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Conferenza Episcopale Italiana

Commissione Episcopale per il Laicato

Commissione Episcopale per la Famiglia e la Vita

Commissione Episcopale per i problemi sociali e il lavoro, la giustizia e la pace


NELLA PRECARIETÀ, LA SPERANZA”

Educare alla speranza in un tempo di precarietà,

le giovani generazioni nella ricerca del lavoro e nel progettare la loro famiglia.

CONVEGNO NAZIONALE

Salerno, 24-26 ottobre 2014

Progettare famiglia e creare lavoro:

compito tipico di laici per la vita e la speranza

La precarietà che uccide la speranza

Il tempo della precarietà


Anche in Italia assistiamo, ormai da alcuni decenni, alla scomparsa di un mondo in cui la stabilità era la condizione normale. Un mondo in cui lavorare era avere un posto di lavoro e metter su una famiglia comportava una sistemazione affettiva ed esistenziale definitiva.

Oggi le cose non stanno più così. I “posti” si sono sempre più rarefatti e, quando ci sono, non sono più a tempo indeterminato. Cambiano gli stili stessi del lavorare. Emblematica la figura del “lavoratore atipico”, che ha un contratto a tempo determinato e il cui rapporto lavorativo è caratterizzato da un’incessante mutevolezza. «I lavoratori atipici, diversamente dai lavoratori standard, scelgono e/o subiscono una ricorrente migrazione da una prestazione lavorativa all’altra (flessibilità in entrata e in uscita o se si vuole mobilità occupazionale), con il rischio di rimanere a lungo disoccupati (flessibilità in uscita e rigidità in entrata); sono utilizzati e si offrono per ruoli e figure professionali che presuppongono un notevole spirito di adattamento e una spiccata versatilità (elasticità generale del mercato del lavoro); ed infine, esibiscono e viene loro richiesta una maggiore disponibilità agli spostamenti territoriali a seguito della variazione di lavoro o di missioni previste da una stessa prestazione (flessibilità territoriale)»1.

Anche le famiglie fondate su un patto matrimoniale diminuiscono a vista d’occhio, sostituite da quelle di fatto, e anche per quelle che si fondano sul matrimonio è pronta la via d’uscita del divorzio. Senza dire che ormai le nuove condizioni lavorative sono tali da incidere pesantemente sull’unità del soggetto e sulla continuità della sua vita relazionale e familiare. «Esiste un nesso tra la disgregazione del lavoro e la frammentazione della vita delle persone»2. Vita affettiva e vita lavorativa sono coinvolte insieme in un vortice, perché i ritmi della seconda incidono ormai sempre di più sui tempi della prima e la condizionano pesantemente. La flessibilità di cui sopra si parlava accelera gli stili di vita, moltiplicandone gli impegni: «I momenti liberi inaspettati diventano occasioni da cogliere al volo; le fasi della giornata al riparo dalle pressioni lavorative vengono ottimizzate sbrigando quante più cose è possibile (acquisti quotidiani, servizi e manutenzioni domestiche, piccoli svaghi con partner e/o figli, assistenza ai genitori)»3.

Quanto ciò incida sulla qualità dei rapporti e sulla serenità psicologica dei soggetti è facilmente intuibile. Certo, «i partner, spesso a loro volta con orari mutevoli, hanno imparato a tollerare le modalità dello stare insieme sulla scorta dell’incertezza del tempo» 4. Ma non basta la reciproca comprensione a rendere pieno e gioioso un rapporto sempre inseguito dall’orologio. Lo evidenzia questa testimonianza tra le altre: «Io e lei [la moglie] passiamo più tempo al telefono che assieme. Appena ho un’ora libera scattano frenetiche consultazioni su come vederci. In questo modo è difficile vivere con serenità i momenti che passiamo assieme, perché siamo sempre presi da ansia, stress e mancanza di tempo. A volte è un inferno»5.

Senza parlare dell’incertezza del futuro. Ci si lamenta spesso oggi del fatto che i matrimoni diminuiscono, a fronte del moltiplicarsi dei rapporti di coppia e delle famiglie di fatto. Certo, come abbiamo notato ci sono anche fattori culturali che favoriscono l’individualismo e il rifiuto dei legami vincolanti. Però è chiaro che anche chi sfugge a questi condizionamenti non può pensare di metter su casa, se sa che dopo due anni potrebbe trovarsi senza una occupazione. La difesa della famiglia passa attraverso quella delle prospettive di lavoro, altrimenti si riduce a un’astratta affermazione di principio.

Analoghe osservazioni si possono fare per il fenomeno della denatalità, che vede il nostro Paese ai primi posti delle graduatorie internazionali. Ci si lamenta che gli italiani mettano al mondo pochi figli. Si tratta sicuramente di un fatto grave, anche a livello simbolico, perché generare è un segno di speranza e le innumerevoli coppie senza figli o con un figlio unico sono il segno più evidente di una società che non ha futuro e lo sa. Ma, ancora una volta – senza minimizzare i fattori culturali che scoraggiano la genitorialità -, si deve riconoscere il ruolo decisivo che la mancanza di una prospettiva di continuità lavorativa esercita in questa crisi demografica. Chi può a cuor leggero fare dei figli, se non ha alcuna ragionevole sicurezza di poterli poi mantenere?

Sarebbe, però, riduttivo identificare la precarietà con questi dati sociologici. Essa è innanzi tutto un clima culturale. Ciò significa che le sue radici, prima che nelle strutture e nelle pratiche sociali, sono nella testa e nel cuore delle persone. Da qui bisogna partire, se si vuole comprenderne il senso profondo e viverne il rischio, neutralizzandone i pericoli (che del rischio sono l’aspetto negativo) e valorizzandone le opportunità (che ne rappresentano l’aspetto positivo).

E dai pericoli cominciamo, in questa riflessione, assumendo come ipotesi che nella nostra attuale congiuntura vi sia una “cultura della precarietà” dalla quale - in modo ben più decisivo che dalle situazioni economiche e sociali - dipende la fine della speranza.


L’eclisse della missione

I frutti e i fiori


Nella tradizione occidentale cristiana, il lavoro non è mai stato concepito come un puro e semplice mezzo di sussistenza individuale. La sua giustificazione più profonda – più o meno esplicitamente avvertita, ma sicuramente presente – era nella pagina della Genesi in cui si dice che «il Signore Dio prese l'uomo e lo pose nel giardino di Eden, perché lo coltivasse e lo custodisse» (Gn 2,15). Dio non ha completato l’opera della creazione, ma ha lasciato alla creatura fatta «a sua immagine, secondo la sua somiglianza» (Gn 1, 26) il compito di prolungarla. In questo senso, è chiaro dal testo biblico che la maledizione seguita al peccato non è il lavoro stesso, ma il dolore e il sudore che esso ormai avrebbe comportato per l’uomo (cfr. Gn 3, 17-19).

Questo spiega perché la visione del lavoro sia stata sempre legata a quella di un compito assegnato da Dio stesso e di cui, sulla linea della parabola dei talenti, rispondere al Creatore. Ancora all’inizio del Novecento un autore “laico” come Max Weber, il fondatore della sociologia moderna, ha sottolineato l’ambivalenza del termine Beruf, che in tedesco significa “professione”, ma anche “vocazione” (dal verbo rufen, “chiamare”), mostrando l’influsso della riforma calvinista sullo sviluppo del modo di intendere il lavoro in epoca moderna e, più specificamente, sulle origini del capitalismo. E in effetti è innegabile che quest’ultimo, si accetti o no la tesi di Weber, ha dato del lavoro e della ricchezza una interpretazione nuova, che non sembra esagerato definire “ascetica”, in cui si è messa drasticamente in secondo piano la dimensione del consumo e si privilegia, invece, l’attività produttiva, intesa come una missione. Si vive per produrre frutti, a costo di sacrificare i bisogni della propria vita personale (Paperon de’ Paperoni).

È questa idea di lavoro che oggi è profondamente in crisi, perché lo è quella di missione. Lo è anche per ragioni non solo comprensibili, ma anche condivisibili, se si pensa ai terribili costi umani che certi lavori pesanti e non adeguatamente riconosciuti a livello sociale hanno comportato e continuano ancora, talvolta, a comportare. Nelle miniere, alle catene di montaggio, accudendo il bestiame o lavorando tutto il giorno nei campi, gli esseri umani sono stati spesso al servizio di finalità oggettive che però non trovavano il minimo riscontro in una loro gratificazione. E anche nelle classi più elevate spesso la scelta del lavoro è stata – soprattutto in passato – più il frutto di un’imposizione familiare che non di una inclinazione personale.

Questo può contribuire a spiegare il rigetto attuale dell’idea stessa di missione. Alla moglie che lo esorta a tornare al suo lavoro di chirurgo - «La tua missione era di operare» - , il protagonista di un famoso romanzo di Kundera replica: «Tereza, una missione è una cosa stupida. Io non ho nessuna missione. Nessun uomo ha una missione. Ed è un sollievo enorme scoprire di essere liberi, di non avere una missione»6.

Nella società contemporanea, per definire il senso della vita, si sostituisce la “fruttificazione”, che caratterizza l’idea di missione, con un’altra metafora, anch’essa agricola, quella della “fioritura”. Mentre per portare frutti si deve in qualche modo mettere in secondo piano le proprie esigenze e concepire la propria vita e il proprio impegno lavorativo come un mezzo in vista di un fine esterno ad essi, la fioritura non è finalizzata ad altro che a se stessa. Il lavoro non dovrebbe avere altro scopo che garantire la piena realizzazione di chi lo compie.

Si collega a quello di “fioritura” il concetto di “autenticità”. In un film di Pedro Almodóvar, Tutto su mia madre, si dice: «Costa molto essere autentici. E in questa cosa non bisogna essere avari. Uno è tanto più autentico quanto più assomiglia all’idea che ha sognato di se stesso». Dove per “essere autentici” si intende valorizzare le proprie pulsioni così come sono, rifiutando di sottoporle al vaglio del controllo razionale, a sua volta riflesso di quello sociale. All’insegna di questa autenticità da diversi decenni a questa parte è stata rimessa in discussione la tradizionale etica del dovere e delle regole e valorizzato, piuttosto, uno stile trasgressivo che sconvolge tutti gli schemi prestabiliti ed esalta la creatività dell’individuo.

Mi confidava tempo fa un conoscente che il figlio, dopo essersi laureato ad Harvard in biochimica con ottimi voti e aver fatto esperienze di lavoro negli Stati Uniti e in Europa presso società prestigiose e con stipendi principeschi, aveva deciso che la sua vera passione era lavorare il legno e, per essere finalmente “autentico”, si era ritirato a vivere facendo il falegname.

Non è un caso isolato. Sono molti i giovani che interrompono gli studi, pur avendo conseguito risultati lusinghieri, o che, subito dopo la laurea, si dedicano ad altro, contraddicendo, ovviamente, le attese della famiglia, per seguire le loro inclinazioni. Ma anche quando non si arriva a queste forme più estreme, la molla per cui moltissimi abbracciano un corso di studi, una professione, una qualunque attività lavorativa, è il desiderio di realizzarsi. «Va’ dove ti porta il cuore» potrebbe essere lo slogan corrispondente. Mancando ormai un fine (i “frutti”) oggettivamente significativo, a cui il lavoro debba essere subordinato e che configuri la missione, il solo movente diventa l’autorealizzazione, e questa non è più legata al fare una cosa o l’altra, ma all’appagamento soggettivo che ne deriva.


Leggerezza e pesantezza


Ma è davvero questa per una persona la via della realizzazione? Un dubbio in proposito affiora anche nel romanzo di Kundera. E’ una delle protagoniste a chiedersi, a un certo punto: «Ma davvero la pesantezza è terribile e la leggerezza meravigliosa? Il fardello più pesante ci opprime, ci piega, ci schiaccia al suolo. Ma (…) è allo stesso tempo l’immagine del più intenso compimento vitale. Quanto più il fardello è pesante, tanto più la nostra vita è vicina alla terra, tanto più è reale e autentica. Al contrario, l’assenza assoluta di un fardello fa sì che l’uomo diventi più leggero dell’aria, prenda il volo verso l’alto, si allontani dalla terra, dall’essere terreno, diventi solo a metà reale e i suoi movimenti siano tanto liberi quanto privi di significato»7. Così, nella vicenda del romanzo, a schiacciare non è la pesantezza, ma il suo contrario: «Ma che cos’era successo in realtà a Sabina? Niente (...). Il suo non era un dramma della pesantezza, ma della leggerezza. Sulle spalle di Sabina non era caduto un fardello, ma l’insostenibile leggerezza dell’essere»8.

Per comprendere ciò, immaginiamo di chiedere a un giovane che si iscrive alla facoltà di medicina perché voglia intraprendere questa strada e di sentirci rispondere che, per l’appunto, l’ha scelta perché desidera realizzarsi. La domanda che dovremmo fargli, a questo punto, è se questo corrisponda effettivamente a ciò che sta facendo. Chiediamocelo insieme a lui: la medicina è nata perché i medici si realizzino? È questo il suo significato? È per far realizzare il suo dentista che ci si fa curare un dente? Oppure perché ne abbiamo bisogno per stare meglio?

Il problema si potrebbe porre per qualunque tipo di attività lavorativa. L’insegnamento è in funzione della realizzazione degli insegnanti o per aiutare gli alunni a crescere? Il compito dell’idraulico è di realizzarsi o di curare la funzionalità del sistema idrico di una casa? Un funzionario deve badare alla propria realizzazione o a svolgere nel modo più corretto e rapido le pratiche affidategli al servizio dei cittadini?

In realtà è l’alternativa tra le due cose ad essere sbagliata. Sia l’autorealizzazione che il fine oggettivo di un lavoro sono importanti. Ma tra essi c’è una gerarchia - che oggi viene sovvertita sistematicamente, fino ad eliminare il secondo termine - e che invece è essenziale per i conseguimento di entrambi. Perché è facendo bene il proprio lavoro per ciò a cui esso è oggettivamente finalizzato che ci si può realizzare davvero. Il medico che punta esclusivamente o prevalentemente sulla propria affermazione e sulle proprie gratificazioni rischia di dimenticare che la sua vera riuscita dipende dalla sua capacità di prendersi cura dei suoi pazienti come persone, e non come meri oggetti. Il docente che imposta il proprio lavoro in modo autoreferenziale, ignorando le umili esigenze dei suoi alunni più deboli, finirà per essere, per quanto preparato, un cattivo insegnante. E così via.

Il modo migliore di realizzarsi, nel proprio lavoro, è, dunque, di non preoccuparsi troppo di sé e di lasciarsi assorbire dai bisogni della gente. E’ questa la logica di un lavoro inteso (davvero) come servizio e non come auto-affermazione. Vale qui la parola di Gesù: «Chi vuole salvare la propria vita, la perderà, ma chi perderà la propria vita per causa mia, la salverà» (Lc 9,24). E questo dovrebbe essere fin dall’inizio lo spirito con cui lo si sceglie: «In cosa posso essere utile agli altri?». E’ chiaro che questo non esclude l’attenzione ai propri gusti, alle proprie attitudini, a propri desideri, alle proprie aspirazioni al successo. Del resto, si sarà in grado di aiutare davvero gli altri se si intraprenderà la strada a cui si è più portati, quella dunque che si percorrerà con maggiore piacere, ma il fine non è questo piacere, bensì quello intrinseco al lavoro che si vuol fare.

È questa la missione. In essa l’alternativa fra altruismo ed egoismo è superata, perché solo nella missione – che di per sé costituisce un esodo proteso oltre noi stessi – troviamo la nostra vera identità. Si tratta di andare oltre il dualismo frutti-fiori. Nel salmo si dice che «il giusto fiorirà come palma,/


crescerà come cedro del Libano;/ piantati nella casa del Signore,/
fioriranno negli atri del nostro Dio./ Nella vecchiaia daranno ancora frutti,
saranno verdi e rigogliosi» (Sal 92, 13-15).

Solo così si può recuperare la speranza. Quali che siano le difficoltà del mercato del lavoro, essa è ineliminabile finché ci sono dei fini da raggiungere che non siano quelli di un’autoreferenziale sistemazione. Se, invece, non c’è più nulla per cui lottare che vada oltre se stessi, se tutto si riduce ad appagare le proprie esigenze, non c’è neppure più nulla da sperare. Ridotta a una mera proiezione di quello che di fatto si è, la dimensione del futuro perde la sua novità e la sua imprevedibilità, appiattendosi sulle logiche del presente.

È questa rinunzia ai progetti di largo respiro per se stessi e per la società, è questo ritrarsi sulla fragile zattera della propria soggettiva autorealizzazione, che rende tanti giovani incapaci di vivere nel modo più adeguato la crisi di trasformazione dell’economia occidentale dando una continuità e delle prospettive al proprio impegno lavorativo, pur nel contesto della precarietà sociologica. Non sono, insomma, solo i contratti a tempo determinato a rendere precari. C’è anche lo sradicamento dal terreno delle richieste oggettive della società, delle professioni, dell’attività produttiva. Ovviamente non si deve sottovalutare il fenomeno della disoccupazione, ma, come cercheremo di mostrare più avanti, un modo diverso di intendere il lavoro, collegato alla logica della missione, può servire almeno ad affrontarlo in modo più costruttivo.

La famiglia dalla logica del dono a quella del mercato

Il trionfo dell’individuo e della libertà di autonomia


Qualcosa di analogo alla crisi della missione si verifica, nella cultura contemporanea, nei riguardi delle unioni affettive. Anche in questo caso, senza voler minimizzare gli effetti della precarietà sociologica, si deve innanzi tutto confrontarsi con i problemi che derivano da quella culturale, di cui siamo noi stessi portatori.

E, anche in questo caso, a una tradizione cristiana, che ha permeato per secoli la nostra società, dando luogo a una configurazione della famiglia molto diversa e molto più umana di quella del mondo antico e di altre civiltà – si pensi al ruolo delle donne - , si sono accompagnate distorsioni che possono in qualche modo spiegare la reazione a cui oggi assistiamo. Non c’è bisogno di ricordare la storia della monaca di Monza per dimostrare che a volte il ruolo della famiglia si è rivelato preponderante sulle libertà dei singoli membri, condizionandone le scelte più importanti. Senza contare le ipocrisie e i perbenismi che spesso hanno oscurato la serietà del matrimonio, riducendolo a una facciata dietro cui venivano perpetrate le più spudorate infedeltà. Oppure le deformazioni del familismo che, soprattutto nell’Italia meridionale, hanno contribuito alla fragilità delle strutture di cooperazione e alla carenza di senso civico. Da qui, in parte, la diffidenza verso un’istituzione di cui si sono visti più spesso i limiti che non i meriti, sia a livello delle vite individuali che a quello della esperienza sociale.

Soprattutto, però, le trasformazioni che si sono verificate nella nostra società riguardo all’idea di famiglia si devono al trionfo di una cultura che ha enfatizzato l’individuo minimizzandone la dimensione relazionale e che, di conseguenza, ha concepito la libertà privilegiando in modo unilaterale la sua forma più elementare, quella per cui essa è autonomia da condizionamenti e da vincoli esteriori.

In questa visione il singolo si può ritenere completo e pienamente libero senza gli altri. Se pure decide di stringere con loro dei legami, essi non devono mai essere tali da compromettere la possibilità da parte sua di rescinderli quando e come vuole. Le vite vengono concepite come parallele, indipendenti l’una dall’altra. Ognuno deve avere una sua sfera privata, entro cui fare ciò che vuole, senza altra limitazione che il confine che lo separa dagli altri.

Corrisponde a questa visione la nota formula, peraltro in sé valida, ma incompleta, secondo cui «la libertà di ciascuno finisce dove comincia quella degli altri». Una formula che suggerisce l’idea che gli altri siano un limite e un ostacolo, non una condizione, per la libertà personale e che quella di ciascuno si estenda in modo inversamente proporzionale a quella altrui.

È estranea a questa prospettiva l’idea che la libertà, insieme a un aspetto di autonomia, ne implichi sempre anche uno di responsabilità per le scelte che si fanno e che inevitabilmente ricadono – anche le più private – sulla vita degli altri. Si chiudono gli occhi sul fatto che le nostre esistenze sono così interdipendenti da escludere che ci siano “fatti propri” di cui non si deve rispondere a nessuno. Pensiamo su un momento. Fa solo i “fatti propri” il medico che non si aggiorna e che per questo sbaglia la diagnosi nel visitare il suo ignaro paziente? Fa solo i “fatti propri” l’insegnante che si lascia andare alla noia e alla demotivazione, scaricando sugli studenti le proprie frustrazioni e facendo loro odiare per sempre una disciplina che forse avrebbe potuto appassionarli? Fa solo i “fatti suoi” l’operaio distratto che serra male un bullone e provoca il crollo di un’impalcatura? E, per riferirci direttamente alla vita familiare, fanno solo i “fatti propri” un marito che tradisce la moglie, o un figlio che si dà alla droga o, peggio, si suicida?

Nessun dubbio che si tratti di scelte personalissime, su cui nessuno può pretendere di esercitare una coercizione esterna. Ma è veramente libero colui che le compie senza prendere coscienza delle conseguenze che esse hanno - non solo su di lui, ma su tanti altri?

Ancora più lontana dal modo comune di intendere la libertà è la considerazione che essa non è fine a se stessa e non può essere vista, perciò, come il valore supremo. Si è liberi per raggiungere un fine. La libertà-da (autonomia) e la libertà-di (libertà di scelta) sono in funzione della libertà-per, di quella, cioè che consente di orientarsi verso qualcosa che vale e che è diverso dalla libertà stessa. Altrimenti esse sono come quei servizi di piatti che molte padrone di casa non mettevano mai in tavola, neppure nelle grandi occasioni, par paura che si sciupassero e che perciò, a dispetto del loro nome, non servivano mai a nulla.

È nella logica della libertà-per che si giustifica la cooperazione di più persone per formare una comunità volta a raggiungere un fine che i singoli, da soli, non potrebbero perseguire. Finché predominano la mera logica dell’autonomia e quella della scelta, la dimensione comunitaria viene sentita inevitabilmente solo sotto il profilo di limite, di impedimento (nel primo caso), o di motivo di scrupolo (nel secondo). Gli individui restano chiusi nel loro piccolo orizzonte, incapaci di tendere a qualcosa che li supera (lo abbiamo già visto a proposito del lavoro, nel primato dell’auto-realizzazione) e che – in quanto li supera - ha bisogno dell’apporto altrui. Stanno insieme, ma non per costruire qualcosa di veramente comune a cui dare il proprio apporto anche a costo di rinunciare a qualcosa.

Non a caso in questa cultura è bandito il concetto di “sacrificio”. Se ne teme l’aspetto di perdita e si dimentica che, stando all’etimologia latina – il termine viene da sacrum facere, “rendere sacro, prezioso”, qualcosa che non lo era - , proprio nel sacrificarsi per un fine condiviso acquistano valore gli sforzi individuali per essere felici. Perché non lo si può essere – questa è la verità – senza gli altri.


Il dono perduto


Questa situazione può essere descritta come il passaggio dalla cultura del dono – che in epoca arcaica costituiva la base anche degli scambi sociali – a quella moderna del mercato. «Questa casa non è un albergo!». Questo monito, che spesso ritorna sulle labbra dei genitori, rivolgendosi ai loro figli, riassume il conflitto tra le due prospettive, evidenziandone al tempo stesso il legame con il tema della famiglia. Cerchiamo di capire perché.

Oggi il dono è considerato un atto unilaterale e marginale, che si fa in certe ricorrenze. Quando noi pensiamo allo scambio, ci riferiamo alla compravendita che si attua nel mercato e che si basa sull’equivalenza economica degli oggetti scambiati. Protagoniste sono le cose e il denaro. Lo scambio avviene quando alla cessione delle prime corrisponde un prezzo adeguato. Le persone non contano: «Gli affari sono affari», si suole dire, per giustificare il fatto che, nel mercato, le relazioni personali sono messe tra parentesi.

Nelle culture arcaiche non era così 9. Gli scambi su cui si reggevano le società si basavano sulla reciprocità dei doni. Si tratta di due logiche molto diverse. Nel dono quello che conta non è il valore economico dell’oggetto. «E’ solo un pensiero», si precisa a volte, per sottolineare che quell’oggetto non conta per ciò che costa, ma perché veicola il ricordo e l’affetto di chi lo dona, in ultima istanza la sua persona. Nel dono ci si dà all’altro ed è questo che lo rende prezioso.

Proprio per questo suo carattere personale, il dono crea un legame e determina l’esigenza di una reciprocità. Chi riceve un dono si sente “obbligato” a ricambiare. Solo che qui l’equivalenza pecuniaria non è la cosa che conta, come invece avviene nel mercato. Conta il legame che si è creato tra le persone. Proprio per questo, però, l’“uscita” dal rapporto che si crea col dono è più difficile che non quella dalla mera relazione mercantile. Chi paga può cambiare quando vuole il suo fornitore. Chi riceve un dono, è legato al donatore.

È questo tipo di rapporto che, in linea di principio, unisce una famiglia. Lo nota un autore assolutamente “laico” come Godbout muovendosi sul terreno antropologico: «Noi riteniamo che la famiglia sia il luogo fondamentale del dono in ogni società, il luogo in cui è vissuto con maggiore intensità, quello in cui se ne fa l’apprendistato». Essa, infatti, «è fondata su un dono» 10. In essa, per usare un’espressione di Hochschild, si realizza una «economia della gratitudine» che si fonda sul principio del debito reciproco, in cui, paradossalmente, «più il rapporto è considerato riuscito dai partners, più esisterà questo stato di debito» 11.

Il genitore che dice al figlio: «Questa casa non è un albergo», intende dire: «Qui non siamo nel regime del mercato, in cui tu fai quello che vuoi; qui c’è una relazione tra persone, basata sulla gratuità, perciò c’è un legame che tu devi rispettare!». A meno che non si introduca anche nella famiglia la logica del mercato. Pare che in Inghilterra i figli, se vogliono restare a casa dopo i 18 anni, debbano pagare l’affitto; a quel punto quella casa è diventata un albergo ed essi sono “liberi” nel senso sopra detto dell’autonomia.

Ma non c’è bisogno di questi esempi estremi per constatare gli effetti della logica del mercato sulla famiglia. Il primo è stato sulla coppia e sul modo di concepire il matrimonio stesso. Il dono è, per sua natura, irrevocabile e il legame che esso crea è irreversibile. Così era concepita l’unione tra gli sposi. Non è un caso che la società moderna abbia visto, insieme all’affermarsi del mercato, anche l’avvento di un’idea di matrimonio che prevede, invece, la reversibilità. Ne fu espressione, all’inizio dell’Ottocento, il codice napoleonico, che introduceva il divorzio. Diventò possibile cambiare moglie o marito come si cambia fruttivendolo. Su questa scia si sono mosse le legislazioni moderne, compresa quella italiana.

Oggi questo processo, tendente a concepire la libertà come autonomia da ogni vincolo, ha fatto un passo ulteriore. Le persone non si sposano nemmeno più. Alcuni perché il matrimonio ha perduto ogni valore di vincolo e in fondo è ridotto a una specie di “prova”, da cui si può recedere in qualunque momento; altri perché, comunque, esso creerebbe pur sempre un legame ufficiale che si sente troppo stringente.

Quello che prevale, ormai, è il modello della coppia, la cui coesione è interamente affidata al durare del sentimento reciproco di amore: «Stiamo insieme finché stiamo bene insieme». Ma questo non è un vincolo, non è un impegno, bensì uno stato di fatto, che può cambiare in qualsiasi momento. Perciò, alla fine, a imporsi sempre di più nelle nostre società è la logica del single.

È il problema della famiglia di fatto, che si può anche voler equiparare giuridicamente a quella tradizionale, ma che innegabilmente è per sua natura molto diversa. Il legame rimane estrinseco, strutturalmente provvisorio. Lo “stare insieme” non è un impegno, ma un dato contingente, che non vincola e che, a differenza di una promessa, non riguarda il futuro, ma solo il presente, sulla base del passato. E, insieme al futuro, a venir meno è la speranza. Quando si contrae un matrimonio ci si impegna nei confronti di un “non ancora” a cui si spera di restare fedeli. Nella famiglia di fatto il punto di partenza è, viceversa, il “già” di una storia vissuta insieme, sulla cui prosecuzione non si gioca tutta la propria vita. Tutto può andare bene – non per nulla si fa spesso notare che molte famiglie di fatto funzionano meglio di quelle nate dal matrimonio - , ma è la natura del rapporto che è diversa rispetto alla famiglia fondata sul matrimonio, e a renderla tale è il fatto non si è mai corso un vero rischio, donandosi reciprocamente per sempre e perciò non si mai stati nell’atteggiamento della speranza.

Non c’è da stupirsi che questo stile poi si rifletta anche sul rapporto tra genitori e figli. Anche tra di loro, spesso, la convivenza viene segnata, più che dalla logica della gratitudine e dell’appartenenza, da quella – tipicamente mercantile – del negoziato sui permessi di uscita e di rientro: do ut des. Il dono, con la sua totale gratuità, è, in molti casi, sostituito dai regali (fin troppo numerosi), che rientrano anch’essi in questo negoziato.



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