Battezzare la nave dire (in circostanze appropriate) 1e parole « io battezzo etc. ». Quando, davanti all’ufficiale di stato civile o davanti all’altare, etc., dico «sì », non sto riferendo di un matrimonio: mi ci sto coinvolgendo.
Come dobbiamo chiamare una frase o un enunciato di questo tipo ? Propongo di chiamarlo una frase performativa o un enunciato performativo, o, in breve, « un performativo ». Il termine «performativo » verrà usato in una varietà di modi e costruzioni affini, quasi come il termine «imperativo » . Il nome deriva, ovviamente, da perform [eseguire], il verbo usuale con il sostantivo « azione»: esso indica che il proferimento dell’enunciato costituisce l’esecuzione di una azione — non viene normalmente concepito come semplicemente dire qualcosa.» (pp. 9-11)

2.1.2. dalla condizione vero / falso (teoria della verità) alla condizione felice / infelice (teoria della felicità)

« Questi hanno, giudicando dalle apparenze, l’aspetto — o per lo meno la composizione grammaticale — delle « asserzioni »; ma tuttavia, quando li si esamina più attentamente, si vede molto chiaramente che non sono enunciati che potrebbero essere « veri » o « falsi ». Tuttavia l’essere « vero » o « falso » è tradizionalmente il segno caratteristico di una asserzione. Uno dei nostri esempi era l’enunciato « sì » (prendo questa donna come mia legittima sposa), pronunciato nel corso di una cerimonia nuziale. Qui dovremmo dire che nel dire queste parole noi stiamo facendo qualcosa — cioè, ci stiamo sposando, piuttosto che raccontando qualcosa, e cioè che ci stiamo sposando. […] Oltre all’enunciazione delle parole del cosiddetto performativo, molte altre cose devono, come norma generale, essere corrette e funzionare bene se si deve dire che abbiamo felicemente portato a compimento la nostra azione. Cosa siano queste cose possiamo sperare di scoprirlo esaminando e classificando i tipi di casi in cui qualcosa funziona male e l’atto sposarsi, scommettere, lasciare in eredità, battezzare, e altri ancora — è perciò almeno in una certa misura un insuccesso: l’enunciato è allora, possiamo dire, non proprio falso ma in generale infelice. E per questa ragione chiamiamo la teoria delle cose che possono essere scorrette e funzionare male in occasione di tali enunciati, la teoria delle Infelicità. […] vi sono più modi di violare il linguaggio che semplicemente la contraddizione. Le domande principali sono: quanti modi, e perché violano il linguaggio, e in cosa consiste la violazione? […] Dobbiamo considerare la situazione totale in cui viene formulato l’enunciato — l’atto linguistico totale — se dobbiamo vedere il parallelo tra le asserzioni e gli enunciati performativi, e come ciascuno possa funzionare male. Così l’atto linguistico totale nella situazione linguistica totale sta emergendo dalla logica a poco a poco come importante in casi speciali: e perciò stiamo assimilando il supposto enunciato constativo al performativo. […] Possiamo, comunque, rafforzare la nostra convinzione che la distinzione sia definitiva tornando alla vecchia idea secondo la quale l’enunciato constativo è vero o falso e quello performativo è felice o infelice.

2.1.3. ma i due criteri non sono così lontani « Avendo suggerito che il performativo non è affatto distinto dal constativo in maniera così evidente — il primo felice o infelice, il secondo vero o falso — stavamo riflettendo su come definire il performativo in modo più chiaro.» Anche la verità ha bisogno di contesto; si avvicina quindi al criterio felicità / infelicità: « Supponiamo di mettere a confronto « la Francia è esagonale » con i fatti, in questo caso, suppongo, con la Francia: quest’asserzione è vera o falsa? Ebbene, se volete, fino ad un certo punto; naturalmente io posso capire ciò che intendi col dire che è vera per certi propositi e scopi. Va abbastanza bene per un generale di massimo grado, forse, ma non per un geografo. « Naturalmente è piuttosto approssimativo », dovremmo dire, « e va piuttosto bene come asserzione piuttosto approssimativa ». […] Il riferimento dipende dalla conoscenza che si ha al momento in cui viene proferito l’enunciato. […] È essenziale rendersi conto che « vero » e « falso », come « libero » e « non libero », non stanno per alcunché di semplice, ma soltanto per una dimensione generale dell’essere una cosa giusta o corretta da dire, in opposizione ad una cosa sbagliata, in queste circostanze, a questo uditorio, per questi scopi e con queste intenzioni.»

2.1.4. enunciati performativi: enunciati locutori, illocutori, perlocutori.

« Innanzitutto abbiamo distinto un gruppo di cose che facciamo nel dire qualcosa, che, nel loro insieme, abbiamo riassunto col dire che eseguiamo un atto locutorio, che approssimativamente equivale a pronunciare una certa frase con un certo senso e riferimento, che ancora equivale approssimativamente al « significato » nel senso tradizionale. In secondo luogo, abbiamo detto che eseguiamo anche degli atti illocutori quali informare, ordinare, avvertire, impegnarsi a fare qualcosa, etc., cioè enunciati che hanno una certa forza (convenzionale). In terzo luogo, possiamo anche eseguire degli atti perlocutori: ciò che otteniamo o riusciamo a fare col dire qualcosa, come convincere, persuadere, trattenere, e persino, per dire, sorprendere o ingannare.»

In ulteriore presentazione – bilancio generale: « … l’unità tra linguaggio e azione è il presupposto fondamentale della teoria degli atti linguistici, elaborata da Austin e Searle, secondo cui enunciare una frase significa anche, di per sé, compiere un’azione, in questo caso, il dire diventa fare, e il linguaggio diventa uno strumento dell’azione sociale. Austin (1962) distingue tre tipi di «atti linguistici», o meglio tre dimensioni dell’atto linguistico: l’atto locutorio (l’azione che si compie nel parlare stesso, nonché la capacità del linguaggio di descrivere stati di cose); l’atto illocutorio (in questo caso l’azione che compiamo è, a seconda, ordinare. consigliare, promettere, scusarsi ecc.); l’atto perlocutorio (che consiste nel la produzione — volontaria o involontaria — di conseguenze sulla situazione, dove l’azione consiste quindi in ciò di cui ci rendiamo responsabili se il nostro parlare produce un effetto extralinguistico, come convincere, allarmare, rassicurare ecc.). Facciamo un esempio: se io dico «ti assicuro che ti aspetto fuori», compio contemporaneamente tre atti distinti: un atto locutorio (cioè l’atto di pronunciare quelle determinate parole), un atto illocutorio (da in + locutorio, l’atto cioè che compio nel dire quella frase, e quindi, nel mio caso, l’assunzione di un impegno) e un atto perlocutorio (da per + locutorio, l’atto cioè che compio col dire quella frase, l’azione sul mio interlocutore, che può avere determinati effetti: in questo caso, spaventarlo, rallegrarlo, rassicurarlo ecc.). Boni, Federico 2007 Sociologia della comunicazione interpersonale, Laterza, Roma-Bari (da questo stesso studio è tratto liberamente il confronto Austin Wittgenstein sopra richiamato, in 2.1.)

2.1.5. centralità degli enunciati illocutori: « Con l’enunciato performativo, noi prestiamo la massima attenzione alla forza illocutoria dell’enunciato, e facciamo astrazione dalla dimensione della corrispondenza ai fatti. […] Ma la vera conclusione deve certamente essere che per noi è necessario a) distinguere tra atti locutori e illocutori, e b) specialmente, e in modo critico, stabilire in relazione ad ogni genere di atto illocutorio — avvertimenti, valutazioni, verdetti, asserzioni, e descrizioni — in quale modo specifico (se ve n’è uno) si intende che essi siano, in primo luogo a proposito o fuori luogo, e secondariamente, « giusti » o « sbagliati »; quali termini di valutazione vengono usati per ogni atto e cosa significano. Questo è un campo di ricerca molto vasto e certamente non porterà ad una semplice distinzione tra « vero » e « falso »; e non porterà neppure ad una distinzione tra le asserzioni e gli altri atti, poiché asserire è soltanto uno dei numerosissimi atti linguistici che appartengono alla classe degli atti illocutori. […]

Distinguo cinque classi molto generali: ma sono lungi dall’essere ugualmente soddisfatto di tutte. Comunque, sono sufficienti per fare il diavolo a quattro con due feticci con cui ammetto di essere incline a farlo, cioè 1) il feticcio vero/falso, 2) il feticcio valore/fatto. Chiamo quindi queste classi di enunciato, classificate secondo la loro forza illocutoria, con i seguenti nomi più o meno sgradevoli:
1) Verdettivi.
2) Esercitivi.
3) Commissivi.
4) Comportativi (questo è terribile).
5) Espositivi.»

2.1.6. l’incontro nella felicità / infelicità: « la verità e la falsità non sono (tranne che mediante un’astrazione artificiale che è sempre possibile e legittima per certi scopi) nomi che indicano relazioni, qualità, o altro, bensì una dimensione di valutazione - in che condizioni stanno le parole quanto all’essere soddisfacenti riguardo ai fatti, gli eventi, le situazioni, etc., a cui si riferiscono. »



2.2 Sviluppi e commento alle direzioni aperte dalla proposta di Austin

(dalla Introduzione all’opera FCP di Carlo Penco e Marina Sbisà)



2.2.1. Verità e felicità
Cade dunque il privilegio dato dai filosofi all’asserzione; questa non è che una delle diverse forme di atto illocutorio, accanto a valutazione, domanda, ordine, promessa, ecc. Ma l’asserzione è anche - per tradizione - l’uso del linguaggio che riguarda il vero e il falso. Cade forse dunque anche il privilegio dato al concetto di verità? È difficile dare una risposta univoca. Sul tema della verità Austin aveva scritto un articolo (Truth, 1950) che è stato al centro di una polemica con Strawson. Qui ci interessa mettere in evidenza tre aspetti particolarmente rilevanti come retroterra di FCP:
a) Contro l’idea che la verità sia una proprietà delle credenze o delle espressioni linguistiche (parole o frasi), Austin sostiene che ciò cui si attribuisce verità è l’asserzione (la quale si differenzia dalla frase, o dalla credenza, proprio perché è quello che poi Austin chiamerà un concreto atto linguistico eseguito in un contesto). In questo senso il saggio Truth dà un contributo indiretto ma centrale alla formazione delle idee poi esposte in FCP.
b) Per Austin il principio di bivalenza — cioè il principio della logica per cui ogni proposizione deve essere vera o falsa — « ha operato troppo a lungo come la forma più semplice e pervasiva della fallacia descrittiva» (Truth, p. 131). Questo principio non ha quella validità assoluta che i logici e i filosofi del linguaggio gli hanno sempre attribuito: da una parte (è il punto di partenza di FCP, Lezione I), abbiamo asserzioni « mascherate » che non descrivono alcunché e di cui non si direbbe che sono vere o false; dall’altra (è la conclusione di FCP, Lezione XI) comunque qualsiasi asserzione non va definita esclusivamente per la sua relazione al vero o al falso, ma anche in relazione allo scopo e alle intenzioni del parlante, alla posizione in cui la si può fare, al tipo di impegno che farla comporta, ecc.; queste caratteristiche hanno a che fare non tanto con la verità, ma con la felicità, o buona riuscita, di un atto illocutorio. Inoltre, se si applica il principio per cui occorre sempre «considerare la situazione linguistica nella sua totalità» (FCP, p. 101 [138]), nella vita reale, in opposizione alle situazioni semplificate della teoria logica, non si può sempre rispondere in modo semplice alla questione se un’asserzione è vera o falsa. Potrebbe trattarsi ad esempio di un’asserzione approssimativa o esagerata. Circostanze, uditorio e scopi dell’enunciazione concorrono così non solo a determinare la felicità dell’asserzione, ma anche la sua posizione in quella dimensione di giudizio che ha per poli estremi il vero e il falso (Truth, par. 5 e 6; FCP, pp. 104 [143] ss.).
c)
Austjn, da buon aristotelico difende una teoria corrispondentista della verità; ma riconosce chiaramente che dire che un’asserzione è vera quando « corrisponde ai fatti » è fuorviante, e porta a posizioni criticabili, come quella mai citata esplicitamente del Tractaius di Wittgenstein. La teoria corrispondentista rende però giustizia all’idea che « it takes two to make a truth », cioè che parliamo sempre di qualcosa (Truth, p. 124 n.). Come dunque salvarla? Austin contribuisce con due idee.
Da una parte, mostra come la corrispondenza del linguaggio ai fatti è una questione più generale di quel che riguarda il solo discorso assertivo: come un’asserzione è vera o falsa, così un verdetto è equo o iniquo, un consiglio buono o cattivo, un rimprovero meritato o non meritato (cfr. FCP, pp. 34 [41] s.). Dall’altra parte, mostra come non si può parlare di mera corrispondenza a « fatti », ma è più corretto parlare di convenzioni che fanno corrispondere le frasi a tipi di situazione e le asserzioni a situazioni storiche; queste convenzioni rispondono al duplice scopo descrittivo e indicale (dimostrativo) delle espressioni linguistiche. Austin conclude che « un’asserzione è detta vera quando lo stato di cose storico cui è correlata dalle convenzioni dimostrative (quello a cui « si riferisce ») è di un tipo con cui la frase usata nel farlo è correlata dalle convenzioni descrittive» (Truth, par. 3, pp. 121-22).
2.2.2. Filosofia e teoria del linguaggio
Come abbiamo a più riprese avuto occasione di vedere, il lavoro di Austin ha dato un grande numero di contributi alla teoria del linguaggio, sia offrendo temi e spunti all’elaborazione dei logici, sia fornendo strumenti concettuali alla linguistica, soprattutto nell’area della pragmatica. Ma che relazione ha questo lavoro con la filosofia? Si tratta della nascita di un nuovo pianeta-scienza dal vecchio grande sole filosofico, come Austin preannuncia altrove? Al ruolo di filosofo, egli ha forse ormai rinunciato? Si rilegga l’ultima pagina del libro: Austin non propone una teoria filosofica; propone un programma di lavoro di teoria del linguaggio; e lo offre ai lettori perché lo usino, per il piacere [fun] della filosofia.

E, in effetti, in FCP troviamo un autore che, spesso tra le righe, si diverte moltissimo a criticare certe abitudini intellettuali: la costruzione di dicotomie, il vizio del riduzionismo o gli stereotipi filosofici consolidati. Così vediamo Austin mettere in discussione e ristrutturare radicalmente una dicotomia dire/fare che non è altro che la reincarnazione della dualità teoria/prassi; protestare contro l’uso indiscriminato della dicotomia vero/falso; affermare che vuole fare il diavolo a quattro con la dicotomia fatto/valore.


Non è dire poco. Si tratta di categorie fondamentali della cultura occidentale. Fino a che punto va preso sul serio tutto ciò?
Forse non va preso sul serio perché la serietà della filosofia non era spirito di Austin? Ma proporre la filosofia come piacere e come gioco impedisce forse di prenderla sul serio? Non giocano forse molto seriamente i bambini? Austin mette in gioco i presupposti della propria cultura; ma di questa cultura accetta le regole: la pratica dell’argomentazione filosofica e la ricerca della verità. La sua è una scommessa di chi vuole criticare una tradizione dall’interno.
Ma allora perché Austin non sviluppò i suoi discorsi in modo più esplicito, in una teoria filosofica, etica o epistemologica? In un appunto datato ottobre 1951 leggiamo: « sempre stato consapevole che [FCP] avrebbe avuto ripercussioni in filosofia (...) so benissimo che ha ripercussioni in etica e epistemologia, ma lo tengo sotto silenzio [keeping that dark] ». Sviluppare simili discorsi avrebbe comportato una sorta di profondità che Austin rifiutava: dotato semmai di quella « profondità della superficie », che Nietzsche attribuiva ai Greci, Austin, formatosi sui testi classici, ha trovato nella superficie del linguaggio il suo luogo filosofico. E non è del tutto falso dire che FCP è un’opera di filosofia teoretica travestita strategicamente da ricerca linguistica. In questa ambiguità essa rimane un enfant terrible della filosofia del ‘900: con tutte le potenzialità di un’infanzia.

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