Conferenza delle regioni e



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Vasco ERRANI, Presidente della Conferenza dei Presidenti delle Regioni
È un onore per me recare il saluto e rappresentare le Regioni e le Province Autonome in questa Conferenza. Viviamo un momento importante, cruciale, per alcuni aspetti storico, a partire dal voto, ma abbiamo bisogno – e questo deve essere l’obiettivo comune – di imprimere un nuovo impulso alla nostra iniziativa e una nuova politica alle nostre rappresentanze all’estero, oltre la retorica, oltre la vecchia nostalgia, oltre le impostazioni assistenziali.

Se il sistema Italia investirà sulle comunità italiane all’estero, se insieme si sceglieranno alcuni percorsi, esse potranno rappresentare una rete strategica capace di promuovere un’immagine innovativa dell’Italia dal punto di vista culturale, tecnologico, del modo di vivere che questo nostro Paese tanto amato nel mondo rappresenta, e nello stesso tempo potranno esprimere una cultura innovativa, aperta allo scambio e alle relazioni. In fondo, il salto da compiere riguarda tutti: in primo luogo l’Italia, che deve essere maggiormente capace di sviluppare sinergie per promuovere la cooperazione, raccordare i tanti protagonisti che operano all’estero, realizzare iniziative concrete; e le comunità italiane all’estero, che debbono qualificare il proprio intervento e rappresentare una presenza dinamica del nostro Paese nel mondo.

Le Regioni sono determinate; in questi anni hanno fortemente rafforzato le iniziative nel mondo attraverso le associazioni e le loro comunità senza alcuno spirito autoreferenziale, consapevoli e rispettose dei limiti costituzionali entro i quali operare, e con un profondo senso delle istituzioni e della politica estera, che è unica e spetta allo Stato italiano. Ma Stato, Regioni e CGIE debbono darsi una strategia comune.

Si parla molto di federalismo, ma non vi è federalismo senza una leale collaborazione e cooperazione. Non si tratta di oscillare, o rimanere all’interno di un interminabile e svilente braccio di ferro tra il centralismo e una sorta di “fai da te” delle Regioni, ma di sperimentare sul terreno di una politica nel mondo, rispettosa delle competenze di ciascuno, la cultura della cooperazione, fondamentale per sostenere il sistema istituzionale che si sta faticosamente costruendo.

Ritengo giusta la scelta di rafforzare i legami delle Regioni con le proprie comunità, promuovendo le peculiarità dei territori e i valori di riferimento delle diverse comunità dentro un solido impianto nazionale. E non appaia strano che proprio dalle Regioni venga la consapevolezza della necessità di tale solido impianto nazionale. Penso, per esempio, alle grandi potenzialità turistiche del Paese e alla necessità di un marchio Italia affermato nel mondo, ai grandi nuovi mercati turistici che non possono essere interpretati da questa o quella Regione. Abbiamo bisogno di Italia dentro una organizzazione capace di cogliere le diverse peculiarità. In un mondo dove la rete, le informazioni, le notizie si accavallano in tempo reale, sono convinto che uno dei problemi più rilevanti dell’epoca moderna consista nel capire il mondo, conoscerlo, conoscere le culture, leggere quanto avviene intorno superando quel provincialismo che spesso si riscontra anche nel nostro Paese. Sotto questo profilo le comunità italiane all’estero costituiscono una risorsa fondamentale, e sempre più potranno rappresentarla perché fanno leva su una sensibilità diretta, né scolastica né superficiale, essenziale per articolare la presenza dell’Italia nel mondo.

Spesso invochiamo l’identità come motore del nostro rapporto con gli italiani all’estero, ma l’identità non è solo ciò che siamo stati, non è alle nostre spalle; è ciò che vogliamo essere e, soprattutto, dove vogliamo andare. Dunque, l’identità oggi è una sintesi felice fra i valori che hanno formato la comunità e la capacità di interpretare la società multietnica con la spina dorsale diritta, non accettando mai la standardizzazione, ma promuovendo contatti, relazioni, confronti. Ecco la grande novità. Da questo punto di vista le comunità italiane all’estero rappresentano un contributo non solo per l’internazionalizzazione del nostro essere Italia, dei nostri prodotti, della nostra economia, ma anche per capire, per essere migliori e rendere più qualitativa la nostra identità.

A tal fine ritengo fondamentale il ruolo dei giovani, che in molti Paesi sono di seconda, terza e addirittura quarta generazione. Come valorizzare questa grande potenzialità? Ritengo che si debba rilanciare l’idea di una Conferenza dei giovani italiani nel mondo, da tempo proposta dal CGIE, e che su questo fronte si debba profondere il massimo impegno, perché i giovani italiani nel mondo possono diventare gli ambasciatori di un Paese moderno che sa guardare avanti.

Ho vissuto un’esperienza interessantissima: di alcune decine di emigrati, che soprattutto dalla Svizzera e dal Belgio sono rientrati in un Comune della provincia di Forlì, nella mia Regione, abbiamo raccolto emozioni ed esperienze. Il tratto dominante era costituito dallo spiazzamento, poiché si trovavano in un Paese diverso da quello immaginato. È dunque importante anche la capacità di creare le condizioni per capire come è oggi il nostro Paese, per evitare che i connazionali che rientrano vivano una nuova forma di emigrazione. Ed è importante anche al fine di preservare il senso di essere italiani.

La Conferenza ha carattere permanente e si deve riconoscere che nei tre anni trascorsi le nostre aspettative non sono state pienamente risolte. Difficoltà e problemi non sono mancati, ma è necessario riuscire a imprimere nuovo impulso all’azione di questa Conferenza permanente. I temi dei quattro seminari sono molto impegnativi, riguardano questioni istituzionali e altre, relative a come il Paese affronta le tematiche sociali degli italiani all’estero; riguardano inoltre il grande tema della lingua, della cultura, della formazione professionale, e io ritengo che un aspetto strategico sia l’internazionalizzazione delle nostre Università, del nostro sistema del sapere, che va diffuso nel mondo. Perché ciò si realizzi è fondamentale il ruolo dei giovani che stanno all’estero.

Da questo punto di vista sono state condotte in Argentina, dopo la crisi, esperienze molto interessanti di master finalizzati a dotare di adeguati strumenti culturali i ragazzi di origine italiana, perché diventino protagonisti della rinascita e classe dirigente di quel Paese, non dimenticando l’origine italiana. Ecco dunque il fondamentale ruolo della cabina di regia, non pletorica ma operativa, capace di porsi obiettivi concreti e con l’impegno di ciascuna componente per realizzarli.

Quello delle Regioni certamente crescerà, e io auspico non una competizione a somma zero, ma un sistema. Si assiste a un incremento di progetti interregionali; l’esperienza dell’Argentina potrebbe essere estesa ad altri territori con progetti comuni Stato e sistema delle Regioni, e riterrei opportuno approfondire l’idea di ottimizzare le risorse in una rete discussa, fissando come sede di scelta questa Conferenza.

Per indicare il mio sentimento rispetto a questo lavoro cito conclusivamente l’Enciclica Pacem in terris di Papa Giovanni XXIII, il quale nel 1963 affermava che il mondo cambia, che nessuno può fare più da sé e la chiave fondamentale è il dialogo, la relazione, il confronto. Solo così si rafforzano le identità; diversamente, nello scontro non c’è futuro per il mondo. E prima di tutto non c’è futuro per i valori di questo Paese, che vengono dalla sua storia, sono radicati, e che insieme dobbiamo cercare di confermare nel nostro modo di essere donne e uomini italiani nel mondo.



Sen. Enrico LA LOGGIA, Ministro per gli Affari Regionali
Riprendo la parola per fornire il mio contributo a questo importante incontro, peraltro scusandomi, assieme al Sottosegretario Antonione, per il fatto che dovremo allontanarci per partecipare alle votazioni in Senato, che giustificano diversi posti vuoti tra i Senatori dei quali era prevista la presenza.

Sono lieto ed onorato di essere presente anche in occasione di questa seconda Assemblea plenaria della Conferenza Stato-Regioni-Province Autonome-CGIE.

Nel marzo 2002, in occasione della prima edizione, mi sono rallegrato per l’istituzione di questo importante meccanismo di consultazione, teso a identificare ed indicare le linee programmatiche più idonee per la realizzazione delle politiche del Governo, del Parlamento e delle Istituzioni Autonome per favorire il migliore inserimento e la qualità di vita delle nostre Comunità all’estero ma anche e soprattutto per recepire le aspettative che dalle stesse provengono.

La stabilità di Governo assicurata nel corso di questa Legislatura consente agli stessi protagonisti di ritrovarci insieme per valutare il lavoro svolto e soprattutto quello da svolgere nel corso del prossimo triennio. E questo ritengo che debba essere sottolineato come fatto estremamente positivo perché in tal modo possiamo meglio valutare come migliorare le nostre attività per il futuro.

Un altro segnale positivo è costituito dall’apprezzato intervento – del quale voglio dare in questa sede pubblicamente atto - del Segretario Generale Franco Narducci alla Conferenza Stato-Regioni-Province Autonome del 24 novembre scorso, in occasione della quale sono stati anticipati in modo schematico e chiaro gli obiettivi che ci si propone di conseguire nel corso di questo secondo triennio della Conferenza.

Altro aspetto, che pienamente condivido, è la necessità di rendere davvero permanente questo meccanismo in modo da utilizzarne al meglio le potenzialità.

Evidentemente dobbiamo trarre insegnamento dal rodaggio cui abbiamo sottoposto il nostro meccanismo, che evidenzia tra l’altro l’utilità di una consultazione continua, che, a seconda dei temi da trattare, vedrà coinvolti di volta in volta, per quanto riguarda la componente governativa, i competenti settori identificati nel corso dei lavori svolti dalla “cabina di regia” e opportunamente evidenziati dal Segretario Generale in occasione dell’incontro che si è svolto durante la Conferenza Unificata del 24 novembre scorso, e cioè l’internazionalizzazione; l’ambito sociale e la tutela dei diritti; la riforma dello Stato; la lingua, la cultura e la formazione professionale, temi che verranno affrontati nel corso di questi giorni di lavoro e successivamente approfonditi nel prossimo triennio.

Dall’istituzione del CGIE (Legge 6 novembre 1989, n. 368) ad oggi, l’accresciuta sensibilità verso le nostre comunità all’estero, da sempre considerate una fonte della nostra identità:

- ha portato il Parlamento ad attribuire ai nostri concittadini residenti all’estero il diritto di voto, creando la circoscrizione estera e introducendo il voto per corrispondenza (legge 459/2001); una modificazione sostanziale nell’ambito del nostro ordinamento, che forse non è stata mai abbastanza evidenziata come fatto positivo, come strumento realmente utile per gli italiani che risiedono fuori del territorio nazionale;

- ha portato inoltre alla nomina di un Ministro, come ricordava nel suo messaggio il Presidente del Consiglio dei Ministri, ed all’istituzione di un Dipartimento per gli Italiani nel mondo. Ma non è solo questo. E’ il modo attraverso il quale il Governo ha esercitato un’attenzione continua e crescente attraverso l’opera del Ministro Tremaglia;

- ha consentito l’espansione del ruolo delle Consulte regionali per l’emigrazione, l’incremento degli interventi delle regioni e degli enti locali in favore delle proprie comunità estere di riferimento;

- ha, infine, determinato l’adozione della legge 31 marzo 2005, n. 56, che, dettando misure per l’internazionalizzazione delle imprese ed il riordino degli enti operanti nel settore produttivo, ha previsto la costituzione degli “sportelli unici all’estero”, importantissimi presìdi del prodotto italiano, del nostro made in Italy e degli interessi delle comunità d’affari di origine italiana all’estero.

E’ un pacchetto di risultati che ci fa essere ulteriormente determinati sulla via di questa realizzazione, nella consapevolezza che da tale sinergia molti altri risultati positivi potranno essere raggiunti. E’ solo uno spaccato, ovviamente, di tutte le azioni che sarebbe necessario intraprendere, ma è comunque un bilancio che per questa parte non può che considerarsi positivo. Pur essendo assolutamente propedeutico rispetto ai tanti altri problemi che devono essere risolti, è comunque l’indicazione di un metodo di lavoro al quale dovremmo tutti fare riferimento.

Sono ottimista perché si possono raggiungere altri traguardi; il mio ottimismo poggia sulla considerazione che è stata acquisita da tutte le istituzioni, centrali e locali, la consapevolezza che solo interventi sinergici e coordinati insieme producono risultati efficaci, razionali ed economici.

Guai immaginare che ciascuno nell’ambito delle proprie competenze possa essere nella condizione di risolvere i problemi di tutti. Non è così, non può essere così; ma la somma degli interventi coordinati può sicuramente apportare risultati ancora più positivi soprattutto nei settori in cui vi è tuttora maggiore bisogno.

Ed è proprio questo ripensamento delle realtà istituzionali, ma anche sociali ed economiche, come entità che interagiscono tra loro con l’obiettivo prioritario della qualità della vita dei cittadini, che mi consente un cenno a quella che, tra le tematiche che ci si accinge ad approfondire in questa sede – se non altro per “esperienza professionale” – mi è più congeniale: la riforma dello Stato.

Il tema delle riforme costituzionali, che stanno completando il percorso federalista ormai avviato, ha infatti una sua pregnante valenza proprio in virtù delle competenze che le Istituzioni locali hanno conquistato, in forza del principio di sussidiarietà sancito dalla Costituzione.

Per lungo tempo, il ruolo delle autonomie territoriali disegnato dalla Costituzione non ha trovato corrispondenza nel ruolo realmente assegnato a livello di comunità statuale: ciò è dipeso, tra l’altro, dalla percezione originaria del “regionalismo” - così come oggi del “federalismo” - come di un percorso disaggregante dell’unità nazionale e dalla diffidenza verso l’attribuzione a Regioni ed enti locali di funzioni e compiti pur relativi alla cura degli interessi ed alla promozione dello sviluppo delle relative comunità.

La fragilità delle basi costituzionali su cui era poggiato il decentramento (attuato a Costituzione invariata attraverso i cosiddetti decreti Bassanini) ne ha reso necessario un consolidamento, assicurato con la riforma del titolo V della Costituzione; ma la legge costituzionale n. 3 del 2001, pur apportando modifiche in parte necessarie e condivisibili, ha creato problemi e disequilibri ed ha reso indispensabili non solo la legge n. 131 del 2003 (che ha dettato le disposizioni per l’adeguamento ad essa dell’ordinamento della Repubblica), ma anche il nuovo intervento costituzionale (che – mi preme ricordare - non è solo sulla devoluzione), comprendendo i poteri del Presidente del Consiglio così come del Presidente della Repubblica, della Corte Costituzionale, ma soprattutto una più semplificata procedura legislativa.

Quante volte si era sentito dire attraverso il dibattito anche di comuni cittadini: quanto tempo si perde in Parlamento duplicando la stessa identica funzione alla Camera e al Senato? Possibile che non si riesca a trovare un sistema per differenziare le funzioni di Camera e Senato? Non si riesce a diminuire i passaggi necessari dal momento in cui si presenta un disegno di legge a quello nel quale finalmente si pubblica la legge? Si è arrivati a 24-26 passaggi in un arco medio di tempo difficilmente inferiore ai 22-24 mesi. Quante volte abbiamo sentito queste giustificate critiche? Eppure da 30 anni non si era riusciti a trovare un punto di equilibrio in grado di sostituire il vecchio con un nuovo assetto; la Commissione Bicamerale, la Bozzi, poi la De Mita, la Iozzi, la D’Alema, tanti tentativi purtroppo non riusciti per modernizzare il Paese e renderlo più competitivo. Così come, con riferimento al numero dei Parlamentari, quante volte si è detto: tutto questo apparato quanto costa? Ebbene, il tentativo di diminuire di un numero consistente i Parlamentari – circa il 20% - finalmente è riuscito e troverà applicazione nel tempo, essendo stata giustamente prevista un’attuazione graduale della riforma. Non si tratta dunque solo di devoluzione, ma di fatti concreti e importanti di modernizzazione del Paese.

Non posso mancare di sottolineare che il nuovo intervento costituzionale, oltre a correggere i difetti di quel modello di devoluzione e di federalismo, ha aggiunto altri indispensabili tasselli a completamento del processo riformistico in corso.

La riforma del 2001 non ha realizzato una trasformazione dello Stato in senso federale, ma ha messo in moto un “regionalismo differenziato”, volto ad esaltare e valorizzare le potenzialità intrinseche di ciascuna Regione, con conseguente rottura del “regionalismo dell’uniformità” che aveva caratterizzato l’esperienza italiana.

In altri termini, da quella riforma è emerso il rafforzamento del principio autonomistico, statutario, regolamentare e finanziario, all’interno di una definita cornice costituzionale che però necessita di nuovi equilibri, come riconosciuto dalla stessa opposizione nel nostro Paese.

Su tale sfondo va visto il riconoscimento agli enti territoriali di una posizione costituzionale garantita e tutelata, così come previsto dal novellato art. 114 della Costituzione per quanto attiene a competenze e poteri, con l’esaltazione dell’autonomia statutaria, del potere regolamentare locale e della titolarità delle funzioni amministrative, alla luce del principio di sussidiarietà verticale ed orizzontale.

In ultima analisi, sussidiarietà e principi di pari dignità, cooperazione e responsabilità hanno costituito punti di forza su cui costruire – con la riforma appena varata dal Parlamento - un nuovo e più corretto equilibrio tra Stato, Regione e Autonomie locali, in un’ottica di “federalismo/regionalismo cooperativo”, non più differenziato, non più competitivo ma cooperativo, che esalti anche il ruolo particolarmente forte che le Regioni possono esercitare e che preservi l’unità nazionale, evitando che la differenza si trasformi in divari socio-economici tra le varie Regioni, capaci di rompere la coesione nazionale ed il senso di una comune cittadinanza.

Mi permetto di dire sempre: basta leggere. Ho sentito troppi commenti, molto qualificati, di personaggi di tutti i tipi, esperti in tutti i settori, che avevano un comune denominatore: non avevano letto la riforma e si erano semplicemente appuntati alcune critiche a quella che, magari in uno dei tanti passaggi della riforma, era apparsa come ipotesi possibile, ma che poi è stata scartata, non è stata utilizzata e non è più contenuta nel testo finale, che chiunque può leggere perché facilmente accessibile.

E’ noto che la riforma costituzionale in vigore desta forti preoccupazioni nelle Amministrazioni locali e nei cittadini: nei primi perché al nuovo assetto istituzionale, che consegna alla dimensione territoriale nuovi poteri, non si è ancora accompagnato un assetto fiscale idoneo ad assicurare le risorse necessarie all’esercizio dei maggiori compiti; nei secondi perché l’indeterminatezza dei contenuti fa temere un federalismo che, lungi dall’essere solidale, possa accentuare i divari economici, occupazionali, culturali e sociali.

Ma questo è quanto vi era già. Non la nuova riforma, approvata il 16 novembre scorso al Senato, in quarta lettura, che ristabilisce l’equilibrio dei poteri tra centro e periferia. Quindi la critica, che spesso si ascolta è su ciò che esiste, non su ciò che sarà non appena entrerà in vigore la nuova riforma costituzionale. E di fatti si affida alle Regioni “assistenza e organizzazione sanitaria, organizzazione scolastica, definizione dei programmi scolastici e formativi di interesse specifico della Regione, polizia amministrativa regionale e locale”, e si allunga la lista delle competenze esclusive dello Stato, rimediando ad alcuni evidenti errori della riforma del 2001, con l’ingresso delle “norme generali sulla salute, che costituiscono la vera garanzia che tutti i cittadini possono avere un eguale trattamento sanitario in ogni angolo del Paese. Noi le abbiamo riportate alla competenza esclusiva dello Stato, mentre fino ad ora non era così: si trattava di una competenza mista Stato-Regioni. E ancora, le grandi reti di trasporto, che erano state poste erroneamente in legislazione concorrente; l’energia, la comunicazione e le professioni intellettuali. Ritengo che solo un refuso dattilografico possa avere giustificato l’inserimento delle professioni in una legislazione concorrente, prevedendo in qualche modo 20 modelli diversi di professioni per 20 Regioni italiane, mentre l’Europa giustamente ci invita ad una omogeneizzazione delle nostre capacità di esercizio dei titoli abilitativi, della capacità di esercizio dell’attività professionale. Noi riportiamo le professioni nell’ambito della legislazione esclusiva dello Stato e con il ripristino della possibilità per il Parlamento di annullare una decisione regionale, quando ritenuta lesiva dell’interesse nazionale. L’interesse nazionale era scomparso dalla riforma del 2001; molto opportunamente l’abbiamo reinserito nell’ambito del nostro ordinamento.

Sotto l’aspetto della promozione della conoscenza e della verità, un ruolo essenziale deve svolgere la Conferenza Permanente Stato-Regioni-Province Autonome-CGIE. E’ un invito anche ai presenti a rendersi messaggeri di ciò che è; si può criticare o non criticare, ma sulla base di fatti, non di opinioni o di interpretazione di fatti. I fatti, come diceva George Bernard Shaw, sono argomenti testardi, difficile da contestare in quanto fatti.

La ristrutturazione voluta da questo Governo ridisegna il ruolo delle istituzioni centrali, regionali e locali, attribuendo a ciascuna la responsabilità ed i mezzi per realizzare nuovi modelli di programmazione e di sviluppo condivisi, efficaci ed adeguati ai reali bisogni dei cittadini.

E senza retorica sostengo che oggi tutti insieme possiamo e dobbiamo contribuire a costruire un “Sistema Paese” più efficace, razionale e conseguentemente più coeso che si presenti all’estero unitariamente e non con i campanilismi che finora lo hanno contraddistinto, positive se inseriti nell’ambito di un progetto di coordinamento sinergico, non certo positivi se lasciati alla singola, apprezzabile ma spesso non completamente utile, iniziativa di ciascuno. E quando dico tutti insieme, intendo tutti gli italiani, ovunque residenti, perché a nessuno di noi manca creatività, apertura verso valori innovativi, capacità di partecipazione sinergica ai processi di sviluppo economico.

Dobbiamo concludere questo incontro con un messaggio rivolto a tutti gli italiani, residenti sia in Italia che fuori dal territorio nazionale, agli italiani di ieri, di oggi e a quelli di domani, soprattutto ai giovani, ragazzi e ragazze che dovranno essere nella condizione di diventare italiani in divenire, forti delle loro radici e orgogliosi del loro passato, ma protagonisti del proprio futuro.

Mi compiaccio per il lavoro svolto sotto la guida del Segretario Generale Narducci e condivido, tra le altre cose, la proposta di realizzare la Conferenza dei Giovani Italiani nel Mondo, della quale mi farò promotore. È una proposta lungimirante, che guarda in prospettiva allo sviluppo del Paese e delle Comunità italiane all’estero.

Se solo lasciassimo questo segnale importante, concreto, come risultato di questa Conferenza, già avremmo ottenuto tanto; ma se avremo fatto di più, quella sarà la base per lavorare insieme in modo sinergico negli anni che ci separano dalla prossima Conferenza. Gli stessi o altri protagonisti potranno continuare un’opera che con entusiasmo, passione, intelligenza e dedizione è stata svolta nel corso di questo triennio e che dovrà essere proseguita nel nostro futuro.

Arrivederci al 2008.

Sen. Luciano MAGNALBÒ, Vicepresidente



della Commissione Affari Costituzionali del Senato
Al mio personale saluto unisco quelli del Presidente della Commissione Affari Costituzionali del Senato, senatore Pastore, e del Presidente del Senato, senatore Pera.

Il ministro Tremaglia, al quale va dato atto che senza la sua tenacia non si sarebbe pervenuti al varo della legge elettorale per il voto degli italiani all’estero, ci ha insegnato a considerare i connazionali nel mondo con sentimenti di rispetto e ammirazione per quanto hanno saputo fare, onorando il nome dell’Italia e fornendo un esempio di grande forza d’animo e capacità.

Ai fini dell’applicazione di tale legge, la Prima Commissione Affari Costituzionali del Senato ha svolto un’indagine conoscitiva, nel corso della quale si sono susseguite diverse audizioni di rappresentanti del Consiglio Generale, dei Ministri degli Esteri, dell’Interno e per gli Italiani nel Mondo, di numerosi responsabili della struttura amministrativa, da ultimo il prefetto Cilosi del Ministero dell’Interno. Sono stati anche effettuati sopralluoghi in Canada, a New York, in Australia, Argentina, Brasile, in occasione dei quali si sono avuti incontri con i Comites e con numerosi rappresentanti di associazioni e della stampa italiana all’estero. Si è potuto così ottenere un quadro d’insieme e sono emerse alcune esigenze prioritarie, delle quali le più rilevanti al fine dell’esercizio del voto per corrispondenza riguardano l’allineamento delle anagrafi e le intese con i vari Paesi. Soltanto in giorni recenti il Canada ha superato le proprie perplessità in ordine allo svolgimento della consultazione elettorale e con il Governo è stata raggiunta un’intesa che consentirà di votare ai connazionali ivi residenti.

Si è anche preso atto di alcune aspettative forti in termini di cittadinanza attiva: l’esercizio del diritto di voto; motivazioni affettive che sollecitano cittadini orgogliosi di avere ascendenti italiani partiti magari poverissimi, che all’estero hanno saputo crearsi una solida posizione, ad avere influenza sotto il profilo economico e politico; la volontà di possedere anche un passaporto europeo.

Il Segretario Generale ha evidenziato, nel suo intervento, la necessità di un maggiore coordinamento fra le due Italie; sotto questo profilo vanno riconosciute mancanze e gravi disattenzioni, per cui non dovrà mancare un’approfondita riflessione. È anzitutto indispensabile definire un quadro programmatico che riguardi non soltanto l’aspetto amministrativo, ma anche quello politico, al fine di realizzare una reale coesione fra le collettività italiane in Patria e nel mondo, finalizzata allo scambio di esperienze e che valorizzi la produzione e la circolazione delle conoscenze.

Il Segretario Generale si è opportunamente soffermato su un problema di vitale importanza in qualsiasi società: quello dei giovani, che con sempre maggiore difficoltà si riesce ad attrarre nei luoghi di aggregazione delle comunità, dove potrebbero recare nuovi stimoli ed essi stessi trovare motivazioni di impegno. In tale contesto appare nevralgico il ruolo dell’educazione, uno dei capisaldi del pensiero di Locke, alla fine del Seicento, che è alle fondamenta di qualsiasi comunità. A tal proposito è doloroso constatare i drammatici risultati di una recente indagine sull’analfabetismo in Italia, che tuttora esiste ed è anche di ritorno, nel senso che colpisce chi, non praticando ciò che ha appreso, finisce col dimenticarlo. Soltanto il 10 percento della popolazione legge i giornali e il 60 percento dei giovani non comprende il senso di un articolo semplice. Questa è la nostra classe dirigente del futuro! Occorre operare sia all’interno che all’estero per porre rimedio a una situazione pericolosa e inaccettabile e tornare a quella che si potrebbe definire una cultura nazionale e transnazionale. È tutt’altro che facile, perché bisogna ripartire dalla base con scuole diverse.

Quanto alla riforma costituzionale, si è inteso riequilibrare l’assetto delle competenze tra Regioni e Stato centrale, al fine di attenuare quella conflittualità seguita alla riforma del Titolo V della Costituzione, cui ha fatto riferimento il presidente Errani e che rende difficile la cooperazione e la leale collaborazione auspicate. Le norme presuppongono un’intesa tra lo Stato e le Regioni, ma questa viene raramente raggiunta per ragioni di contrapposizione politica. Anche in questo caso si pone un problema di educazione, per cui una comunità dovrebbe essere unita per lo meno rispetto a determinate questioni.

Infine, non ritengo valida l’idea di ridurre del 20 percento il numero dei Parlamentari, poiché ciascuno dovrà rappresentare un territorio più vasto per cui, a fronte di una diminuzione dei costi per i Parlamentari, si assisterà a una lievitazione delle spese per coprire tutti i territori. Io seguo le Marche, in un collegio, e mi domando come in seguito si affronterà la situazione. Ho inteso sollevare la questione perché i futuri rappresentanti in Parlamento dei connazionali all’estero saranno responsabili di aree estesissime e dovranno disporre di mezzi di comunicazione diversi e di strutture migliori rispetto a quelle a disposizione degli attuali senatori: una stanza di 4 metri quadrati e un computer personale. A questo aspetto si dovrà prestare molta attenzione.

Al di là del voto all’estero e delle diverse questioni, ritengo necessario un radicale rinnovamento culturale perché infine l’Italia si consideri una comunità unica, della quale una parte vive e opera all’esterno del territorio nazionale e una parte all’interno. Solo così sarà possibile una grande valenza a livello anche internazionale.



Raffaele cattaneo
Aldo lorenzi,
Franco santellocco,
Tullio di pietro
Claudio pozzetti



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