Concentrazione



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concentrazione




ISTITUTO DI PSICOSINTESI

Via San Domenico, 16

50133 FIRENZE

Eretto in Ente Morale con Decreto 1721 del 1 agosto 1965




Fondatore: Dott. Roberto Assagioli


CONCENTRAZIONE

(Archivio Assagioli - Firenze)
Dott. Roberto Assagioli

È opportuno anzitutto comprender bene la differenza tra la concentrazione spontanea, o automatica, e la concentrazione deliberata, diretta. Esse sono diverse tanto per natura, quanto per il modo nel quale si producono. La concentrazione spontanea è determinata da un forte interesse, desiderio o sentimento, che mantiene la mente lungo una certa linea. Un esempio tipico è quello dell’uomo d’affari che fa progetti per il successo della sua impresa; un altro esempio è la concentrazione dello studente sugli argomenti sui quali si aspetta di essere esaminato. Coloro che possono concentrarsi in tal modo s’illudono di possedere una buona quantità di concentrazione. Ma la capacità di mantenere la mente fissa su di un lavoro o argomento allorché è spinta da interesse intenso, bisogno o timore, non significa che possiamo farlo ugualmente quando manchino quegli incentivi. Se tentiamo di concentrarci su qualche argomento astratto o su qualcosa che non comporti alcun interesse o beneficio personale, troviamo difficile farlo, e scopriamo che in realtà non abbiamo alcun effettivo dominio della nostra mente.

Tale scoperta è umiliante, ma salutare. Dimostra quanto siamo in balia dei nostri stati d’animo, e, in questo senso, passivi, anche se esternamente possiamo essere positivi e attivi. Si può dire che i nostri pensieri, emozioni e impulsi agiscono in noi in modo quasi automatico e indipendente. In altre parole, noi siamo trascinati da essi, non siamo noi a scegliere e a dirigere.

Questo è uno dei motivi per cui gli interessi intellettuali non hanno l’efficacia e l’azione stimolante degli interessi personali dell’uomo medio; ma ciò avviene anche perché vi è una differenza inerente alla natura di quegli interessi. Gli argomenti astratti sono troppo “sottili”, sono troppo intangibili perché la mente possa afferrarli facilmente, per cui essa, non abituata a questo più faticoso metodo di funzionamento, è recalcitrante a farlo. E in generale ogni nuova attività, ogni nuovo modo di funzionare richiede uno sforzo che è scomodo.

Ciò spiega la riluttanza di tanti ad accettare nuove idee e a cambiare le loro convinzioni e i loro interessi; essi temono o detestano il nuovo e vi oppongono resistenza. Un esempio divertente di tale misoneismo, che ora sembra quasi incredibile, è la dichiarazione di un eminente astronomo francese, il quale nel 1884 disse di non esservi più nulla da scoprire nel campo dell’astronomia.

La constatazione che non siamo padroni della nostra mente è – lo ripetiamo – alquanto umiliante, ma è utile in quanto ci spinge a compiere sforzi per acquistare la padronanza. Un altro importante risultato di questa scoperta è la consapevolezza della differenza tra noi, e la nostra mente o le nostre emozioni. Lo sforzo infruttuoso per dominare la mente dimostra che vi è un conflitto, e conflitto significa che vi sono due parti in contrasto. Perciò questa consapevolezza del conflitto è preziosa in quanto mette in evidenza la distinzione tra l’“io”, con la volontà, e la mente, pigra o ribelle, che ha, in certo modo, una vita sua propria.

Questi riconoscimenti preliminari, ma vitali, costituiscono la base necessaria per imparare a concentrare la mente secondo la nostra volontà. Inoltre ci aiutano a comprendere noi stessi e ci danno l’incentivo che occorre per divenire padroni di questo strumento, la mente, che è un ottimo servitore quando è dominata, ma che può essere causa di errori e di inconvenienti quando non è collegata con gli altri aspetti della nostra personalità e non è diretta dalla volontà.

La tecnica da usare per ottenere il dominio sulla mente e la capacità di concentrarla e usarla a volontà è quella di dirigere e tenere ferma l’attenzione su oggetti a noi indifferenti che non presentino alcuna attrattiva per sé stessi. In tal modo impariamo a mantenere fissa la mente, senza l’aiuto dell’interesse o del desiderio personale.

Vi sono molti di tali esercizi di concentrazione che possono essere praticati per allenarci. L’osservazione è uno dei mezzi più semplici e quindi adatto per cominciare. Esso allena l’attenzione e sviluppa la capacità di focalizzarla; questo è il primo passo verso i più difficili e completi procedimenti di meditazione su argomenti astratti.

L’esercizio consiste nell’osservare rapidamente e accuratamente una serie di oggetti, per esempio quelli esistenti in una stanza, per mezzo minuto, e quindi scrivere un elenco per quanto possibile dettagliato di quello che si è notato.

Lo stesso esercizio può essere fatto guardando la vetrina di un negozio, od osservando un quadro. Ripetendo tali esercizi possiamo accertare il grado di sviluppo della nostra capacità, controllando l’esattezza delle nostre osservazioni.

Tali esercizi dimostrano anche che la capacità di osservare varia molto secondo i diversi tipi psicologici. Alcune persone trovano questo genere di esercizio relativamente facile perché s’interessano al mondo esterno e osservano abitualmente quello che li circonda. Invece questi esercizi riescono più difficili, ma appunto perciò sono particolarmente utili, a coloro che hanno tendenza a vivere con l’attenzione rivolta verso l’interno, coloro il cui interesse è diretto principalmente verso i mondi dell’emozione, dell’immaginazione e del pensiero. Gli esercizi li allenano ad osservare e a concentrarsi su quello che meno li interessa, e ciò li aiuta a sviluppare un lato relativamente manchevole della loro natura. Lo scopo per tutti è di saper concentrarsi quando lo si voglia, su ogni livello di vita e su ogni particolare oggetto o soggetto, indipendentemente dall’interesse che questo presenta di per sé.

Gli esercizi di osservazione degli oggetti esterni sono una preparazione per la concentrazione su “oggetti interni”: immagini, sentimenti, idee. Un esercizio che costituisce un passaggio tra i due è quello di osservare un’immagine esterna per trenta secondi, quindi chiudere gli occhi e cercare di trattenerla davanti all’“occhio della mente”. Tutti noi abbiamo questo potere d’immaginazione, nel senso di poter raffigurare oggetti, volti, ecc. che ci sono famigliari. È più sviluppato e vivido in alcune persone che in altre, ma per lo scopo che ci si propone qui non è tanto importante l’immagine in sé, quanto la capacità di tenerla ferma davanti all’occhio della mente, e di potere concentrare l’attenzione su di essa.

Un secondo esercizio di questo tipo consiste nell’evocare un’immagine e mantenerla saldamente nel campo della coscienza per un breve periodo senza averla guardata poco prima. Si può cominciare con qualche oggetto ben noto, quale un edificio che si vede ogni giorno, un panorama che si conosce bene, o una persona di famiglia. L’immagine dovrebbe essere evocata con precisione, con concentrazione sui dettagli, e poi tenuta fissa per un certo tempo. Nel farlo si crea una lotta, un’interessante, ma talvolta esasperante schermaglia tra la nostra volontà di mantenere saldamente l’immagine e la fluida natura dell’immaginazione, che è abituata a passare da un soggetto all’altro in modo rapido e disordinato. Essa giocherà ogni sorta di tiri: distorcerà l’immagine, vi aggiungerà qualche elemento estraneo, la dividerà in due o più parti, la sostituirà con qualche altra. Farà insomma qualsiasi cosa per non lasciare l’immagine ferma davanti all’occhio della mente.

Anche questo fatto è umiliante, ma rivelatore al tempo stesso. Una volta di più ci troviamo di fronte all’evidenza che non siamo i padroni della nostra psiche e che vi è conflitto tra essa e il nostro vero essere. È qui che la conquista dell’auto-dominio comincia realmente, nel senso di imparare a dirigere e a usare come vogliamo il nostro “strumento psichico”.

La chiave per conseguire il potere di concentrazione è, come in ogni altro campo, una perseverante pazienza, una ripetuta fatica. Un ulteriore incitamento ad accingerci a farlo sta nel fatto che l’evocazione di immagini, oltre a sviluppare la nostra capacità di concentrazione, ci dà modo di utilizzare la grandissima efficacia dell’immaginazione. Ma questo tema sarà esaminato in seguito, nella dispensa sull’uso della visualizzazione, quale una delle più importanti parti della tecnica della meditazione. Per ora consideriamo la visualizzazione soltanto come una fase della concentrazione.

Indipendentemente da questi specifici esercizi, vi sono numerose occasioni per allenare la nostra concentrazione durante la vita quotidiana. Possiamo farlo col prestare la piena attenzione ad ogni attività che stiamo svolgendo, senza lasciare vagare la mente. Le azioni abituali vengono spesso compiute in modo più o meno automatico, mentre come estranee occupano il campo della coscienza. Ciò crea uno stato di dissociazione passiva che può arrivare a proporzioni dannose, ed è in ogni caso uno spreco di energia. Più innanzi, nel corso dei nostri studi, prenderemo in esame la possibilità di fare due cose contemporaneamente, ma ciò è una cosa del tutto diversa. In questo caso siamo ben consapevoli e attivi su entrambi i livelli, invece nel primo caso vi è una più o meno automatica esecuzione di attività fisiche mentre l’immagine va per conto suo.

A tale proposito si può dire che molte persone non vivano nel presente: la massima parte del loro interesse, della loro attenzione, della loro psicologia è diretta al passato o al futuro; essi ricordano o rimpiangono cose passate, e si crucciano per cose che potrebbero accadere. Questo atteggiamento è dannoso e dovrebbe essere eliminato. Riassumendo, concentrazione significa capacità di vivere nel presente, e specificamente in quella parte o area del presente che riguarda il nostro compito immediato.

Vi è poi una forma di concentrazione superiore e più importante di quelle finora indicate: quella dell’Osservatore o Spettatore interno che, perfettamente concentrato, (egli stesso) osserva il mutevole panorama della vita psicologica – quella che William James chiamò “corrente mentale”: la percepisce in modo distaccato, la regola e, quando occorra, interviene per mutarla. Non è facile mantenere fissa questa posizione interna. Trovandoci, per così dire, “sulla sponda” del flusso mentale, tendiamo ad essere travolti dalle sue correnti. L’attenzione è facilmente spostata da qualche ondata di emotività, da qualche idea interessante, da qualche impulso, e dobbiamo continuamente riportarla verso il centro di concentrazione, verso il Sé consapevole, la parte in noi che è persistente e immutabile attraverso tutti i cambiamenti del flusso psicologico.

La capacità di osservare e di percepire gli “oggetti interni” è stata così descritta da Hermann Keyserling nel suo Diario di viaggio di un filosofo:

“Ogni riconoscimento è percezione. Riflessione, induzione, deduzione non sono soltanto mezzi per raggiungere la percezione. Non a caso avviene che, perfino riguardo ai rapporti invisibili, si suol dire: io vedo come sta la cosa, infatti si percepisce anche una connessione astratta. È ingiustificato affermare che vi sia una differenza tra l’osservazione di un oggetto esterno, la visualizzazione dell’immaginazione di un pittore, la concezione di un pensiero e la visione mentale di un’idea. È sempre lo stesso problema: quello della percezione. Soltanto gli oggetti e gli organi variano. Ma un’idea, come fenomeno, è qualcosa di “esterno” come l’albero di fronte a noi; noi la percepiamo o no”.

Tale allenamento alla concentrazione durante i primi mesi costituisce una base necessaria per la futura pratica della meditazione. Occorre tuttavia evitare i due estremi: uno è quello di fare questi esercizi, apparentemente non interessanti, in modo meccanico, per abitudine; eseguiti così non raggiungerebbero lo scopo; l’altro è quello di farli con troppo sforzo o tensione. Inoltre non dovremmo tentare di eseguirli quando siamo stanchi, poiché allora vi è poca probabilità di riuscita.

Un altro avvertimento è che non ci si dovrebbe scoraggiare per l’insuccesso, specialmente riguardo all’incapacità a mantenere fissa la concentrazione per un certo tempo. Da principio è già abbastanza se si può conseguire una vera concentrazione per dieci o venti secondi; un minuto o due sono già molti. Perciò è meglio compiere vari esercizi brevi con buon esito, anziché cercare di trattenere a forza fissa l’attenzione più a lungo.

Infine vi sono due atteggiamenti utili che, al pari di quello dell’Osservatore, ciascuno di noi dovrebbe cercare di mantenere durante tutti gli esperimenti ed esercizi: il primo è la pazienza con noi stessi, più esattamente col nostro “strumento’” indisciplinato dal quale speriamo di ottenere a poco a poco la collaborazione. L’altro è la fiducia nella perseveranza, che porterà alla riuscita. Le seguenti parole di Keyserling – ancora nel suo Diario di Viaggio di un Filosofo – potranno rafforzare tale fiducia e ci renderanno sempre più consapevoli del valore di ciò che tentiamo di conseguire:



“Indubbiamente il potere di concentrazione è un reale potere propulsore della totalità del nostro meccanismo psichico. Nulla eleva la nostra capacità di azione quanto il suo accrescimento. Ogni successo, non importa in quale sfera, può essere riferito all’intelligente sfruttamento di questo potere. Nessun ostacolo può resistere permanentemente all’eccezionale potere della massima concentrazione. L’attenzione costringe ogni problema a rivelare, prima o poi, tutti i suoi aspetti che possono essere riconosciuti”.

Da uno scritto del Dott. R. Assagioli del 17 maggio 1934


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