Condotti per mano da Dio…



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Condotti per mano da Dio…”
Guida al libro dell’Esodo
Introduzione

Come si sviluppa il racconto dell’Esodo? È la narrazione che illustra in che modo Dio stabilisca il suo regno fra gli uomini. Come primo atto, conduce fuori dalla schiavitù un popolo oppresso, costretto a vivere in condizioni disumane. Per fare questo, combatte contro le divinità oppressive dell’Egitto, che sostengono il dominio tirannico di Faraone. La lotta si intensifica nel dispiegamento dei dieci segni o piaghe, fino al segno culminante del passaggio del mare. Tutta la vicenda dimostra come soltanto Dio regni ed attesta che il suo regno crea libertà.

Il popolo, ormai liberato, s’inoltra nel deserto per raggiungere la terra promessa. In questo vicenda, sperimenta come Dio rimanga sempre un liberatore e un protettore. Israele viene soccorso nei suoi bisogni primari e difeso dal nemico che intende annientarlo. In questo modo impara a fidarsi di Dio e la traversata del deserto si tramuta in una scuola di apprendimento del servizio divino.

Giunto alle falde del Sinai, il popolo viandante riceve il dono massimo, quello dell’Alleanza, fondata sull’osservanza della Legge. Dio, che può esigere la fiducia di Israele per ciò che si è rivelato, chiede l’obbedienza alla sua volontà. Egli solo deve regnare perché Egli solo esercita un dominio liberatore. Lo strumento del suo regno sarà l’obbedienza alla Legge, una legislazione che si propone di creare rettitudine e solidarietà tra gli uomini. Osservando la legge, il popolo conoscerà che l’evento della liberazione si perpetua nel tempo, in ogni epoca.

Oltre alla Legge, viene posto un altro segno del regno di Dio: il santuario. Esso è un segno della sua vicinanza; attorno ad esso, si radunerà l’assemblea per celebrare la sovranità del Signore, per riascoltare la sua Parola e sperimentare il suo aiuto.

L’edificazione del santuario viene interrotta dal peccato compiuto dall’intero popolo il quale, per quanto sta in lui, non esita ad incrinare il patto, appena stipulato. Proprio questo fatto drammatico diventa l’occasione per scoprire il volto più sorprendente del Signore. Egli non abbandona il suo popolo, ma lo perdona e sebbene venga affermato con forza che il peccato non possa accordarsi con la santità di Dio, Egli continua a restare insieme con i trasgressori. Il santuario, infine, viene edificato e Dio assicura la sua presenza in esso ma è un santuario mobile. Il Signore è in cammino, accompagna il popolo lungo il deserto ma soprattutto lungo la storia, in un viaggio in cui la libertà deve essere sempre riconquistata e riaffermata.



Israele in Egitto

Il capitolo presenta la triste condizione in cui versa il popolo d'Israele in Egitto. Dopo il periodo lieto vissuto quando Giuseppe governava, ora la situazione è assai deteriorata. L'Egitto sente come una minaccia la presenza di un popolo straniero nel suo territorio, una paura immotivata. A questo punto, gli ebrei, temuti come potenziali nemici, vengono costretti ai lavori forzati. Si cerca perfino di annientarli, regolandone le nascite in modo violento. Sospetti ingiusti, sopraffazioni, paure dense di rancore da sempre sono in agguato ovunque e deturpano le civiltà che si susseguono.

Così è tornato a prevalere il caos e il dominio della tenebra. È necessaria, allora. una nuova creazione. Dio però sembra assente, dimentico dei discendenti dei patriarchi, ai quali aveva promesso che avrebbero potuto contare su una numerosa discendenza in una terra prospera. In realtà Dio è già in azione, pur senza mostrarsi in modo palese. Lo rivela  il fatto stesso della fecondità del suo popolo, che dimostra l'avverarsi di una delle promesse fatte ad Abramo. In silenzio il Signore agisce nelle coscienze degli uomini retti. Sue collaboratrici sono sopratutto delle donne, le persone considerate insignificanti nella cultura del tempo. S’avvia il conflitto tra Dio e gli dèi dell’Egitto, tra Dio e Faraone. In ogni tenebra, s’accende un filo di luce e di speranza. 

Una nuova creazione

Questi sono i nomi... ricorda “queste sono le generazioni”, l'espressione biblica che apre una genealogia (Gen 2,4; 5,1; 6,9; 10,1). Anche ora si apre una genealogia, assistiamo, cioè all'origine di un nuovo popolo, il popolo di Dio. Si conclude una storia di famiglia (quella dei Patriarchi), narrata in precedenza nel libro della Genesi, e inizia quella di un’intera nazione. L'Esodo racconta la genesi del popolo del Signore. L’enumerazione di tutte le dodici tribù attesta che Israele, nella sua interezza, è partecipe del dono della liberazione; si tratta di un rilievo teologico più che storico. La narrazione si pone come un paradigma di fede per ogni israelita, anzi per ogni uomo (settanta è il numero dei popoli, cf. Gen 10), poiché Dio vuole liberare ogni uomo che vive nel disagio.

I verbi prolificare (v.7), brulicare rinviano al linguaggio usato nel racconto della creazione (Gen 1,20-22.24): ora, infatti, ne avviene una nuova, quella di un popolo. La circostanza rievoca le promesse ai patriarchi: Dio, che ha già mantenuto la promessa della fecondità (Gen 15,5), ora s'accinge a portare a compimento quella della terra (Gen 13,15).



Capitolo 1 [1]Questi sono i nomi dei figli d'Israele entrati in Egitto con Giacobbe e arrivati ognuno con la sua famiglia: [2]Ruben, Simeone, Levi e Giuda, [3]Issacar, Zàbulon e Beniamino, [4]Dan e Nèftali, Gad e Aser. [5]Tutte le persone nate da Giacobbe erano settanta, Giuseppe si trovava gia in Egitto. [6]Giuseppe poi morì e così tutti i suoi fratelli e tutta quella generazione. [7]I figli d'Israele prolificarono e crebbero, divennero numerosi e molto potenti e il paese ne fu ripieno.

Gli Israeliti non appartengono all'Egitto: sono entrati e vi potranno uscire. Ogni israelita deve sentirsi amato dal Signore come lo furono quelli che uscirono dalla schiavitù e applicare a sé, ciò che Egli ha compiuto per la folla: «Sono io quel servo, Signore, al quale hai spezzato le catene» (Salmo 116, 7).

La solidarietà di Dio, però, raggiunge tutti gli uomini e la vicenda d’Israele manifesta l’unico amore divino che opera in modo discreto in ogni vicenda umana di liberazione. Lo attesta un passo del profeta Amos: «Non sono io che ho fatto uscire Israele dal paese d’Egitto, i Filistei da Caftor e gli Aramei da Kir?» (Am 9,7).

La missione di Gesù viene presentata nel Vangelo come un nuovo esodo e Gesù come un nuovo Mosè. Istituendo i Dodici (Cf. Mc 3,14 Ap 21,14), in modo analogo al numero dei capitribù d'Israele, intende rifondare il popolo di Dio per compiere con esso un nuovo e definitivo cammino di liberazione: «Gesù Cristo ha dato se stesso per i nostri peccati al fine di strapparci da questo mondo malvagio, secondo la volontà di Dio e Padre nostro» (Gal 1,4; cf Es 6,6 (LXX)). San Paolo considererà un dono personale la redenzione operata da Gesù per tutti (Gal 2,20).

Il passo c’invita a cogliere l'azione amorevole di Dio nella nostra vita: Egli agisce, in via normale, concedendo i beni normali dell’esistenza, senza uscire dal suo silenzio. Ama manifestarsi e, nello stesso tempo, nascondersi nei suoi doni innumerevoli. La fede ci dovrebbe renderci capaci di cogliere i doni innumerevoli disseminati da Dio nella nostra vita, in qualsiasi situazione. Un esempio lo possiamo scorgere nel dono del cibo: «Non ha cessato di dar prova di sé beneficando, concedendovi dal cielo piogge per stagioni ricche di frutti e dandovi cibo in abbondanza per la letizia dei vostri cuori» (At 14,17). 

L’oppressione

Quanto più opprimevano il popolo, tanto più si moltiplicava e cresceva oltre misura: la continua proliferazione del popolo, segno della grazia di Dio operante nel segreto, denuncia il fallimento del progetto di Faraone. Ben lontano dalla politica sapiente attuata da Giuseppe, pensa che lo straniero non sia un aiuto ma una minaccia. Inoltre confida in  una sapienza profana che vuole sostituirsi a Dio (facciamoci astuti...) ma l'astuzia è ben diversa dalla sapienza (Sal 33,10-11).

[8]Allora sorse sull'Egitto un nuovo re, che non aveva conosciuto Giuseppe. [9]E disse al suo popolo: “Ecco che il popolo dei figli d'Israele è più numeroso e più forte di noi. [10]Prendiamo provvedimenti nei suoi riguardi per impedire che aumenti, altrimenti, in caso di guerra, si unirà ai nostri avversari, combatterà contro di noi e poi partirà dal paese”. [11]Allora vennero imposti loro dei sovrintendenti ai lavori forzati per opprimerli con i loro gravami, e così costruirono per il faraone le città-deposito, cioè Pitom e Ramses. [12]Ma quanto più opprimevano il popolo, tanto più si moltiplicava e cresceva oltre misura; si cominciò a sentire come un incubo la presenza dei figli d'Israele. [13]Per questo gli Egiziani fecero lavorare i figli d'Israele trattandoli duramente. [14]Resero loro amara la vita costringendoli a fabbricare mattoni di argilla e con ogni sorta di lavoro nei campi: e a tutti questi lavori li obbligarono con durezza.

La politica di Faraone ricorda quella che condurrà Salomone (1 Re 9,15-22). L'oppressione, però, fu condannata all'interno del popolo di Dio. Non bisogna che israeliti facoltosi e potenti diventino come altri faraoni nei confronti dei loro fratelli (Es 22,20-26; Isaia 5,7-9; Am 4,10). 



L’obiezione delle levatrici

La provvidenza di Dio si manifesta nell'azione onesta e solidale delle levatrici; esse portano due nomi che significano bellezza e splendore, perché difendono la vita degli uomini deboli e minacciati. Sono un esempio dei pagani che, seguendo i dettami della loro coscienza «sono legge a se stessi» (Rm 2,14; Cf. At 28,2).

 [15]Poi il re d'Egitto disse alle levatrici degli Ebrei, delle quali una si chiamava Sifra e l'altra Pua: [16]“Quando assistete al parto delle donne ebree, osservate quando il neonato è ancora tra le due sponde del sedile per il parto: se è un maschio, lo farete morire; se è una femmina, potrà vivere”. [17]Ma le levatrici temettero Dio: non fecero come aveva loro ordinato il re d'Egitto e lasciarono vivere i bambini. [18]Il re d'Egitto chiamò le levatrici e disse loro: “Perché avete fatto questo e avete lasciato vivere i bambini?”. [19]Le levatrici risposero al faraone: “Le donne ebree non sono come le egiziane: sono piene di vitalità: prima che arrivi presso di loro la levatrice, hanno gia partorito!”. [20]Dio beneficò le levatrici. Il popolo aumentò e divenne molto forte. [21]E poiché le levatrici avevano temuto Dio, egli diede loro una numerosa famiglia. [22]Allora il faraone diede quest'ordine a tutto il suo popolo: “Ogni figlio maschio che nascerà agli Ebrei, lo getterete nel Nilo, ma lascerete vivere ogni figlia”.

Le levatrici attuano una disobbedienza civile e, a sua volta, ogni credente deve diversificarsi dallo stile iniquo ed opporsi, nel limite del possibile, alle azioni malvagie che deturpano la convivenza (Cf. 1 Pt 4,3-4).

Papa Francesco parlando ai medici cattolici:

«Da molte parti, la qualità della vita è legata prevalentemente alle possibilità economiche, al “benessere”, alla bellezza e al godimento della vita fisica, dimenticando altre dimensioni più profonde – relazionali, spirituali e religiose – dell’esistenza. In realtà, alla luce della fede e della retta ragione, la vita umana è sempre sacra e sempre “di qualità”... Il pensiero dominante propone a volte una “falsa compassione”: quella che ritiene sia un aiuto alla donna favorire l’aborto, un atto di dignità procurare l’eutanasia, una conquista scientifica “produrre” un figlio considerato come un diritto invece di accoglierlo come dono; o usare vite umane come cavie di laboratorio per salvarne presumibilmente altre”.

Papa Francesco poi chiarisce il vero senso della compassione e prevede anche che il cristiano possa avvalersi dell'obiezione di coscienza:



La compassione evangelica invece è quella che accompagna nel momento del bisogno, cioè quella del Buon Samaritano, che “vede”, “ha compassione”, si avvicina e offre aiuto concreto (cfr Lc 10,33). ... La fedeltà al Vangelo della vita e al rispetto di essa come dono di Dio, a volte richiede scelte coraggiose e controcorrente che, in particolari circostanze, possono giungere all’obiezione di coscienza. E a tante conseguenze sociali che tale fedeltà comporta» (dal discorso all’Associazione medici cattolici italiani, 15 Novembre 1914).

Prima che cominci un atto di liberazione che mostri in modo palese il suo agire, Dio diventa il soccorritore del popolo in modo discreto ma concreto ed efficace. L’intento del re d’Egitto mostra le prime falle. Mentre ancora perdura una situazione di peccato, Dio non è né assente, né indifferente. 


La figura di Mosè

Mosè nascosto nella cesta

Faraone permette  che le donne fossero lasciate in vita, perché non godevano di alcuna considerazione ma proprio le donne, salvando il neonato, prescelto da Dio, sia pure in modo inconsapevole, fanno fallire il suo progetto. Mosè, che appartiene alla tribù sacerdotale di Levi, quella santa per eccellenza, presenta su di sé la bellezza che l'uomo possiede agli occhi di Dio. Il cestello è chiamato teba (arca), come quella che salvò Noè, poiché assistiamo ad una nuova vittoria sul caos, come quello del diluvio, ed ora esso è rappresentato dalla situazione di assenza di solidarietà e di violenza.



Capitolo 2 [1]Un uomo della famiglia di Levi andò a prendere in moglie una figlia di Levi. [2]La donna concepì e partorì un figlio; vide che era bello e lo tenne nascosto per tre mesi. [3]Ma non potendo tenerlo nascosto più oltre, prese un cestello di papiro, lo spalmò di bitume e di pece, vi mise dentro il bambino e lo depose fra i giunchi sulla riva del Nilo. [4]La sorella del bambino si pose ad osservare da lontano che cosa gli sarebbe accaduto. [5]Ora la figlia del faraone scese al Nilo per fare il bagno, mentre le sue ancelle passeggiavano lungo la sponda del Nilo. Essa vide il cestello fra i giunchi e mandò la sua schiava a prenderlo. [6]L'aprì e vide il bambino: ecco, era un fanciullino che piangeva. Ne ebbe compassione e disse: “E' un bambino degli Ebrei”.

Nello sguardo delle donne verso al bambino, s'intravede quello di Dio stesso: «Tu sei prezioso ai miei occhi, perché sei degno di stima e io ti amo» (Is 43,4).


La figlia di Faraone salva il profeta

La storia di Mosè prefigura quella dell'intero popolo: egli entra nel mondo della morte ma, attraversandolo, conosce il mondo della vita. È colui che è stato tratto dalle acque e colui che tirerà fuori dall'acqua. Il tutto viene riferito a cause seconde, ma l’azione segreta di Dio è determinante.



[7]La sorella del bambino disse allora alla figlia del faraone: “Devo andarti a chiamare una nutrice tra le donne ebree, perché allatti per te il bambino?”. [8]“Và”, le disse la figlia del faraone. La fanciulla andò a chiamare la madre del bambino. [9]La figlia del faraone le disse: “Porta con te questo bambino e allattalo per me; io ti darò un salario”. La donna prese il bambino e lo allattò. [10]Quando il bambino fu cresciuto, lo condusse alla figlia del faraone. Egli divenne un figlio per lei ed ella lo chiamò Mosè, dicendo: “Io l'ho salvato dalle acque!”.

Un caso analogo si verifica in Gesù il quale, sfuggendo alla cattura di Erode, anticipa l'esito vittorioso della sua Pasqua (Mt 2,11-23). Inoltre l’evangelista Matteo pone delle fori somiglianze tra la vicenda di Gesù e quella dell’antico condottiero. Nel periodo della sua nascita avviene una strage di bambini, proprio come nel caso di Mosè (Cf. Mt 2,16-18); Gesù vi sfugge per volontà di Dio, come capita al profeta. Il ritorno di Gesù, dall'esilio in Egitto, viene narrato riferendo le stesse parole che richiedono il ritorno di Mosè (Mt 2,20; Es 4,19). La venuta di Gesù, come un tempo quella di Mosè, è stata una ferma contestazione dei poteri opprimenti i quali non sono furono in grado di tacitarla e ridurla al nulla. La Parola di Dio non può essere incatenata! (Cf. 2 Tm 2,9).  


La fuga

Mosè cresce in senso fisico ma anche e spirituale: desidera incontrare i fratelli ebrei, condividere le necessità dei santi... (Rm 13,13). Vive secondo un profondo ideale di giustizia ma lo applica male, usando una violenza istintiva. Non è forse simile ai sedicenti liberatori che, non operando in seguito ad un incarico divino, non conseguono alcun risultato?



[11]In quei giorni, Mosè, cresciuto in età, si recò dai suoi fratelli e notò i lavori pesanti da cui erano oppressi. Vide un Egiziano che colpiva un Ebreo, uno dei suoi fratelli. [12]Voltatosi attorno e visto che non c'era nessuno, colpì a morte l'Egiziano e lo seppellì nella sabbia

Mosè ha cominciato una maturazione significativa che prevede, comunque, altre tappe, tra slanci di generosità e esitazioni: «Divenuto adulto, rifiutò di essere chiamato figlio della figlia del faraone, preferendo essere maltrattato con il popolo di Dio piuttosto che godere momentaneamente del peccato. Egli stimava ricchezza maggiore dei tesori d'Egitto l'essere disprezzato per Cristo; aveva infatti lo sguardo fisso alla ricompensa» (Eb 11, 24-26).



. [13]Il giorno dopo, uscì di nuovo e, vedendo due Ebrei che stavano rissando, disse a quello che aveva torto: “Perché percuoti il tuo fratello?”. [14]Quegli rispose: “Chi ti ha costituito capo e giudice su di noi? Pensi forse di uccidermi, come hai ucciso l'Egiziano?”. Allora Mosè ebbe paura e pensò: “Certamente la cosa si è risaputa”. [15]Poi il faraone sentì parlare di questo fatto e cercò di mettere a morte Mosè. Allora Mosè si allontanò dal faraone e si stabilì nel paese di Madian e sedette presso un pozzo.

Uno schiavo ebreo ne percuote un altro. Non c’è soltanto l’oppressione dello stato sui deboli, ma anche quella dei poveri tra loro poiché una situazione misera rende difficile il mantenimento di rapporti fraterni. Mosè non ha alcuna autorità sugli ebrei; anzi non ha più identità: non è più né egiziano né ebreo. Dio chiamandolo gli assegnerà un compito, un'identità e un valore. L'identità morale è più importante di quella fisica.

Gesù saprà inserirsi in una condizione di maledizione introducendo in essa la benedizione, col sacrificio di se stesso (Gal 3,13). Si muove in sintonia con Lui chi non si lascia vincere dal male, ma vince il male con il bene (Rm 13,21). Il vero bene nasce sempre da Dio e noi possiamo soltanto collaborare con Lui (Cf. At 5,34-39).

Intraprendere una missione presuppone l’acquisizione della maturità spirituale: «Bisogna prima di tutto acquisire l’impassibilità, ossia la libertà interiore, e solo dopo, se la circostanza lo richiede, comandare agli altri. Quando si è abitualmente liberi da ogni passione, allora si amministrano le cose in modo da non venire condannati e da non ricevere danno» (Pietro Damasceno, Argomento del libro,Filocalia 3, p. 178). 


In Madian

Il racconto evidenziata la provvidenza di Dio nella vita di quest'uomo, che ora sembra perso in se stesso. Aiutando le donne, Mosé si dimostra un uomo sensibile alla giustizia e tutto dedito al servizio della persona debole. Nelle vicende della sua peregrinazione, egli  rivive le vicissitudini dei patriarchi (gli eventi presso i pozzi) e, come loro, è straniero e pellegrino. Giacobbe aveva dovuto fuggire l'ira del fratello Esaù, ma, nonostante avesse commesso delle colpe, fu scelto e aiutato da Dio (Gen 28,10-15). Il testo mette in risalto il fatto che Mosè acquista una nuova famiglia in Madian.



[16]Ora il sacerdote di Madian aveva sette figlie. Esse vennero ad attingere acqua per riempire gli abbeveratoi e far bere il gregge del padre. [17]Ma arrivarono alcuni pastori e le scacciarono. Allora Mosè si levò a difenderle e fece bere il loro bestiame. [18]Tornate dal loro padre Reuel, questi disse loro: “Perché oggi avete fatto ritorno così in fretta?”. [19]Risposero: “Un Egiziano ci ha liberate dalle mani dei pastori; è stato lui che ha attinto per noi e ha dato da bere al gregge”. [20]Quegli disse alle figlie: “Dov'è? Perché avete lasciato là quell'uomo? Chiamatelo a mangiare il nostro cibo!”. [21]Così Mosè accettò di abitare con quell'uomo, che gli diede in moglie la propria figlia Zippora. [22]Ella gli partorì un figlio ed egli lo chiamò Gherson, perché diceva: “Sono un emigrato in terra straniera!”.

La tradizione ebraica assimila Mosè agli antichi patriarchi: «Quando arrivò a Madian, si fermò proprio a quel pozzo e lì rivisse la medesima esperienza di Isacco e Giacobbe: al pari di loro egli vi trovò la sua consorte. Rebecca fu scelta da Eliezer quale moglie per Isacco mentre era indaffarata ad attingere acqua per quello straniero. Giacobbe vide Rachele per la prima volta mentre era intenta ad abbeverare le pecore, e giusto lì Mosè conobbe la sua futura moglie Sefora» (L. Ginzberg, Le leggende degli ebrei, IV, Adelphi Edizioni, Milano 2003, p. 55)


Il grido degli schiavi

Compare Dio, il protagonista finora nascosto, e dichiara la sua profonda solidarietà verso il popolo sofferente. Israele non invoca ma si lamenta.



[23]Nel lungo corso di quegli anni, il re d'Egitto morì. Gli Israeliti gemettero per la loro schiavitù, alzarono grida di lamento e il loro grido dalla schiavitù salì a Dio. [24]Allora Dio ascoltò il loro lamento, si ricordò della sua alleanza con Abramo e Giacobbe. [25]Dio guardò la condizione degli Israeliti e se ne prese pensiero.

«Il sentimento religioso dei figli d’Israele era a quell’epoca tale da non far sperare in alcun sostegno divino… A causa della loro malvagità la mano del Faraone infierì vieppiù, finché Dio non ebbe pena di loro e mandò Mosè a riscattarli dalla schiavitù d’Egitto» (L. Ginzberg, Le leggende degli ebrei, IV… p. 49).

Il lamento del povero, in ogni caso, vale come preghiera presso Dio. Un esempio: Dio ascolta il pianto d’un bambino, il figlio di Agar, che sembra destinato a morte sicura. «Tutta l'acqua dell'otre era venuta a mancare. Allora Agar depose il fanciullo sotto un cespuglio e andò a sedersi di fronte, perché diceva: «Non voglio veder morire il fanciullo!». Quando gli si fu seduta di fronte, egli alzò la voce e pianse. Ma Dio udì la voce del fanciullo e un angelo di Dio chiamò Agar dal cielo» (Gen 21,15-17).

Il dolore dell'umile diventa un'accusa per chi lo tormenta: «Le lacrime della vedova non scendono forse sulle sue guance e il suo grido non si alza contro chi gliele fa versare? Chi la soccorre è accolto con benevolenza, la sua preghiera arriva fino alle nubi. La preghiera del povero attraversa le nubi né si quieta finché non sia arrivata; non desiste finché l’Altissimo non sia intervenuto e abbia reso soddisfazione ai giusti e ristabilito l’equità. Il Signore certo non tarderà né si mostrerà paziente verso di loro, finché non abbia spezzato le reni agli spietati e si sia vendicato delle nazioni, finché non abbia estirpato la moltitudine dei violenti e frantumato lo scettro degli ingiusti» (Sir 35,18-23). Al contrario, gli uomini apprezzano i ricchi e i potenti mentre mostrano disprezzo verso gli umili: «Per il superbo l’umiltà è obbrobrio, così per il ricco è obbrobrio il povero. Se il ricco vacilla, è sostenuto dagli amici, ma l’umile che cade è respinto dagli amici. Il ricco che sbaglia ha molti difensori; se dice sciocchezze, lo scusano. Se sbaglia l’umile, lo si rimprovera; anche se dice cose sagge, non ci si bada. Parla il ricco, tutti tacciono e portano alle stelle il suo discorso. Parla il povero e dicono: Chi è costui?; se inciampa, l’aiutano a cadere» (Sir 13,21-24).



Chiamata e invio di Mosè

Mosè presso il roveto

Mosè scorge un fenomeno insolito: un roveto arde vivacemente  senza consumarsi. Che cosa sta accadendo? Qual è il significato di questo incendio? Il fuoco, che appare come luce, forza, calore, energia, è un simbolo ottimo di Dio che è immanente e trascendente. Il Signore, tuttavia, non rimane un’entità astratta ma si rivela come un interlocutore dell’uomo.



Capitolo 3 [1]Ora Mosè stava pascolando il gregge di Ietro, suo suocero, sacerdote di Madian, e condusse il bestiame oltre il deserto e arrivò al monte di Dio, l'Oreb. [2]L'angelo del Signore gli apparve in una fiamma di fuoco in mezzo a un roveto. Egli guardò ed ecco: il roveto ardeva nel fuoco, ma quel roveto non si consumava.

Il roveto è segno di umiltà e abbassamento. La tradizione ebraica ha percepito il valore simbolico del roveto: «L’immanenza divina racchiusa nei suoi miseri rami evocava l’idea che il Signore soffriva insieme a Israele, e infine grazie ad esso Mosè capì che in natura nulla, nemmeno l’arbusto più insignificante, può esistere senza la presenza della Scekinah (abitazione di Dio)» (L. Ginzberg, Le leggende degli ebrei, IV… p. 66). Nel cristianesimo appare come un segno dell’umiltà della incarnazione. «Il Fuoco rispendeva dal roveto, lo Splendore da una vergine, la Luce da Maria; era quella Luce che avrebbe detto: “Io sono la luce del mondo, quella che illumina ogni uomo” (Gv 1,19)» (Bruno di Segni, Commento all’Esodo, PL 164. 237 B)

Il fuoco è segno di salvezza e di giudizio ma qui appare come strumento di salvezza. Geremia avverte la sua vocazione come presenza di un fuoco incontenibile. «Mi dicevo: “Non penserò più a lui, non parlerò più nel suo nome!”. Ma nel mio cuore c’era come un fuoco ardente, trattenuto nelle mie ossa; mi sforzavo di contenerlo, ma non potevo» (Ger 20,9). I discepoli ad Emmaus avvertono la parola del Risorto come un calore interiore: «Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via…» (At 24,32). A Pentecoste lo Spirito si rende manifesto come fiamma: «Apparvero loro lingue come di fuoco, che si dividevano e si posarono su ciascuno di loro, e tutti furono colmi di Spirito Santo» (At 2,3-4). Gli angeli e gli uomini diventa creature di fuoco: «Egli fa i suoi ministri come fiamma di fuoco» (Eb 1,7).

Nella tradizione spirituale il fuoco indica la purificazione interiore ma anche il processo di deificazione. Presento due testimonianze significative: «Brucia i miei piaceri, brucia i miei pensieri (cuore sta per pensieri, e reni per piaceri) in modo che non pensi nulla di male e non provi piacere in alcun male. Con che cosa brucerai le mie viscere? Con il fuoco della tua parola. E con che cosa brucerai il mio cuore? Con il calore del tuo spirito» (Agostino, Esposizioni sui Salmi, 25,7).

«Il desiderio di Dio è anche di donarsi completamente a noi. Accade lo stesso quando il fuoco vuole attirare il legno verso di sé e introdursi in esso: all'inizio trova che il legno è dissimile da sé, e per questo ci vuole del tempo. Prima rende il legno caldo e bruciante, e questo fuma e scricchiola, perché è differente dal fuoco. Poi, più il legno arde, più diviene calmo e tranquillo; più è simile al fuoco e più si acquieta, fino a divenire in se stesso completamente fuoco» (M. Eckhart, Sermoni, 11, 3, p. 164). 




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