Con forza, la vita!



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19.11.2017
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CON FORZA, LA VITA!

Se mi chiedeste di definire la pittura di Taddei con pochi aggettivi, il primo che mi viene in mente è “viva”. Nel tratto, nella tavolozza, nella narrazione, nella costruzione è radicata una carica vitale fortissima immediatamente percepibile già di primo acchito. Accompagnata da una volontà comunicativa insolita. Da una capacità di coinvolgimento, di entrare in contatto con l’interlocutore altrettanto forte. Parlerei dunque di un gesto creativo che va molto al di là dell’esercizio tecnico-pittorico-stilistico per diventare atto totale e totalizzante, che coinvolge pienamente cervello e anima, che chiama all’appello, nel contempo, intelligenza intellettiva ed emotiva: anche in questo caso tanto quella dell’artista che quella di colui che sta di fronte alla tela. Davanti ad una tessitura scenica, cromatica, e costruttiva come quella di Claudio Taddei è difficile non sentirsi coinvolti: ci si trova confrontati con e ci si sente irresistibilmente chiamati da una pittura che include e avvolge lo spettatore, quando tanti altri, pur fior di artisti, tecnicamente dotati, il pubblico lo lasciano in qualche modo confinato ai margini, non riuscendo a calamitarne realmente l’attenzione, a farne parte stessa del dipinto, a sua volta metafora e sineddoche di un mondo di esperienze, emozioni, vissuti e stati d’animo che Claudio riesce così bene a trasmettere senza intermediari, senza che vi sia bisogno di richiami e ricami altri, estranei al quadro stesso: Taddei fa centro toccando – ripeto – non soltanto le corde dell’ammirazione per il gesto tecnico, ma quelle, ben più profonde e solide, dell’emozione, della condivisione, dell’empatia.

Nella fruizione si crea, insomma - o quanto meno personalmente così l’ho vissuto - un legame esperienziale cui non è evidentemente estraneo il calore della persona Claudio Taddei, con cui non è difficile entrare in rapporto. Quindi: capacità e conoscenza tecnica del disegno, della composizione, dei colori. Una preparazione teorica consolidata negli anni di Accademia a Montevideo. Approfondimenti e frequentazioni decennnali di musei, gallerie e mostre in Europa e Sud America. Ma anche una vocazione che lo spinge, in ogni disegno o dipinto, a raccontare, a farsi cantore di storie al centro delle quali vi è l’uomo in tutta la sua multiforme, complessa, drammatica esistenza.

Taddei – quello almeno che conosciamo sino ad oggi - non è un pittore da natura morta, e nemmeno è portato all’astratto. Anche in questa nuova mostra è l’essere (umano e, a volte, sovrumano) il protagonista quasi assoluto. L’artista ci invita dunque ad una costante riflessione sul senso e sul significato ultimo dell’esistenza, sospesa tra aspirazione all’ordine, alla tranquillità, ad improbabili certezze, e i colpi del destino, l’abisso, il caos. Ci fa riflettere sulla nostra storia collettiva ed individuale - dal momento della nascita a quello del trapasso - sul nostro ruolo di uomini, sulla risibilità delle nostre aspirazioni, sulla fragilità individuale e collettiva di un piccolo pianeta tra altri mille, sulla sua collocazione infinitesimale nelle infinite galassie dell’universo. Protagonisti delle tele sono alcuni miti ed archetipi che si ritrovano di frequente: figure materne e procreatrici (con richiami alla fertilità); figure ancestrali (che rimandano a cosmogonie panteiste e riti sciamanici); figure angeliche (che ricordano mitologie paganeggianti sincretistiche – qualcuno direbbe new age - non prive di una ricerca di spiritualità o di un’ambizione ad essa, in grado di aprire nuove porte).

Le tele di Claudio sono leggibili come altrettanti racconti, in cui la componente misteriosofica aleggia, seppur discreta, in sottofondo. Presenze – per citare il titolo di uno dei quadri qui esposti – che sgorgano da uno stato di coscienza più o meno vigile, ma cui non sembrano estranee esperienze medianiche, stati di trance, contatti stabiliti mediante fenomeni di alloglossia.

Può sembrare una lettura sin troppo facile, scontata, impressionistica, ma nel sangue di Claudio Taddei scorrono millenni di tradizioni e credenze ancestrali e tribali che in lui convivono accanto a quella europea. Taddei è dunque anche il continuatore di una lunga storia in cui si intrecciano e si uniscono canto, musica, danza, pittura in un unico – diremmo oggi – spettacolo globale: l’atto creativo.

Uno sciamano dei nostri tempi, un interprete che declina questa fortissima e- ripeto – vitalissima, vulcanica, prometeica energia traducendola in suoni, segni e colori, facendo dei suoi concerti altrettante performances totali. Guidate, in egual misura, da istinto e razionalità, da libertà e rispetto delle regole compositive, dal controllo e dalla volontà di sorprendere, ma soprattutto di lasciarsi sorprendere. Ordine e disordine, il Caos che sembra ricomporsi nella geografia del quadro, ma sempre pronto, sempre lì lì per tornare a farsi incontrollato ed incontrollabile, travolgente, dirompente, una Furia.

Questo stesso Caos destinato a vincere sulla umana volontà d’ordine che tuttavia l’artista – dilaniato e diviso – in parte non vuole e comunque non riesce a controllare poiché a guidarne la mano sono forze aliene superiori che gli si presentano all’improvviso, gli si parano davanti quando non se le aspetta e ne annullano l’eventuale umana aspirazione al rispetto delle regole, dei canoni, dell’abc.

C’è, nella tavolozza di Taddei, un altro elemento caratterizzante ed immediatamente percepibile: un dinamismo mercuriano, una mobilità e una rapidità compositiva, che fanno di queste opere degli esperimenti di action painting. Anche qui emerge il performer globale, guidato nell’atto creativo ed interpretativo da forze misteriose. Pronto a consumarsi sino all’ultima goccia, a spremersi sino allo sfinimento, ma certo di poter contare su quegli stessi misteriosi ed invisibili alleati che gli hanno sino a qui permesso, ed ancora gli permetteranno, di recuperare energie vitali per rifonderle nuovamente nell’atto creativo in un dare e avere, infondere e togliere, irrorare e prosciugare che sono, in fondo, la pur deludente risposta al senso stesso del vivere.

Trovare per forza, in un artista, dei modelli, dei maestri, dei punti di riferimento, diventa esercizio sterile e spesso non porta da alcuna parte. Citare Pollock, de Kooning, ma anche Basquiat, il nostro Nando Snozzi e qualche esponente della nuova grande scuola africana (penso a Dominique Zinkpé del Benin) non appare fuori luogo, ma decine di altri riferimenti potrebbero essere indicati e solo la testimonianza diretta di Claudio potrebbe avvalorarne la bontà, la fondatezza e, soprattutto, una consapevolezza paradigmatica.

Taddei è e rimane, al di là di quanto scritto sinora, un signor pittore, in grado di colpire e poi trattenere la nostra attenzione e il nostro occhio, abituati ormai a tutto, cronicamente incapaci di fermarsi e di sorprendersi, indifferenti a buona parte delle proposte e delle sollecitazioni che arte e vita sottopongono loro. Di fronte a un’opera di Taddei, invece, il miracolo accade poiché la sua pittura, come la sua figura, è autentica, anche (non solo) immediata, pronta a mettersi a nudo, a giocare a carte scoperte, a non barare. La sua pittura è sincera, coerente, definita: il cammino è segnato, gli esperimenti si fanno sui materiali e sulle tecniche, ma non sulla sostanza, non su facili soluzioni compromissorie adottate a mo’ di scorciatoia verso il successo commerciale.

Insomma, ad emergere nei quadri di Taddei - che sgorgano da esperienze personali ed esistenziali tanto difficili quanto umanamente ricche, ma sono anche il frutto di una duplice tradizione culturale di cui Claudio è pienamente e consapevolmente figlio ed aedo - sono la ricchezza, la complessità, lo stupore, la sorpresa, la gratitudine e la gioia della vita (in senso cosmico e panteistico): con una forza e una dirompenza che conoscono pochi simili.



Michele Ferrario


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