Conferenza delle regioni e


Martedì 29 novembre 2005 Interventi della sessione mattutina



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Martedì 29 novembre 2005

Interventi della sessione mattutina

Sen. Roberto ANTONIONE, Sottosegretario agli Affari Esteri

È con vivo piacere che a nome del ministro Fini inauguro i lavori della Seconda Assemblea Plenaria della Conferenza Permanente tra Stato, Regioni, Province Autonome e Consiglio Generale degli Italiani all’Estero.

A distanza di tre anni dalla precedente convocazione, la Conferenza che si apre oggi ha il compito impegnativo di indicare le linee programmatiche per le politiche del Governo, del Parlamento e delle Regioni per i connazionali all’estero, alla luce soprattutto dei mutamenti economici e sociali avvenuti nel corso degli ultimi anni. Su tali basi, in particolare il Consiglio Generale degli Italiani all’Estero potrà orientare le proprie attività tenendo in considerazione non solo gli indirizzi del Governo, ma tutti i contributi provenienti dalle Regioni e dagli enti autonomi, i quali dovranno a loro volta ispirarsi alle risultanze della Conferenza. Un compito impegnativo, e tuttavia necessario, legato al maggior profilo riconosciuto anche sul piano esterno a Regioni e Province Autonome dalle modifiche apportate nel 2001 alla Carta Costituzionale, che è stato ribadito anche dalla riforma recentemente approvata dai due rami del Parlamento. Tale maggiore protagonismo in sostanza corrisponde alla maggiore autonomia loro conferita anche nei confronti dei connazionali all’estero.

La cornice in cui le iniziative regionali si inseriscono rimane, anche in questo settore, quella di uno Stato unitario; unitarietà e decentramento devono non escludersi, ma completarsi a vicenda. Allo stesso modo, il doveroso rispetto delle diverse realtà locali e dell’autonomia delle loro iniziative non contraddice l’altrettanto doverosa coerenza del quadro di insieme in cui vanno a innestarsi, che proprio nella loro pluralità può trovare un fattore di specifica qualificazione e ulteriore arricchimento. È quindi auspicabile che la Conferenza che inauguriamo oggi offra anche un momento di riflessione, utile in vista di una programmazione più concertata e integrata degli interventi pubblici, statali e locali, in favore delle comunità italiane all’estero.

L’esperienza maturata negli ultimi tempi sia in materia economico-commerciale, sia di diffusione e promozione della lingua e cultura italiane, sia di assistenza ai più bisognosi, suggerisce che esiste spazio per un migliore e più efficace coordinamento delle iniziative di ciascuno, che andrebbe innanzitutto nell’interesse dei nostri connazionali, ma anche in direzione dell’attuazione concreta di quella logica di sistema-Paese di cui tanto spesso si parla, ma che ci si deve maggiormente impegnare per trasferire dalle parole ai fatti. Del sistema Italia, infatti, i nostri connazionali all’estero sono protagonisti importanti; essi portano con sé un senso di identità nazionale particolarmente spiccato, che arricchiscono a loro volta di un contributo che rispecchia le multiformi specificità del nostro Paese, concorrendo così alla diffusione nei Paesi di residenza dei valori civili comuni all’Italia e all’Europa. In passato gli italiani all’estero hanno sempre contribuito in modo significativo, e spesso decisivo, allo sviluppo economico del Paese. Oggi più che mai essi sono parte integrante della concreta articolazione del sistema Italia, espressione e testimonianza diretta dell’immagine dell’Italia nel mondo.

In tale contesto è fondamentale sottolineare l’importanza dell’appuntamento elettorale del prossimo anno, che rappresenterà per la prima volta nella storia della Repubblica Italiana la possibilità di votare per tutti i connazionali residenti all’estero. Come è stato evidenziato in occasione del referendum sulla procreazione assistita del giugno scorso, che ha registrato una partecipazione al voto in alcuni casi superiore a quella nazionale, le collettività italiane all’estero sono desiderose di partecipare attivamente alla vita del Paese, al quale sono legate da radici ancora molto salde. La creazione, quindi, della Circoscrizione estero, che permette l’elezione di 12 deputati e 6 senatori in rappresentanza degli italiani residenti all’estero, costituirà un momento storico nella vita del Paese. Desidero con l’occasione ribadire che il Ministero degli Esteri è impegnato assiduamente, al meglio delle sue possibilità, ad assicurare che tale storico appuntamento si svolga nel modo migliore e più ordinato possibile.

Sul piano politico, con grande soddisfazione abbiamo accolto pochi giorni fa la decisione del Governo canadese di consentire ai cittadini italiani residenti in Canada di esercitare il diritto di voto attivo e passivo; sono stati così coronati da successo mesi di intensa attività di sensibilizzazione diplomatica nei confronti del Governo di Ottawa, svolta a ogni livello.

Sul piano operativo va manifestato vivo apprezzamento per il lavoro svolto dal Comitato Anagrafico Elettorale che, raggruppando in sé diverse istanze della Pubblica Amministrazione, ha predisposto un articolato piano di intervento per consentire agli italiani nel mondo di votare in occasione delle prossime elezioni politiche. Sono state superate difficoltà ragguardevoli e, malgrado rimangano ostacoli non trascurabili, desidero ribadire che verrà profuso il massimo impegno per assicurarne il superamento.

Come ho già sottolineato, il Governo è perfettamente consapevole dell’essenziale ruolo degli italiani che vivono e lavorano all’estero, risorsa di primaria importanza per la promozione della lingua e della cultura, ma anche dell’economia e, più in generale, degli stessi interessi del nostro Paese all’estero. Per tale ragione le quattro tematiche all’ordine del giorno di questa Conferenza – riforma dello Stato; internazionalizzazione; lingua, cultura e formazione professionale; ambito sociale e tutela dei diritti – aggiungendosi al tradizionale impegno del CGIE, saranno oggetto di lavoro e di attento approfondimento nel prossimo triennio.

Il percorso da compiere è ancora lungo e molteplici sono le azioni che restano da intraprendere in questi campi. Si deve avviare un’attenta riflessione sulla riforma dello Stato in relazione ai diritti e doveri dei nostri connazionali all’estero; vanno individuati approcci nuovi per valorizzare il ruolo degli italiani all’estero nel settore della internazionalizzazione; occorre approfondire le politiche a sostegno della diffusione della lingua e cultura, e della formazione professionale, con particolare attenzione alle nuove generazioni nate all’estero; è necessario rafforzare l’azione di assistenza in ambito sociale nei confronti delle fasce dei connazionali meno fortunati. Per il raggiungimento di tali complessi obiettivi sarà indispensabile il massimo impegno da parte di tutti i componenti della Conferenza nella definizione delle modalità e dei criteri di lavoro per i prossimi anni.

Auguro quindi di vivo cuore ai partecipanti alla Conferenza di cogliere, al termine della presente riunione, i risultati tanto attesi.

Sen. Enrico LA LOGGIA, Ministro per gli Affari Regionali
Reco il saluto del presidente Berlusconi, che me ne ha espressamente incaricato:

“L’intenso calendario di impegni istituzionali non mi consente, come avrei voluto, di partecipare alla Conferenza Permanente Stato-Regioni-Province Autonome-CGIE.

Il compito che la legge conferisce alla Conferenza è più che mai attuale alla luce delle trasformazioni in atto sia sul piano internazionale, con l’affermarsi della globalizzazione, sia su quello interno, con le importanti riforme costituzionali realizzate. I nuovi scenari coinvolgono le nostre collettività all’estero in un mondo sempre più interdipendente. L’Italia è l’unico grande Paese industriale che dispone di un’importante rete di collettività affermate nei Paesi di accoglimento; esse rappresentano una risorsa aggiuntiva sia sul piano economico che su quello della diffusione della nostra cultura.

Gli italiani nel mondo saranno sempre più un elemento centrale nella definizione della politica estera del Paese, uno strumento insostituibile della sua proiezione nel mondo. D’altro canto, mentre l’Italia sta cambiando, occorre evitare che le nostre comunità nel mondo, impegnate nel delicato processo di integrazione nelle realtà di insediamento, perdano il raccordo con la società di origine, sentendosi estranee ai mutamenti istituzionali, economici e sociali favoriti dalle riforme costituzionali.

La Conferenza Permanente Stato-Regioni-PA-CGIE rappresenta una preziosa occasione di collegamento tra le due Italie, quella entro i confini e quella fuori dai confini nazionali. Essa costituisce un soggetto autonomo, l’unico previsto dal legislatore, al quale concorrono in modo paritario le tre componenti istituzionali più coinvolte nei rapporti con le comunità all’estero: le istituzioni centrali dello Stato, rappresentate dal Governo e dal Parlamento; le Autonomie locali, con le Regioni e le Province Autonome; e il Consiglio Generale degli Italiani all’Estero, che rappresenta il naturale portavoce delle esigenze delle comunità espatriate.

Alla Conferenza è assegnato il compito di indicare gli indirizzi delle politiche del Governo, del Parlamento e delle Autonomie locali nei confronti delle collettività all’estero. È evidente che tale attività, nel pieno rispetto dell’autonomia delle parti coinvolte, rappresenta un fondamentale esercizio di coordinamento che scaturisce da un confronto tra i soggetti più implicati nei rapporti dell’Italia con i suoi cittadini all’estero. Questo coordinamento comporta anche l’esigenza di coniugare la flessibilità negli interventi con le aspettative dei connazionali nel mondo. Considero la flessibilità un aspetto chiave per collegare due tendenze apparentemente contraddittorie ed entrambe caratteristiche dei nostri tempi, in Italia come nel resto del mondo. Mi riferisco a fenomeni ai quali ho accennato, quello della globalizzazione e quello del decentramento. Il Governo italiano è orgoglioso di aver risposto con la dovuta attenzione alle sfide rappresentate da entrambi i fenomeni.

Il Ministero degli Affari Esteri, che ospita oggi questa riunione, è sempre più protagonista nell’affermazione dell’Italia in un mondo nel quale l’interdipendenza tra gli attori e tra i diversi problemi è una realtà di cui tenere conto. D’altra parte l’Italia, con la recente riforma costituzionale, ha rafforzato e modernizzato le proprie istituzioni per assicurare alle realtà locali più vicine ai cittadini un ruolo più forte all’interno di un Paese che saprà meglio difendere i propri interessi nazionali. Ogni sfida deve rappresentare un’opportunità. La sfida costituita dalla convivenza dei fenomeni della globalizzazione e dell’internazionalizzazione non è solo italiana, ma il nostro Paese in più ha la risorsa rappresentata dagli italiani all’estero. La Conferenza, con la sua composizione rappresentativa delle istanze interessate a tali fenomeni, ha la possibilità di cogliere questa opportunità speciale offerta all’Italia.

In tale contesto i protagonisti in ultima istanza devono essere gli italiani nel mondo. Sono orgoglioso di aver guidato nel corso di questa legislatura il Governo che, dopo decenni di attesa, ha finalmente riconosciuto appieno il loro ruolo con un apposito Ministero guidato dall’on. Mirko Tremaglia, che con la sua azione generosa ha dato concretezza al sogno di milioni di connazionali di essere fino in fondo italiani esercitando i propri diritti democratici e vedendo pienamente valorizzato il grande contributo che, attraverso il proprio sacrificio, hanno fornito alla Patria e ai Paesi che li hanno accolti.

Le tematiche sulle quali la Conferenza dovrà confrontarsi si riferiscono a quattro ambiti proposti dal Consiglio Generale degli Italiani all’Estero, quale rappresentante delle collettività: riforma dello Stato; internazionalizzazione; ambito sociale e tutela dei diritti; lingua, cultura e formazione professionale. Sono questioni complesse che vanno coniugate con le diverse realtà delle nostre collettività insediate nelle più disparate aree geografiche, dalle Americhe all’Australia e dall’Africa all’Europa. Si tratta inoltre di temi che si riferiscono all’attualità dei rapporti tra il nostro Paese e le sue collettività all’estero. In particolare, nell’ambito delle riforme costituzionali, l’istituzione di una circoscrizione elettorale per l’estero è un’opportunità straordinaria per dare finalmente voce in Parlamento ai rappresentanti dei cittadini residenti fuori del territorio nazionale. Sulla base di tale riforma il Parlamento, nell’intento di garantire pienezza di contenuti e diritto di cittadinanza e di partecipazione politica agli italiani all’estero, ha approvato la legge per il voto all’estero, voluta dal ministro Tremaglia.

L’attualità degli argomenti da trattare si ricollega anche a un passaggio generazionale: la generazione emigrata nel Dopoguerra sta passando la mano a quelle nate all’estero. Per queste ultime non si tratta di acquisire la lingua e la cultura locali, ma di mantenere o addirittura recuperare quella italiana; non si tratta tanto di inserirsi in una società di accoglimento, ma di mantenere legami con il Paese di origine, che spesso è profondamente cambiato rispetto all’immagine che era stata trasmessa dai genitori. Sarà importante coinvolgere le generazioni che costituiscono il futuro delle nostre comunità all’estero e hanno spesso una conoscenza solo indiretta dell’Italia.

Analogo sforzo dovrà essere compiuto per accrescere il ruolo della componente femminile, valorizzando l’Osservatorio delle donne italiane all’estero, che è uno dei seguiti operativi della Prima Conferenza degli Italiani nel Mondo. Il complesso dei rapporti dell’Italia con le proprie collettività all’estero richiederà un impegnativo approfondimento, di cui questa Assemblea è chiamata a definire il tracciato.

So di aver descritto sfide e opportunità ben note ai presenti. Rivolgo di cuore a tutti un caloroso augurio di buon lavoro, nella certezza che un sereno e costruttivo dialogo possa favorire le opportune sinergie anche in omaggio al carattere permanente della Conferenza”.


Franco NARDUCCI, Segretario Generale del CGIE
Tre anni fa in questa stessa sala, preceduta da una intensa fase preparatoria, si riunì per la prima volta l’Assemblea Plenaria della Conferenza Permanente Stato-Regioni-Province Autonome-CGIE, istituita dal Parlamento italiano per dare risposta alle esigenze di elaborazione programmatica e di coordinamento operativo tra i diversi soggetti istituzionali che concorrono alla realizzazione delle politiche verso gli italiani all’estero.

Quella esperienza, così carica di attese e di significato, non ha avuto i seguiti sperati e, nonostante tutti gli sforzi compiuti dal gruppo di lavoro costituito per gestire le operazioni post Conferenza, il CGIE ha continuato a operare in assenza di quell’indirizzo politico-amministrativo che dovrebbe costituire l’ovvia conseguenza delle linee programmatiche indicate dalla Conferenza. Nel frattempo Stato e Regioni – all’infuori dell’intervento congiunto per far fronte all’emergenza Argentina – non sono riusciti a imprimere una svolta alle politiche per gli italiani nel mondo, facendo crescere soprattutto la nuova cultura del “fare sistema”, teorizzata con insistenza tre anni fa e che ora deve emergere da questa Conferenza.

Ho voluto richiamare questi fondamentali passaggi che hanno inciso sulla prima Assemblea Plenaria della Conferenza perché la VI Commissione Tematica del CGIE, i gruppi di lavoro e la cabina di regia, memori della precedente esperienza, hanno operato per strutturare e dare senso a questa seconda Assemblea Plenaria, ponendosi due fondamentali obiettivi: una strategia per incidere innovativamente sulle politiche per gli italiani nel mondo, da realizzare attraverso un percorso a carattere permanente; e una ricerca di intese metodologiche per la piena condivisione delle scelte della Conferenza da parte dei soggetti che la compongono.

Il senso dell’innovazione si identifica soprattutto nel rinnovato impegno a promuovere la cultura del fare sistema con il coinvolgimento del tessuto associativo degli italiani nel mondo, una potenzialità che le Regioni hanno riconosciuto da tempo e con cui hanno sviluppato una crescente rete di relazioni.

La Conferenza offre la possibilità di mettere in circuito con criteri sistematici le molteplici iniziative sviluppate dalle Autonomie locali e dallo Stato nelle loro proiezioni all’estero e di attivare sinergie e azioni combinate di cui l’Italia ha indubbiamente bisogno per stimolare una prospettiva di sviluppo. In tal senso, le linee programmatiche che la Conferenza deve indicare non costituiscono un esercizio ozioso e non soffocano la capacità di agire dei singoli protagonisti, ma hanno un compito significativo ed entusiasmante: ridare forza e prospettiva di lungo periodo alle politiche verso gli italiani residenti all’estero in un quadro fortemente variabile e largamente dominato dai fenomeni e dai processi di mondializzazione.

La globalizzazione pone numerose domande a livello culturale, sociale ed economico sul ruolo delle comunità italiane all’estero, sulle opportunità che offrono in termini di sviluppo a livello locale e in un’ottica transnazionale. La globalizzazione ha dato maggiori responsabilità alle Regioni nel predisporre le condizioni di competitività del territorio governato, ed è noto quanto sia reale e consistente l’intreccio economico tra i cittadini emigrati e la loro regione di origine. Un intreccio che spesso nasce da aspetti culturali, oltre che affettivi, ma anche dal lavoro proficuo svolto dalle Consulte regionali.

Con ciò non si intende, tuttavia, avallare una visione strettamente economicistica della Conferenza, bensì evidenziare la necessità di interventi orientati all’esercizio di una cogente sussidiarietà istituzionale per far fronte alle diverse situazioni create dalla globalizzazione nelle realtà geografiche ed economiche che hanno accolto grandi comunità italiane.

Il processo di globalizzazione, che inizialmente sembrava portare a una unificazione planetaria di tutti i processi di scambio e di mercato, ha poi mostrato uno sfilacciamento progressivo. Oggi i Paesi europei e nordamericani vedono parzialmente messa in discussione la propria egemonia. Sta emergendo un nuovo assetto economico nel pianeta, caratterizzato da una globalizzazione ad arcipelago, con un orientamento degli scambi internazionali che va in senso diverso rispetto a quello previsto dall’integrazione globale.

Il concetto di arcipelago esprime i due livelli in cui si muove l’economia mondiale. Il primo è rappresentato da una serie di aggregazioni regionali, isole caratterizzate da una complementarietà economica e da tratti culturali omogenei. Il secondo consiste in un insieme di istituzioni, regole, flussi economici globali, che conferiscono unitarietà all’economia del pianeta, dove le diverse isole economiche sono in collegamento tra loro. Vi appartengono settori di attività che mantengono il proprio carattere autonomo, quali il sistema finanziario, le reti di trasporto e comunicazione, nonché i settori più tradizionali del commercio globale, così come dell’industria.

Tuttavia, in questo scenario della competitività globale, assistiamo anche a dinamiche che tendono a escludere intere aree geografiche. Infatti alcuni Paesi, come gran parte di quelli africani, vedono aumentare la loro povertà e rimangono ai margini dell’economia mondiale; altri emergono, invece, con ritmi di crescita accelerati. Una trasformazione epocale che sta ridisegnando la mappa economica, nella quale i Paesi dell’Asia meridionale e orientale oggi rappresentano il 55 percento della crescita mondiale e mettono in allarme tanti Paesi occidentali, tra cui l’Italia.

All’interno di questo processo si sta facendo strada una nuova divisione del lavoro a livello globale, in cui i Paesi europei, e tra essi l’Italia, hanno la necessità di ricollocarsi. Pur con qualche semplificazione, si potrebbe dire che oggi in alcuni Paesi – in generale quelli dell’area OCSE – si lavora già prevalentemente comunicando; in altri si lavora prevalentemente fabbricando; in altri ancora si lavora sopravvivendo, con il prevalere di modelli di economia informale.

Le sfide e le scelte che l’Italia si trova di fronte sul versante dello sviluppo e del lavoro si collocano all’interno del contesto europeo per l’appartenenza politica, economica e culturale dell’Italia alla casa europea e alle strategie che i Paesi dell’UE si sono dati a partire da Lisbona 2000, che puntano alla costruzione di una economia basata sulla conoscenza. Ma l’Italia, che come tutti gioca le proprie sfide sullo scacchiere mondiale, può contare su una diffusa rete internazionale di cittadini italiani e cittadini di origine italiana che, nonostante i processi di integrazione molto avanzati, hanno forte il senso delle comuni radici di valori, di identità culturale e il legame che in genere unisce l’emigrazione con il nostro Paese.

In queste comunità esistono professionalità che occorre sostenere attuando politiche in raccordo con quelle dei Governi locali, allo scopo di promuovere il lavoro, le attività culturali e le occasioni di scambio commerciale, ampliando il raggio della solidarietà e del riconoscimento di pari opportunità con i residenti. Tanto più risulta allora incomprensibile il silenzio misterioso che da quasi tre anni è calato sulle iniziative di formazione professionale facenti capo al Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali e dirette ai connazionali residenti nei Paesi extra Unione Europea.

Il CGIE ha moltiplicato gli sforzi affinché le risorse investite in formazione professionale nelle succitate aree geografiche siano portatrici di benefici reali e accertati e di valore aggiunto spendibile sul mercato del lavoro, poiché proprio in grandi aree geografiche, come l’America Latina e l’Africa, vi è un assoluto bisogno di intensificare e sviluppare efficacemente la collaborazione tra il mondo produttivo e quello della formazione professionale.

Non comprendiamo inoltre come nel sistema scolastico disegnato dalla legge n. 53/2003, che prevede una struttura a due percorsi o canali – quello liceale e quello dell’istruzione professionale – non si sia tenuto conto delle realtà scolastiche italiane esistenti all’estero e non sia stata svolta una riflessione sugli sviluppi che interessano i cittadini italiani residenti all’estero e i collegamenti con le ampie competenze affidate alle Regioni, cui la riforma in atto ha conferito già ampia delega normativa e operativa.

È giustificato, dunque, guardare a questa Conferenza non soltanto come all’occasione di una solenne riaffermazione del valore della risorsa italiani nel mondo, che ormai è entrata nella consapevolezza della classe dirigente nazionale e locale, ma soprattutto come al primo momento di un’azione concertata dai diversi soggetti istituzionali che hanno poteri di intervento in questo campo, ai quali spetta il compito di concretizzare un rinnovato sistema di rapporti con le nostre comunità all’estero attraverso scelte progettuali e azioni di governo adeguate a trasferire la categoria della risorsa dalla sfera delle intuizioni e degli indirizzi di principio a quella della politica e della coerenza amministrativa.

Oltre alla richiesta di attenzione, alla Conferenza è lecito dunque avanzare una richiesta di definizione di un preciso quadro programmatico e di individuare gli strumenti atti alla realizzazione dei quattro seminari tematici che di qui al 2008 dovranno garantire il carattere permanente della Conferenza e il coordinamento delle politiche rispondenti alle attese delle nostre comunità, che la stessa legge istitutiva della Conferenza richiede.

Questo percorso dovrebbe facilitare e rendere più agevole la possibilità di instaurare il dialogo e il coinvolgimento delle nuove generazioni. Non si può pensare, infatti, che i giovani italiani all’estero, formatisi in contesti culturali diversi, caratterizzati dal largo uso delle tecnologie, possano rivolgersi ancora per lungo tempo con interesse a un’idea di italianità declinata in termini tradizionali e retorici, quando ogni momento della loro vita è riempito di stimoli di altro segno, e la loro stessa sensibilità si forma in un orizzonte diverso: quello della contemporaneità.

Il vero problema, culturale e pratico, consiste nel basare la proposta di italianità su una definizione di identità che, pur tenendo conto delle specificità nazionali, consideri che sono in atto tre processi simili fra i giovani che vivono oltre confine:


  • il primo processo: per i giovani l’esperienza migratoria diventa reversibile. Oggi le distanze tra i Paesi si accorciano, ponendo l’emigrato e i suoi discendenti di fronte a una condizione duratura di transitorietà: si può sempre cambiare meta, laddove si presenti l’occasione o si subisca un improvviso rovescio del destino;

  • il secondo processo: la compresenza culturale;

  • il terzo processo: la riflessività, ovvero la re-invenzione dell’italianità.

Inoltre, emerge anche una tendenza di fondo che accomuna la condizione giovanile nei diversi Paesi: il distacco dalle reti associative della diaspora.

Non vi è di che meravigliarsi. Questi enti hanno svolto un ruolo fondamentale in un’epoca che non appartiene più ai giovani, ma sono ancora decisivi per ravvivare la memoria. Per ridurre il distacco spesso si invoca il ricambio generazionale dei quadri dirigenziali di tali associazioni: con l’ingresso dei giovani tutto si risolverebbe quasi per incanto. L’impressione, invece, è che tale avvicendamento di cariche non sia sufficiente per risolvere il problema. Probabilmente servirebbe un ripensamento complessivo del ruolo dei giovani nell’associazionismo.

In alcuni Paesi di non antica emigrazione il processo di integrazione stenta e crea pesanti problemi sul piano del successo scolastico e della posizione dei giovani nel mercato del lavoro. È un processo emarginante, che richiede un ripensamento anche delle politiche scolastiche attuate dallo Stato italiano. Non a caso, fin dagli anni Ottanta del secolo scorso, un grande sociologo come Ralf Dahrendorf aveva indicato come uno dei rischi maggiori del mondo contemporaneo il dissolvimento del vincolo sociale, che produce anomia, la quale a sua volta costituisce un grave pericolo per la società in quanto crea masse di persone indifferenti rispetto a tutto ciò che trascende l’orizzonte quotidiano. I fuochi accesi di recente nella banlieue parigina da immigrati di seconda o terza generazione stanno a dimostrarlo.

La promozione del processo di integrazione deve avanzare di pari passo con la difesa del patrimonio linguistico e culturale italiano, che costituisce un valore aggiunto, decisivo anche ai fini di una migliore posizione professionale. In questo fondamentale ambito è particolarmente avvertita l’esigenza di un coordinamento reale tra le iniziative realizzate dai due attori istituzionali, che consentirebbe una migliore allocazione delle disponibilità finanziarie. A tal fine uno strumento di spendibilità immediata potrebbe essere un Fondo nazionale, da sottoporre a un attento controllo delle operazioni di finanziamento, che abbiamo già proposto in passato e potrebbe essere riconsiderato. In ogni caso non è possibile “correre con i sassi nello zaino”, e le politiche di taglio in questo campo sono da considerare alla stregua di un disinvestimento nel futuro.

Promuovere la cultura italiana nel mondo significa anche difendere il sistema di informazione che gli italiani all’estero hanno costruito a prezzo di enormi sacrifici personali e finanziari. Non vorremmo esprimere un giudizio impietoso, ma i ripetuti appelli che il CGIE ha rivolto al Governo e al Parlamento, e a tutte le forze politico-parlamentari affinché venga adeguato lo stanziamento di 2 milioni di euro l’anno che devono essere ripartiti tra oltre 150 testate, che tirano circa 25 milioni di copie ed escono in 21 Paesi di quattro continenti, sono rimasti regolarmente inascoltati.

La Conferenza Permanente Stato-Regioni-PA-CGIE cade alla vigilia del fondamentale appuntamento che vedrà gli italiani emigrati votare per la prima volta nelle Circoscrizioni elettorali all’estero ed eleggere una propria rappresentanza parlamentare. La conquista del voto all’estero è un avvenimento di portata storica, che premia lo sforzo di quanti, in tanti anni di impegno, hanno lavorato per riunificare le due Italie sul piano della cittadinanza compiuta. Dobbiamo valorizzare al massimo il voto, poiché nell’ambito delle politiche verso gli italiani all’estero, e delle sinergie che dall’estero si riversano verso l’Italia, rappresenta l’elemento in grado di produrre sostanziali mutamenti di segno positivo.

Vi è un altro versante di riforma istituzionale che apre un orizzonte di novità per gli italiani all’estero: quello collegato alla riforma dello Stato e alla devoluzione. Negli ultimi decenni le Regioni hanno sviluppato una presenza tra gli italiani all’estero che, per volume complessivo e capillarità, non ha avuto eguali in confronto ad altre istanze dello Stato. In non rari casi il loro intervento ha svolto una funzione di vera e propria supplenza.

Di tutto ciò ha beneficiato anche l’associazionismo regionale, che si è sviluppato in parallelo alla presenza delle Regioni, a volte favorendolo, a volte ricevendone impulso. Ora che le Regioni hanno visto rafforzati i propri poteri, è evidente l’interesse delle rappresentanze democratiche delle comunità, in primis dei Comites, di partecipare al delicato bilanciamento tra la legislazione di indirizzo, che compete allo Stato, e l’esercizio della concreta potestà normativa, che spetta alle Regioni. Su questo concetto ritengo che tutti debbano impegnarsi a riflettere seriamente e con continuità.

Concludo il mio intervento ringraziando per l’attenzione e augurando che questa Plenaria possa individuare nel migliore dei modi le linee programmatiche degli interventi verso gli italiani all’estero.



Raffaele cattaneo
Aldo lorenzi,
Franco santellocco,
Tullio di pietro
Claudio pozzetti



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